Paolo Cugini
Datevi
da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita
eterna (Gv 6,27).
Udite,
o cercatori di ombre, poiché il tempo del compiacimento volge al tramonto.
Così
parla la Voce che grida nel deserto delle vostre istituzioni: "Perché
consumate i vostri giorni nel recinto del tempio, affannandovi in riti vuoti e
occupazioni che il vento disperderà come pula?"
Vedo
una generazione che ha trasformato il sacro in un mercato del bisogno. Ci
accostiamo all'altare non con il cuore aperto, ma con la pancia vuota, cercando
un Dio che sia soltanto un risolutore di problemi, un guaritore a comando, un
garante del nostro benessere materiale. Questa è la religione della fame
passeggera: una volta saziati, una volta rimosso l'ostacolo dal nostro cammino,
volteremo le spalle alla sorgente per correre altrove, verso nuovi idoli di
comodità.
Guai
a chi riduce il Mistero a una funzione sociale! Stiamo costruendo case
sulla sabbia, convinti che fare molte cose nella Chiesa equivalga a vivere. Ma
la vita vera non si misura dal rumore delle nostre attività, bensì dal silenzio
del nostro desiderio.
Esistono
due cibi, e oggi siamo chiamati a scegliere: c'è l'alimento che perisce, mosso
dall'interesse e dalla brama di riempire i vuoti del quotidiano. È il
cammino di chi usa Dio per servire se stesso. E c'è l'alimento che dura per la
vita eterna. È il pane di chi è mosso dalla sete di verità, di chi sente
nelle proprie viscere il fremito di una vita diversa, più profonda, non
incatenata alla necessità delle cose che si toccano.
La
proposta del Figlio dell'Uomo non è un anestetico per i nostri affanni, ma un
incendio per la nostra anima. Egli non ci chiama a stare in un luogo, ma a diventare un
luogo: uno spazio di gratuità e di amore. Solo chi scende nell'abisso della
propria ricerca interiore troverà la chiave per guardare il mondo con occhi
nuovi. Svegliamoci! Non scambiamo
la salvezza con la soluzione. Il cammino del desiderio ci attende: è l'unica
via che conduce fuori dal labirinto dell'ego verso l'orizzonte della luce vera.
L'ora
della religione del dovere è tramontata sotto il peso del proprio
formalismo; essa è il tempio dei mercanti dove ogni preghiera è un acconto e
ogni sacrificio un investimento. La gratuità non è un accessorio
della fede, ma il suo unico respiro profetico: è l'irruzione dell'Incondizionato in
un mondo schiavo del do ut des.
La
religione del dovere si fonda sulla norma, un argine che rassicura ma che
non salva. Il profeta grida che Dio non cerca funzionari del sacro, ma amanti
feriti dalla nostalgia. La gratuità trasforma il rapporto con l'Assoluto: non
si agisce per ottenere, ma perché si è già
ricevuto. È la teologia dell'eccedenza: il vaso di nardo spezzato che non
calcola lo spreco perché ha riconosciuto l'Amore. Il dovere genera l'illusione
del merito, la pretesa che l'uomo possa mettere Dio in debito. Ma la
gratuità è la morte dell'ego religioso. In senso teologico, essa afferma che
la grazia precede sempre la risposta. Mentre il dovere misura il
passo, la gratuità abilita il volo; essa svuota le mani dell'uomo affinché
possano essere riempite non dal salario del giusto, ma dal dono gratuito del
Padre.
Chi vive la religione del dovere è un servo che teme il castigo o brama il premio. Chi vive la gratuità è un figlio che agisce per pura gioia. Questa è la vera sovversione profetica: la gratuità libera l'etica dal ricatto. La gratuità è l'unica forza capace di spezzare la catena della necessità. Sulla croce muore definitivamente la religione del contratto. La religione del dovere costruisce muri di pietra; la gratuità profetica apre varchi di luce. Il dovere interroga la coscienza, la gratuità incendia il cuore.