Robert Louis Wilken
Ilario
di Poitiers Sosteneva che l'ordine spirituale della
scrittura è preservato negli eventi. La Bibbia è molto vasta e disorienta se
presa semplicemente come un libro, come chiunque può constatare cercando di
leggerla tutta, dal primo capitolo della genesi. Nondimeno, il nocciolo della
sua narrazione è abbastanza facile da riassumere. È la storia, per usare il
gergo della teologia medievale, di un'uscita da Dio e di un ritorno a Dio.
Ireneo la ricapitola così:
e
questa è la disposizione e l'ordinamento della nostra fede. Dio, padre,
increato, illimitato, invisibile, un solo Dio, creatore di ogni cosa: questo è
il primo articolo della nostra fede. E il secondo articolo è questo: il verbo
di Dio, il figlio di Dio, il signore nostro Gesù Cristo, che è apparso ai
profeti. È egli che alla fine dei tempi, per compiere e comprendere ogni cosa,
si è fatto uomo tra gli uomini, visibile e tangibile, per distruggere la morte
e manifestare la vita, e per operare la Comunione e l'unione di Dio e dell'uomo.
Il terzo articolo è questo: Lo Spirito Santo, per virtù del quale i profeti
hanno profetato e i padri sono stati istruiti nella scienza di Dio e i giusti
sono stati guidati nella via della giustizia; il quale, alla fine dei tempi, si
è diffuso in modo nuovo sull'umanità, per tutta la terra, rinnovando l'uomo per
Dio.
La
sintesi di Ireneo ricorda quello che sarebbe poi diventato il simbolo
apostolico. Ai suoi tempi non esisteva un credo vero e proprio: nel battesimo i
catecumeni rispondevano a una serie di domande che avevano la forma di una
semplice dichiarazione di fede cristiana, o regola di fede: credi tu in Dio
padre onnipotente? Credi tu in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro signore?
Credi tu nello Spirito Santo? Questa regola di fede aveva una struttura trinitaria
virgola che identificava Dio attraverso ciò che era registrato nelle scritture:
la creazione del mondo, l'ispirazione dei profeti, l'incarnazione di Cristo, la
venuta dello Spirito Santo. La regola di fede, che era ricavata dalla Bibbia, a
sua volta si riverberava sulla Bibbia come chiave della sua interpretazione. In
pratica, però, finì per staccarsi dalla scrittura per divenire una professione
di fede trasmessa dalla tradizione e recitata nel battesimo durante la liturgia
Pasquale. Un arco di comprensione univa la pratica della Chiesa e ciò che si
leggeva nella scrittura.
Anche
se l'evento centrale che fa da collante al racconto biblico è l'avvenuta di
Cristo, la sua morte la sua risurrezione, Ireneo colloca sempre la venuta di
Cristo sullo sfondo della creazione. Tra le sue espressioni predilette troviamo
il binomio rinnovare e restaurare, ispirandosi a San Paolo della lettera agli Efesini,
egli sostiene che Cristo ha ricapitolato o accentrato in sé l'umanità di tutti:
quando si incarnò e divenne uomo, ricapitolò in sé stesso la lunga storia degli
uomini, procurandoci in compendio la salvezza, affinché recuperassimo in Cristo
Gesù ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè l'essere è a immagine e somiglianza
di Dio.
Anche
se Ireneo sostiene che quello che si era perso in Adamo è stato riguadagnato in
Cristo, suggerendo che la redenzione sia un ritorno a uno stato originario,
egli ha cura di precisare che la perfezione portata da Cristo non era mai
stata concessa ad Adamo. Adamo era solo un fanciullo, che per
raggiungere la piena perfezione doveva crescere e diventare uomo maturo. Dal
punto di vista di Ireneo, la caduta è una tappa necessaria al raggiungimento
della maturità, e l'intera storia dell'umanità è un lungo cammino che porta
dall'infanzia alla condizione adulta. Cristo non ha solo ripristinato quello
che era andato perduto con la caduta: ha anche portato a compimento quello che
era parziale e incompiuto.
