Paolo Cugini
Chiunque
si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli (Mt 18,3).
Di
notte le cose cambiano misura. Le case sembrano più piccole sotto il cielo,
mentre una finestra accesa può diventare immensa. Anche l’esistenza conosce
questa oscillazione: grandezza e piccolezza sono le dimensioni segrete con cui
misuriamo il nostro cammino. Passiamo anni a cercare una statura davanti agli
altri, come se il loro sguardo potesse pronunciare la parola definitiva sulla
nostra identità e, soprattutto, sul nostro valore. È una tentazione sottile:
misurarci non a partire da ciò che siamo, ma da ciò che gli altri pensano di
noi. Cerchiamo conferme, riconoscimenti, applausi; costruiamo immagini capaci
di reggere la luce del giorno, mentre nelle ore silenziose affiora la domanda
che avevamo evitato: chi sono io quando nessuno mi guarda? Con il passare degli
anni questa dinamica può diventare più intensa, perché insieme al tempo cresce
talvolta anche il vuoto che portiamo dentro. E quanto più quel vuoto si
allarga, tanto più siamo tentati di colmarlo con grandezze visibili.
Trovare
un senso capace di orientare l’esistenza e di riempirla di significato non è
facile. Spesso ci aggrappiamo alla religione, alle sue parole, ai suoi riti,
alle sue promesse. Ma quando la religione rimane soltanto opera degli uomini,
abitudine o ricerca di sicurezza, non riesce a saziare la fame di senso che
stringe l’anima. Può indicare una soglia, ma non sostituire il passo interiore;
può parlare del Mistero, ma non dispensarci dall’incontro con esso.
In
questa prospettiva, la vicenda di Gesù procede nella direzione opposta. Pur
essendo grande, non cerca il plauso degli uomini. Attraversa le strade
polverose della Palestina insieme ai poveri e agli esclusi, si ferma accanto a
chi non conta, restituisce voce a chi è rimasto ai margini. La sua identità non
dipende dal consenso della folla: per questo non ha bisogno di inseguire una
grandezza umana. In lui si avverte una pienezza diversa, una sorgente che non
viene da fuori. Quella libertà nasce da una scelta quotidiana. Gesù dedica
tempo alla propria anima, custodisce il silenzio, cerca luoghi appartati,
rimane nella relazione con il Padre. Non fonda il senso della vita nelle cose
esterne o negli appagamenti materiali, ma nelle profondità del proprio essere,
là dove la notte non è assenza, bensì ascolto. È in quella interiorità abitata
che trova la forza di non mendicare approvazione e di non confondere il proprio
valore con la propria visibilità.
È
anche ciò che insegna ai discepoli quando pone un bambino in mezzo a loro e li
invita a farsi piccoli. Quel gesto rovescia le misure consuete: la piccolezza
non è svalutazione, rinuncia o paura; è la libertà di chi non deve occupare
tutto lo spazio per sapere di esistere. Solo chi possiede una dimora interiore
può rinunciare alle impalcature del prestigio. La ricerca della piccolezza
diventa così il segno di una pienezza nascosta, capace di rivelare la vera
grandezza di un uomo e di una donna.
Gesù
alimenta questa vita segreta con l’amore ricevuto nella relazione costante con
il mistero. Per questo non trascorre il tempo a mendicare amore né ad
accumulare prove della propria importanza: è già accolto, e da questa certezza
nasce il desiderio di condividere. Come una lampada accesa nel cuore della
notte, la sua felicità non abbaglia e non pretende; illumina il volto di chi
incontra.
Forse
il nostro cammino comincia davvero quando smettiamo di domandare al mondo
quanto valiamo e impariamo a scendere, senza rumore, nel luogo profondo in cui
la vita ci è affidata. Là, nel buio fecondo dell’anima, grandezza e piccolezza
cessano di combattersi: scopriamo che essere piccoli davanti al mistero non
diminuisce la nostra statura, ma la libera. E comprendiamo che la grandezza più
vera non consiste nell’essere guardati, bensì nel diventare, per qualcuno, una
presenza che ama.