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martedì 23 maggio 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLI 20-21




[Annotazioni Paolo Cugini]

 

Iniziamo il capitolo 20 dove la protagonista è una donna: Maria di Magdala. In Luca nello stesso episodio ci sono le tre le donne, più un numero imprecisato di altre donne; in Marco ci sono tre donne; in Matteo due donne, ma l’unica cosa in comune di questi racconti è che in tutte le quattro narrazioni è sempre presente la figura di Maria di Magdala. Giovanni esclude le altre donne e ci presenta Maria di Magdala.

Per comprendere la narrazione potremmo individuare tre settori: al centro c’è la resurrezione di Cristo che va letta - così l’evangelista la colloca – sia alla luce del libro Cantico dei cantici (è un inno all’amore tra lo sposo e la sposa) e sia alla luce della resurrezione di Lazzaro, che non è altro che un anticipo della resurrezione di Gesù. Precedentemente l’evangelista aveva presentato tre personaggi femminili, che sono le spose di Dio: I) Maria, la madre di Gesù che rappresenta la sposa fedele dell’Antico Testamento, da cui Gesù proviene;

 II) la samaritana, la sposa adultera che lo sposo riconquista con un’offerta d’amore ancora più grande;

III) Maria di Magdala che rappresenta la sposa della nuova comunità.

 L’evangelista situa tutto questo alla luce del Cantico dei cantici ed è pieno di riferimenti. Andiamo al testo poi piano, piano spiegheremo i vari significati. 1 Nel primo dopo il sabato, Maria di Magdala viene di buon mattino, essendo ancora le tenebre, al sepolcro, e guarda la pietra tolta dal sepolcro. Anzitutto il dato cronologico che è anche teologico, il primo dopo il sabato, l’evangelista ci parla di un giorno primo dopo la settimana, il sabato che concludeva la settimana. Il primo dopo la settimana è il numero otto.

Maria di Magdala nei vangeli è la donna leader della comunità e l’evangelista le attribuisce il ruolo di pastore della comunità. Maria di Magdala che abbiamo trovato presso la croce di Gesù, viene di buon mattino ed ecco la prima contraddizione, essendo ancora buio, essendo ancora le tenebre, Giovanni mettiti d’accordo! di buon mattino o è ancora scuro? Abbiamo già visto che l’evangelista non ci dà indicazioni cronologiche, ma teologiche. Le tenebre nel suo vangelo significano la difficoltà di comprendere la novità portata da Gesù; di Gesù dice: che lui è la luce che splende nelle tenebre, quindi quando parla di buio, di tenebre, l’evangelista non sta indicando un momento atmosferico o un’ora del giorno, ma la difficoltà. Le tenebre significano che la comunità è ancora condizionata dall’idea giudaica della morte.

2 Corre allora e viene da Simon Pietro e dall’altro discepolo, l’evangelista ci dice che i discepoli non stanno più insieme. Gesù l’aveva detto: viene l’ora in cui vi disperderete, ciascuno per conto suo. La morte di Gesù ha portato la dispersione del suo gruppo; anziché stare insieme ognuno sta per conto suo. Maria di Magdala è qui … I vangeli hanno valorizzato la figura della donna e quando finalmente la Chiesa lo comprenderà, ci sarà un cambiamento radicale, perché la donna fin ora è stata tenuta in una condizione di inferiorità, in una condizione di sottomissione. L’evangelista rappresenta Maria di Magdala nel ruolo del pastore, di colui che raduna le pecore disperse. In questa comunità non è Pietro che fa il ruolo del pastore, ma è Maria di Magdala e ci farà capire le tensioni che nasceranno nella comunità primitiva, tra gli uomini e le donne. Gli uomini capitanati da Pietro e le donne capitanate da questa donna straordinaria e tra di loro sono scintille.

Nei vangeli apocrifi, che sono meno condizionati dalla teologia, dall’ortodossia, ci son dei quadretti esilaranti che ci fanno capire meglio la tensione che si avverte nei vangeli tra le donne e gli uomini perché Gesù ha dato alle donne una dignità che non conoscevano. Addirittura ha messo le donne ad un livello superiore a quello dei maschi e questo era intollerabile. Negli apocrifi troviamo Pietro che si lamenta con Gesù e dice: Maria di Magdala parla sempre, fa che stia zitta un attimo!

e dice loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e poi all’improvviso parla al plurale, e non sappiamo dove l’hanno posto!” Vedendo la pietra che è stata tolta dal sepolcro, Maria non l’interpreta come doveva essere, un segno di vita più forte della morte, la vita che Gesù ha, non poteva essere chiusa nel regno della morte, ecco perché la pietra è stata tolta. Maria non riesce a vederlo come segno di vita e pensa che qualcuno ha portato via il corpo di Gesù. È interessante che parli al plurale: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto. È lo sconcerto della comunità che è rimasta sconvolta dalla morte di Gesù e ancora più sconvolta dal fatto della resurrezione. L’evangelista in questo quadro ci presenta Maria di Magdala nel ruolo del pastore che raduna i discepoli e prende come immagine i due discepoli presentati sempre in contrasto tra loro.

Chi ha l’esperienza dell’amore di Gesù - avere l’esperienza dell’amore di Gesù significa essere disposti a farsi pane alimento di vita per gli altri, essere disposti a mettersi al servizio degli altri affrontando anche la croce - chi ha questo, arriva prima degli altri e percepisce la presenza del Signore nella sua vita.

che era giunto primo al sepolcro e vide e credette. Già un’altra differenza, l’evangelista ci presenta i due discepoli sempre in opposizione tra loro: in opposizione alla cena dove uno era intimo di Gesù e l’altro rifiuta di farsi lavare i piedi; in opposizione alla cattura dove uno segue Gesù e l’altro lo tradisce e anche alla resurrezione sono in opposizione, entrambi vedono, ma uno solo, il discepolo anonimo e vide e credette. Se entrambi i discepoli scorgono i teli di lino che sono il segno della vita, solo del discepolo che è giunto per primo si dice che credette. Quel discepolo intimo nella cena, vicino alla croce, comprende per primo i segni della vittoria della vita sulla morte.

10 I discepoli ritornarono dunque di nuovo da loro. Stranamente i discepoli non vanno ad annunziare agli altri quanto hanno sperimentato. L’evangelista ci vuole fare capire e introdurrà la scena seguente, che per testimoniare la resurrezione di Gesù, non basta vedere un sepolcro vuoto e sapere che Gesù è vivo, bisogna sperimentarlo presente, come avverrà per Maria, nella scena che adesso vedremo. L’evangelista la cura in maniera particolare ed è importantissimo perché l’evangelista non è interessato soltanto alla resurrezione di Gesù, ma è interessato alla nostra resurrezione e a quella dei nostri cari.

13 Ed essi le dicono: “Donna - si rivolgono a Maria esattamente come Gesù l’aveva chiamata. Donna significa moglie, sposata, donna perché piangi?” Non è una richiesta volta a sapere perché piange, è una indicazione sull’inutilità del pianto. Dice loro: “Hanno preso il mio Signore e non so dove l’hanno posto.” Maria è talmente condizionata dall’idea della morte che continua ancora a pensare ad una scomparsa da parte di Gesù e il suo pianto non è tanto legato alla morte, ma alla sparizione del cadavere di Gesù.

14 E detto questo, ecco l’indicazione preziosa, catechetica per la comunità. Maria piange e guarda verso il sepolcro. Nonostante veda gli angeli che le dicono l’inutilità del pianto: perché piangi? Maria continua a piangere, ma incomincia la conversione. E detto questo si voltò indietro. Maria comincia a non guardare più verso il luogo della morte, comincia a guardare indietro e vide Gesù che stava in piedi, ma non sapeva che era Gesù. Vede Gesù, ma non sa che è Gesù. Com’è possibile? L’evangelista vuole dirci che questo è importante per noi, per entrare in comunione con un mondo che ci circonda, che però noi non riusciamo a vedere. L’altra volta l’evangelista ci invitava ad avere non soltanto la vista fisica, ma la vista della fede. Maria vede Gesù che è vivo, ma non sapeva che era Gesù. Era talmente forte l’idea della morte come fine di tutto che, pur vedendo Gesù, non lo vede. Questo per noi è molto importante e più volte lo abbiamo detto in questi incontri, la morte non interrompe la vita delle persone, ma permette loro di continuare in una forma nuova, piena, definitiva.

15 Le dice Gesù: “Donna – esattamente come l’avevano chiamata gli angeli perché piangi? Non è una domanda volta a sapere per quale motivo piangi, sottolinea l’inutilità di piangere: ma che stai a piangere,

poi le chiede Chi cerchi?” È importante. Cerchi un cadavere? Non è lì. Cerca il vivo, cerca Gesù, è la stessa domanda che Gesù ha fatto ai primi discepoli che lo hanno seguito: Chi cercate? ed è la domanda che Gesù ha fatto a coloro che volevano arrestarlo. Essa, pensando che fosse il giardiniere (Giovanni, cosa c’entra adesso il giardiniere?) l’evangelista descrive la scena della nuova creazione, un contesto d’amore che abbiamo visto nel Cantico dei cantici, che parla del giardiniere. Dio aveva creato Adamo nel giardino dell’Eden e lo aveva posto come giardiniere. L’evangelista presenta una nuova creazione con una nuova coppia Gesù e Maria di Magdala,

essa pensando che fosse il giardiniere gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le chiede chi sta cercando, se sta cercando un cadavere o un vivente. Se sta cercando un vivente non può certamente trovare nel luogo dei morti ed ecco il clou del racconto. 16 Gesù le disse: “Maria!” la chiama per nome. Tenete presente la cultura dell’epoca in cui gli uomini erano separati dal mondo femminile gli uomini non rivolgono la parola ad una donna. C’è una netta separazione perché la donna è considerata un essere inferiore. Dice il Talmud: È meglio che tutte le parole della bibbia brucino nel fuoco piuttosto che essere salvate da una donna. Nella tradizione ebraica si diceva che Dio non ha mai parlato con nessuna donna; lo ha fatto una volta, poi si è pentito e da quella volta non ha parlato più.... Se andate a vedere la bibbia è così.

Essa voltatasi – si era già voltata, adesso non è più soltanto un voltarsi fisico, finalmente si orienta verso Gesù, gli disse in ebraico: “Rabbuni!” che significa Maestro! Finalmente Maria quando smette di piangere e quando smette di guardare verso il sepolcro, non solo si volta - qui si volta per due volte, non si deve solo voltare le spalle alla tomba - ma deve orientare se stessa, orientare la sua vita verso il mondo dei vivi, si trova di fronte a Gesù. E lo riconosce chiamandolo rabbunì che non significava soltanto maestro, ma era un termine ossequioso con il quale i rabbini si rivolgevano a Dio stesso. Maria capisce finalmente che in Gesù c’è la pienezza della condizione divina. La prima tra tutti i discepoli. La prima in assoluto a fare questa esperienza della resurrezione.