Così
la Bibbia è orientata verso un futuro che si va compiendo. Cristo, secondo Ireneo,
non solo ricapitola tutte le generazioni precedenti, ma anche porta con sé
l'ordinamento futuro del genere umano. Per ribadire un punto già toccato, la
Bibbia cristiana inizia dal principio e si conclude con un fine che non è
annullamento. I suoi ultimi capitoli, contenuti nell'apocalisse, descrivono la
città di Dio, e Ireneo conclude la sua opera contro gli gnostici con la visione
della restaurazione finale di tutte le cose punto si volge indietro all'intera
storia biblica, cita San Paolo, affermando che verrà un tempo in cui la
creazione sarà libera dal vincolo della corruzione, e menziona:
il solo e medesimo Dio padre, che ha plasmato
l'uomo e ha promesso l'eredità della terra ai padri, che la darà alla
resurrezione dei giusti e porta a compimento le promesse nel Regno del suo
figlio e poi offre, paternamente, quei beni che occhio non vide e ora occhio
non udì né salirono il cuore dell'uomo, cosicché quel giorno Dio sarà tutto in
tutti.
La
Scrittura per Ireneo è fondamento e colonna della nostra fede. Se si manipola
la Bibbia in nome di un programma teologico che le è estraneo e si ricompongono
i testi in modo arbitrario come fanno gli gnostici, le Sacre Scritture restano
un libro chiuso e non si può trovare la verità a partire da esse. Senza
un'intuizione della trama che ne collega le parti, la Bibbia è vuota dissenso
come un mosaico le cui tessere siano state ricomposte a casaccio, senza
rispetto il disegno originario, o come un poema costruito rimescolando i versi
dell'iliade e dell'odissea e poi sostenendo che il risultato sia ancora un
poema omerico. In Clemente di Alessandria lo schema biblico è implicito,
suggerito qui da una parola e là da una frase; in Ireneo è posto in primo
piano. L'approccio di Ireneo all'interpretazione della Bibbia ebbe un tale
successo che influenzò tutte le interpretazioni successive pronto che si legga
Attanasio contro Ario, Agostino contro Pelagio o Cirillo di Alessandria contro Nestorio,
tutti danno per scontato che i singoli passi vadano letti alla luce della
narrazione che dà senso a tutto l'insieme.
Nei
sermoni come nelle opere teologiche, nelle preghiere come nei commentari ai
libri della Bibbia, il nucleo dell'esposizione, l'ordinamento della nostra
fede, per usare un'espressione di Ireneo, pervade il pensiero cristiano su Dio,
Cristo, il mondo, l'umanità, la chiesa, la vita morale e spirituale. Secoli
dopo, quel nucleo fu espresso un'esemplare chiarezza e concisione da Ugo di
San Vittore, un Monaco vissuto nella Parigi del medioevo:
L'argomento
di tutte le divine scritture sono le opere di restaurazione dell'umanità.
Perché due sono le opere in cui è contenuto tutto quello che è stato fatto
punto la prima è l'opera di Fondazione; la seconda, quella di restaurazione.
L'opera di Fondazione è quella che fa esistere le cose che non erano. L'opera
di restaurazione è quella che fa tornare in buono stato le cose che sono state
guastate. Perciò, la creazione del mondo in tutti i suoi elementi fu opera di
Fondazione. L'incarnazione del verbo con tutti i suoi sacramenti, quelli
esistiti dal principio dei tempi e quelli venuti in seguito fino alla fine del
mondo, e opera di restaurazione.
L’inevitabile
dell'allegoria
L’Impero
Romano espresse una cultura della retorica, una società innamorata della
parola, in particolare della parola parlata. Perfino gli scambi di lettere tra
conoscenti erano occasioni per dare prova di virtuosismo espressivo. Il
destinatario non mancava di leggere la missiva agli amici perché ne Gustassero
la musicalità, il lessico, le immagini. La maggior parte dei padri della Chiesa
aveva dimestichezza con la retorica e con l'oratoria, oltre a condividere la
passione romana per la parola. Nei primi scritti e sermoni cristiani, sono le
parole della Bibbia a supportare le idee. Si parte da un passo particolare, poi
una parola di quel passo rinvia ad altri passi, a volte prevedibili, a volte
inattesi; le parole di questi passi, a loro volta, danno forma sensibile al
pensiero dell'autore.
