Paolo Cugini
I figli di questo mondo,
infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16,8).
Di
notte, quando le case spengono gli occhi e le strade restituiscono al silenzio
i passi dell’ultimo viandante, certe domande tornano a respirare. Durante il
giorno le avevamo tenute occupate: una parola, un impegno, una risposta
imparata da tempo. Adesso sono qui, sedute accanto al letto. Non chiedono di
essere rassicurate. Chiedono che qualcuno abbia il coraggio di ascoltarle. È in
quest’ora che la religione rivela una delle sue tentazioni più sottili:
diventare un luogo nel quale ripararsi non soltanto dalla paura, ma anche dalla
fatica di pensare. Un tetto sotto cui mettere al sicuro la propria
inquietudine, fino a dimenticarla. Le risposte sono già lì, ordinate sugli
scaffali. Belle, levigate, pronte per ogni circostanza. Basta prenderne una e
posarla sopra la ferita. Non importa se la ferita continui a sanguinare: almeno
abbiamo trovato le parole per non guardarla.
Il
pericolo non è avere una tradizione, riconoscersi in una fede, ricevere una
parola che ci precede. Il pericolo comincia quando ciò che abbiamo ricevuto ci
dispensa dall’essere presenti. Quando una risposta viene usata per chiudere una
domanda prima ancora di averne attraversato il dolore. Quando diciamo di
credere e, senza accorgercene, intendiamo soltanto che non vogliamo più
cercare. Allora anche il Mistero diventa amministrabile. Gli assegniamo un
nome, un posto, un orario. Lo frequentiamo senza lasciarci toccare. Sappiamo
che cosa dire davanti alla morte, davanti all’ingiustizia, davanti a una
solitudine che non trova voce. Ma sapere che cosa dire non significa aver
compreso; talvolta significa soltanto essersi costruiti una distanza dalla
quale niente può più ferirci. La notte, invece, accorcia le distanze. Lascia
sul tavolo il bicchiere vuoto, una fotografia, il messaggio al quale non
abbiamo risposto. E nessuna formula, per quanto esatta, può rispondere al
nostro posto.
Un’anima
può spegnersi così, senza rumore. Non per mancanza di parole religiose, ma per
il loro eccesso quando diventano un riparo impermeabile alla vita. Il pensiero
si appiattisce, perde rilievi e crepe; non incontra più nulla che lo costringa
a cambiare. Si ripete ciò che si è sempre detto, si approva ciò che si è sempre
approvato. E lentamente si finisce per assomigliare a tutti, non nella
fraternità delle differenze, ma nell’anonimato delle coscienze addormentate. Non
è un’accusa da rivolgere a una categoria di persone. È una possibilità che
attraversa ciascuno di noi. Anche chi ama le domande può trasformarle in una
posa; anche chi si proclama libero può abitare risposte rigide. Nessuno è al
riparo dalla tentazione di fare della propria convinzione un cuscino. Eppure,
quando questo accade alla fede, la contraddizione brucia: ci si affida al Mistero
per non doverlo più incontrare.
Il
Gesù del fuoco, evocato da questa ricerca, interrompe proprio quel sonno. Il
fuoco che viene a portare sulla terra non somiglia a una lampada accesa per
rendere più confortevole una stanza già chiusa. È una presenza che ci rimette
in movimento. Illumina ciò che preferivamo lasciare nell’ombra, scalda le mani
irrigidite, rende impossibile chiamare vita la semplice conservazione di sé. La
donna e l’uomo della fede, allora, non sono figure senza sussulti. Portano
dentro una brace. Hanno occhi capaci di fermarsi su ciò che gli altri
attraversano distrattamente: un volto stanco, una domanda infantile, una porta
rimasta chiusa. Il loro desiderio di conoscere non nasce dal gusto di possedere
più risposte, ma dalla consapevolezza che ogni vita incontrata domanda un
ascolto nuovo.
