Paolo Cugini
La
notte ha un modo tutto suo di mettere a nudo le cose. Quando il rumore del
giorno si ritira e le voci si abbassano, resta più chiaro ciò che durante le
ore luminose cerchiamo spesso di nascondere: il bisogno di essere visti,
riconosciuti, preferiti. Nel silenzio, l’anima scopre di portare dentro una
domanda antica, quasi infantile, eppure tenace: quanto valgo? Sono abbastanza?
Sono più grande di qualcuno? È come se, nel fondo di noi, ci fosse sempre un
problema di grandezza che ci inquieta, una misura invisibile con cui
confrontiamo la nostra vita con quella degli altri.
Molte
delle nostre fatiche nascono proprio da questa misura. Non ci basta vivere:
vogliamo emergere. Non ci basta essere amati: vogliamo essere preferiti. Non ci
basta camminare: vogliamo stare un gradino più in alto. L’istinto di
sopravvivenza, che custodisce la vita e la difende, può trasformarsi facilmente
in orgoglio, e l’orgoglio, a sua volta, cerca segni di superiorità, differenze,
distanze. Ci rassicura pensare di essere avanti, più capaci, più giusti, più
importanti. Ma questa rassicurazione è fragile, perché dipende dagli occhi
degli altri, dall’applauso che arriva o che manca, dal confronto che oggi ci
esalta e domani ci ferisce.
In
questa oscurità interiore, la proposta di Gesù appare come una luce diversa,
non abbagliante ma profonda. Egli non alimenta la nostra ansia di grandezza;
non ci invita a vincere la gara del mondo, né a conquistare il primo posto con
mezzi più raffinati. Al contrario, indica una strada che sembra quasi
impossibile: uscire dalla volontà di superiorità per desiderare l’ultimo posto,
la piccolezza, perfino quella forma di insignificanza che libera dal bisogno di
dover continuamente dimostrare qualcosa. La conversione, allora, non è soltanto
correggere qualche comportamento esteriore, ma cambiare il centro del cuore:
smettere di cercare se stessi sopra gli altri e imparare a stare con gli altri,
accanto agli altri, sotto il peso degli altri quando occorre servirli.
Il
Regno dei cieli è così la prospettiva capovolta rispetto al regno del mondo. Il
mondo chiama grandi coloro che occupano spazio, che impongono la propria voce,
che salgono schiacciando, che si costruiscono un nome anche a costo di umiliare
chi resta indietro. Spesso la grandezza mondana è piena di sé: ha bisogno di
mostrarsi, di contarsi, di accumulare consenso, di difendersi da ogni ombra. Ma
nel Regno di Dio i grandi sono i piccoli; sono coloro che non hanno più bisogno
di ingrandire la propria immagine perché hanno scoperto una dignità più
profonda, ricevuta e non conquistata. La loro grandezza non dipende
dall’opinione degli altri, ma dall’amore che avvertono nell’anima, dalla
certezza silenziosa di essere figli e figlie del Mistero.
Per
questo uscire dalla logica del mondo è difficile. Significa camminare contro la
maggioranza, attraversare la notte del proprio ego, rinunciare alla luce
artificiale dell’approvazione per cercare una luce più interna e più vera.
Nessuno riesce a farlo da solo. Abbiamo bisogno di una guida, di qualcuno che
abbia già scelto la via del servizio, dell’umiltà, della misericordia; qualcuno
che si sia fatto piccolo non per disprezzarsi, ma perché ha trovato nell’amore
la misura autentica della vita. Gesù è questa guida: non domina, ma accompagna;
non umilia, ma rialza; non chiede di diventare invisibili per annullarci, ma di
liberarci dall’idolo della visibilità.
Nella
notte, allora, la piccolezza non è più una sconfitta. Diventa il luogo in cui
l’anima respira senza dover competere. Diventa spazio di uguaglianza, di
ascolto, di compassione. Chi accetta l’ultimo posto non perché costretto, ma
per amore, scopre una libertà che i potenti non conoscono: la libertà di non
dover apparire più grande di ciò che è. E forse proprio lì, nel punto più
basso, dove il mondo non guarda e non applaude, comincia a brillare la vera
grandezza: quella umile, nascosta, mite, che non schiaccia nessuno, ma illumina
lentamente tutto ciò che incontra.
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