17 Gesù le dice: “Non trattenermi, perché non sono ancora salito dal Padre, ma va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo dal Padre mio e Padre vostro, Dio mio, Dio vostro.” Vediamo quello che si può capire. Maria finalmente riconosce Gesù vivo e lo vuole trattenere. Gesù rifiuta perché non è alla fine della missione che deve ancora continuare. Rifiuta questo atteggiamento di intimità con Maria perché dice non sono ancora salito dal Padre, ma va dai miei fratelli, per la prima volta Gesù parla dei discepoli come suoi fratelli e dì loro: Io salgo dal Padre mio e Padre vostro, poi dopo Dio mio e Dio vostro. Vediamo di non complicare ancora le cose. Gesù invita i discepoli a non chiamare Padre quello che conoscono come Dio, ma al contrario di chiamare Dio quello che già hanno sperimentato come Padre. È importante, non sono cronache, ma catechismo. Gesù dice: Io salgo dal Padre mio e Padre vostro, quindi viene prima il Padre e soltanto dopo parla di Dio.

18 Viene Maria di Magdala annunziando ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e anche ciò che le aveva fatto. Anche questo va inserito nella cultura ebraica in cui Dio era lontanissimo e stava nell’alto dei cieli, inavvicinabile, era il più lontano dagli uomini. Era circondato da sette angeli che lo lodavano e glorificavano di continuo. Chi erano gli esseri più vicini a Dio? gli angeli, poi c’era tutta una scala: il sommo sacerdote, i sacerdoti, gli uomini e sotto questa scala, escluse, c’erano le donne che erano perciò gli esseri umani più lontani da Dio.

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, il primo dopo il sabato è il giorno ottavo e il numero otto da sempre nella tradizione cristiana, è la cifra che rappresenta la resurrezione di Gesù. Tornando alle beatitudini in Matteo sono otto, e praticandole si ha dentro di sé una vita che è capace di superare la morte. Quindi il numero otto indica la resurrezione. E mentre erano chiuse le porte dove erano i discepoli per paura dei giudei, facciamo un passo indietro, l’ordine di cattura non era solo per Gesù, ma per tutto il gruppo. Quando consegnano Gesù al sommo sacerdote Anania, questo non si cura per niente di Gesù, non gli interessa la sua persona, è stato catturato, adesso vedono di farlo ammazzare in qualche maniera, ma le due domande del sommo sacerdote preoccupato sono sui suoi discepoli e sulla sua dottrina.

venne Gesù, stette in mezzo, siamo alle battute finali del vangelo. Ogni indicazione dell’evangelista è preziosa. Qui l’evangelista costruisce la narrazione sullo schema della liturgia eucaristica. Gesù si presenta, è interessante che in tutta la narrazione l’evangelista eviti il termine “apparizione” o il verbo apparire. Non sono apparizioni, sono “incontri”, non sono situazioni di privilegio che Gesù ha concesso, ma la normale situazione che c’è nella comunità cristiana. Venne Gesù e stette in mezzo, Gesù è al centro della comunità, è importantissimo questo. Gesù quando viene, in tutti i vangeli, si mette al centro perché il rapporto dei componenti con Gesù è identico, non c’è uno al di sopra degli altri.

a loro e disse: “Pace a voi!”. Non è un augurio, Gesù non dice: la pace sia con voi, augurio di pace, ma è un dono. La prima volta che si fa presente ai suoi discepoli, le prime parole che pronuncia, sono parole che vengono accompagnate da un gesto d’amore di un dono: pace a voi! Il termine “pace” nel mondo biblico è molto più ricco del nostro, non significa solo assenza di conflitto, significa tutto quello che concorre alla felicità dell’individuo. Il desiderio di Gesù, le parole che pronuncia alla resurrezione, nell’incontro con i suoi, è un dono di pace e di felicità delle persone, è importante. Anche se dopo tanti anni di pratica del vangelo certe cose le abbiamo imparate, ma abbiamo nel DNA certe tradizioni religiose di una spiritualità listata a lutto, e specialmente in quaresima si sentono parole di tutti i tipi come penitenza, sacrificio, mortificazioni.... Gesù desidera la felicità degli uomini e quando si incontra con i suoi non fa un augurio, ma un dono: siate felici. Non basta la formula verbale!, come si fa ad essere felici? Gesù lo dimostra ed ecco il motivo per cui potete essere felici.

 20 Detto questo, collega quello che aveva detto: pace a voi, è un dono, vi do la piena felicità, la piena pace, detto questo mostrò loro le mani e il costato e i discepoli gioirono nel vedere il Signore. Perché Gesù mostra le mani e il costato e perché i discepoli gioirono nel vedere il Signore? L’amore con il quale Gesù ha dato la sua vita per salvare i suoi discepoli, mentre poteva fare il contrario, (Pietro nell’ultima cena aveva detto: sono pronto a morire per te) non è svanito, ma continua. Gesù resuscitato porta le tracce della sua passione e della sua morte affrontata per amore. Quando Gesù dice ai discepoli pace a voi, non è un augurio, ma è un dono e poi lo dimostra: guardate, vedete l’amore che mi ha spinto a dare la mia vita per voi, rimane, continua.

24 Ma Tommaso, uno dei Dodici chiamato Gemello (Didimo), perché l’evangelista torna ad insistere su questo soprannome di Tommaso? Tommaso di chi è il gemello? Aiutandoci con altri testi non evangelici, ma apocrifi, si deduce che la somiglianza di Tommaso (essere gemello) era con Gesù. In altri testi si parla di Tommaso, il gemello di Gesù. Non gemello in quanto nati da stessa madre, gemello nel senso di assomigliante nel comportamento.

28 Rispose Tommaso e disse: “Mio Signore e mio Dio!”. Non è stato facile per la comunità e per Tommaso. Il crocifisso era considerato un maledetto da Dio. Ebbene Tommaso, nell’uomo che la religione considera maledetto da Dio, vede il suo Dio. Nell’uomo condannato come un malfattore, Tommaso vede il suo Signore. Tommaso non ha bisogno di mettere la mano, il dito, nelle ferite del Signore, ma riconosce in Gesù quel Dio che nessuno aveva mai visto. Qui Giovanni chiude la sua narrazione collegandosi con il versetto finale del Prologo 1,18 quando aveva scritto: Dio nessuno lo ha mai visto, solo il Figlio ce lo ha rivelato.

29 Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che senza aver visto credono!”. È il punto centrale di tutto questo episodio. L’evangelista sta dicendo qualcosa di importante. Non solo la situazione dei credenti di ogni tempo non è inferiore a quella dei discepoli di Gesù che lo hanno visto resuscitato, ma è superiore, perché quanti saranno capaci di credere senza vedere sono proclamati beati, immensamente felici, a differenza di quelli che hanno creduto perché hanno veduto.

CAPITOLO 21

1 Dopo questo, l’evangelista si riferisce all’incontro che Gesù ha fatto prima con i discepoli e poi con Tommaso, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. Lo ripeto: gli evangelisti sono grandi letterati e grandi teologi e non sprecano una virgola nella loro narrazione. Ogni parola che adoperano ha sempre un valore, un richiamo teologico. Qui per la terza volta, - e il numero tre che qui appare, ha sempre il significato di quello che è definitivo, completo - appare il termine Tiberiade.

2 E si manifestò così:, in una maniera particolare, erano insieme Simone Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, quelli di Zebedeo e altri due discepoli. C’è qualcosa che ci sembra strano. Nel brano che precede, Gesù si era manifestato ai discepoli e aveva detto: “Come il Padre ha mandato me così io mando voi”. Gesù li aveva incaricati di andare per il mondo a manifestare il volto del Padre. Un volto di amore dal quale nessuno si sente escluso e questi non hanno nessuna intenzione di farlo. Vedete che sono tornati in Galilea e hanno ripreso le loro occupazioni. L’evangelista fa comprendere la resistenza da parte della primitiva comunità cristiana di andare verso i pagani. Loro pensavano, e questa idea è dura a morire, che Gesù fosse venuto per stabilire il regno di Israele, non hanno ancora capito che Gesù non è venuto a restaurare il defunto regno d’Israele, ma ad inaugurare il Regno di Dio e per il Regno di Dio bisogna andare verso i pagani. Questi non ne hanno nessuna intenzione. L’elenco è di sette discepoli, non compaiono più i dodici; mentre i dodici rappresentavano il popolo d’Israele adesso la nuova comunità, quella della resurrezione è raffigurata dal numero sette che sappiamo indicare la pienezza, la completezza, quindi l’universalità.

3 Disse loro Simon/Pietro: io vado a pescare. Quello che distingue Pietro è la caratteristica di voler essere sempre il leader e di prendere sempre lui le decisioni, trascinando con se tutto il gruppo: io vado a pescare. Gli dissero: veniamo anche noi con te. Quindi Pietro ha questa immagine di leader, di colui che è alla guida del gruppo e tutto il gruppo va con lui. Allora uscirono e salirono sulla barca, ma quella notte non presero nulla. Quando l’evangelista da delle indicazioni, ripeto l’evangelista non sta raccontando un fatto di cronaca, ma sta dando indicazioni teologiche alla comunità, e quando in una comunità l’azione non è comunitaria, non è insieme, ma ha il protagonismo di una persona, è destinata al fallimento.

6 Egli disse loro: gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. L’attenzione dell’evangelista non è tanto sul lato, si sapeva che il lato destro era la parte fortunata, ma l’evangelista non vuole accentrare l’attenzione su questo, ma tanto sulla parola di Gesù; una volta che la comunità accoglie la parola di Gesù e la mette in pratica, la pesca è abbondante. Ma qual è la parte destra? E questo è importante per noi oggi, La gettarono e non potevano più tirarla su per la grande, e qui c’è un termine strano che normalmente non si usa per le cose o in questo caso di pesci, ma soltanto per le persone, l’evangelista dice: non potevano più tirarla su per la grande moltitudine di pesci. Allora l’evangelista ci sta dando delle indicazioni preziose, quando la comunità accoglie la parola di Gesù e in base a questa parola orienta il suo lavoro, la pesca è abbondante e c’è una raccolta di una moltitudine di pesci.

10 Disse loro Gesù: portate un po’ del pesce che avete preso ora Gesù ha già preparato pane e pesce, ma desidera che anche i suoi discepoli portino ancora del pesce. Il pesce che i discepoli portano è il frutto e del loro lavoro e dell’amore di Gesù. L’evangelista sta qui indicando la dinamica dell’Eucarestia. L’Eucarestia è il momento prezioso, importante vissuto dalla comunità, quindi l’amore ricevuto da Dio viene accolto e si trasforma in amore comunicato agli altri.

11 Allora Simon/Pietro salì e trasse a terra la rete piena di 153 grossi pesci e benché fossero tanti la rete non si lacerò. Il verbo ”lacerare” anche questo l’evangelista lo ha adoperato al momento della crocefissione di Gesù quando i soldati si sono spartiti le sua vesti; il mantello indumento esterno era stato diviso in quattro parti, e indicava che il messaggio di Gesù doveva arrivare ai quattro punti cardinali, ma la tunica, scriveva l’evangelista, era tessuta tutta d’un pezzo e i soldati hanno detto: non laceriamola, ma tiriamola a sorte.

12 Disse loro Gesù: venite a mangiare quindi Gesù non dice portatemi da mangiare, ma venite a mangiare. E nessuno dei discepoli osava domandargli: chi sei? perché sapevano che era il Signore. Ormai nell’amore che si fa dono si percepisce la presenza del Signore. Fin dall’inizio l’evangelista ci sta dando delle indicazioni come riconoscere la presenza del Signore. Dove l’amore si fa dono e comunica vita lì c’è la presenza del Signore.

