Paolo Cugini
ecco, vi mando come agnelli in
mezzo a lupi (Lc
10,3).
Ci
sono verità evangeliche che si comprendono meglio di notte, quando il rumore
del giorno si ritira e le ombre restituiscono alle cose il loro profilo più
severo. Una di queste è la parola di Gesù che manda i suoi discepoli «come
agnelli in mezzo ai lupi». Non è un’immagine consolatoria. Non ci promette
sentieri protetti né luoghi immuni dalla violenza. Ci consegna, invece, una
lucidità: il mondo conosce la logica dei lupi, la fame del dominio, l’istinto
dell’aggressione, la paura che si difende ferendo. E ci chiede di attraversarlo
senza assumerne la forma.
Ma
sarebbe troppo facile dividere la scena in due parti: da un lato i lupi, sempre
fuori di noi; dall’altro gli agnelli, nei quali ci identifichiamo senza
esitazione. Il Vangelo spezza questa illusione. Anche noi nasciamo portando
dentro dinamiche di difesa e di conquista. Anche in noi dorme un lupo: talvolta
silenzioso, talvolta inquieto, pronto a destarsi quando viene provocato,
umiliato o minacciato. Basta il contatto con la durezza altrui perché emergano
parole taglienti, desideri di rivalsa, gesti che somigliano proprio a ciò che
condanniamo.
Per
questo il Vangelo non si limita a indicarci i lupi del mondo: ci ricorda che
può risvegliarsi il lupo che è in noi. La fede non serve a rivestire di buone
maniere la nostra aggressività, né a gettare una pelle d’agnello sopra una
natura rimasta intatta. Il rischio più sottile è proprio questo: apparire
mansueti, usare parole religiose, frequentare luoghi sacri e custodire, sotto
la superficie, la stessa logica del possesso, dell’offesa e della
sopraffazione. Una pelle d’agnello non trasforma il cuore. Può soltanto
nasconderlo.
La
trasformazione della mentalità è lunga, quotidiana e soprattutto non lineare.
Ci sono giorni in cui sembra che la parola evangelica abbia raggiunto le
radici; altri in cui un’offesa, una frustrazione o una paura fanno riemergere
antichi istinti. Non è necessariamente il segno che tutto sia stato inutile. È
piuttosto la rivelazione di quanto il cuore sia profondo e di quanta pazienza
richieda la sua trasfigurazione. Il Vangelo lavora come una luce discreta nella
notte: non cancella immediatamente le ombre, ma consente di riconoscerle, di
attraversarle e di non consegnare loro l’ultima parola.
È
proprio l’incontro con i lupi a mostrare a che punto siamo. Finché nulla ci
contraddice, possiamo credere di essere miti; finché nessuno ci ferisce,
possiamo immaginarci capaci di perdono. La prova arriva nel momento dell’urto,
quando la violenza dell’altro bussa alla nostra porta e cerca una violenza
corrispondente. In quell’istante si vede se la fede è soltanto un linguaggio
appreso oppure una forma nuova dell’esistenza. I lupi diventano, senza volerlo,
lo specchio nel quale misuriamo il cammino compiuto e quello ancora da
percorrere.
Essere
agnelli in mezzo ai lupi non è naturale. Non è il risultato di un temperamento
docile, di una strategia prudente o di una debolezza incapace di reagire. È il
frutto dell’azione dello Spirito Santo, che rende possibile ciò che, affidato
alle sole forze umane, resterebbe impraticabile: non restituire il male
ricevuto, non permettere alla ferita di dettare la nostra identità, non
lasciare che l’aggressore scelga per noi il linguaggio con cui rispondere. Questa
è la modalità della Croce. Gesù, l’Agnello, non oppone alla violenza dei lupi
una violenza più grande. Non entra nella loro logica per sconfiggerli sul loro
stesso terreno. Si lascia raggiungere, ferire, spezzare. La Croce appare così
come il luogo del fallimento assoluto, la notte in cui il lupo sembra avere
divorato ogni speranza. Eppure, proprio lì si manifesta la forza invincibile e
misteriosa dell’amore: una forza che non vince eliminando il nemico, ma
rifiutando di diventargli simile. L’Agnello sbranato permette all’amore di
penetrare nelle pieghe più oscure del mondo. La violenza cieca si scarica sulla
sua mansuetudine e crede di averla annientata; in realtà, proprio attraverso
quella ferita, la logica dell’Agnello entra nella storia. Non come un clamore
che occupa la scena, ma come una sorgente sotterranea. Da allora ogni gesto di
perdono, ogni rinuncia alla vendetta, ogni parola mite pronunciata nel cuore
del conflitto rende visibile quella stessa corrente nascosta.
Forse
la notte continua a essere popolata di lupi. Forse anche dentro di noi se ne
ode ancora il passo. Ma il Vangelo non ci chiede di fingere che quel rumore non
esista: ci chiama a vegliare, a riconoscerlo e a lasciare che lo Spirito
trasformi, giorno dopo giorno, il nostro istinto in mitezza. L’Agnello non
illumina il mondo evitando la notte. La attraversa. E nel punto più buio, là
dove l’amore sembra sconfitto, apre silenziosamente un’alba che i lupi non
possono divorare.
Nessun commento:
Posta un commento