Paolo Cugini
In verità, in verità io
vi dico: uno di voi mi tradirà (Gv 13,21).
Udite,
figli dell'abbandono e della polvere.
Guardate
il Maestro: Colui che ha intessuto il Suo tempo con le fibre fragili
dell’amicizia, Colui che ha investito l’Eterno nel recinto stretto delle
relazioni umane. Egli non ha cercato angeli, ma ha chiamato a sé il fango. E in
quel fango, ha visto scorrere il veleno del tradimento e l’ombra
gelida del rinnegamento.
Perché
meravigliarsi se colui che mangiava il Suo pane ha venduto la Luce per trenta
monete? Perché stupirsi se la Roccia, l’eletto al comando, si è sbriciolata tre
volte sotto il peso di una domanda?
Ecco
la profezia della nostra carne: noi non siamo che carenza. Siamo cercatori
di specchi che chiamiamo amori, tessitori di lacci d’interesse camuffati da
gratuità. Siamo schiavi di una fame esistenziale che ci spinge a tradire ciò
che amiamo pur di non perdere noi stessi. Ma il Mistero sussurra una verità più
profonda.
Gesù
sapeva. Egli non è stato vittima dell’ignoranza umana, ma complice del nostro
destino. Ha permesso il bacio di Giuda e il pianto di Pietro perché sapeva che
la natura deve compiere il suo corso di tenebra prima di esplodere in luce.
Egli ha lasciato che gli elementi della terra facessero il loro scempio,
perché l’uomo non si ferma finché non ha consumato fino all’ultima goccia
la propria ignoranza.
Noi
dobbiamo guardare in faccia il nostro nulla. È questa la soglia sacra.
Finché l'uomo non tocca il fondo della propria miseria, finché non vede la
propria impotenza riflessa negli occhi di chi ha tradito, non può nascere lo
Spirito. Gesù ha lasciato che il peccato accadesse non per condannare, ma per svuotare
il calice dell’ego, affinché l'anima, finalmente nuda e tremante, potesse
accogliere l'Unico Amore che non chiede, ma dona.
E
allora, guardiamo il miracolo del dopo. Il rinnegatore non è stato scacciato,
ma cercato. Il tradimento non è stato l'ultimo capitolo, ma il prefazio di una
nuova creazione. Pietro, polvere calpestata dal proprio fallimento, risorge
come guida. I "figli del tuono", consumati dal fuoco della loro
rabbia, diventano padri di tenerezza.
Gesù
è l’Amore che non ripara le crepe, ma le abita per farne sorgenti. Egli
trasforma il fango in cristallo attraverso il calore della Sua presenza. Non
temiamo il nostro vuoto, non fuggiamo dal nostro tradimento: è lì, nel cuore
della nostra nullità, che il Mistero sta preparando la nostra trasfigurazione.
La
storia non finisce nel buio del Getsemani. La storia inizia quando, incontrando
il Risorto, comprendiamo che siamo stati amati proprio mentre eravamo
imperdonabili. Questo è il Verbo che libera: lasciarci trasformare dal Dio
che ha scelto di restare quando tutti sono fuggiti.