14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, risuscitato dai morti. I conti non tornano: la prima volta a Maria di Magdala; la seconda volta ai discepoli che stavano a porte chiuse; la terza volta di nuovo ai discepoli che stavano a porte chiuse con Tommaso, allora i conti non tornano non è la terza, ma in realtà è la quarta volta, perché? abbiamo detto tante volte: nei vangeli i numeri non hanno mai valore matematico, ma sempre figurato, il numero “3” significa quello che è completo, quello che è definitivo, allora l’evangelista vuol dire: questa è la volta definitiva della presentazione di Gesù.

Gesù dice a Simon Pietro: Simone di Giovanni, e lo chiama esattamente come lo aveva definito all’inizio: tu sei il figlio di Giovanni. Gesù lo chiama Simone di Giovanni. perché questo? Perché Simone era il discepolo di Giovanni Battista, ma non era presente quando Giovanni ha indicato Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Allora lui è rimasto ancora con l’immagine tradizionale del messia vincitore, trionfatore, non quello che dava la sua vita e il suo spirito per il male estirpare, la tenebra che c’è tra gli uomini e Dio.

E gli chiede Simone di Giovanni, mi ami? Il verbo amare adoperato dall’evangelista è il verbo greco agapao da cui deriva la parola che conosciamo “agape”. Agapao è un amore che si dà senza attendere nulla in cambio, è l’amore generoso, è l’amore altruista. Ma Gesù non solo gli chiede se lo ama, ma gli dice: mi ami tu più di tutti questi? Gesù all’unico che lo ha tradito, rinnegato, e che lo vuol seguire, vuol essere un buon leader del gruppo, gli chiede se ha un amore più grande di tutti gli altri. Può rispondere Simone? Lo ha rinnegato, ma non lo ha rinnegato di fronte al sommo sacerdote, lo ha rinnegato di fronte a una servetta nella sera. Nella sera della passione, ricordate, Gesù che è legato come un salame è libero, Pietro che è libero è legato dalla sua paura. Allora Gesù gli chiede: Simone di Giovanni, mi ami tu più di tutti questi? Cosa può rispondere Simone? Gli rispose, Sì, Signore (attenti a quelli che vi rispondono sì signore perché poi vi fregano….) Dice Sì Signore, quindi Gesù gli ha chiesto: mi ami tu più di tutti questi? E lui dice: Sì Signore, quindi significa che lo ama più di tutti questi, ma non può dirlo! Allora dice: tu lo sai che ti voglio bene e l’evangelista adopera il verbo greco “voler bene” che in greco è “fileo” da cui la parola filosofia, filantropia, che significa un bene reciproco: io ti voglio bene perché tu mi vuoi bene. Quindi Pietro non può rispondere né che lo ama, e tantomeno che lo ama più di tutti gli altri, però .. Sì Signore, ti voglio bene, tu lo sai che ti voglio bene! Ebbene Gesù, accetta la risposta di Simone.

Allora gli dice Gesù: nutri i miei agnelli. Qui l’evangelista adopera il verbo che viene tradotto normalmente pascere, ma nutrire si adopera normalmente sia per gli animali che anche per le persone. Nutri i miei agnelli… gli agnelli sono gli elementi più deboli gli elementi più fragili della comunità. Gesù accetta la risposta di Pietro. Mi vuoi bene? Ebbene, il bene che mi vuoi non lo devi dimostrare a me, trasformalo in nutrimento, cioè comunicazione di vita agli elementi più fragili della comunità.

18 In verità, in verità (quando c’è questa affermazione solenne significa qualcosa di molto importante sulla quale Gesù richiama l’attenzione) io ti dico: quando eri più giovane ti mettevi una cintura e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti metterà la cintura e ti porterà dove tu non vuoi. Le indicazioni che ci dà l’evangelista con questa frase di Gesù possono alludere al supplizio della croce, proprio quello che Pietro aveva cercato di evitare per il suo maestro. Perché? Perché non era semplicemente una condanna a morte, ma era una tortura terribile riservata secondo la bibbia ai maledetti da Dio.

19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. L’evangelista contrappone due cose che ci possono sembrare contrastanti: la morte e glorificare Dio. A Simone che si era dichiarato disposto a morire per Gesù (ricordate: sono pronto a sacrificare la mia vita per te) il Cristo risuscitato non lo invita a dare la vita per lui, ma a morire come lui. E perché l’evangelista.

22 Gesù gli dice: se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? E di nuovo con forte incisività: Tu segui me. Non è stato facile per Gesù. Pur avendo finalmente invitato a seguirlo, questo si volta ancora indietro e addirittura adesso che Gesù lo invita a seguirlo cerca di sgomitare, di farsi spazio, vuole un rapporto particolare. Ma con Gesù, e lo abbiamo visto nei racconti precedenti degli incontri di Gesù con la sua comunità, la particolarità di Gesù nella comunità è che Gesù ogni volta che si manifesta ai suoi viene definito che sta in mezzo oppure al centro. E’ importante questo, se Gesù si colloca in una determinata posizione questo crea una gerarchia. Se Gesù si colloca in alto crea una gerarchia che nella misura che sono in rapporto con lui sono diversificate, è chiaro che il numero uno è quello più vicino a Gesù.

sabato 15 aprile 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLO 16

 

 


[Annotazioni di Paolo Cugini]

 

Iniziamo il capitolo 16, il capitolo più difficile di tutto il vangelo di Giovanni, dove al versetto 18 i discepoli dicono di Gesù: non capiamo cosa vuol dire.

1 Questo vi ho detto perché non siate scandalizzati. Che cosa Gesù ha detto che rischia di scandalizzare? Scandalizzare significa inciampare, cadere. Cosa ha detto Gesù ai suoi discepoli, nel capitolo 15, che può portare in loro sconcerto? Per la prima volta ha parlato dell’odio del mondo. Finora aveva parlato dell’odio del mondo nei suoi confronti. In Giovanni, nel mondo, non si intende il creato, ma il sistema sul quale si basa la società che vede in Gesù un pericolo alla sua sussistenza. Gesù è venuto ad inaugurare il regno di Dio, che si propone non una realtà ultraterrena, non un aldilà, ma una società diversa. Questa società, secondo Gesù, è basata sui tre verbi maledetti dell’avere del salire e del comandare, lui si propone di creare una società diversa, il regno di Dio dove al posto dell’avere ci sia il condividere; al posto della brama di salire sopra gli altri ci sia lo scendere, il mettersi accanto agli ultimi e anziché il comandare ci sia il servire.

2 Espulsi dalle sinagoghe vi faranno; anzi verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio. Espulsi dalle sinagoghe vi faranno, l’evangelista per le attività di Gesù adopera, in maniera per noi un po’ pedante, sempre il verbo fare (e i traduttori cercano di cambiare i verbi), perché il verbo fare è quello adoperato nel libro del Genesi per indicare l’azione creatrice di Dio. Dio fece il sole e la luna, Dio fece il mare… e l’evangelista vede in Gesù il proseguimento dell’azione creatrice del Padre. Tutto quello che Gesù fa, tutto quello che dice è in funzione di questo. Il Padre è il creatore che ha creato l’uomo, ama le sue creature e le difende a oltranza e tutto quello che Gesù fa è in funzione della comunicazione nella vita. Quello che l’istituzione religiosa fa (ecco perché il verbo fare) è in funzione della morte, di togliere la vita. La prima cosa che Gesù dice è che saranno espulsi dalle sinagoghe che non significa essere cacciati da un luogo di culto (e non sarebbe neanche un danno), ma è la morte civile.

3 E faranno ciò perché non hanno conosciuto (non hanno mai conosciuto) il Padre né me. All’inizio del prologo Giovanni aveva escluso che qualcuno avesse conosciuto Dio: 5 Dio nessuno l’ha mai visto, solo il Figlio ne è stata la rivelazione. Rifiutando il Figlio, non arrivano a conoscere chi è Dio. Mentre Dio è il nome specifico per tutte le religioni, Padre è il nome caratteristico della comunità cristiana; mentre in nome di Dio si può togliere la vita, in nome del Padre si può soltanto donare la propria. Quello che Gesù sta denunciando è terribile. Sta parlando delle autorità, dei capi religiosi e dice: non hanno conosciuto mai il Padre. Le autorità religiose che impongono al popolo la volontà di Dio, non lo conoscono e allora quale Dio impongono? Gesù sta affermando che quanti usano la violenza in nome di Dio, lo fanno perché non lo conoscono o meglio, non l’hanno mai conosciuto, anche se si presentano come strenui difensori. Saulo, che poi diventa Paolo, perseguita tanto i cristiani e quando si trova di fronte il Signore gli chiede: chi sei o Signore? Non lo conosceva. Gesù gli risponde: io sono Gesù che tu perseguiti. Gli zelanti difensori della legge, i custodi della tradizione in realtà, non conoscono Dio. Per Gesù l’istituzione religiosa che pretende di rappresentare Dio, di fatto non lo conosce. Se non lo conosce, il Dio che adora, il Dio che presenta o che impone, non è altro che la proiezione delle ambizioni, ingordigie della classe sacerdotale al potere, il cui vero Dio è soltanto il potere. Per questo l’istituzione religiosa è insensibile ai bisogni e alle sofferenze delle persone ed è solo capace di causare ulteriori sofferenze agli uomini. Quello che Gesù sta dicendo è materiale esplosivo da maneggiare con cura perché ha delle tremende conseguenze. Gesù sta insinuando che quanti obbediscono alle direttive dell’autorità religiosa diventano assassini come queste e complici di ogni loro malfatto.

4 Ma vi ho detto questo perché quando giungerà la loro ora, ricordiate che io ve l’ho detto. Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi. Gesù non ha detto questo da subito perché stava con i suoi discepoli e calamitava tutto l’odio dell’autorità su di sé. In questo vangelo non c’è mai stata nessuna avversione nei confronti dei discepoli. Già dal capitolo quinto l’odio dell’autorità religiosa era rivolto verso Gesù. L’odio nei suoi confronti si è scatenato quando ha guarito l’infermo della piscina di Betsaida comandando: io ti dico alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina. Gesù poteva semplicemente dire: alzati e cammina. No, l’incontro con Gesù rialza la persona, restituisce la dignità; il camminare non dipende da Gesù, ma dall’individuo, sottraendosi dal dominio della legge.

5 Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi chiede: Dove vai? In questo vangelo ritorna il verbo andare che indica il cammino dell’uomo verso il Padre. Nella finale sorprendente del vangelo di Giovanni dove si narra la resurrezione di Lazzaro, l’ultimo comando di Gesù è: scioglietelo e lasciatelo andare. Dove doveva andare Lazzaro? Doveva andare verso il Padre. L’orientamento dell’uomo è verso il Padre che è pienezza di vita e di amore. La direzione di ogni uomo non è tornare al Padre, perché il Padre prende dimora in noi e con noi, ma andare al Padre, in questa direzione in cui all’amore ricevuto dal Padre corrisponde un amore comunicato agli altri, che permetterà una nuova più grande risposta d’amore da parte di Dio in un crescendo senza fine. L’orizzonte che ci aspetta non è di una fine, ma di un inizio di un crescendo che non vedrà restrizioni, che non vedrà fine. Nessuno chiede a Gesù dove va perché per i discepoli è difficile capire che la morte di Gesù è un andare verso il Padre. Eppure Gesù lo aveva annunziato chiaramente: e del luogo dove io vado, voi conoscete la via. C’era stata la replica di Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via? Gesù continua 6 Ma perché vi ho detto questo, la tristezza ha colmato il vostro cuore. Per i discepoli la morte è la fine di tutto; non è un cammino, una tappa dell’esistenza dell’uomo verso una pienezza di vita, è la fine di tutto e per questo si riempiono di tristezza. Alla pienezza di tristezza dei discepoli, Gesù risponderà tra poco con una pienezza di gioia.

