sabato 4 novembre 2017

DICONO MA NON FANNO






Paolo Cugini

Nel Vangelo che oggi è proclamato c’è un richiamo contro l’ipocrisia dei farisei, vale a dire contro la loro ricerca di visibilità. Cercano visibilità perché l’obiettivo del loro cammino non è il Padre, ma se stessi. Hanno bisogno del parere egli uomini e delle donne per sentirsi qualcosa, sentirsi apprezzati. E’ il prezzo che si paga quando si vive riempendosi di materia, che crea il vuoto, il nulla. Siccome sono concentrato su di me e la molla dei miei pensieri e dei miei gesti è la proiezione del mio io nel mondo, che nasce dall’istinto di sopravvivenza, che si manifesta nell’attaccamento a se stesso, allora cerco il parere degli altri. E’ il prezzo che si paga quando si lega la propria identità a ciò che si è materialmente e allora diviene fondamentale avere, più che essere. Il Signore ci mostra che il cammino verso l’autenticità si manifesta nell’essere figlie e figli di Dio e, di conseguenza, quando questa percezione avviene, smettiamo di cercare di piacere agli altri, perché la nostra unica consolazione sta nel Padre.

Nel Vangelo di oggi c’è anche un richiamo all’uguaglianza. Siamo tutti fratelli e sorelle: questo è il punto di partenza del discorso di Gesù. Non ci può essere nella comunità cristiana una logica di casta. Non ci può essere nella comunità cristiana una dinamica di carriera, di volere essere migliore degli altri, perché siamo tutti fratelli e sorelle. Nessuna diversità che possa umiliare il fratello e la sorella. Questa uguaglianza, che è dono dello Spirito Santo e che siamo chiamati a viver nella comunità, dev’essere ben visibile nella liturgia, perché è lì che facciamo memoria del Signore “finché Egli venga”. Quando nella comunità viviamo il principio di uguaglianza voluto dal Signore, lo rendiamo visibile affinché gli altri vedendo possano crede. Del resto è stato Lui sesso che, nel contesto dell’ultima cena narrata da Giovanni, disse: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Comunità di fratelli e sorelle nasce quando il Signore è riconosciuto come l’unico maestro, l’unico che vale la pena seguire. Significa anche uscita dalla religione individualista e narcisista, che spinge l’uomo e la donna ad isolarsi a cercare un modello di perfezione basato sullo sforzo personale più che sull’accoglienza del dono di Dio manifestato in Gesù.

La verità dell’assimilazione dello stile del Signore del voler essere come Lui sta nell’umiltà, che sgorga dal principio dell’Incarnazione. Più si diventa simili a Lui, sia come frutto dell’impegno personale d’imitarlo, che come accoglienza del dono che è Lui e che operano in noi che lo seguiamo, meno ci perdiamo nei fronzoli della vita. Se c’è una cosa che accomuna i discepoli e le discepole del Signore è la chiarezza e la fermezza nel cammino. L’umiltà richiesta da Gesù ha anche questo risvolto nella vita pratica. 

domenica 22 ottobre 2017

DATE A DIO QUEL CHE E' DI DIO


Paolo Cugini


“Mostratemi la moneta del tributo… Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?” (Mt 22, 20)
Bellissimo questo testo che mostra il modo di procedere di Gesù. Parte sempre dalla realtà, per evitare qualsiasi forma di pregiudizio. Il Vangelo è un dono che viene dall’alto ma, allo stesso tempo, sboccia dalla terra. I cristiani non sono coloro che applicano il Vangelo alla realtà come se avessero in mano un codice o un manuale, ma sono invitati a seguire l’esempio di Gesù, ad ascoltare la realtà, a capirla, ad incarnarsi. Ascoltare la realtà significa credere nella presenza del Padre in tutto ciò che vive. La realtà è sempre diversa, in movimento ed esige persone attente, capaci di adattarsi. Vivere bene significa vivere con i piedi per terra. Si può dire qualcosa a qualcuno solo dopo aver conosciuto la sua realtà, Solo dopo averlo ascoltato. E’ questo che c’insegna Gesù. Del resto, la discesa del Verbo dice proprio di questo elemento fondamentale della dinamica della salvezza attuata da Gesù: l’incarnazione. Si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. E’ venuto a toccarci e si è rivestito di una carne simile alla nostra: ha assunto la nostra condizione umana. Ci si rende conto del problema solamente toccandolo con mano. Niente discorsi a tavolino. Nessuna riflessione sulla realtà a prescindere dalla stessa. La proposta di Gesù è agli antipodi di ogni idealismo, di ogni pensiero sviluppato senza l’immersione nella realtà. Ascoltare la realtà è il primo e basilare esercizio spirituale per esercitare l’anima a non riempirsi di falsità. Quanti pensieri fasulli e quante dottrine sballate sono state diffuse e spacciate per verità, confondendo il sano rapporto con il Padre!
E poi Gesù si fa consegnare la moneta e chiede: quest’immagine e l’iscrizione chi sono? Gesù non fa finta di ascoltare, non fa finta d’immedesimarsi per poi dire una cosa scontata, preconfezionata, già pronta. Gesù fa davvero. Gesù cammina con le persone e ha una parola significativa per ognuno di loro perché ascolta la loro storia. Non ha sempre la stessa idea e la stessa indicazione per tutte le stagioni e per tutte le persone. Per questo le folle assetate di verità e di autenticità lo seguivano, perché si accorgevano che quella che Gesù donava non era una verità bell’e fatta, dall’alto verso il basso, ma era adeguata alla loro realtà e al loro cammino. Credo che questo atteggiamento di Gesù sia un grandissimo insegnamento per ogni genitore e per ogni persona che ha una funzione educativa nella società. Se vuoi che qualcuno ti ascolti e ti segua, ascoltalo tu per primo, mettiti al suo livello, abbassati, fatti toccare, immergerti nella sua realtà, fatti sentire vivo. Non consegnarli delle verità triturate, bell’e fatte, ma fresche e vive, frutto di una relazione vera. Gesù c’insegna che la Verità del Vangelo la troviamo vivendo pienamente la nostra esistenza nelle relazioni con le persone che pone sul nostro cammino.

