Paolo Cugini
Allora
i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che
cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare
così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro
tempio e la nostra nazione». (Gv 11,46-47).
Ascoltate,
o nazioni, e prestate orecchio, voi che abitate le terre del tramonto
interiore! Poiché il tempo è giunto in cui l’occhio guarda ma non vede, e
l’orecchio vibra ma non intende.
Ecco,
un prodigio è stato consumato sotto il sole: la morte è stata calpestata,
la terra ha tremato e colui che era prigioniero del sepolcro è balzato alla
luce. Un uomo è risorto! Ma guardate i custodi del tempio, i dottori della
legge, i costruttori di recinti: essi non cadono in ginocchio, non gridano di
giubilo. Nei loro occhi non brilla lo stupore, ma il gelido riflesso del calcolo.
Guai
a voi, cuori di selce, che dinanzi all’irrompere dell’Eterno nel tempo vi
preoccupate delle vostre frange e dei vostri scranni! Il Mistero ha squarciato
il velo, e voi cercate il filo per rammendarlo. Siete diventati prigionieri di
quella tradizione d’uomini che non è più ponte verso l’Altissimo, ma
muro di cinta costruito per lucrare sulle anime.
Verrà
il giorno, ed è già questo, in cui la vostra sapienza sarà chiamata stoltezza.
Avete edificato un sistema così pesante da rendere la coscienza impermeabile
alla vita. Avete trasformato il soffio dello Spirito in un codice di polvere,
rendendo il cuore un muscolo rigido che non trasale più, nemmeno dinanzi allo
scandalo della Risurrezione. Vi sentite minacciati perché la Verità non chiede
permesso alle vostre consuetudini; essa non entra per la porta che voi avete
presidiato, ma spalanca le finestre che avevate murato.
E
voi, messaggeri della Parola, araldi della Luce, sappiate questo: il vostro
cammino non sarà una marcia trionfale tra i fiori, ma un sentiero di
contrasti e tensioni. Metterete nel conto la durezza di chi vi odierà perché
portate il Presente in un mondo che adora il passato per non dover rispondere
al futuro.
La
vostra missione non è conservare le ceneri, ma alimentare il fuoco.
L’evangelizzazione è un atto di liberazione radicale: è lo smantellamento
dei vecchi idoli che impediscono di scorgere la Speranza. Siate i demolitori di
queste fortezze d’orgoglio! Poiché solo dove crollano le antiche strutture
costruite per il potere, può finalmente rifiorire la novità del Mistero.
Chi
ha orecchi per intendere, intenda: il cuore indurito è l'unica tomba che Dio
non può aprire senza il vostro consenso. Scegliete oggi tra la pietra
della legge e il respiro della vita.
Il
Signore della Vita ha forzato i sigilli degli inferi, ha frantumato il bronzo
delle prigioni e ha camminato sulle acque del caos. Ma davanti a una soglia
Egli si arresta, non per mancanza di potenza, ma per l'eccedenza del Suo
amore: la soglia del cuore umano. Il cuore indurito è l'unica tomba che il
Mistero non può aprire senza il vostro consenso. Egli, che ha richiamato
Lazzaro dalla corruzione del sepolcro, non viola il santuario della vostra
libertà. Se scegliete di murarvi nel freddo dell’orgoglio, quel marmo diventerà
la vostra dimora eterna. Dio bussa, ma non abbatte; chiama, ma non costringe.
Scegliete
oggi, mentre il sole ancora sorge sulle vostre incertezze. Scegliete tra
la pietra della legge e il respiro della vita. La legge senza
spirito è un altare di granito che esige sacrifici e restituisce polvere; è il
precetto che giudica senza guarire, la forma che imprigiona la sostanza. Ma il
respiro della vita è il vento che non sai da dove viene né dove va: è il soffio
che trasforma il deserto in giardino e la carne pietrificata in un cuore
pulsante.
Non
dite: "Domani mi aprirò", perché il domani è un’ombra che sfugge.
L’eternità preme contro le pareti del vostro presente. Volete restare custodi
della vostra stessa morte o diventare testimoni di una risurrezione che inizia
ora?
Spezzate
il sigillo. Offrite il vostro "sì" come unica chiave. Solo
allora la pietra sarà rotolata via e l'Amore potrà finalmente inondare l'abisso
che credevate perduto.