Paolo Cugini
Chi di
questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei
briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse:
«Va’ e anche tu fa’ così» (Lc
10,36-37).
Di
notte le chiese sembrano più grandi. Le facciate emergono dall’ombra, i
campanili custodiscono il silenzio e, dietro le porte chiuse, rimane l’eco di
parole pronunciate per secoli. Ma proprio quando le luci si spengono e la
solennità del rito si dissolve, una domanda torna a camminare per le strade:
che cosa resta del Vangelo? La risposta, a leggerlo senza difese, appare
disarmante nella sua chiarezza. La verità di una fede non si verifica dal
numero dei riti celebrati, dalla forza di un’appartenenza confessionale o dalla
precisione con cui si osservano consuetudini religiose. Si verifica davanti a
un volto ferito, nella distanza che decidiamo di colmare, nella cura concreta
offerta a chi soffre e a chi non possiede più nulla.
Il
Vangelo non nasce nel recinto protetto di un edificio sacro. Nasce lungo le
strade polverose della Palestina, nel movimento inquieto di un gruppo di uomini
e di donne. Gesù cammina, incontra, ascolta, tocca i corpi esclusi, siede a
tavola con chi è giudicato indegno. La sua parola non costruisce una distanza
religiosa: la attraversa. Non domanda anzitutto quale formula si professi, ma
che cosa accada al dolore dell’altro quando entra nel nostro campo visivo. La
parabola del buon samaritano è, in questo senso, una lama nella notte. L’uomo
lasciato mezzo morto sul ciglio della strada viene visto da figure religiose,
ma non soccorso. A fermarsi è lo straniero, l’eretico agli occhi dei
benpensanti, colui che non possiede il titolo giusto e tuttavia compie il gesto
giusto. La giustizia di Dio si lascia riconoscere lì: nell’attenzione al
prossimo, nella compassione che si china, fascia le ferite, solleva un corpo e
si assume il costo della sua cura.
Eppure,
la storia cristiana ha spesso rovesciato questa priorità. L’esperienza
inaugurata da Gesù è stata racchiusa in istituzioni, confini, obblighi e
cerimonie; il segno ha finito per oscurare ciò che avrebbe dovuto indicare. Si
è misurata la forza della fede dalla quantità delle pratiche, dalla
magnificenza delle liturgie, dalla disciplina dell’appartenenza. Intanto, fuori
dalle porte degli edifici religiosi, continuavano a sostare proprio coloro che
avrebbero dovuto essere posti al centro: i poveri, gli esclusi, i feriti della
storia. Non è il rito in sé a essere vuoto. Può custodire la memoria, educare
il desiderio, dare forma comunitaria alla speranza. Diventa però un inganno
quando pretende di sostituire la misericordia; quando la bellezza dell’altare
rende invisibile chi attende sulla soglia; quando l’ortodossia delle parole
assolve dall’amore concreto. Allora la religione non serve più il Vangelo: lo
addomestica.
Anche
il rapporto tormentato tra l’istituzione ecclesiastica e la lettura diretta
delle Scritture appartiene a questa storia. In diverse epoche, l’accesso al
testo biblico in lingua corrente fu limitato, sorvegliato o scoraggiato, nel
timore dell’errore e della disobbedienza. Al di là delle diverse circostanze
storiche, rimane una domanda inquietante: che cosa accade quando la Parola
destinata a liberare viene custodita come un privilegio e accompagnata dalla
paura della condanna? Forse è anche per questo che, riaprendo oggi il Vangelo,
molte frasi sembrano pronunciate per la prima volta. Non perché siano nuove, ma
perché sono state ricoperte da secoli di abitudini. Sotto gli strati della
religione ricompare una proposta radicale: non un’identità da esibire, ma uno
stile di vita; non un’appartenenza da difendere, ma una fraternità da
praticare; non la salvezza cercata lontano dal mondo, ma la prossimità vissuta
dentro le sue ferite.
In
questa luce acquista forza il paradosso attribuito a Nietzsche: Gesù come
l’“anticristiano” per eccellenza, non perché opposto al proprio messaggio, ma
perché irriducibile a ciò che il cristianesimo storico ha talvolta edificato in
suo nome. È una provocazione che resta sospesa come una campana nella notte.
Costringe a domandarsi se la fede difesa nei templi coincida davvero con quella
vissuta lungo la strada.
Quando
ogni voce tace, il Vangelo riconduce sempre allo stesso punto: un essere umano
davanti a un altro essere umano. Uno soffre, l’altro può passare oltre oppure
fermarsi. Tutto il resto, nomi, edifici, vesti, formule, viene dopo. La notte
non cancella le forme, ma ne rivela l’ombra. E nell’ombra rimane accesa una
sola luce: «Va’ e anche tu fa’ così».