Paolo Cugini
Avvenne nel mare un
grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli
dormiva (Mt 8,24).
Nella
notte, quando il lago perde i suoi contorni e il vento sembra parlare con una
voce più antica della nostra paura, il Vangelo ci consegna un’immagine che non
smette di inquietare e di consolare: Gesù dorme nella barca, mentre attorno a
lui le acque si agitano, il cielo si chiude, i discepoli tremano. Di solito il
nostro sguardo corre subito al miracolo visibile, al comando rivolto al vento e
al mare, alla quiete improvvisa che segue la parola del Maestro. Eppure, forse,
il prodigio più grande non è che Gesù abbia calmato la tempesta. Il prodigio
più misterioso, più radicale, è che durante la tempesta egli dormiva.
Quel
sonno non è indifferenza, non è fuga, non è assenza dal dolore degli uomini. È
piuttosto la rivelazione silenziosa di un cuore abitato da una pace più
profonda del frastuono. Gesù dorme non perché non veda il pericolo, ma perché
non lo assolutizza; non perché il mare non faccia paura, ma perché il mare non
è l’ultima parola. Nel buio della notte, il suo riposo diventa una luce
nascosta, una domanda posta alla nostra esistenza: da quale centro interiore si
può vivere per non essere travolti da ciò che accade?
Se
proviamo a leggere questo episodio dal punto di vista dell’esperienza umana, ci
accorgiamo che la tempesta non appartiene soltanto al lago di Galilea. Essa
attraversa le nostre case, le nostre relazioni, le nostre decisioni, le nostre
malattie, le nostre perdite. Ci sono notti in cui tutto sembra muoversi contro
di noi: le onde dei pensieri, il vento delle preoccupazioni, il rumore delle
domande senza risposta. In quelle ore, ciò che desideriamo è che qualcuno calmi
subito le acque. Ma il Vangelo sembra suggerire qualcosa di ancora più
esigente: prima ancora di chiedere che la tempesta finisca, occorre imparare
dove poggiare il cuore mentre la tempesta continua.
Come
si fa a rimanere calmi, rilassati, sereni negli eventi drammatici della vita?
Non basta una tecnica, non basta ripetersi parole di conforto, non basta
fingere che il pericolo non esista. Occorre una spiritualità grande, matura,
pazientemente coltivata. Spiritualità significa chiarezza dei propri obiettivi,
capacità di guardare la realtà senza ridurla al suo frammento più doloroso,
libertà interiore davanti all’urgenza del momento. Significa, soprattutto, aver
imparato a non confondere l’evento passeggero con il tutto della vita.
Chi
non custodisce la propria anima resta prigioniero dell’istante. Ogni onda
diventa un abisso, ogni vento contrario diventa una condanna, ogni notte sembra
definitiva. Ma chi ha imparato a vegliare dentro di sé, chi ha dato tempo al
silenzio, alla preghiera, al discernimento, alla memoria del bene ricevuto,
riesce poco a poco a collocare anche l’evento più drammatico dentro un
orizzonte più ampio. Non lo nega, non lo minimizza, non lo chiama bene se è
male. Tuttavia, lo inserisce nella storia, nel cammino, nel dinamismo globale
dell’esistenza, dove anche ciò che ferisce può essere attraversato senza
diventare padrone dell’anima.
Il
sonno di Gesù nella tempesta è allora la forma più alta della fiducia. È la
pace di chi sa da dove viene e verso dove va. È la serenità di chi non consegna
la propria identità alle circostanze, né la propria speranza alla meteorologia
incerta degli eventi. In quella barca scossa dal vento, Gesù ci mostra che la
vera forza spirituale non consiste nel non avere tempeste, ma nel non lasciare
che la tempesta diventi il centro di tutto. Il credente non è colui che vive
senza paura, ma colui che, anche nella paura, cerca un punto più profondo da
cui guardare.
Forse
la nostra vita spirituale si misura proprio qui: nella qualità del nostro cuore
quando la notte si alza, quando il vento contrario ci sorprende, quando non
possiamo più controllare ciò che accade. In quei momenti si vede se abbiamo
vissuto soltanto in superficie o se abbiamo scavato in noi uno spazio abitato
da Dio. Perché solo chi cura la propria anima può rimanere saldo davanti al
dramma; solo chi ha imparato a guardare il tutto può non essere divorato dal
frammento; solo chi ha coltivato una pace profonda può, almeno un poco, dormire
nella tempesta.