“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”      

Sulla realtà che ha ascoltato Gesù esprime questo giudizio. Si possono offrire due livelli di riflessione su quest’affermazione. C’è un primo livello, il più superficiale e il più battuto che dice che Gesù insegna a collaborare con lo Stato come con a Chiesa, come se fossero due mondi autonomi, separati l’uno dall’altro. Quest’impostazione apre il cammino a tutti coloro che sostengono che la Chiesa non deve immischiarsi nella politica e in problemi sociali, perché un cristiano deve stare in Chiesa e basta. Se si analizza la frase di Gesù più in profondità, ci si accorge che la verità sta altrove. Infatti, se c’interroghiamo sulla seconda parte della sua affermazione e ci chiediamo: a Dio che cosa dobbiamo dare? La risposta immediata e inconfutabile è che a Dio dobbiamo dare tutto, perché tutto viene da Lui e da Lui riceviamo tutto. E allora se a Dio dobbiamo dare tutto viene spontaneo affermare che a Cesare, cioè allo Stato, non dobbiamo dare un bel niente. In realtà allo Stato dobbiamo dare quel Dio dal quale abbiamo ricevuto tutto. Chi ha la coscienza di aver ricevuto tutto da Dio, ha il dovere e, allo stesso tempo il desiderio di donare al mondo, alla società, alla politica, Dio. Non una parola vana tra le tante, ma lo stile di Dio ricevuto e assimilato meditando il Vangelo di Gesù, meditazione che poi diviene sforzo quotidiano di vivere come Lui. E’ di questo che il mondo ha bisogno, che la politica necessità, che la società desidera: un modo nuovo e più autentico di vivere la realtà, un modo più profondo di mettersi in relazione con gli altri. 

giovedì 6 luglio 2017

PERDERE LA VITA






DOMENICA XIII/A
Paolo Cugini


Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me (Mt 10,37-42).
Arrivare a messa e ascoltare della roba così. Dei versetti non solo così duri, ma fuori da una prospettiva umana ed esistenziale. Non è facile. Bisogna proprio chiedersi: ma che cosa ha voluto dire Gesù con una simile espressione? In realtà, ascoltando attentamente il versetto ci si accorge che non è così strano, non è fuori dal modo di pensare di Gesù e, soprattutto, non è qualcosa di nuovo. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, troviamo qualcosa di simile. Quando nel dialogo con Nicodemo (Gv 3,1s) Gesù dice che: “bisogna rinascere di nuovo”, vuole dire esattamente quello che ha affermato nel versetto di oggi. Il discepolo, la discepola è colui che rinasce dall’alto, che fonda tutta la propria esistenza e, quindi, anche le relazioni parentali, nella relazione fondante con Gesù. È questa relazione d’amore con il Figlio di Dio che diventa il criterio di tutti gli altri amori, di tutte le scelte future. Nel rapporto privilegiato con il Signore matura la vocazione, che diventa il criterio assoluto della vita.

chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Solo in una prospettiva di rinascita dall’alto, di relazione d’amore con il Signore è possibile comprendere che l’amore autentico, come quello che si è manifestato in Gesù Cristo, esige la responsabilità di portare sino alle estreme conseguenze la propria risposta. La croce è stata per Gesù il coronamento di una vita d’amore al Padre totalmente donata agli altri. La croce è stato l’atto finale di Gesù di una vita segnata dall’amore al Padre. Croce per noi è il senso della nostra vocazione, che esige che andiamo avanti senza fermarci, vincendo le tentazioni della fuga. Per questo, una volta entrati nel cammino tracciato dal Signore, che è segnata dalla nostra risposta a Lui, ci alimentiamo continuamente alla fonte, per non perderci o, se ci perdiamo, per riprenderci. Croce dice che l’amore non è appena un sentimento personale, ma rimanda ad una responsabilità con le persone che amo che vengono coinvolte dalla mia storia.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Perdere la vita per il Signore: è il senso autentico di ogni vocazione cristiana. Lo scopriamo quando amiamo, quando siamo innamorati, perché l’amore è una forza che ci porta naturalmente fuori di noi stessi e ci conduce a vivere non più per noi stessi, ma per gli altri, in modo particolare per le persone che amiamo. Questo è anche il cammino della vita spirituale cristiana: uscire dal nostro egoismo per smettere di mettere al centro noi stessi, di vivere cecando di soddisfare i nostri desideri e imparare a vivere per il Signore, che ci conduce verso i fratelli e le sorelle che lui ci pone accanto. Ecco perché il senso della vita cristiana è la comunità, la vita fraterna.


mercoledì 21 giugno 2017

AMORE ALLA VITA




DOMENICA 9 GIUGNO 2013 - X/C DEL TEMPO COMUNE
(1 Re 17,17-24; Ps 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17)
 Paolo Cugini

1. Dopo le tante domeniche solenni che abbiamo celebrato in questi ultimi mesi del periodo di Pasqua e Pentecoste , la liturgia ritorna al Tempo Comune e ci rimarrà per alcuni mesi, sino al Tempo d’ Avvento che avverrà alla fine di novembre. In questo Tempo Comune avremo l'opportunità di riflettere sui temi significativi del nostro camminare quotidiano, scoprendo i significati che la Parola di Dio dà ai contenuti sui quali lavoriamo giorno dopo giorno. In questa domenica, che è la decima del tempo comune, tempo che era iniziato subito dopo il tempo di Natale, il tema che ci viene proposto é quello della vita. Sia la prima lettura che il Vangelo ci parlano della resurrezione di una persona giovane. Nella prima lettura si parla della resurrezione di un bambino, mentre nel Vangelo è narrata la risurrezione di un ragazzo. In tutti i due i casi un giovane morto viene restituito vivo alla propria madre. La domanda che potremmo rivolgerci è questa: che insegnamento riceviamo da queste narrazioni di risurrezione?
2. Un morto dal punto di vista spirituale potremmo indicarlo come colui che ha rotto il proprio legame con la vita e, siccome la vita viene da Dio, é morto colui che non vive in Dio, che ha tagliato il proprio legame con Dio. In entrambe le narrazioni sono le madri le protagoniste dell’intervento divino. Nel primo caso la madre si arrabbia con il profeta per la morte del proprio bambino, quasi colpevolizzando Elia per l’accaduto. Elia entra in azione con una preghiera con la quale chiede l’intervento di Dio. É la preghiera del profeta, dell’uomo di Dio che è ascoltato dal Padre. Affinché la preghiera sia ascoltata e la morte si trasformi in vita bisogna essere profeti, uomini e donne di Dio, persone che hanno fatto della propria vita un dono al Signore, qualsiasi sia la vocazione. Per fare ciò dovremmo prendere sempre più seriamente il nostro battesimo, viverlo come un dono, trasformando la nostra vita in dono. La preghiera di Elia è la preghiera di un uomo che ha fatto della propria vita un totale servizio al Signore.
 3. Nel Vangelo è Gesù che sente compassione per la madre vedova che perde l’unico figlio ed entra decisamente in azione. É la situazione che provoca l’entrata di Dio nella storia. Il Dio che si è rivelato nella persona di Gesù Cristo non sopporta la sofferenza dei piccoli, dei poveri, degli oppressi. E infatti che cosa  c’è di piú piccolo, povero e disperato di una madre vedova che ha perso il suo unico figlio? É in questo Dio che crediamo, nel Dio che ascolta il grido dei sui piccoli ed entra nella storia degli uomini e delle donne per dare vita, per trasformare situazioni di morte in vita.
4. “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Mi ha fatto impressione questa espressione di Gesù. Oggi incontriamo molti giovani morti nel significato sopra accennato e cioè senza Dio. Quanti giovani vivono oggi senza nessun riferimento al Vangelo, alla proposta di Gesù, nell’illusione di poter vivere senza di Lui! Eppure da sempre la maggior parte dei giovani che incontriamo sono passati dalle nostre sale di catechismo. E allora perché se ne sono andati? Perché oggi vivono come se Dio non esistesse, pur avendolo conosciuto, por avendo ascoltato per molto tempo la sua Parola? Come potrebbe la Chiesa oggi dirigere le parole di Gesù ai giovani che incontra “morti” sul proprio cammino?
5. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Do”. Il mondo riconosce la presenza di Dio nella storia quando avviene una trasformazione, un passaggio dalla morte alla vita. Glorificare Dio significa credere in Lui. Il prodigio provoca la fede del mondo. La Chiesa é chiamata a compiere questo prodigio per aiutare il mondo a credere in Dio, ma come può fare ciò?
Sono due le indicazioni che ci sono state consegnate dalle letture. La prima é che solamente una Chiesa profetica, e cioè una Chiesa che vive e si alimenta del Signore é in grado di rivolgere al Padre una preghiera di supplica. La Bibbia c’insegna che Dio Padre ascolta sempre la preghiera dei suoi servi e serve. Se ci premono i giovani e la loro vita dovremmo convertirci una volta per tutte al Signore, uscire dai nostri egoismi e metterci al Servizio del Signore. La morte spirituale dei giovani deve provocare la nostra conversione.