7 Per cui io vi dico la verità: quando c’è il termine verità dobbiamo aguzzare le orecchie perché Gesù sta dicendo qualcosa di importante non solo per i discepoli di allora, ma per i credenti di tutti i tempi, conviene a voi che io me ne vada perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Soccorritore; ma quando me ne sarò andato ve lo manderò. Per la terza volta il verbo convenire viene adoperato dall’evangelista e gli evangelisti sono abili con l’uso delle cifre e secondo gli stili letterari e grammaticali dell’epoca il numero tre significa completo. Le altre due volte del verbo convenire sono per bocca del sommo sacerdote Caifa, indicato come il capo di questo mondo, il rappresentante di una potenza ostile verso Gesù, che in 11,50 dice: conviene che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera e poi in 18,14: Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: Conviene che un uomo solo muoia per il popolo. Già altre volte abbiamo visto che Gesù non muore perché questa era la volontà del Padre, muore perché era la convenienza del sommo sacerdote, ci conviene.

8 E quando quello sarà venuto, egli smaschererà il mondo riguardo, il verbo adoperato dall’evangelista significa convincere, accusare e smascherare è il vocabolo più adatto, e poi ci sono tre termini, smaschererà il mondo al peccato alla giustizia e al giudizio. L’azione dello Spirito soccorritore è quella di un avvocato difensore che riesce a dimostrare che gli accusatori di Gesù, sono in realtà i colpevoli. L’evangelista fa un’importante definizione teologica:

9 Quanto al peccato poi perché non credono in me; all’inizio del vangelo di Giovanni è apparso il peccato del mondo, peccato preesistente a Gesù, che Gesù non lo viene ad espiare, ma ad estirpare. Purtroppo l’espressione con cui Giovanni Battista indica Gesù ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo, nella trasposizione liturgica è stata trasformata diventando ecco colui che toglie i peccati del mondo, facendo intendere con i peccati i nostri peccati. Gesù è morto, si è sacrificato, ha espiato, per i nostri peccati. L’evangelista mette in bocca a Giovanni Battista questa identificazione di Gesù: ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo. Questo peccato c’era prima di Gesù, che non lo viene a espiare, ma a togliere. Come? L’evangelista dice: colui che toglie il peccato del mondo, toglie il peccato, e lo mette subito dopo in relazione con colui che battezza in Spirito santo, c’è di nuovo l’azione dello Spirito. Gesù non espia il peccato del mondo, lo elimina comunicando agli uomini la stessa potenza di amore di Dio.

10 Quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più, qui appare il termine giustizia che fa tanta confusione! Sapete che i farisei non sono finiti e gli scribi non si sono eclissati, si clonano e per scoprirlo all’interno di una comunità o di un gruppo cristiano, basta provare a parlare dell’amore di Dio, che Dio perdona tutti, che ama tutti, che non gli interessa come uno si comporta, ma ama tutti. Vedrete che ad un certo momento una persona diventa livida, poi esplode perché non gliela farà più e dirà: Sì, ma Dio è anche giustizia e non sfuggirà alla giustizia divina! È una espressione che molti usano quando qualcuno scappa alla giustizia umana e si immagina un calderone di fuoco dove precipitare queste persone. Forse per qualcuno non sarebbe male, ma non c’è! Questo termine che traduciamo con giustizia applicata a Dio, non significa altro che fedeltà. Nel mondo ebraico il giusto è la persona fedele. Quando Giuseppe nel vangelo di Matteo viene dichiarato giusto, non ha il nostro senso morale di giusto, ma di persona fedele. Quando nell’Antico e nel Nuovo Testamento si parla di giustizia, non si intende quella del tribunale, si intende la fedeltà di Dio. Quando si dice che Dio è giusto, vuol dire che Dio è fedele. Quale è la fedeltà di Dio? Dio ha fatto un patto con il suo popolo, il popolo lo potrà tradire, abbandonare, rifiutare, ma Dio rimarrà sempre fedele; è l’amore fedele di Dio che si è manifestato in Gesù, espressione visibile dell’amore fedele del Padre. Fino all’ultimo ha cercato di conquistare Giuda con questo amore. Giuda lo ha tradito, rinnegato, ma Gesù fino all’ultimo gli propone il suo amore. Gesù dice: quanto alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più perché c’è un conflitto con le autorità che sono fedeli alla legge, mentre Gesù è fedele al Padre. In nome della legge Gesù è un bestemmiatore che va eliminato, in nome del Padre, Gesù è il vero fedele perché denuncia che la legge è stata falsificata dagli scribi. La giustizia è la fedeltà dell’uomo a Dio e il mondo, il sistema ingiusto di cui l’istituzione religiosa è l’emblema, ha accusato Gesù di essere un bestemmiatore, di essere un usurpatore che ha agito contro la volontà di Dio.

11 quanto al giudizio perché il capo di questo mondo è già condannato. É la terza volta, ed è nello stile dell’evangelista, che appare il capo di questo mondo. É una potenza ostile a Dio ed in questo vangelo è proprio l’istituzione religiosa che pretendeva rappresentarlo e quando verrà lo Spirito sarà smascherata. Quell’istituzione che pretendeva essere la rappresentanza fedele e zelante di Dio, dimostrerà di esserne la rivale. Con l’eliminazione di Gesù, in realtà l’istituzione religiosa ha emesso la sentenza su se stessa, rivelandosi nemica e rivale di Dio. Quando arriveremo al momento del processo di Gesù, le autorità giocano tre carte: la prima carta per accusare Gesù era quella di essere un rivoluzionario. Pilato quando lo vede dice: Questo è un rivoluzionario? Ma figurati! Poi vendono la carta religiosa: Figlio di Dio, ma non interessa. Hanno in serbo l’asso nella manica, le autorità conoscono Pilato, sanno che è un uomo frustrato, il suo unico titolo è cavaliere, ma è nella desolata regione della Palestina e la sua unica speranza è il titolo, avuto attraverso uno dei suoi amici, di amico del Cesare, che permetteva di entrare nella cerchia degli amici dell’imperatore e ritornare ai Fasti della Roma Imperiale.

12 Molto ho ancora da dirvi, ma per il momento non è ancora alla vostra portata. È un versetto molto bello, c’è ancora molto da dire, ma ancora non siamo capaci di capire. Gesù vuol dire che può comprendere a pieno il suo messaggio solo chi, come lui, ha orientato la propria vita per il bene dell’altro ed è disposto al dono della propria vita. I discepoli non lo sono ancora. Dopo la morte e resurrezione di Gesù, vedendo come è morto e vedendo che la morte non l’ha sconfitto, arriveranno pian piano a quel livello. Gesù dice: Molto ho ancora da dirvi, ma per il momento non è ancora alla vostra portata, e questo sarà la funzione continua dello Spirito nella comunità. C’è ancora molto da scoprire di Gesù, c’è ancora molto da conoscere. Man mano che l’uomo acquisterà nella storia, dignità, e verranno sempre più sottolineati la libertà e il rispetto dell’uomo, si comprenderà ancora meglio la dignità di un Dio che si è fatto uomo, che si è fatto pienamente uomo. Non basta leggere la bibbia per capirla; si può leggere la bibbia e usarla per nuocere, per far male, per far soffrire le persone. Quando si legge la bibbia, essa si capisce soltanto se il bene dell’uomo è messo come valore supremo della propria esistenza.

13 Quando però verrà lui, lo Spirito di verità, è la terza volta che lo Spirito di Dio viene chiamato Spirito di verità, vi avvierà nella verità tutta, infatti non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e ci annunzierà le cose che verranno. La comunità deve compiere, attraverso Gesù, un cammino nella verità. Lo abbiamo già visto, ma lo riprendiamo perché è un concetto molto importante. Gesù non dice: io ho la verità e non ci chiede di avere la verità; Gesù dice: io sono la verità e ci chiede di essere nella verità. Gesù dirà che la carità si fa, non si ha. Qual è la differenza tra chi ha la verità e chi è nella verità? Quando uno pensa di avere la verità, in base alla verità che ha, si sente in diritto di giudicare e condannare tutti quelli che non la pensano come lui. Chi ha la verità divide il mondo tra ortodossi ed eretici e vede dappertutto nemici da battere o persone da bruciare al rogo. Gesù non ci chiede di avere la verità, perché chi ha la verità si divide dagli altri; ci chiede di essere nella verità. Essere nella verità, in questo vangelo, significa inserirsi in un dinamismo d’amore che è lo stesso di Gesù: comunicare con le opere la vita che il Padre gli ha manifestato. Mentre chi ha la verità si separa dagli altri, chi è nella verità e si fa coinvolgere nel dinamismo di portare vita a tutte le persone, non solo non si separa da nessuno (non importa se tu la pensi diversamente e se credi in un’altra cosa), ma nulla gli impedirà di volere bene alle persone. Quando però verrà lui, lo Spirito di verità, vi avvierà nella verità tutta, il cammino della comunità è orientare la propria esistenza per il bene dell’uomo. Gesù aveva definito se stesso come la via, io sono la via, la verità e la vita e lo Spirito santo di Dio è quello che avvia verso questa verità. Per questo la verità non è una dottrina acquisita, non si ha la verità, ma si è nella verità e non ci sono persone più terribili di quelle che hanno la verità. Per difenderla sarebbero capaci di uccidere, vivono in un livore, in un rancore verso tutti quelli che non la pensano come loro e la loro vita è un inferno perché si vedono accerchiate da nemici eretici, vedono il fumo di satana da tutte le parti. Gesù invita a fare la verità, cioè ad inserirsi nel dinamismo del suo amore che opera per il bene degli uomini. Lo ripeteremo fino alla noia. Non c’è nulla di più importante che comunicare bene agli uomini. Gesù dice: vi dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose che verranno, il verbo annunziare verrà ripetuto tre volte per indicarne l’importanza. La funzione dello Spirito di verità, all’interno della comunità, è annunziare le cose che verranno, non sono profezie del futuro, ma è rendere capace la comunità cristiana di avere sempre nuove risposte ai nuovi bisogni che emergono nella società (questo è importantissimo, delicatissimo e attualissimo).

Gli Esseni, un movimento monastico sulle rive del Mar Morto, erano i figli della luce e dovevano combattere contro i figli delle tenebre. Gesù no! E dice che la luce non combatte le tenebre, la luce brilla e per sconfiggere le tenebre non deve combatterle, basta che aumenti il suo splendore. Più la luce aumenta e più le tenebre si dileguano. Gesù non annunzia una nuova rivelazione o un nuovo messaggio da parte dello Spirito, ma l’attualizzazione del vangelo, del messaggio di sempre, in modi e forme nuove per la vita della comunità. Ed è quello che la chiesa, più o meno con fatica, sta facendo: formulare la verità di sempre in forme sempre nuove, perché cambia il linguaggio, il modo di capire. La dottrina non è un monumento imbalsamato e valido per sempre, deve essere sempre formulata e ce lo dice il Concilio, in forme nuove e comprensibili, che la gente possa comprendere. Quando la dottrina viene imposta in maniera imperativa e categorica e con un linguaggio che non è della gente, questa non ascolta. È un monito di Gesù. 14 Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annunzierà. Compito dello Spirito è la proposta continua e incessante, nella comunità, del messaggio di Gesù. Non è un nuovo messaggio, ma lo Spirito ne fa comprendere ogni volta degli aspetti che erano rimasti come sommersi, non perché mancava la capacità intellettuale di comprendere, ma perché, ed è una caratteristica che fin dall’inizio dei nostri incontri abbiamo detto, è la vita che illumina il testo, non il testo che illumina la vita. Man mano che noi cresciamo nell’amore, comprendiamo sempre meglio il vangelo.

