Paolo Cugini
Che
cos'è questo per tanta gente? (Gv 6,9).
Esiste
una sottile differenza tra guardare e vedere. Spesso i nostri occhi si limitano
a registrare la superficie degli eventi, trasformandosi in contabili del
limite: contiamo le risorse che mancano, misuriamo i vuoti, ci fermiamo davanti
ai muri. Ma c’è un altro modo di abitare la realtà, ed è quello che impariamo
in questo tempo di Risurrezione. È lo sguardo di Gesù, l’unico capace di
sovvertire la prospettiva e vedere abbondanza proprio lì dove il nostro occhio
vede solo carenza.
Gesù
non guarda il mondo con il cinismo di chi ha già visto tutto, né con
l’ingenuità di chi ignora il male. Il suo è uno sguardo che si alimenta
costantemente del rapporto con il Padre. Poiché il Mistero è Amore e dona tutto
ai suoi figli, Gesù osserva la realtà a partire da questa pienezza
originaria.
Laddove
noi vediamo cinque pani e due pesci (una carenza), Lui vede un banchetto per
cinquemila (un’abbondanza). Laddove noi vediamo la fine della vita in un
sepolcro sigillato, Lui vede l’inizio di una speranza che non tramonta. È una
visione che non ignora le ferite, ma le attraversa per trovare la luce. Se la
vista è una questione di direzione, il problema sorge quando il nostro sguardo
si appanna, lasciandoci fermi sul sentiero. Cosa ci impedisce di vedere il
cammino?
La
paura: ci costringe a guardare in basso, verso i nostri piedi, impedendoci
di alzare gli occhi verso l'orizzonte delle possibilità.
Il
pregiudizio e la falsa sapienza: Spesso crediamo di sapere già come
andranno le cose. Questa cecità dei sapienti ci porta a scartare progetti
positivi e intuizioni feconde solo perché non rientrano nei nostri schemi
predefiniti.
Per
un semplice errore di sguardo, rischiamo di dichiarare fallito un sogno che,
agli occhi di Dio, è invece pronto a fiorire.
Quante
volte abbiamo guardato le macerie di un progetto e abbiamo sussurrato: «È
finita»? Esiste un momento preciso, nella vita di ognuno, in cui la fatica
supera la speranza e il risultato sembra darci torto. Eppure, spesso, quella
sensazione di sconfitta non nasce dalla realtà dei fatti, ma da un errore
di prospettiva. Il rischio che corriamo è quello di dichiarare fallito un sogno
che, agli occhi di Dio, è invece pronto a fiorire.
Il
nostro sguardo è per natura limitato: vede il seme che marcisce nella terra, ma
non la spinta vitale che sta rompendo il guscio. Valutiamo i nostri sogni in
base alla velocità dei risultati, ai consensi esterni o all'assenza di
ostacoli. Se la strada si fa ripida, concludiamo che abbiamo sbagliato
direzione. Ma la logica del Mistero segue ritmi diversi. Per Lui, il tempo
dell’attesa non è tempo perso, ma tempo di radicamento. Ciò che noi
chiamiamo fallimento spesso è solo la fase della potatura, necessaria perché la
fioritura sia rigogliosa e non effimera.
Dichiarare
il fallimento di un desiderio profondo significa chiudere una porta che il
Mistero sta ancora tenendo aperta. Il semplice errore di sguardo consiste nel
guardare solo ciò che manca, dimenticando chi sta conducendo l'opera. Un sogno
che nasce dal cuore e che cerca il bene non muore mai per mancanza di risorse,
ma solo per mancanza di fiducia. Quando smettiamo di crederci perché non
vediamo frutti, stiamo giudicando un libro dalla copertina ancora bianca. Fiorire
richiede il coraggio di restare nel terreno anche quando fa freddo. Se oggi
senti che il tuo sogno è naufragato, prova a spostare lo sguardo. Non guardare
ai rami secchi, ma alla linfa che scorre invisibile.
Forse non è un fallimento; forse è solo quel momento sacro di silenzio che precede l'esplosione della primavera. Agli occhi di Dio, la tua storia è appena iniziata e la bellezza che stai aspettando è già lì, pronta a manifestarsi non appena imparerai a guardare oltre l’apparenza.