Paolo
Cugini
Pregando, non sprecate
parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di
parole… perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora
che gliele chiediate (Mt 6,7).
Esiste
una soglia, sottile ma invalicabile per la sola ragione, in cui il linguaggio
umano ammutolisce. È la soglia del Mistero. Non un enigma da risolvere, ma
l'abisso luminoso da cui proveniamo: siamo stati pensati, voluti e generati da
questo Ignoto amorevole. L'essere umano porta in sé una nostalgia nativa per
l'infinito che nessuna parola può colmare. Troppo spesso riduciamo la preghiera
a un esercizio di retorica o a una lista di richieste. Quando la preghiera si
riempie eccessivamente di parole, rischia di smarrire il suo baricentro. Invece
di proiettarci verso il Mistero, ci ripiega sul soggetto, su noi stessi: le
nostre paure, le nostre urgenze, le nostre pretese. In questo modo, cerchiamo
paradossalmente di addomesticare il Mistero, di collocarlo ai piedi delle
nostre necessità contingenti.
La
vera preghiera esige l'esatto opposto: lasciarsi avvolgere. È un atto di
spossessamento in cui il "mio" cede il passo al "Suo". Come
esplorato nelle riflessioni sulla spiritualità del silenzio, pregare
significa semplicemente stare alla presenza del Mistero. È
un’immersione totale in cui il silenzio non è assenza di suoni, ma pienezza di
ascolto. Questo stile nuovo non è una teoria filosofica, ma una pratica
incarnata da Gesù. I Vangeli lo descrivono spesso mentre si ritira in luoghi
deserti, immerso per ore nella preghiera notturna. In quegli istanti, Gesù non
sta semplicemente recitando formule; sta abitando la Sua origine. È un dialogo
fatto di sguardi, di respiri e di abbandono radicale nel Mistero ineffabile e,
per questo, esige delicatezza, attenzione, contemplazione. Non si entra nella
relazione con il Mistero in modo immediato, ma ci vuole tempo, pazienza, quella
necessaria disponibilità ad uscire da se stessi, dai propri pensieri, per
creare lo spazio affinché il Mistero possa entrare e trovare dimora in noi.
Gesù
ci insegna che la preghiera acquista il suo massimo valore spirituale quando
esce dai recinti dello specificamente religioso, inteso come mero dovere o
ritualismo, per entrare nella dimensione dell’esistenza. È il desiderio
profondo di conoscere e, soprattutto, di lasciarsi conoscere. Non si entra
nella preghiera per dovere, ma per amore. Non si prega per chiedere delle cose,
ma per fare spazio, per accogliere la sorpresa della vita.
Pregare,
dunque, è tornare a casa. È riconoscere che veniamo dal Mistero e che a Lui
apparteniamo. In questo abbandono, la paura svanisce e fiorisce una libertà
nuova. Non siamo più noi a condurre il gioco, ma è il Mistero che respira in
noi.
Il
segreto della vita spirituale sta tutto qui: nel coraggio di tacere, affinché
l'Invisibile possa finalmente parlare al cuore.