Paolo Cugini
«Gesù
le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv
20,16). C’è una notte dentro questo versetto. Non solo la notte che ancora pesa
sul cuore di Maria Maddalena, dopo i giorni terribili della passione e della
morte del Maestro, ma una notte più profonda: quella che attraversa ogni
coscienza quando perde il senso, quando non trova più il volto amato, quando
davanti a sé vede soltanto una pietra rotolata, un sepolcro vuoto, un’assenza
che sembra definitiva.
In
quella penombra, dove il pianto confonde gli occhi e il dolore impedisce di
riconoscere la vita che sta già venendo incontro, Gesù non offre a Maria una
spiegazione, non costruisce un discorso, non pretende da lei una fede
immediata. La chiama per nome. Dice soltanto: «Maria!». Ed è come se in quel
nome pronunciato si raccogliesse tutta la storia della loro relazione: il tempo
condiviso, le parole ascoltate, gli sguardi ricevuti, la libertà restituita, la
dignità riconsegnata, l’amore sperimentato senza possesso e senza ricatto.
Leggendo
questo versetto, e il racconto in cui è inserito, penso alla profonda intensità
della relazione che Gesù aveva instaurato con questa donna. Penso alle
relazioni profonde di Gesù con i suoi discepoli e le sue discepole; penso al
tempo che egli ha dedicato a conoscerli e a farsi conoscere. Gesù non ha
annunciato il Regno come una teoria da imparare o come una dottrina da
difendere, ma come uno stile nuovo di vita che passa attraverso l’incontro, la
cura, la vicinanza, la familiarità con i volti concreti delle persone.
Non
esiste Vangelo senza questo cammino profondo di relazioni personali. Non esiste
comunità cristiana che possa nascere e crescere senza conoscenza reciproca,
senza tempo dedicato agli altri, senza parole vere capaci di abitare la notte
dell’altro. Il cristianesimo non comincia da un’organizzazione, ma da una voce
che chiama; non nasce da una strategia, ma da una presenza che riconosce; non
si trasmette con il controllo, ma con la libertà di un amore che sa attendere e
che sa pronunciare il nome dell’altro nel momento in cui tutto sembra perduto.
Tra
la chiamata di Gesù — «Maria!» — e la risposta della donna — «Rabbunì!» — c’è
una profondità di sentimenti che nessuna spiegazione può esaurire. C’è
l’intensità di due coscienze che si riconoscono. C’è una sensibilità spirituale
così grande da rivelare la modalità con cui il Vangelo entra davvero nella vita
degli uomini e delle donne: non come imposizione esterna, ma come parola
interiore; non come peso, ma come liberazione; non come paura, ma come
riconoscimento di essere amati.
Maria
Maddalena comprende perché ha amato e si è lasciata amare. La sua fede non è
fatta di calcoli, né di garanzie, né di vantaggi. È una fede nata
dall’esperienza di una relazione che le ha dato vita. Per questo la morte di
Gesù, per lei, non è soltanto la morte di un maestro: è il crollo di ciò che
era diventato vitale, il venir meno di una parola che aveva nutrito la sua
coscienza, il silenzio improvviso di colui nel quale aveva scoperto una libertà
nuova.
Forse
proprio qui si rivela la differenza tra un discepolato vissuto in superficie e
un discepolato custodito nella profondità. I Dodici avevano seguito Gesù,
avevano ascoltato le sue parole, avevano visto i suoi gesti; eppure, nell’ora
della prova, molti di loro si disperdono. Pietro rinnega, Giuda tradisce, gli
altri fuggono. Non si tratta di giudicarli dall’alto, ma di riconoscere quanto
sia fragile il cammino quando la relazione con il Maestro non scende fino al
cuore, quando le attese personali restano più forti della novità del Vangelo.
Penso,
allora, a quei dialoghi sotterranei e negativi che possono nascere anche tra i
discepoli mentre seguono Gesù. Quando il suo messaggio non corrisponde alle
aspettative, quando il Regno non prende la forma desiderata, quando il Maestro
non conferma i nostri progetti, può insinuarsi la tentazione di parlare tra noi
contro di lui, di indebolire la fiducia, di mettere in circolo parole che non
generano vita. Le parole negative, quando vengono coltivate, scavano lentamente
dentro il discepolato, fino a renderlo incapace di restare nell’ora decisiva.
Maria
Maddalena, invece, rimane. Rimane presso il sepolcro, rimane nel pianto, rimane
nella domanda. Non fugge dalla notte. Non riempie l’assenza con discorsi vuoti.
Sta lì, là dove l’amore l’ha condotta. E proprio in quel luogo di povertà,
quando non possiede più nulla, ascolta di nuovo la voce che la conosce. Nel suo
voltarsi, nel suo dire «Rabbunì!», si nasconde la vera essenza del discepolato:
entrare in una dimensione nuova della vita personale, alimentata da amore,
attenzione, memoria, fedeltà e parole vere.
Essere
discepoli e discepole significa cibare la propria coscienza di parole che sanno
di amore e di libertà. Significa lasciarsi raggiungere da una voce che non
umilia, non possiede, non usa, ma restituisce ciascuno a sé stesso e alla
propria vocazione. Significa permettere al Vangelo di entrare non solo nelle
idee, ma nel modo di guardare, di ascoltare, di parlare, di stare accanto agli
altri. Il discepolato vero nasce quando la parola di Gesù diventa così intima
da poterci raggiungere anche nella notte, anche nel pianto, anche quando non lo
riconosciamo più.
È
questo il cammino che cerco in me e che desidero riprodurre nel mio ministero:
non un ministero fatto anzitutto di programmi, di urgenze o di parole
consumate, ma di relazioni capaci di custodire la vita; un ministero che sappia
dedicare tempo, ascoltare in profondità, chiamare per nome, riconoscere le
ferite e attendere i tempi dell’altro. Perché il Vangelo continua a nascere
così: nella notte di qualcuno, attraverso una voce che ama, e in un nome
pronunciato con tale verità da far voltare il cuore verso il Risorto.


