Paolo Cugini
A
chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà
richiesto molto di più (Lc
12,48).
Ci
sono verità che diventano udibili soltanto di notte. Quando il rumore delle
ambizioni si ritira, quando le vetrine si spengono e il mondo smette per
qualche ora di domandarci quanto valiamo, affiora una domanda più antica: per
che cosa stiamo vivendo? Nel buio, lontano dagli applausi e dalle classifiche,
il cuore riconosce con maggiore sincerità la distanza tra ciò che possiede e
ciò di cui ha davvero bisogno. È allora che il cammino appare nella sua
direzione essenziale: uscire dalla logica del profitto e dell’interesse
personale per entrare nella logica del dono gratuito.
Passare
dall’egoismo all’altruismo non è un moto spontaneo, né una semplice correzione
del comportamento. È una trasformazione profondamente spirituale. La gratuità
non si apprende in un giorno, come si impara una regola: matura dentro un
itinerario lungo, fatto di soste, cadute, resistenze e improvvise aperture.
Comincia quando la persona osa riconoscere il vuoto lasciato da una vita
regolata soltanto dal merito, dallo sforzo individuale e dal tornaconto.
La
meritocrazia, quando diventa l’unica grammatica dell’esistenza, finisce per
misurare tutto: il lavoro, gli affetti, il tempo, perfino la disponibilità ad
ascoltare. Ogni gesto attende una restituzione, ogni incontro viene pesato
sulla bilancia dell’utilità. A poco a poco si impara a reprimere ciò che non
produce vantaggio, a mettere a tacere i sentimenti, a negoziare gli ideali. Si
procede, forse, con l’apparenza di chi avanza; dentro, però, si sprofonda. È un
modo lento di annegare se stessi.
Eppure,
proprio il vuoto può diventare una soglia. La ricerca sfrenata di sé attraverso
la materialità della vita, dopo aver promesso pienezza, lascia una stanza
spoglia. In quella stanza interiore, se non fuggiamo subito, comprendiamo che
deve esserci dell’altro. Non qualcosa da aggiungere alle cose già accumulate,
ma un’altra forma di esistenza: non conquistare, bensì ricevere; non
trattenere, bensì consegnare; non domandare continuamente che cosa il mondo
possa fare per noi, ma scoprire quale bene possa passare attraverso di noi.
Entrare
nella logica del dono significa accedere a una dimensione dell’esistenza che
riconcilia. Ci riconcilia con noi stessi, perché non siamo più costretti a
dimostrare incessantemente il nostro valore. Ci riconcilia con il mondo, perché
la realtà smette di essere un territorio da sfruttare e torna a essere una casa
da abitare. Ci conduce, infine, verso il suo centro silenzioso: quel mistero
dal quale la vita è sorta e nel quale continua a respirare. Il dono non elimina
il mistero, ma ci insegna a dimorarvi senza paura.
La
vita ci è stata donata perché la viviamo degnamente. Ma la sua dignità non si
verifica nell’isolamento, né nell’autosufficienza: prende forma nella
relazione. Diventa visibile quando offriamo tempo senza contabilizzarlo, quando
custodiamo una fragilità senza esibirla, quando restiamo accanto a qualcuno
senza pretendere di essere ricompensati. Il dono di sé è autentico proprio
perché è gratuito e disinteressato; non cerca spettatori, non costruisce un
monumento al donatore, non umilia chi riceve.
Questa
verità si fa più nitida davanti ai fratelli e alle sorelle che incontriamo ai
margini della strada. Sono persone che si raccolgono attorno alle proprie
ferite, spesso frantumate dalla vita e quasi prive di speranza. Il mondo del
calcolo le considera improduttive, sconfitte o invisibili. La logica del dono,
invece, ci invita ad avvicinarci, a sederci accanto a loro, ad ascoltare prima
di parlare. In quella prossimità cade l’illusione che esistano vite superiori e
vite minori: ogni volto torna a essere irriducibile, ogni storia degna di cura.
È
avvicinandoci a chi giace sul bordo del cammino che scopriamo ciò che ci è
stato affidato. Talenti, tempo, attenzione, parole, perfino le ferite
attraversate: tutto ciò che abbiamo ricevuto domanda, in fondo, di essere
rimesso in circolo. Non come pagamento di un debito, ma come risposta libera
alla sovrabbondanza della vita. Il bene custodito soltanto per sé si spegne;
condiviso, diventa luce sufficiente per il passo di qualcun altro e, insieme,
per il nostro.
Forse
è questo il segreto che la notte protegge: ci ritroviamo quando smettiamo di
inseguirci. Scopriamo chi siamo non nell’immagine che costruiamo, ma nella
presenza che offriamo; non in ciò che stringiamo, ma in ciò che lasciamo
andare. Quando il dono passa attraverso di noi senza calcolo, qualcosa si
ricompone. Il mondo non è ancora guarito, le ferite restano reali, eppure nel
buio si accende una direzione. Donandoci, non ci perdiamo: torniamo finalmente
a casa.