La seconda indicazione la troviamo nel Vangelo. Gesù tocca la bara. Fino a quando la nostra disperazione si ferma alle parole dette e scritte non succederà nulla nell’ottica della fede. Bisogna toccare la bara! Fino a quando il padre di famiglia va al bar o non smette di lavorare e non trova mai il tempo  per parlare con il proprio figlio/a, continua a costruire lentamente la sua bara. Sino a quando la madre si preoccupa solamente dei vestiti e dell’esterno e non prova mai ad abbozzare un minimo dialogo sui problemi dei propri figli, sta semplicemente martellando i chiodi delle loro bare. Bisogna avere umiltà di sentire la puzza di morte che esce dalla bara. Bisogna che un giorno arriviamo ad avere il coraggio di prendere il martello per togliere i chiodi alla bara, di fermare il corteo di gente che sta portando tanti giovani al cimitero della vita. E poi c’è la Chiesa, la comunità di cristiani che deve poter toccare le bare dei giovani che incontra, non facendo la corsa con il mondo e cioè, non offrendo in un modo più masticato e ripulito quello che il mondo già offre, ma avendo il coraggio di proporre quello che é chiamata a proporre: Gesù Cristo. Una Chiesa creativa che pensa al modo per poter parlare de Gesù ai giovani, senza provocare sensazioni di disagio, ma di fame di Dio. Per fare questo la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di abbandonare una volta per tutte la logica mondana di offrire la proposta del Vangelo come se fosse obbligatoria, come una proposta scolastica che deve essere fatta. Quando la Chiesa avrà il coraggio di presentare ai giovani il Vangelo di Gesù per quello che è e cioè, una proposta di vita che esige un’adesione personale libera e non un obbligo o un’imposizione,  forse in questo modo potrà trovare la forza per dire ai giovani che incontra: ragazzo/a, dico a te: alzati!

domenica 4 giugno 2017

PENTECOSTE 2017




            Paolo Cugini

“Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 4).
Il primo effetto dello Spirito Santo in coloro che lo ricevono si manifesta nella necessità di uscire fuori, di condividere ciò che hanno ricevuto. È la chiesa in uscita. La chiesa nella prospettiva della narrazione di Luca, nasce così, uscendo dal tempio per annunciare il messaggio del Regno nelle piazze, all’esterno. La verità dell’accoglienza dello Spirito Santo è l’impulso ad uscire, a condividerlo, ad annunciarlo. Altro dato interessante che troviamo nel testo di Luca è sull’identità di colro che ricevono lo Spirito. “Furono tutti pieni di Spirito Santo”: cho sono questi tutti? Senza dubbio i 120 che erano nel Cenacolo ad aspettare la discesa dello Spirito Santo. Tra loro c’erano gli 11 e poi Mattia e Barnaba. Oltre a loro anche alcune donne. 120 è chiaramente un  numero simbolico che indica la totalità della Chiesa che non è costituita solo di maschi, ma anche da donne. E’ questo un dato interessante perché lo Spirto Santo scende su tutti e tutte e tutti sono chiamati ad uscire dal tempio per condividere il dono ricevuto.

“Costoro che parlano non sono forse tutti galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? … Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2, 8s).
Questo impulso all’annuncio si manifesta come sforzo di renderlo intellegibile a qualsiasi cultura che s’incontra. Lo Spirito Santo aiuta a rendere comprensibile il Vangelo a qualsiasi cultura. È, anche in questo caso, uno sforzo di uscita. È colui che annuncia che è chiamato a rendersi comprensibile a coloro ai quali si vuole annunciare il Vangelo. Che cosa significa questo? In primo luogo, che il Vangelo non esige l’annullamento delle culture altre, ma la consapevolezza che ogni cultura è in grado di accogliere il Vangelo. Ciò vuole dire anche il riconoscimento del valore positivo di ogni cultura. Questo lavoro di evangelizzazione delle culture, degli ambiti nei quali viviamo esige un cammino di avvicinamento. Solamente avvicinandoci potremo conoscere e. così, discernere il cammino da intraprendere affinché l’annuncio del Vangelo diventi comprensibile.

“Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20, 22-23).