Tale tecnica è debitrice soprattutto verso San
Paolo. Per esempio, in romani 10 egli cita Isaia 53,1: Signore chi ha
creduto a quello che ha udito da noi? La parola udito suggerisce che
qualcosa sia stato detto, e San Paolo afferma che quello che è stato udito
proviene dalle parole di Cristo. A sua volta questo gli rammenta il vocabolo
parole del Salmo 19: per tutta la terra si diffonde la loro voce, e ai
confini del mondo le loro parole. Così, anche se il Salmo celebra i cieli
che narrano la gloria di Dio e afferma semplicemente che non vi è linguaggio e
non vi sono parole, San Paolo lo interpreta come riferito agli Apostoli, che
escono nel mondo a predicare la parola del Vangelo. La sua interpretazione si
discosta dal significato puro e semplice del Salmo; ciò nonostante, essa ha
trovato posto nella preghiera cristiana. Ancora oggi la lettura del Salmo 19 è
una delle preghiere della Chiesa nei giorni in cui si commemora un apostolo. In
epoca moderna si è raggiunto un certo consenso tra gli studiosi della Bibbia,
sulla tesi che le parole hanno un solo senso e che il compito dell'esegesi
biblica consiste nel determinare il significato originario dei termini biblici.
Ma i padri della Chiesa danno spesso come scontato che le varie parti della
Bibbia abbiano più di un senso e che quello più non sia il più pregnante.
Origene
è il primo pensatore cristiano a occuparsi direttamente del modo in cui i
cristiani debbano interpretare l’A.T. In un'omelia sul libro dell'Esodo egli
osserva che San Paolo ha indicato ai cristiani come la chiesa raccolta tra i
gentili debba interpretare i libri della legge. Il testo da lui scelto come
esempio è il capitolo 10 della prima lettera ai corinzi, dove Paolo
afferma:
non
voglio che ignoriate o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube,
tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella
nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la
stessa bevanda spirituale; bevevano infatti da una roccia spirituale che li
accompagnava e quella roccia era il Cristo.
L'interpretazione Paolina dell'Esodo e della
peregrinazione degli ebrei nel deserto differisce, secondo Origene, dal senso
letterale del testo. Quello che gli ebrei interpretavano come oltrepassare il
mare, egli scrive, Paolo lo chiama battesimo, è quella che prendevano per una
nube, Paolo dice che era lo Spirito Santo. Tuttavia, Paolo chiama in causo solo
pochi passi, e l'Antico Testamento è molto lungo. Perciò Origene
propone che i pochi esempi offerti da Paolo siano presi a modello dai cristiani
per intendere il resto dell'Antico Testamento. Essi non dovranno fare altro che
rammentare quello che hanno appreso da Paolo, e applicarlo ad altri passi. Lo
stesso ragionamento fa Agostino virgola che pure cita la prima la
prima lettera ai corinzi capitolo 10: spiegando un passo, Paolo ci mostra come
interpretare gli altri.
La
questione dell'allegoria, cioè dell'interpretazione spirituale della
Bibbia, è di gran lunga troppo vasta perché si possa affrontare in
poche pagine. Ma l'approccio adottato dalla chiesa primitiva ci aiuta a capire
perché i 70 abbiano finito con l'avere tanta importanza per il pensiero
cristiano. Con l'aiuto dell'allegoria i cristiani hanno imparato a
leggere la Bibbia come un unico libro su Cristo. Parlando dell'esegesi
patristica dell'antico testamento Henri de Lubac ha scritto:
Gesù
Cristo è la fonte dell'unità della scrittura, perché è il punto di arrivo e la
pienezza della scrittura. Tutto nella scrittura è collegato a lui punto alla
fine, egli ne è il solo oggetto. Perciò ne è anche, per così dire, la sola
esegesi.
In
breve, Cristo è l'argomento dell'interpretazione biblica. In questa
prospettiva, le parole della scrittura sono i segni dati alla chiesa per la
comprensione del mistero di Dio incarnatosi nella persona di Gesù Cristo. Solo
se si conosce l'argomento della scrittura, le sue parole appariranno
comprensibili. Scrive Sant'Agostino:
se infatti l'anima conoscesse solo l'esistenza
di una parola e non sapesse che essa significa qualcosa, non cercherebbe più
nulla una volta percepito, con la sensazione, per quanto le era possibile, il
suono sensibile.