15 Tutto quello che il Padre possiede è mio, sta parlando dello Spirito. Nel momento del battesimo lo Spirito è disceso su Gesù, cioè la forza, la vita e l’amore di Dio. Tutto quello che il Padre aveva l’ha dato a Gesù, in lui si manifesta chi è Dio. Al termine del prologo si dice: Dio nessuno lo ha mai visto, solo il Figlio ce lo ha rivelato; in Gesù c’è tutta la pienezza del Padre. Molte volte abbiamo visto che dovevamo rettificare certe immagini e credenze di Dio. Se tutto quello che crediamo di Dio non corrisponde a quello che vediamo in Gesù, nel suo insegnamento e nelle sue opere, va eliminato perché inesatto, falso o incompleto. Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo annunzierà. Quello che il Padre e Gesù possiedono in comune è lo Spirito, la pienezza d’amore, e Gesù fa alla sua comunità la comunicazione di pienezza d’amore. La terza ripetizione del verbo annunziare è un invito all’ascolto, senza il quale il messaggio rimane inefficace: non basta che il messaggio sia annunziato, ci vogliono orecchie che lo possano ascoltare.

16 Un poco, e non mi vedrete più; un poco ancora, e mi vedrete. Adesso ricorreremo al greco, altrimenti non capiremo. La parola adoperata per poco è mikron, pochissimo, e non mi vedrete il verbo vedere, qui, è theoreo che indica la vista fisica. Tra poco sarà ammazzato e non lo vedranno più. Però un poco ancora, mikron, mi vedrete, percepirete, e adopera il verbo greco horao che indica la vista della fede. Ci sono due maniere di vedere e anche noi le usiamo nella lingua italiana. Quando parliamo con una persona per convincerla, se non capisce, diciamo: ma non vedi che… non ha un problema oculistico, ma di incomprensione. La distinzione è importante, altrimenti non si capisce.

17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: “Cos’è questo che dice: Un poco, e non mi vedrete; un poco ancora e mi percepirete, e: in tutto il brano c’è la distinzione tra i due distinti verbi del vedere, perché vado al Padre?” É la prima volta che finalmente i discepoli prendono la parola (ed è per dimostrare la loro incomprensione) da quando 14,22 il discepolo Giuda, non l’Iscariota, aveva detto: Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo? C’era una bella riflessione del teologo José Castillo che si chiedeva: come mai gli evangelisti (la chiesa primitiva) si prendono la briga di criticare i discepoli (qui fanno la figura di ottusi) e oggi non si possono più criticare, sotto il peccato di lesa maestà? Cos’è cambiato nella chiesa? Criticano il povero Pietro e gli fanno fare una figura - oggi guai criticare i successori di Pietro - e qui fanno fare ai discepoli una figura meschina. I discepoli hanno taciuto dal capitolo 14, sono stati zitti per tutto il capitolo 15 e quando finalmente prendono la parola è per dire che non capiscono niente!

18 Dicevano perciò: “Cos’è mai questo “un poco”? Non sappiamo cosa dice”. Non capivano. Le parole di Gesù causano sconcerto nella comunità, per loro la morte è la fine di tutto, e riferita a Gesù, sarebbe stato il suo fallimento come Messia. Qualche domenica fa c’è stato il brano dei discepoli di Emmaus, del vangelo di Luca: Noi speravamo che fosse lui, invece è morto. Perciò loro dicono: non sappiamo cosa dice. Nei più antichi manoscritti del vangelo, il codice Vaticano, la frase non c’è e molti hanno il sospetto che non sappiamo, sia stato aggiunto dagli scrivani che hanno commentato il non facile testo. Credo che sia del testo di Giovanni, ma siccome in uno dei testi più antichi del 15 vangelo non c’è, molti pensano che l’espressione non sappiamo cosa dice sia di qualche copista che non capiva il discorso che è difficile. Al non sapere dei discepoli, Gesù contrappone il suo sapere.

19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: “Riguardo questo cercate di indagare tra voi perché ho detto: Un poco, e non mi vedrete; un poco ancora e mi percepirete? In tutto il brano c’è sempre la distinzione tra i due verbi distinti del vedere. È fondamentale per l’evangelista che ce lo trasmette e per noi che lo comprendiamo. Sono modi differenti di vedere le persone. Un conto è la vista fisica limitata, un conto l’esperienza interiore che è illimitata. Gesù va incontro alle perplessità dei discepoli che non comprendono quello che lui ha detto. Essi sono più preoccupati della prima parte, che riguarda la morte di Gesù, la sua scomparsa e non capiscono l’allusione e le parole di Gesù al ritorno. Questo non lo comprendono.

20 Amen, amen, è un’espressione ebraica che l’evangelista riporta e traduciamo in verità, in verità e viene adoperata quando Gesù annunzia qualcosa di vero, di definitivo, di stabile per la sua comunità. A quell’epoca i vangeli (le parole) erano scritti tutti attaccati perché la pergamena era preziosa e bisognava occupare tutto lo spazio possibile. Se guardiamo i testi in cui ci sono stati tramandati i vangeli, c’era una parola dietro l’altra e gli evangelisti avevano degli accorgimenti letterari, mentre io posso usare la sottolineatura, il carattere neretto o il corsivo. Quando usano amen, amen, è come se scrivessero la frase di Gesù in neretto o in sottolineato, qualcosa che deve attrarre l’attenzione. In verità, in verità vi dico voi piangerete e lamenterete, piangere e gemere erano le classiche manifestazioni impiegate per il cordoglio funebre durante la veglia funerea, piangere e gemere è tipico del lutto, ma il mondo si rallegrerà. Che soddisfazione per Caifa e per tutto il Sinedrio quando Gesù è crepato! Finalmente questo ce lo siamo tolto di mezzo! Quando Gesù è crepato, hanno fatto senz’altro festa: finalmente lo abbiamo eliminato e con la morte più infamante: il mondo si rallegrerà. Voi sarete tristi, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La loro allegria, l’evangelista non lo dice, si cambierà in disperazione.

21 La donna, quando partorisce è triste – prima, voi sarete tristi – perché è giunta la sua ora; ma, quando ha generato il bambino non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Nelle doglie del parto la donna è preoccupata e triste, ma una volta che è nato, che è venuto al mondo un uomo gioisce. Non credo che ci sia una punta di maschilismo della cultura dell’epoca, perché la nascita di una donna in quella cultura!,.. ma non credo che Gesù abbia avuto di questi problemi, Gesù ci sta dicendo che la sofferenza che il discepolo patisce non è fine a se stessa, è un cammino verso un frutto pieno di vita. La morte di Gesù non sarà una fine, ma un nuovo inizio. Quando arriveremo alla morte di Gesù, l’evangelista non descriverà un funerale, ma una festa di nozze; non una morte, ma una nascita. Sul Golgota non muore Gesù, nasce la chiesa. Gesù chiede della madre, del discepolo: Ecco tua madre, ecco tuo figlio. Non una scena di morte, ma una scena di vita. Qui la morte di Gesù è rappresentata dai dolori del parto, la sua resurrezione dalla nascita dell’uomo. Gesù prende l’immagine dal profeta Isaia, dove l’immagine della donna che partorisce indica la nascita di un nuovo popolo di Dio; nel capitolo 66 e 26, il parto è come la nascita di un nuovo popolo. La morte e resurrezione di Gesù saranno la nascita del nuovo popolo di Dio. Gesù dice che il momento della tristezza è breve, il momento della gioia sarà continuo, crescente e traboccante. Infatti, adesso parlerà della gioia.

22 Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo, anche per sé, Gesù, non adopera il verbo theoreo, che indica la vista fisica, ma horao che indica la vista della fede; è in una nuova dimensione, non ha occhi fisici, ha un’altra maniera per vedere le persone, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e la vostra gioia

23 nessuno ve la potrà togliere. La gioia è la caratteristica costante, riconoscibile del discepolo di Gesù. C’è da chiedersi: come mai in passato i discepoli del Signore, i santi, i credenti avevano una faccia triste? Certe immagini di santi hanno l’allegria di una lapide funeraria! Come è possibile, se Gesù dice che la caratteristica del credente è una gioia, che vedremo, crescente e traboccante? Ma la chiesa, quanto si è distaccata nella sua spiritualità, per aver imposto la tristezza, la serietà!

Alla tristezza, che è di un mikron, c’è una gioia definitiva e permanente. In quel giorno, il giorno della resurrezione, non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. C’è la differenza tra il verbo chiedere e domandare. Il verbo chiedere significa una richiesta da un inferiore a un superiore; il verbo domandare è una richiesta tra persone di pari livello e l’evangelista distingue i due modi di richiedere. In quel giorno, il giorno della resurrezione, non mi domanderete più nulla. Non c’è bisogno di chiedere a Gesù; se avesse detto chiedere voleva dire che era superiore invece vuole con i suoi un rapporto paritario.

24 Finora non avete domandato nulla nel mio nome – domandare è tra pari. Ma chiedete e otterrete, perché, la vostra gioia sia traboccante il motivo che spinge a chiedere e ottenere, e che sta a cuore a Gesù, è la massima aspirazione degli uomini, la felicità, e coincide con la volontà di Dio. C’è un inizio di gioia che è crescente, si colma, poi è traboccante. Il comando dell’amore vicendevole nel capitolo precedente era stato dato per una pienezza di gioia: questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri. Ora chiede che la gioia dei discepoli raggiunga la pienezza, sia completa e poi traboccante. La gioia non si può trasmettere con proclami, con dottrine, ma solo con il contagio. Soltanto se io sono pienamente felice, ti contagerò in qualche maniera con la mia felicità. Per questo la gioia non deve essere soltanto piena, non è solo per me, è traboccante perché va donata all’altro.

25 Questo vi ho detto in similitudini; esempi, parabole, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi annuncerò del Padre. Non è possibile parlare delle cose divine se non ricorrendo a paragoni, immagini, esempi che rendano, con parole umane, quello che va al di là dell’esperienza dell’uomo, ed è indescrivibile. Ma nell’ora, l’ora della sua morte in croce, quando comunicherà lo Spirito, farà vedere fino a che punto Dio ama l’umanità; questo renderà i suoi capaci di intendere il linguaggio dell’amore, l’unico linguaggio universale compreso da tutti. Le dottrine non possono essere comprese da tutti. La difficoltà della nostra chiesa cattolica è che ha imposto la dottrina di Roma, in Asia, in Africa, dove gli schemi culturali erano completamente differenti.