L’evangelista Giovanni fa coincidere la Pasqua con la Pentecoste. Dopo la Risurrezione Gesù va dai suoi discepoli e dona loro lo Spirito Santo. Il primo frutto dello Spirito Santo consegnato ai discepoli è la capacità di rimettere i peccati. Perché questo annuncio? Mi sembra che sia la possibilità che Gesù Risorto offre a tutti di rimettersi nel cammino del Signore, soprattutto coloro che si sentono lontani. È il volto della comunità accogliente, tenda da campo in mezzo al mondo, che allarga i paletti affinché tutti trovino posto. 

sabato 3 giugno 2017

VENITE E VEDETE





BOCCA DI MAGRA 1-3 GIUGNO
VENITE E VEDRETE: GIOVANNI 1, 35-39


Suor Fabrizia Giacobbe
Sintesi: Paolo Cugini

Questo testo si apre e si chiude con due annotazioni di carattere temporale. Il Vangelo di Giovanni ci parla di giorni, di ore, dello scorrere del tempo che costituisce la storia del mondo. Narrazione di un tempo nuovo. È lo scorrere del tempo che è la nostra vita, che possiamo vivere in modo nuovo. Gesù vuole che viviamo intensamente il nostro tempo. Per questo dobbiamo dare un senso alla vita.
Occorre aprirsi ai passaggi di Dio sulla nostra esistenza. Tenere il cuore aperto al signore che passa nella nostra vita. Passa oggi e passa dove siamo. Gesù si fa presente dove siamo. Gesù è colui che ci rivela il volto di Dio. L’agnello di Dio è un richiamo alla Pasqua. Dio vuole la nostra vita e la nostra liberazione: è questo il messaggio pasquale per eccellenza. Il modo per dare la vita è consegnarla. Richiamo a Isaia. Gesù ci dice che il dono della vita è quello che rende la vita pienamente umana.I due discepoli seguono Gesù. Parole dette da altri, in questo caso Giovanni Battista, provocano il cammino di fede, il cammino dei discepoli.

Grati alla Chiesa perché continua ad indicarci l’agnello di Dio. I discepoli si muovono perché intuiscono che c’è qualcosa in Gesù.

Che cosa cercate? È la domanda centrale. La prima parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni è una domanda. Dio è interessato a farci venire fuori così come siamo. Che cosa stiamo cercando? In che direzione stiamo camminando? Siamo sollecitati a lasciarci interrogare. Importante è andare a fondo. Giovanni pensa che come discepoli siamo chiamati ad essere discepoli adulti. Per questo è importante che ci chiediamo: che cosa cerchiamo? Nel Nuovo Testamento c’è molta gente che cerca Gesù. Qui il Vangelo ci dice che se cerchiamo la gioia, la libertà, una capacità di amare in modo gratuito, la vita autentica, allora possiamo seguire il Signore.

La risposta di Dio è più grande dei nostri desideri. Il Vangelo ci dice che Gesù è il pane della vita, la luce. I discepoli rispondono: maestro dove abiti? È una domanda che vuole dire il desiderio di casa, di famiglia, di relazioni vere nelle quali qualcuno può essere se stesso. È desiderio di relazione. Alla fine ciò che cerchiamo davvero è qualcuno, qualcuno da amare. Desiderare per gli altri la stessa libertà che desideriamo per noi.

Venite e vedrete. Venite è un invito che è segno di piena accoglienza rivolto a chiunque in qualsiasi situazione. A volte il NT ci dice che Gesù chiede anche di entrare. Dio abita là dove lo si lascia entrare. Vedrete: voi vedrete solo dopo essere venuti. Occorre buttarsi nel cammino anche se non sappiamo dove va a finire. L’importante non è la meta, ma la strada. L’importante è la scelta della strada. Non c’è un programma. La fede non è un calcolo, ma follia, fantasia di Dio. Non è assicurazione, ma rischio. Il rimanere con cui si chiude il testo è un nuovo inizio, un nuovo cammino.

Quattro del pomeriggio. È la fine di un giorno e l’inizio di un altro. Dio ha una sola paura: che i nostri desideri siano troppo piccoli. 

MEDITAZIONE SU GEREMIA 1,4-8





BOCCA DI MAGRA
2 GIUGNO 2017

Riflessione di pe Pino Piva
Sintesi: Paolo Cugini
Geremia 1, 4-8

Mi ha colpito l’alternanza del brano di Geremia e il Cantico dei Cantici.
Prima di formarti dal grembo materno ti conoscevo: nella scrittura il verbo conoscere ha sempre una realtà affettiva, perché è nell’amore che conosciamo l’altra persona.  Amare significa conoscere e conoscere significa amare. È una conoscenza che comporta una sicurezza, che se mette a nudo è perché va in profondità; è una conoscenza che protegge custodisce, perché accompagna.