Pochi
esempi possono bastare. Il verbo latino adharere, stare vicino, non
staccarsi da, compare continuamente negli scritti di Agostino. Proviene dal
Salmo 73,28. Il mio bene è stare vicino a Dio. Questa sola parola, stare
vicino, adharere, non esprime forse tutto quello che l'apostolo dice
dell'amore? Chiede Agostino. Nessun'altra parola biblica gli sembra
rappresentare così bene l'intero mistero della fede. Tuttavia,
l'interpretazione agostiniana di adharere non può essere ricavata
direttamente dal testo del Salmo 73. Agostino spiega il verso alla luce della
promessa nel libro del Levitico: camminerò in mezzo a voi sarò vostro Dio e
voi sarete il mio popolo (Lv 26,12). Già San Paolo, nel nuovo testamento
aveva collegato le parole del levitico e il patto con Dio (2 Cor 6,14.7,1). Sulle
orme di Paolo, Agostino scrive:
questo
passo, sarò vostro Dio, del Levitico è la ricompensa della quale il salmista
parla nella sua preghiera: il mio bene è stare vicino a Dio. Non ci può
essere maggior bene, maggiore felicità che questa: vivere per Dio, vivere da
Dio, che è la sorgente della vita e nella cui luce vedremo la luce. Di quella
luce Dio stesso dice: questa è la vita eterna, che conoscano te l'unico vero
Dio e colui che tu hai mandato Gesù CristoGv 17,3). Questa è la sua promessa
coloro che lo amano: che accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi
ama. Chi mi ama sarà amato dal padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a
lui (Gv 14, 21).
Per
Agostino il Salmo 73,28 ricorda la Parola di Dio agli ebrei nel Levitico e
anticipa le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Il versetto invita a una
spiegazione trinitaria; in effetti la richiede, perché solo grazie alla discesa
dello Spirito Santo gli uomini possono amare Dio ed essergli vicini. A sostegno
della sua interpretazione Agostino cita romani 5,5: l'amore di Dio è stato
riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che c'è stato dato. Qui
l'amore è inteso da Agostino come il nostro amore per Dio, perché è solo per
mezzo dell'amore dato dallo Spirito Santo che possiamo stringere un patto con
Dio. Oltre ai comandamenti che spiegano come vivere, ogni uomo riceve anche lo
Spirito Santo, grazie al quale crescono nella sua anima la gioia e l'amore per
Dio, bene supremo e immutabile e può accendersi nel suo cuore l'impulso a stare
vicino al suo creatore, mentre è sollecitato nella mente ad avvicinarsi allo
splendore della vera luce, e così ricevere dalla fonte del suo esistere il solo
vero benessere.
Per
Agostino e per gli altri antichi interpreti cristiani, il significato del Salmo
73 non può essere che trovato analizzando la nozione di stare vicino
nella sua forma biblica ebraica o greca, o ricostruendo il contesto storico in
cui il Salmo fu scritto. Sei il Salmo 73 fu scritto per la nostra istruzione,
deve essere interpretato anche alla luce di quello che sappiamo di Dio grazie
alla sua rivelazione in Cristo e all'invio dello Spirito Santo. Con l'esegesi
gli interpreti cristiani scoprono nelle parole e nelle immagini della
scrittura, i segni dati da Dio, le cose che si celebrano nella liturgia della
Chiesa, si ascoltano nella predicazione, si imparano nella catechesi e si
proclamano nella professione di fede.
L'interpretazione
riguarda il contesto. In quanto moderni, siamo così abituati a immaginare il
contesto come letterario o storico, da dimenticare che le parole della
scrittura ci arrivano in molti modi. Pensiamo a come ci colpisce diversamente
un versetto a seconda che sia cantato o recitato nella liturgia. Per esempio,
nella colletta della liturgia di San Marco, subito prima della lettura iniziale
viene recitato il Salmo 43,3: manda la tua verità e la tua luce. Nel Salmo la
frase fa parte di una preghiera per la salvezza, ma nella liturgia fa da
introduzione alla lettura della Bibbia.
Osserva
Paul Ricoeur che la liturgia è generatrice di un noi nuovo, essa crea un
contesto di significato diverso da quello storico o letterario. Quando il testo
è ritualizzato nel suo nuovo contesto, ha luogo uno scambio tra le parole del
testo e l'azione liturgica. Come afferma Ricoeur: si produce così uno scambio
tra il rito e il poema. Il primo apre al secondo lo spazio del mistero
sacramentale, il secondo fornisce al primo la pertinenza di una parola
appropriata. Le verità teologiche e le realtà spirituali conosciute e vissute
dentro la chiesa investono le parole della Bibbia con significati che sono
altri, cioè allegorici, rispetto al senso originale, ma col tempo diventano ciò
che il testo significa. Qualunque sia stato il significato originario del Salmo
19 ora esso è indiscutibilmente un Salmo sugli apostoli così come il Salmo 22 è
un Salmo sulla passione di Cristo.