Quel
fuoco non è fanatismo. Non autorizza a bruciare gli altri, a imporsi, a
dividere il mondo tra chi sa e chi deve obbedire. Se diventa disprezzo, ha già
tradito la vita che pretende di difendere. Il fuoco santo rende più attenti,
non più ciechi; più disponibili a essere interrogati, non più avidi di avere
ragione. Brucia anzitutto la nostra pretesa di essere arrivati. La verità, in
questo cammino, non è un oggetto da chiudere nel pugno. Ci viene incontro e ci
oltrepassa. Ne riconosciamo frammenti: in una parola finalmente sincera, in un
perdono che costa, nel gesto di chi resta quando sarebbe più facile andarsene.
Li raccogliamo, proviamo ad accostarli. Qualcosa si illumina. Ma rimangono
spazi vuoti, e quei vuoti non sono necessariamente il fallimento della ricerca:
possono essere il luogo in cui la ricerca ricomincia. Per questo il cristiano
dal fuoco dentro non confonde la fedeltà con l’immobilità. Può custodire una
parola e continuare a domandarsi come viverla. Può riconoscere una strada e
scoprire di averla percorsa male. Può ammettere di non sapere, senza che quel
non sapere diventi una vergogna da nascondere. La ricerca autentica non
cancella ciò che ha trovato: lo sottrae alla polvere dell’abitudine, lo espone
di nuovo alla prova dell’esistenza.
C’è
fatica in tutto questo. Ci sono notti nelle quali nessun frammento sembra
combaciare e la preghiera rimane una voce senza risposta. Non occorre fingere
entusiasmo. Il fuoco, a volte, è appena una brace sotto la cenere: il desiderio
di non mentire, la decisione di non voltarsi dall’altra parte, la domanda che
resiste anche quando siamo troppo stanchi per pronunciarla. Camminare può voler
dire soltanto custodire quella brace fino al mattino. Non ogni quiete, però, è
morte. Esiste il riposo che restituisce il respiro e il silenzio nel quale una
parola può finalmente maturare. Non siamo chiamati a un’agitazione senza
tregua, né a fare dell’inquietudine una nuova misura del nostro valore. A uccidere
l’anima è un’altra tranquillità: quella che non vuole più essere disturbata da
nessuno, che ha sistemato persino Dio in un luogo dal quale non possa chiedere
nulla.
La
pace viva lascia la porta aperta. La quiete morta la serra. La prima permette
di sostare e poi ripartire; la seconda ci persuade che non esista più alcun
luogo verso cui andare. È questa la differenza che la notte rende visibile,
quando il silenzio può essere ascolto oppure fuga, attesa oppure anestesia. Forse
la fede comincia a ritrovare il proprio respiro quando smette di offrirsi come
esenzione dalla vita. Quando non promette di risparmiarci tutte le domande, ma
ci aiuta a sostenerne il peso. Quando non ci rende identici, ma ci chiama per
nome e ci espone alla singolarità degli altri. Quando una risposta, anziché
concludere ogni cosa, apre una responsabilità: se credo questo, che cosa cambia
nel modo in cui domani guarderò chi mi sta accanto?
Fuori,
la città dorme ancora. Una finestra è rimasta accesa. Non sappiamo chi vegli
dietro quel vetro, quale dolore custodisca, quale domanda gli impedisca di
chiudere gli occhi. Possiamo però riconoscere qualcosa di noi in quella luce
ostinata. La vita non ha finito di chiamare. Il mistero non ha finito di
sottrarsi e di offrirsi. Non abbiamo tutte le risposte. Abbiamo qualche
frammento, una strada che si lascia vedere soltanto per un tratto, e il fuoco.
Quanto basta per non consegnare l’anima al sonno delle cose già decise. Quanto
basta per alzarci, avvicinarci alla finestra e attendere il primo chiarore
senza smettere di cercare.