Ti ho consacrato: mi prende per Lui. Sei mio, mi appartieni e io ti appartengo. Ti ho riservato per me per darti una missione. Insieme possiamo essere per gli altri: per questo sei consacrato.

Sono giovane, Signore, non so parlare. La risposta di Geremia è la paura, paura di essere coinvolto in una relazione, la paura di essere amati. Come posso meritarmi l’amore che mi dai? Non mi sento all’altezza, allora per favore non amarmi. È l’amore gratuito di Dio, che non chiede nulla se non di essere amati. Signore non amarmi perché nella mia esperienza di amore c’è stato abbandono e questo fa male. Signore non amarmi così. Paura di non essere veramente amati.
E Dio ci dice: come ti amo io non ti ama nessuno. Lasciati amare.

Non dire sono giovane. Non temere perché io sono con te per proteggerti. Amore è prendersi cura della pienezza dell’altro. È volere il bene dell’altro. Io ci sono per te: è questo l’amore di Dio, che dice a Geremia, che dice a ciascuno di noi.

Domande:
1.      Il Signore ci conosce ancor prima di nascere: e io mi conosco?
2.      Ognuno di noi ha una missione da compiere: qual è la mia?
3.      Spesso troviamo delle scuse per non affrontare le sfide della vita ma è il Signore stesso che ci sostiene. Quale sfida attraverso il mio cuore?

4.      La nostra vita ha senso se vissuta in cammino. A che punto è il mio cammino?

domenica 26 febbraio 2017

LA VITA ESSENZIALE





Paolo Cugini

-      Non potete servire Dio e la ricchezza
-      Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
-      Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
-      Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
-      Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». (cfr. Mt 6, 24-34).

È impossibile ascoltare queste parole e non sentire un brivido dentro di sé. È il brivido della verità, che entra nella nostra coscienza e la scuote, e le mostra i cammini errati nei quali si è persa. Parole come poesia, la poesia del Vangelo che viene al nostro incontro e ci risvegli dal torpore della nostra vita materiale, sotterrata dalle nostre scelte istintive, travolta da ciò che non avremmo mai voluto fare, ma che invece facciamo.

Matteo 6 viene al nostro incontro come un soffio di vita, delicato, ma allo stesso tempo deciso, provocatorio, ma vero. Ne percepiamo la forza perché quello che Gesù ci dice ci coglie nei nostri gesti quotidiani, nelle nostre scelte, in altre parole nella nostra realtà. E allora, siamo costretti ad ascoltarlo, a confrontarci con la sua proposta.

Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Si parte da qui. È il discorso delle priorità. È questo il problema. Se vuoi metterci dentro tutto nella tua vita non ci sta. C’è sempre qualcosa che rimane fuori. E quando la tua vita non è stata pensata, non è frutto di verifiche, la prima cosa che rimane fuori – puoi starne certo – è Dio. Se non c’è stato il tempo in cui hai deciso che il Regno di Dio era prima di tutto, che veniva prima di tutto, puoi starne certo, amico mio, che è proprio lui il primo a finire fuori dalla tua vita. È difficile, infatti, sistemare la vita quando è in corsa. È difficile non lasciarsi travolgere dalle cose da fare, dalla violenza comunicativa dei mezzi di comunicazione, dalla quantità delle cose, se prima non si è deciso che quello che conta nella propria vita è l’essere e non l’avere, la qualità e non la quantità. Se non siamo noi ad anticipare gli eventi con lo stile che decidiamo d’imprimere, saremo noi ad essere travolti dalla storia, al punto da non capire più che cos’è essenziale e cosa non lo è.   Per vincere la pressione che il mondo con le sue seducenti proposte esercita su di noi, è necessario un passo previo verso la nostra anima, è necessario conoscersi, sono necessarie giornate di riflessione sul senso della vita, su ciò che desideriamo essere, sulla direzione che vogliamo imprimere alla nostra esistenza. Se intendiamo essere persone generative di qualità, di significati, dobbiamo poter abitare il significato, dobbiamo aver scelto la direzione della nostra vita. Ancora. Se non abbiamo posto dei punti di riferimento qualitativi, la nostra libertà sarà pregiudicata dalla quantità che ci sommerge. Se non vogliamo traballare, se non volgiamo essere persone indecise e trasmettere, così, la nostra indecisione, dobbiamo aver deciso verso dove dirigere la nostra esistenza.

Il problema, allora, è capire che cosa significano le parole di Gesù, che cosa intende con il Regno di Dio e la sua giustizia.

Che cos’è il Regno di Dio? È quello spazio in cui è Dio stesso a regnare. È quel pezzo di umanità in cui è Dio che domina la scena. Questo Regno di Dio è ben visibile nella vita di Gesù: tutta la sua umanità è guidata dal Padre. Gesù vive la sua vita come una relazione d’amore costante e quotidiana con il Padre. E allora è chiaro che è Lui il Regno di Dio, è Lui che dobbiamo cercare e imitare.