26 In quel giorno, il giorno della resurrezione, nel mio nome chiederete e io non vi dico che domanderò per voi: per sé usa il verbo domandare che significa pari al Padre. Per la terza e ultima volta in questo vangelo, appare in quel giorno, che si riferisce al giorno della sua resurrezione, quando comunicherà il suo Spirito. La comunicazione dell’unico Spirito renderà i suoi discepoli una sola cosa, come Gesù. Se abbiamo un solo Spirito, non possiamo essere divisi. La dottrina divide, ma lo Spirito che è amore, non può dividere, non può fare altro che unire. La penseremo in maniera differente, ed è bene che sia così, avremo modi di vedere, di interpretare differenti, ma l’amore è unico e sarà lui ad unirci. Gesù ci assicura: non vi dico che domanderò al Padre per voi.

 27 Il Padre infatti, vi vuole bene, qui c’è un’altra sorpresa e dobbiamo ricorrere al greco perché non ci aspettavamo questo uso, e l’evangelista per, vi vuole bene, usa il verbo greco phileo che significa un amore di amicizia e non lo aveva mai detto con il Padre. In precedenza per amare, aveva usato il verbo agapao, da cui agape. Gesù sta portando per gradi, prima aveva detto: siete miei amici; adesso qualcosa di sconvolgente, di incomprensibile: amici di Dio. Il rapporto del credente con Dio non è, come nelle religioni, di sottomissione, di paura, di timore o comunque di ossequio, di rispetto: è un rapporto di amicizia con Dio, quello che Gesù ci sta dicendo è qualcosa da andare fuori di testa. Il Padre infatti vi vuole bene, perché voi mi avete voluto bene e avete creduto che sono venuto da Dio. Gesù non si presenta come un mediatore che inoltra le nostre richieste al Padre. Il Padre stesso vuole bene agli uomini e mostra loro un amore di amicizia come quello di Gesù con i suoi discepoli, che nel capitolo 15 dice: voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando.

31 Rispose allora Gesù: Adesso credete? Non basta riconoscere che Gesù viene da Dio, occorre accettare dove la provenienza lo conduce. Hanno capito da dove Gesù viene, ma non sanno dove va. Questa è la difficoltà. Non basta sapere da dove Gesù viene (da Dio), bisogna seguirlo dove la provenienza da Dio lo porta (al dono totale di sé). Questo rende l’uomo suo discepolo. Non è un sapere, è un orientamento della propria esistenza. Questo che è chiamato il vangelo spirituale, è il vangelo più pratico, più concreto di tutti. L’annuncio è tremendo: 32 Ecco, verrà l’ora, ed è venuta, in cui vi disperderete ciascuno alle proprie cose e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Al momento dell’arresto, quando rifiuterà la difesa di Pietro (al momento dell’arresto Pietro taglia l’orecchio al servo del sommo sacerdote), nessuno sarà capace di restare con Gesù, che non vuole essere difeso e si consegna. L’espressione di Gesù: vi disperderete, è una citazione del profeta Zaccaria 13,7, dove si legge: Percuoti il pastore e sia disperso il gregge. I discepoli si disperderanno, ognuno per conto proprio, cercando la propria salvezza, abbandonando Gesù al suo destino. Ma nel momento dell’abbandono, quando apparentemente viene abbandonato da tutti e da Dio, morendo della morte riservata ai maledetti da Dio, Gesù non sarà solo. Gesù viene crocefisso perché nella bibbia era la morte riservata ai maledetti da Dio. Non è stato decapitato, secondo l’uso romano; non è stato lapidato secondo l’uso ebraico; è stato torturato con la croce perché la gente avesse chiaro che non poteva provenire da Dio. La bibbia dice: maledetto colui che appende al legno e Gesù è appeso ad un legno e non si può dire che la bibbia sbagli. Per questo hanno scelto quella morte. Gesù non sarà solo, il Padre sarà con lui, perché Dio non sta con chi condanna, sta dalla parte dei condannati. La sentenza straordinaria, inaspettata, finale, è la garanzia non di un ottimismo, ma di una profonda convinzione, nonostante quello che può capitare nella nostra vita e in quella della chiesa. 33 Vi ho detto queste cose perché in me abbiate pace. La pace indica una sorgente continua di felicità. Gesù contrappone due situazioni differenti: nel mondo c’è la tribolazione, in lui la pace, che ha le sue radici nel suo amore. Nel mondo avete tribolazioni, ma coraggio; e questo lo esclama pochi istanti prima di essere arrestato e ammazzato, abbiate coraggio, forse uno si sarebbe aspettato: abbiate fiducia. La fiducia significa fidarsi di Gesù; il coraggio significa rimboccarsi le maniche e continuare. Non è semplicemente fidarsi di lui, ma ci vuole coraggio: andate avanti. I discepoli hanno davanti un mondo ostile, non soltanto quello pagano, ma la stessa istituzione. Rifacciamoci all’inizio del capitolo: sarete espulsi dalle sinagoghe che voleva dire la morte civile, vi ammazzeranno, ma voi siete i vincitori.. ci vuole un po’ di coraggio!. Allora dice: abbiate coraggio. io ho vinto il mondo! Ci saremmo aspettati un verbo al futuro, abbiate coraggio, io vincerò il mondo. Gesù parla di un’azione al passato, io ho vinto il mondo perché considera la vittoria già conseguita. Ogni volta che il mondo, la società ingiusta sembra vincere, in realtà non fa altro che confermare il suo fallimento.

venerdì 14 aprile 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLO 15

 



 

[Annotazioni di Paolo Cugini]

 

Al termine del capitolo 14 Gesù dice: Alzatevi, andiamo via di qui, e in origine il vangelo proseguiva con il capitolo 18, dove l’evangelista scrive: Detto questo Gesù uscì con i suoi discepoli. Nel vangelo originario non c’erano i capitoli 15-16-17, è stata la maturazione della comunità cristiana, la sua riflessione nella eucarestia (che era libera e vivace, in cui c’era la voce profetica del Signore che continuamente insegnava alla sua comunità) che ha elaborato i tre capitoli. Sono dei capitoli preziosissimi che contengono il patrimonio dell’esperienza della comunità cristiana delle origini, ma sono soprattutto dei brani che vanno letti in chiave eucaristica, cioè sono sorti durante la celebrazione dell’eucarestia. Vedremo che i riferimenti all’eucarestia sono molteplici.

1 Io sono la vite quella vera e il padre mio è il vignaiolo. Gesù dice: Io sono la vite, perché la vite insieme alla pianta del fico, rappresentava il popolo di Israele. Quando i testi biblici o i profeti volevano parlare del rapporto tra Dio e il suo popolo, usavano l’immagine della vite. Era molto conosciuto sia il capitolo cinque del profeta Isaia: il cantico d’amore per la vigna, l’amore di Dio per la sua vigna, sia la dichiarazione del Signore, nel profeta Geremia 2,21, dove dice: Io ti avevo piantato come una vite scelta. La vite rappresentava il popolo di Dio, poi in questa rappresentazione si è infilata una corrente nazionalista, che ha fatto sì che questa vite fosse la prediletta al punto che per piantarla, Dio trapiantasse tutti gli altri popoli. Nel Salmo 80,8 si legge: Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata. La corrente nazionalistica giustificava l’oppressione da parte di Israele sugli altri popoli: è Dio stesso che ha scacciato le genti per trapiantare la sua vite. Questa linea teologica verrà contestata dai profeti. Ad esempio, Amos 9,7, mette in bocca a Dio delle parole tremende: Non siete voi come gli Etiopi, figli di Israele? Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor (i Filistei sono i nemici storici del popolo di Israele). Dio attraverso il profeta Amos dice: quello che ho fatto a voi di liberarvi dalla schiavitù egiziana, è quello che faccio con tutti i popoli che sono oppressi. Non dovete pensare di essere un popolo particolare, un popolo eletto che ha dei privilegi esclusivi. Quello che Israele considerava episodio unico, esclusivo della sua storia, viene messo dal profeta Amos alla stregua delle emigrazioni degli altri popoli e dell’azione di liberazione da parte di Dio, verso tutti quelli che sono oppressi, inclusi anche i nemici storici di Israele, come i Filistei.

2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, l’importanza di portare frutto è evidenziata dall’evangelista che la ripete, in questo brano, ben sette volte cioè la totalità. Un tralcio della vite non porta frutto quando ne succhia la linfa vitale e non la trasforma in frutto, lo toglie. Gesù sottolinea che il tralcio (immagine del discepolo) pur ricevendo la linfa vitale (l’amore dalla unione con lui), non la trasforma in amore per gli altri, è un tralcio inutile. Abbiamo detto che sono narrazioni che vanno prese nell’ambito dell’eucarestia: quanti nell’eucarestia si cibano del pane, che è Gesù, ma poi rifiutano di farsi pane per gli altri, sono inutili perché assorbono energie vitali che non le rimettono agli altri. Gesù è molto chiaro: ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie (è l’appartenete alla comunità cristiana che assorbe soltanto energie vitali, che prende soltanto dagli altri, ma poi è incapace di dare perché pensa soltanto a se stesso, ai propri bisogni e necessità, non si accorge dei bisogni, delle necessità degli altri. Ci sono persone nutrienti e tossiche. Le prime sono persone che incontri, nemmeno le conosci e senti una attrazione, una simpatia perché sono piene di vita che la comunicano. Le altre invece sono piene di elementi negativi e solo la loro vicinanza rende nervosi, mette a disagio perché intossica. Sono solo capaci di prendere senza mai dare.). L’azione di togliere non compete agli altri tralci, non compete neanche alla vite, ma compete al Padre. Soltanto il Padre sa considerare, calcolare la fecondità del tralcio e decidere se bisogna mantenerlo o è soltanto un elemento inutile che succhia le energie vitali della comunità cristiana e non le traduce in amore: è un elemento negativo che deve essere eliminato perché ne va di mezzo la produttività di tutta la vite. Non sono gli altri tralci che devono dire: tu non porti frutto e vai eliminato; neanche Gesù che comunica vita, è il Padre, l’unico, ad essere capace di calcolare la fecondità del tralcio, lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo purifica perché porti più frutto. L’evangelista fa un gioco di parole nella lingua greca che è difficile riprodurre nella lingua italiana, ma è molto importante per comprendere questa traduzione. In passato e purtroppo ancora in molte edizioni di oggi del vangelo, si legge: e ogni tralcio che porta frutto lo pota. Il Signore non pota, ma purifica ed è un’azione pienamente positiva: ogni tralcio che non porta frutti lo toglie -airo-, ogni tralcio che porta frutto lo purifica -kathairò. L’evangelista 3 vuol dire che il Padre elimina dal tralcio ogni preoccupazione che non sia quella di trasformare la linfa vitale che riceve, per amore di Dio, in un frutto sempre più abbondante. Il tralcio, immagine del discepolo, non viene invitato a concentrarsi sulla propria perfezione interiore, ma sul dono di sé. Questo è importante perché cambia la vita. Non c’è una perfezione alla quale l’individuo deve tendere, cercando di individuare quali sono i propri limiti, difetti, per cercare di estirparli o eliminarli. Quando si fa questo l’effetto è molto controproducente, perché la persona non fa altro che centrarsi su se stesso e l’effetto è che quel difetto, quella tendenza, quel elemento negativo che si vuole eliminare si rafforza, perché si è centrati solo su di sé. Invece Gesù invita al dono totale di sé senza nessuna preoccupazione. Il credente è invitato soltanto ad accogliere la linfa vitale e a trasformarla in amore per gli altri. Se in lui ci sono elementi negativi ci penserà il Padre - non il credente, non gli altri tralci, ne la vite - che comunica linfa vitale. L’azione di pulizia del Padre consiste in una maggiore trasmissione della linfa d’amore e conduce il discepolo in maniera progressiva, crescente, a una sempre maggiore capacità d’amore, di dono. Se in questa crescita ci sono elementi nocivi, ci pensa il Padre. Quell’esame scrupoloso di coscienza o l’attenzione ai propri difetti, ai propri limiti va eliminato. Non mi devo preoccupare di nient’altro se non di aumentare ogni giorno la mia capacità d’amore. Più mi dono, più acconsento alla vitalità di entrare nella vita. Più mi dono agli altri e più permetto al Padre di donarmi e se c’è in me qualcosa di negativo ci pensa il Padre ad eliminarlo, non io. È la serenità totale.

