Paolo Cugini
C’è,
nel fondo oscuro di ciascuno di noi, un bisogno profondo di sicurezza. Non è un
desiderio superficiale, né una semplice richiesta di ordine: è una fame antica,
quasi notturna, che sale dalle zone più fragili della nostra umanità. La
portiamo dentro come un’inquietudine silenziosa, come un tremore che non sempre
sappiamo nominare, ma che accompagna i nostri passi quando il mondo ci appare
troppo vasto, troppo plurale, troppo difficile da abitare.
La
nostra umanità è fragile. Si espone alla molteplicità del reale e, proprio lì,
avverte di potersi perdere. Il mondo non si lascia ridurre a una sola forma, a
un solo linguaggio, a una sola interpretazione. È fatto di differenze,
contraddizioni, volti, storie, ferite e promesse. Abitarlo significa accettare
di non possederlo, di non dominarlo, di non chiuderlo dentro una formula
definitiva. Ma questa apertura ci spaventa. La pluralità del mondo ferisce il
nostro bisogno di controllo e ci costringe a riconoscere che non siamo padroni
della realtà.
Per
questo, spinti dall’istinto di sopravvivenza, cerchiamo punti di riferimento
stabili. Abbiamo bisogno di luoghi interiori in cui riposare, di parole certe,
di segni riconoscibili, di confini che ci proteggano dall’indeterminato. Quando
però questa stabilità non la troviamo nella realtà, perché la realtà si
presenta mobile, variegata e irriducibile, allora siamo tentati di inventarla.
Modifichiamo i dati del reale a nostro piacimento, li semplifichiamo, li
pieghiamo alle nostre paure, li costruiamo secondo immagini capaci di
rassicurarci.
Nasce
così una tranquillità fragile, perché fondata su un artificio. È una pace
apparente, una sicurezza fabbricata, una falsificazione che ci permette di
respirare solo per un momento. Ma la realtà, prima o poi, torna a bussare. La
sua pluralità rientra dalle fessure delle nostre difese, smentisce le nostre
costruzioni, incrina le nostre certezze. E allora dentro di noi si apre uno
scontro: da una parte la tranquillità che ci siamo costruiti, dall’altra il
mondo vivo, complesso, eccedente, che continua a provocarci inquietudine.
Questo
dato antropologico tocca anche la dimensione religiosa. L’essere umano,
infatti, può arrivare a costruire il sacro come difesa contro l’inquietudine.
Non sempre il sacro nasce dall’ascolto del mistero; a volte nasce dalla paura
del mistero. Diventa allora una barriera, una struttura, un sistema di segni
con cui tentiamo di fermare il divino, di renderlo prevedibile, di impedirgli
di entrare nel mondo con la sua libertà sconvolgente.
Il
processo di sacralizzazione del fenomeno divino si colloca precisamente su
questa linea: l’uomo cerca tranquillità, non coinvolgimento; cerca conferme,
non conversione; cerca un Dio che custodisca le sue sicurezze, non un Mistero
che le metta in discussione. Per questo l’uomo religioso sente spesso il
bisogno di segni concreti, di elementi visibili, di garanzie esteriori che
suppliscano alla certezza che non trova dentro di sé. Il segno diventa allora
rifugio, il rito diventa protezione, la forma diventa argine contro l’angoscia.
In
questa prospettiva la presenza di Gesù appare come un dato profondamente
inquietante. Gesù non viene a confermare le nostre sicurezze artefatte, ma a
smascherarle. Non entra nella storia per custodire le nostre costruzioni
religiose, ma per aprire una novità che le supera. La sua presenza è come una
luce nella notte: consola, ma prima ancora rivela; illumina, ma proprio per
questo mostra le ombre che avevamo imparato a nascondere.
Accogliere
la novità del mistero manifestato da Gesù significa dunque spogliarsi delle
proprie precomprensioni culturali e religiose. Significa rinunciare alle
certezze costruite falsificando la realtà, lasciando che sia la realtà stessa,
nella sua verità, a raggiungerci. Gesù non è un’aggiunta decorativa alle nostre
convinzioni, non è un rattoppo posto sopra il vestito vecchio delle nostre
abitudini. Egli è la realtà nuova, la presenza che chiede spazio, l’irruzione
di Dio che non può essere imprigionata nei nostri schemi.
Per
questo il Vangelo parla di vino nuovo e di otri nuovi. Il vino nuovo non può
essere versato in contenitori vecchi senza spezzarli: la novità portata da Gesù
domanda persone nuove, coscienze aperte, cuori capaci di lasciarsi dilatare.
Non basta conservare ciò che siamo e aggiungere un po’ di religione alla
superficie della vita. Occorre permettere al mistero di trasformare la
struttura profonda del nostro modo di pensare, di credere, di abitare il mondo.
La
notte, allora, non è soltanto il luogo della paura. È anche il luogo in cui
cadono le illusioni e si impara ad attendere una luce non fabbricata da noi.
Nel buio delle nostre false sicurezze, Gesù viene come novità inquietante e
liberante. Ci chiede di non difenderci dal mondo, ma di attraversarlo; di non
sacralizzare le nostre paure, ma di lasciarle guarire; di non costruire un Dio
a nostra misura, ma di accogliere il Dio vivo che entra nella storia e apre,
dentro di noi, lo spazio di una vita nuova.