Che cos’è, poi, la sua giustizia? È la giustizia di Gesù, che è il contrario della giustizia degli uomini. Se infatti, la giustizia degli uomini è meritocratica, allora quella di Gesù è gratuita, nel senso che tutti ne hanno accesso. Siamo giusti quando accogliamo la pace che viene da Dio nel suo Figlio Gesù e viviamo di conseguenza. Siamo giusti quando cerchiamo nella nostra esistenza di fare unicamente la volontà del Padre e la cerchiamo con tutte le nostre forze, proprio come ha fatto Gesù.

C’è un’altra intuizione che è centrale nel discorso di Gesù, ed è la sua concezione del tempo, la sua idea del rapporto tra passato, presente e futuro.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

È nel presente della nostra vita che incontriamo il Signore. È la mentalità del mondo che ci fa spostare la nostra attenzione in avanti, spostandoci dal punto di passaggio del Signore, distraendoci, così, per non permetterci di vederlo e d’incontrarlo. Vivere pianificando il futuro significa non aver fede nel Signore e nella sua provvidenza. Vivere nel presente significa vivere con i piedi per terra, significa vivere nella realtà e affrontare ciò che le situazioni mi pongono dinanzi. Solo la vita reale costruita con il Signore ci permette di sciogliere le illusioni che si formano nella nostra mente per distoglierci dal presente della nostra vita.

Le parole di Gesù sono un chiaro invito a mettere tutte le nostre forze per vivere a pieni polmoni il presente, fuggendo dalle facili e deleterie visioni nostalgiche sul nostro passato, ma anche evitando quelle fughe eccessive in avanti, sintomo di un presente che non ci soddisfa appieno.

domenica 12 febbraio 2017

GESÙ, IL COMPIMENTO DELLA PAROLA


Paolo Cugini

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà (Sir 15,16-21.

È l’esperienza di chi ha fatto della propria vita una ricerca della volontà di Dio che, vedendo i frutti di questo cammino, lo può comunicare agli altri con fiducia. È questo il messaggio che ci arriva oggi dal libro del Siracide, che fa da introduzione alla lunga pagine del Vangelo. È un messaggio importante perché è un duplice appello alla nostra volontà e alla nostra libertà. Essere liberi significa volere liberare il campo della nostra vita da ciò che oscura la volontà di Dio. È un impegno e, allo steso tempo, l’indicazione di possibilità di una vita differente, di una vita autentica. Ascoltiamo alcuni passaggi del Vangelo.

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento (Mt 5,17).
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Che cosa vuole dire che Gesù è venuto a dare pieno compimento? Mentre leggo questo brano così forte e radicale mi viene in mente l’episodio di Gesù dodicenne a Gerusalemme a discutere con i saggi d’Israele. Penso alla sua delusione ascoltando ai giri di parole di questi saggi, o presunti tali, per tentare di giustificare i motivi della scarsa presa della Parola sulla vita della gente. Perché una Parola così chiara, non riusciva a formare una società nuova, modellata sull’amore e la giustizia? Un ragazzo come Lui, ascoltando, leggendo i testi della Legge, i testi dei profeti, si era accorto che c’era qualcosa che toccava, che c’era qualcosa che non funzionava. Gesù si era accorto che tra le parole ascoltate nella sinagoga e la pratica di coloro che le pronunciavano, che avrebbero dovuto esprimere con la loro vita, c’era troppo distanza, c’era un abisso. Gesù, giovane ragazzo della Galilea, aveva capito che c’era qualcosa che toccava, che puzzava d’inganno. E allora, tra le due cose, una: o la Parola di Dio era sbagliata, oppure erano sbagliati gli uomini che le pronunciavano, ma non le vivevano. È stata l’attenzione a questi due estremi, la teoria e la pratica, le parole e la vita, che hanno condotto Gesù, questo ragazzo della Galilea, così diverso dagli altri, così profondo, così intelligente -dove l’intelligenza in lui si capisce che non è un voto a scuola, che non è una qualità innata, ma una pratica, un’attenzione che si risolve in un gesto concreto- a mettere in discussione il modo di spiegare la Legge degli scribi d’Israele.  Che cosa Gesù avesse capito di questa sproporzione tra teoria e pratica, di questa incoerenza, lo dice in vari testi che troviamo nei vangeli. Ne viene in mente uno, soprattutto, quel passaggio nel quale Gesù critica i farisei perché hanno annullato la Parola con le tradizioni umane (Cfr. Mc 7). È questo che è avvenuto: un annullamento. È stata questa l’operazione messa in atto da coloro che avrebbero dovuto mostrare all’umanità il senso autentico della Parola, che è una strada, un cammino, un modo di vivere e no una prigione. E allora Gesù, trascorrendo giorni e notti in solitudine nella sua adolescenza, nella sua giovinezza a leggere e a meditare quelle parole, leggendo e rileggendo le pagine dei profeti, ad un certo punto percepisce che il problema non era nella Parola, ma nell’uomo, nel suo cuore malato. E così un giorno, decise che avrebbe mostrato all’umanità il senso di quelle Parole, di quel cammino, di quel modo di essere nel mondo. Lo mostrò con la sua vita, le sue scelte, il suo modo di essere.

Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (ivi).
L’uomo è giusto quando sta al suo posto, quando vive la propria vocazione, quando in definitiva vive fino in fondo una vita alla presenza di Dio. In questo cammino i cristiani devono superare la giustizia dei farisei, perché la loro giustizia era più apparente che reale. Era per così dire una giustizia di facciata, non nasceva, cioè, dal desiderio di fare la volontà del Padre, ma dal piegare la volontà del Padre ai propri desideri. Una giustizia ingiusta, dunque, una giustizia fatta di sotterfugi, per coprire le proprie incoerenze. In questa giustizia, la religione serve come paravento sociale, per nascondere la verità della propria esistenza che, lungi dall’essere una ricerca di Dio, non è altro che una soddisfazione dei propri egoismi. Ecco perché Gesù indica come condizione necessari il superamento di un modo di vivere il rapporto con Dio falsato dall’egoismo umano, che produce solamente ipocrisia. La bontà della Parola del Padre sta nella possibilità di realizzare una vita autentica. Affinché ciò avvenga, La Parola di Dio ha bisogno di trovare spazio nel cuore dell’uomo, nell’anima della donna.

Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna (ivi).


È per questo che Gesù chiede a coloro che desiderano seguirlo nella via della giustizia, nel cammino di ricerca di una vita autentica per fuggire il pericolo di una vita vuota, un gesto radicale. Se vogliamo che nella nostra vita germogli l’amore, dobbiamo con tutte le forze estirpare l’odio dalle nostre scelte. Se desideriamo percorrere il cammino del bene, non abbiamo altro scelta che togliere il male della nostra vita. Dio ci offre una possibilità di vita autentica, ci offre la possibilità di uscire dai cammini falsi che il mondo presenta: sta a noi fare tesoro di questo cammino, per vivere con pienezza.

domenica 5 febbraio 2017

SALE DELLA TERRA E LUCE DEL MONDO




(appunti per la riflessione)
Paolo Cugini

Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all'affamato, se sazierai l'afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio (Is 58, 10).

Gesù disse ai suoi discepoli: "Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa(
Mt 5,13-16).


Bisogna abituarsi ad ascoltare queste parole non come ad affermazioni generiche, come a delle massime rivolte a chissà chi, ma come a parole di un maestro verso i suoi discepoli, di un padre verso i suoi figli. È questo l’orizzonte che ci permette di entrare all’interno di contenuti che rivelano il senso di un cammino e non di una dottrina; indicazioni esistenziali e non precetti moralistici.

Avere un padre così, un padre che ha fiducia in te al punto di dirti che sei il sale della terra. Un padre che crede così tanto in te al punto di dirti che sei la luce del mondo. Che cosa sono queste parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli se non la rivelazione di un’identità? È Gesù che rivela ai discepoli la loro identità. Potremmo dire che Gesù li ha preparati esattamente per questo e per nient’altro: per essere sale della terra e luce del mondo. Da una parte, le parole esprimono la coscienza che Gesù ha della bontà del lavoro svolto, lavoro di formazione di coscienze; dall’altro c’è la fiducia in coloro che hanno accompagnato il cammino. Gesù davanti al mondo proclama che i suoi discepoli sono sale della terra e luce del mondo, lo dice perché è sicuro di loro, sa chi sono e come stanno accompagnando il cammino.
È il padre, il maestro che, mentre indica l’identità e il senso di un cammino esprimendo con forza tutta la positività dell’identità del discepolo, del figlio, allo stesso tempo ne mostra le esigenze che questo cammino comporta.

Qual è, allora, il contenuto di questa indicazione? Sale e luce, terra e mondo.
Sale e luce sono due elementi diversi ma che agiscono con un effetto simile. Producono un beneficio per gli altri in modo nascosto. I cristiani per il fatto che non cercano la gloria degli uomini, ma la gloria di Dio, non sono interessati ad apparire: non ne hanno bisogno. Quanto maggiore è l’apparenza che cerchiamo, tanto minore è l’intensità del nostro cammino di fede. Coltivare una spiritualità del nascondimento significa ricercare nella vita quotidiana lo sguardo del Signore nelle cose che facciamo.

Terra e mondo. Nella prospettiva del Nuovo Testamento il mondo è la realtà che si contrappone a Dio e si costruisce in modo autonomo al suo progetto di vita. Essere luce del mondo significa vivere nella logica del Vangelo, che è l’amore, la comunione, la giustizia. Essere luce, allora, non corrisponde ad una spettacolarizzazione dell’esistenza, ma sopportare l’odio del mondo, che non accetta di essere accecato dalla logica del Vangelo.