 3 Voi siete già puri, la conferma che il verbo utilizzato dall’evangelista non poteva essere potare è perché riscrive di nuovo kathairo e non: siete già potati per il messaggio, per la parola che io vi ho annunziato. Il termine che traduciamo con messaggio è logos ed indica tutto l’insegnamento che Gesù ha dato ai suoi discepoli, un insegnamento che non si traduce in una dottrina, ma in una azione. Ricordo che il brano segue il capitolo 13 che iniziò con queste parole: Avendo amato i suoi che erano nel mondo, Gesù li amò fino alla fine. Tutto l’insegnamento di Gesù si è tradotto nel lavare i piedi dei suoi discepoli. Non è un messaggio che va tradotto in una dottrina, è un messaggio che va tradotto in un’azione che comunica vita agli altri. Ricordo che siamo in un ambiente eucaristico e Gesù non ha lavato i piedi ai discepoli prima della cena, per renderli degni di partecipare alla cena, ma ha lavato i piedi ai discepoli durante la cena a significare che quello era l’effetto della cena.

4 Rimanete in me ed io in voi, rimanere è un verbo caratteristico di Giovanni, nel suo vangelo compare ben 36 volte contro le tre di Matteo, le due di Marco e le sette di Luca. In questo brano compare per undici volte, rimanete in me ed io in voi. È la teologia di Giovanni, il Dio di Gesù non è esterno o estraneo all’uomo, è un Dio intimo. Non è un Dio che va cercato, è un Dio che va accolto, è un Dio che ama talmente gli uomini che chiede di essere accolto nella loro esistenza per fondersi con loro e dilatarne la capacità d’amore. Rimanete in me e io in voi, chi rimane in questo atteggiamento di amore che si fa servizio con gli altri, alimenta continuamente l’unione con il Signore. C’è da parte di Gesù una espansione nell’individuo che si traduce in azioni concrete d’amore. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Quanti si staccano dalla vite vanno incontro alla sterilità, solo il servizio è quello che rende feconda la vita del discepolo e permette la comunione continua con il Signore. Oggi, come facciamo a sapere se siamo in piena comunione con il Signore?, una volta si usava il termine essere in grazia. È semplice. Se siamo in un atteggiamento di amore che si fa servizio per gli altri, è la garanzia che siamo in comunione con lui. Lo dice lui: rimanete in me e io in voi, e Gesù rivendica la condizione divina:

5 Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, siamo in ambiente eucaristico e l’evangelista non fa altro che citare quello che Gesù ha detto nella sinagoga di Cafarnao sul discorso dell’eucarestia: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Chi accoglie questo pane che si fa vita per noi ed è disponibile a farsi pane, vita per gli altri, ha la garanzia della piena comunione con il Signore.

6 Se non rimane in me viene gettato fuori, non dice che sia il Padre a gettarlo fuori. Adesso c’è una serie di espressioni impersonali, come il tralcio si inaridisce; e adopera lo stesso verbo presente nel profeta Ezechiele 37,2 che ha una visione e dice: vedo una valle di ossa inaridite (ossa senza spirito senza vita e rappresentavano il popolo di Israele), poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Gesù in questa affermazione, si rifà ad un brano molto conosciuto, per questo ha adoperato, oltre il fatto che la vite rappresenti Israele, il legno della vite. Il capitolo 15 del profeta Ezechiele si apre con queste parole: Mi fu rivolta la parola del Signore: Figlio dell’uomo, che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto? Ci si fa forse un piolo per attaccarci qualcosa? Ecco lo si getta sul fuoco a bruciare, il fuoco ne divora i due capi e anche il centro è bruciacchiato. Potrà essere utile per farvi un oggetto? Anche quando era intatto non serviva a niente: ora, dopo che il fuoco lo ha divorato, si potrà forse ricavare qualcosa.(Ez.15,1-5).

7 Se (c’è la condizione. È interessante come noi siamo pronti a trovare le scorciatoie. Tutti conosciamo questo detto di Gesù eliminando la condizione: chiedete quello che volete e vi sarà dato, però, chissà perché ne ignoriamo la parte in cui ci sono le condizioni e rimaniamo male. Abbiamo chiesto e non ci è stato dato. Ma la prima parte del versetto cosa dice? Non so. Ora te lo dico io.) rimanete in me, è l’adesione a Gesù, e le mie parole rimangono in voi, non basta l’adesione, bisogna che le sue parole siano radicate nella persona. Tante volte abbiamo detto che quello di Gesù non è un codice esterno all’uomo, al quale l’uomo si deve riferire per sapere come comportarsi! Questo era per la legge dell’Antico Testamento, che era un codice esterno all’uomo e l’uomo per sapere come comportarsi, se un’azione era buona o cattiva, lo andava a consultare. Se era permessa era buona, se era proibita era malvagia. Il messaggio di Gesù non è un codice esterno all’uomo, è una realtà interiorizzata dall’uomo e fa parte della sua esistenza. L’uomo per sapere come comportarsi non deve andare a confrontarsi con le parole di Gesù, ma sono le sue parole che sono state talmente interiorizzate, che di fronte alle situazioni o occasioni si manifestano in forma nuova, originale e creativa. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi quel che volete chiedete e vi sarà fatto. Gesù assicura che quanti accolgono il suo messaggio e la sua persona si identificano con lui in un processo di crescita e di assomiglianza. Il Padre vedendo in queste persone lo stesso profilo, comportamento del Figlio, collaborerà e l’aiuterà. È naturale che quando uno rimane in Gesù e le sue parole rimangono in lui: quel che volete, chiedete e vi sarà dato, non chiederà mai qualcosa di nocivo, di negativo che faccia male agli altri.

8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. La proiezione delle ambizioni dell’uomo e delle sue frustrazioni in Dio ha fatto 7 si che per molto tempo la gloria di Dio, glorificare Dio, consistesse in opere spettacolari, in opere grandiose. Conosciamo la scritta a maggior gloria di Dio. Facciamo edifici sempre più spettacolari, più ricchi, più sontuosi, opere straordinarie tutto a maggior gloria di Dio. Gesù che pure parla della gloria del Padre dice che la gloria del Padre non si esprime attraverso opere grandiose, lussuose o straordinarie: in questo è glorificato il Padre mio, c’è una precisazione da parte di Gesù, non in opere chissà quali. Che portiate molto frutto, solo nell’abbondanza del frutto, diventando poi discepoli di Gesù, viene glorificato il Padre, viene resa visibile e manifesta la presenza e l’attività di un Dio amore a favore degli uomini.

Rimanete nell’amore mio. Quanti accolgono Gesù, accolgono il suo amore e lo prolungano in un servizio verso gli altri, rimangono nel servizio, unica sfera dell’amore.

10 Se osserverete i miei comandamenti, quando Gesù deve parlare dei comandamenti sottolinea sempre i miei da non confondere con quelli di Mosè. Questo discorso segue il capitolo 13, dove Gesù ha lasciato il comandamento nuovo: che vi amiate gli uni e gli altri come io vi ho amato, così amatevi anche voi.

11 Questo vi ho detto, perché la gioia, non una gioia qualunque, quella mia, dell’uomo Dio, sia in voi e la vostra gioia sia piena. sentiamo quanto è lontana la spiritualità dei vangeli da certa spiritualità triste, nefasta, deprimente, opprimente di certa teologia che non si è alimentata dai vangeli! Per la prima volta nel vangelo, Gesù parla di gioia e lo ha fatto dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli. Sottolinea che la sua gioia, quella che lui vuole comunicare e desidera che questa gioia raggiunga nell’uomo una pienezza incontenibile.

12 Questo è il comandamento quello mio, Gesù ogni volta che deve parlare di comandamento, sottolinea che è quello suo. Perché? Al capitolo 13,34 Gesù aveva lasciato un comandamento e l’aveva sottolineato: vi lascio un comandamento nuovo, non un nuovo comandamento; non è che avete già quelli di Mosè e adesso vi lascio un nuovo comandamento che va ad aggiungersi a quelli, ma vi lascio un comandamento nuovo di una novità, di una qualità, che sostituisce tutti gli altri. Gesù parla di comandamento per contrapporli a quelli di Mosè e alla nuova alleanza da lui proposta. Mentre l’antica alleanza era basata sull’obbedienza alla legge di Dio, la nuova alleanza è basata sull’accoglienza dell’amore del Padre. Mentre nella prima alleanza il credente era colui che obbediva a Dio osservando le sue leggi, nella nuova alleanza il credente è colui che assomiglia al Padre, praticando un amore simile al suo.

13 Nessuno ha un amore più grande di questo che qualcuno la sua vita (se stesso) metta per i propri amici. L’evangelista gioca con i termini che abbiamo già visto. Per l’evangelista vita si esprime in tre maniere:

 1) bios, la vita biologica, la vita che ha un inizio, una crescita, un declino e la fine;

 2) zoe, è la vita che ha un inizio, una crescita, ma non declina e continua per sempre. Quando arriva la fine della parte biologica, zoe rimane e Gesù può usare espressioni paradossali chi osserva la mia parola non morirà mai; chi vive e crede in me non morirà mai; tutti andiamo incontro alla morte della ciccia, ma essa non scalfisce la nostra esistenza.

 3) Psyche è il termine che adoperato qui dall’evangelista e che possiamo indicare come se stesso. È l’identità della persona. Nessuno ha un amore più grande di questo che qualcuno se stesso (non è il momento in cui c’è bisogno di dare la vita per l’altro, è tutta l’esistenza orientata a favore del bene degli altri) metta per i propri amici. Non è il momento estremo in cui uno è portato a dare la vita per gli altri, è l’orientamento di tutta una esistenza a servizio degli altri, che può portare al dono, come ha fatto Gesù.

14 Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Dopo aver parlato per la prima volta di gioia, per la prima volta parla dei suoi discepoli come amici. Le sue parole, per la 11 cultura dell’epoca sono incomprensibili perché il discepolo era il servo del suo maestro. Il rapporto dei discepoli con i loro maestri era un rapporto di sottomissione, di obbedienza. Gesù elimina tutto questo e al capitolo 13 aveva sottolineato: io sono il maestro, io sono il Signore; elimina ogni distanza tra sé e i discepoli. Perché questo? La religione aveva scavato un abisso tra Dio e gli uomini e ne aveva bisogno perché senza questo non ci sarebbe posto per lei. L’istituzione religiosa aveva fatto credere alla gente che non poteva rivolgersi a Dio, che aveva bisogno di un individuo particolare, l’uomo del sacro, il sacerdote; che non poteva rivolgersi a Dio dove voleva, ma c’era bisogno di un luogo particolare, il tempio; che non poteva farlo con le parole che venivano in mente, ma attraverso una liturgia. L’istituzione religiosa aveva scavato un abisso tra Dio e gli uomini. Dio era reputato lontanissimo, inavvicinabile, impossibile da raggiungere. Gesù che è Dio (nel prologo l’evangelista ha dichiarato che in Gesù c’è la pienezza della divinità: Dio nessuno l’ha mai visto, solo il Figlio ne è stata la rivelazione, cap.1,18), è venuto ad eliminare la distanza che la religione aveva scavato tra Dio e gli uomini.

