Paolo Cugini
Siate pronti, con le vesti strette
ai fianchi e le lampade
accese (Lc 12,35).
Non
è facile restare sempre desti davanti al fine che abbiamo scelto e sul quale,
talvolta senza neppure accorgercene, abbiamo costruito un’intera vita.
All’inizio la meta appare limpida, quasi illuminata da una luna piena: la si
vede da lontano e sembra sufficiente a orientare ogni passo. Poi il sentiero si
addentra nella notte. Incontriamo deviazioni, richiami improvvisi, circostanze
che ci sospingono altrove. Alcune ci aprono strade inattese; altre ci fanno
soltanto perdere l’orientamento. E mentre cerchiamo di capire dove siamo, la
luce originaria si fa più sottile.
La
prova più comune, tuttavia, non è sempre una svolta clamorosa. Spesso è la
stanchezza. La routine consuma lentamente la tensione verso la meta, come il
buio che attenua i contorni delle cose. Giorno dopo giorno ci invita a
rallentare, poi a sederci, infine a sdraiarci e chiudere gli occhi. Non è
necessariamente il corpo a cedere. Esiste una stanchezza spirituale e mentale
che nasce dalla perdita dell’entusiasmo per ciò che facciamo e, soprattutto,
per il modo in cui siamo costretti a farlo. Continuiamo a muoverci, ma dentro
di noi qualcosa ha già smesso di camminare.
Accade
quando la realtà sbriciola i sogni e le fantasie che avevano accompagnato
l’inizio. Il cammino immaginato lineare si rivela accidentato, pieno di
imprevisti, porte chiuse e promesse mancate. Ogni ostacolo lascia una piccola
ombra sul volto; ogni delusione alimenta un’inquietudine silenziosa. A poco a
poco l’inquietudine diventa peso, il passo si appesantisce e il desiderio di
arrivare si confonde con quello di fermarsi. Ci sediamo sul bordo della strada,
come viandanti sorpresi dalla notte, e per non sentire il dolore cominciamo a
pensare ad altro.
Questa
stanchezza emotiva e spirituale può durare anni. Non è affatto scontato che
passi da sola. Può accadere che non riusciamo più a rialzarci, perché il peso
della vita si è accumulato fino a sottrarci le forze e a impedirci di rinnovare
le motivazioni. La meta rimane forse la stessa, ma non la riconosciamo più;
oppure la riconosciamo e ci sembra troppo lontana. È una notte senza orologio,
nella quale non sappiamo se l’alba sia vicina o se abbiamo appena cominciato ad
attraversare il buio.
È
allora che diventano decisivi gli incontri e, ancora di più, le presenze che
abbiamo al nostro fianco. Ci sono persone che, vedendoci stanchi, aumentano il
nostro peso: trasformano ogni esitazione in colpa, ogni fragilità in una
sentenza, e alimentano una demotivazione progressiva. La loro voce somiglia a
un vento freddo che spegne anche l’ultima brace. Altre persone, invece, si
avvicinano senza rumore. Non ci trascinano e non fingono che la strada sia
facile: ci ricordano chi eravamo quando siamo partiti, quando negli occhi
custodivamo ancora il riflesso della meta.
Sono
presenze simili a lampade accese nella notte. Non percorrono il cammino al
posto nostro, ma rendono visibile il passo successivo. Ci invitano a riposare
senza arrenderci, a raccogliere le forze, a rialzarci. Grazie a loro
riscopriamo che l’entusiasmo non è l’assenza della fatica, ma la capacità di
ritrovare un senso anche dopo la disillusione. E così, lentamente, torniamo in
piedi: forse meno ingenui di prima, ma più veri; forse senza l’allegria
luminosa degli inizi, ma con una gioia più profonda, capace di attraversare il
buio. Il cammino riprende. La notte non è finita, eppure all’orizzonte qualcosa
già somiglia all’alba.