15 Non vi ho mai considerati (chiamati) servi, molti purtroppo traducono non vi chiamo più servi, ma Gesù non ha mai chiamato i discepoli servi. Non è che per un tempo Gesù li ha considerati servi e adesso c’è un cambiamento di rotta. No. L’espressione adoperata dall’evangelista è un rafforzativo: No, non vi ho mai considerati servi. Il rapporto di Gesù con i suoi discepoli, fin dal primo istante, non è stato quello di un superiore con dei servi, ma un rapporto di amicizia. Gesù lo dice: perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici , la prova che la traduzione non vi chiamo più servi è sbagliata, Gesù stesso dice: vi ho chiamati amici. Fin dall’inizio ha avuto con i suoi seguaci, una relazione di amicizia. perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Gesù è un Dio a servizio degli uomini e non ha bisogno di servi, ma di amici, di collaboratori, che condividano pienamente con lui la sua azione. Fin dal primo momento in cui ha invitato i discepoli a seguirlo, li ha chiamati come amici. Abbiamo la prova al capitolo 11, quando Lazzaro viene definito l’amico di Gesù. Gesù chiede rapporto di amicizia tra lui e i discepoli.

16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, la scelta compiuta da Gesù è di individui che possono lavorare con lui. È interessante: Non voi avete scelto me, è Gesù che ha scelto i suoi discepoli e non è stata una scelta felice. Se avessi dovuto dare dei consigli a Gesù, avrei eliminati undici dei dodici che ha scelto, non so se ne rimaneva uno perché peggio non ne ha saputo trovare! Perché non hai scelto, dovendo trovare dei collaboratori che ti aiutassero nella tua azione, andando prendere qualche santo monaco in qualche monastero? Perché non hai scelto qualcuno dei farisei, perfetti osservanti? Perché nel tuo gruppo non c’è neanche un rabbino, persona colta e nei hai scelti dodici che… veramente avevi gli occhi tappati! Pietro lo tradisce, Giuda lo vende al nemico, gli altri non capiscono niente, sempre ottusi. Questo ci rasserena e san Paolo lo dice nella prima lettera ai Corinti: Sapete perché il Signore vi ha scelti? Perché peggio non ha saputo trovare. Se non c’è questa profonda convinzione, non c’è l’inizio della partenza della collaborazione con Gesù, in modo che quello che emerge si sappia che non è frutto nostro o solo nostro, ma è frutto della potenza di Dio che emerge tra noi. Non voi avete scelto me (l’autore della prima lettera di Giovanni dirà: Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi), ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate. È un verbo di movimento. Il credente, la comunità scelta da Gesù è stata scelta perché cammini, non perché sia immobile.

17 Questo vi comando, affinché vi amiate gli uni gli altri. Gesù unisce strettamente il tema del chiedere con il tema dell’amore e per la terza volta ritorna su questo comando dell’amore. L’insistenza di Gesù su questo comando dell’amore, fa capire che c’è una forte resistenza da parte della sua comunità. Quando nei vangeli, Gesù deve insistere come qui, significa che trova resistenza. I discepoli hanno capito che l’amore di Gesù consiste nel servire gli altri.

18 Se il mondo vi odia sappiate che prima di voi ha odiato me. L’odio è la conseguenza di un amore che si fa servizio, - esercitato verso gli altri - che si offre come un’alternativa alla società basata sull’interesse, sull’odio, sul predominio, sistema di potere che regge la società. Per il mondo non si intende il creato, per mondo si intende il sistema di potere che regge la società.

19 Se foste del mondo, (in passato c’è stata confusione su questo invito di Gesù e molti hanno pensato di dover abbandonare il mondo, di creare delle isole felici), non significa che noi non siamo nel mondo; il credente è nel mondo, ma non è del mondo. L’invito di Gesù non è come purtroppo è stato inteso in passato: separiamoci dalla società che è perversa, depravata e andiamo a creare delle cittadelle angeliche di santità, di bontà. Non è questo. L’invito di Gesù è di non essere del mondo, di non accettare quei valori che reggono la società, basati sui tre verbi maledetti dell’avere, salire e comandare. Gesù è venuto a creare una società differente dove al posto dell’avere ci sia il condividere e al posto del comandare ci sia il servizio.

20 Ricordate la parola che ho detto a voi: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola osserveranno anche la vostra. Gesù richiama il proverbio popolare, un detto che aveva già espresso dopo aver lavato i piedi ai discepoli: un servo non è più grande del suo padrone, 13,16, collegando strettamente la persecuzione al servizio da lui reso con la lavanda dei piedi. In una società dove tutti tendono ad arrivare e a sopraffare gli altri, il servizio liberamente, volontariamente espresso, viene visto come un atto di accusa nei suoi confronti e per questo non scatena la riflessione, ma la persecuzione. La persecuzione è compresa nel programma del discepolo. Non c’è da meravigliarsi quando si scatena la persecuzione, c’è 15 da preoccuparsi quando non c’è perché significa che sono stati accettati i valori ingiusti del sistema. Se si è fedeli a Gesù, al suo messaggio, la persecuzione nelle sue varie forme, larvata o evidente, aperta o mascherata, è sempre presente all’ombra. Gesù dice: se hanno perseguitato me. Perché lo hanno perseguitato e dove in questo vangelo incomincia la persecuzione a Gesù? Nel quinto capitolo con l’episodio dell’invalido nella piscina.

21 Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, avendo aderito a me al mio messaggio, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Ciò che dice è tremendo: Attenti a questi sommi sacerdoti, a questi scribi, a questa casta sacerdotale che si veste in modo particolare per fare vedere di avere un rapporto privilegiato con il Signore, che porta stemmi, distintivi, ed ha tanti titoli per fare vedere la propria particolare appartenenza al Signore, perché non conoscono Dio. Quando vi dicono qualcosa in nome di Dio, siccome non lo conoscono, non è vero che parlano in suo nome, vi parlano in nome del loro interesse. Tante volte abbiamo detto, che non sorprende che Gesù sia stato ammazzato, sorprende che sia riuscito a campare così tanto. Uno che dice queste cose è da eliminare subito! Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

22 Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, Gesù ha parlato più volte ai capi e ogni volta è stato uno scontro. Ha parlato nel Tempio; ha parlato in occasione della guarigione dell’invalido nella piscina; nella festa delle capanne; ha parlato loro quando si è proclamato pastore; ha parlato loro nella festa della dedicazione.

23 Chi odia me, odia anche il Padre mio. La persecuzione che si scatena contro Gesù e i suoi discepoli è una persecuzione religiosa che avviene per difendere l’immagine di Dio. Quale Dio? Gesù afferma che ciò avviene perché questi non conoscono il Padre, ma in nome di che Dio si scatena la persecuzione? L’odio diretto a Gesù è in realtà un odio diretto al vero Dio, che è nemico del progetto di dominio da parte delle autorità religiose. Non è pensabile di potere amare Dio e allo stesso tempo perseguitare Gesù. Abbiamo un caso clamoroso proprio nel Nuovo Testamento, il caso di Saulo. Saulo (Paolo) era un fariseo, osservante integrale, tradizionalista e osservava tutti i precetti. Quando ha saputo che c’era l’eresia, la pazzia, la novità portata da Gesù da Nazareth, animato dallo zelo per Dio, indubbiamente era un buono, ma era uno zelante, un devoto, si è messo a perseguitare i seguaci di questa nuova dottrina.

24 Se non avessi fatto in mezzo a loro le opere che nessun altro mai ha fatto, perché mai nessuno aveva liberato il popolo dalla legge che era stata imposta e che gravava su di esso; mai nessuno aveva liberato il popolo dalla legge, che si credeva proveniente da Dio; non avrebbero alcun peccato; ma ora le hanno viste, non si tratta di insegnamento, non hanno creduto a quello che ho detto, ma hanno visto le opere frutto dell’insegnamento e hanno odiato me e il Padre. Gesù non si richiama più soltanto all’insegnamento, alla dottrina, ma all’amore e alla dimostrazione pratica di questo amore, cioè alle opere che i dirigenti hanno visto. Sono proprio le opere, tutte di liberazione dell’uomo, che sono inaccettabili per le autorità religiose. Il crimine compiuto da Gesù è aver reso le persone mature, mentre la religione mantiene gli individui in una condizione infantile. La religione non fa crescere le persone, si è sempre come bambini che hanno bisogno di un padre, a volte di un santo padre che dica cosa fare, come fare e quando fare. La persona non è mai matura: posso fare questo? È peccato fare quest’altro?… L’autorità gongola di questo, dice quello che si deve fare invadendo gli spazi della vita dell’individuo.

25 Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza motivo. Gesù non è mosso dalla legge, ma dall’amore. Quando deve parlare della legge, legge di Mosè, che è espressione di Dio per tutto il popolo di Israele e Gesù è un 19 ebreo, dice: Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge, doveva dire nella nostra legge, ma prende le distanze; è nella loro legge, non è la legge di Gesù. Gesù non ha niente a che fare con questa legge, perché denuncia come una grande mistificazione quel complesso di libri chiamato la Legge di Dio. È la loro legge, creata per i loro interessi.

26 Quando verrà il Protettore il soccorritore. L’attività dello Spirito è di soccorrere e Gesù ci ha parlato di gioia perché nella sua comunità c’è lo Spirito, Paraclitos che non è il 20 cognome dello Spirito, ma è l’attività, è l’aiuto, è colui che soccorre, ma non viene in situazioni di emergenza, le precede ed ecco la gioia. che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità, l’amore è la verità, è l’amore che determina quello che è vero o che è falso che procede dal Padre egli testimonierà di me; L’azione dello Spirito che sarà a favore di Gesù, a favore degli oppressi, renderà chiaro da che parte sta Dio, da che parte sta il Padre e capiterà, lo vedremo nei prossimi capitoli, che gli accusatori si troveranno ad essere i veri accusati, i giudici i colpevoli e la verità dello Spirito di verità sarà rivelata a tutti. 27 e anche voi mi testimonierete perché siete stati con me fin dal principio. Stare con Gesù fin dal principio non è una indicazione cronologica, altrimenti potevano stare con lui soltanto i primi quattro discepoli, ma è un’indicazione qualitativa e indica l’accoglienza di tutto Gesù, non solo quello glorioso, il Cristo risuscitato, ma anche il Cristo perseguitato in tutta la sua vita. Pertanto significa situarsi con lui e come lui dalla parte dei deboli, mai dalla parte dei prepotenti. Sempre con chi viene emarginato e mai da chi emargina, sempre con chi viene escluso, mai da chi esclude anche se chi esclude lo fa in nome di Dio. Se si esclude una persona in nome di Dio, Dio sta dalla parte dell’escluso non dalla parte di chi esclude. La comunità dei credenti è invitata a situarsi dalla parte di Gesù, dalla parte degli ultimi.