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giovedì 10 aprile 2025

DOMENICA X/C DEL TEMPO COMUNE

 




1 Re 17,17-24; Ps 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17


Paolo Cugini

1. Dopo le tante domeniche solenni che abbiamo celebrato in questi ultimi mesi del periodo di Pasqua e Pentecoste, la liturgia ritorna al Tempo Comune e ci rimarrà per alcuni mesi, sino al Tempo d’ Avvento che avverrà alla fine di novembre. In questo Tempo Comune avremo l’opportunità di riflettere sui temi significativi del nostro camminare quotidiano, scoprendo i significati che la Parola di Dio dà ai contenuti sui quali lavoriamo giorno dopo giorno. In questa domenica, che é la decima del tempo comune, tempo che era iniziato subito dopo il tempo di Natale, il tema che ci viene proposto é quello della vita. Sia la prima lettura che il Vangelo ci parlano della resurrezione di una persona giovane. Nella prima lettura si parla della resurrezione di un bambino, mentre nel Vangelo é narrata la risurrezione di un ragazzo. In tutti i due i casi un giovane morto viene restituito vivo alla propria madre. La domanda che potremmo rivolgerci é questa: che insegnamento riceviamo da queste narrazioni di risurrezione?

2. Un morto dal punto di vista spirituale potremmo indicarlo come colui che ha rotto il proprio legame con la vita e, siccome la vita viene da Dio, é morto colui che non vive in Dio, che ha tagliato il proprio legame con Dio. In entrambe le narrazioni sono le madri le protagoniste dell’intervento divino. Nel primo caso la madre si arrabbia con il profeta per la morte del proprio bambino, quasi colpevolizzando Elia per l’accaduto. Elia entra in azione con una preghiera con la quale chiede l’intervento di Dio. É la preghiera del profeta, dell’uomo di Dio che é ascoltato dal Padre. Affinché la preghiera sia ascoltata e la morte si trasformi in vita bisogna essere profeti, uomini e donne di Dio, persone che hanno fatto della propria vita un dono al Signore, qualsiasi sia la vocazione. Per fare ció dovremmo prendere sempre più seriamente il nostro battesimo, viverlo come un dono, trasformando la nostra vita in dono. La preghiera di Elia é la preghiera di un uomo che ha fatto della propria vita un totale servizio al Signore. 

 3. Nel Vangelo é Gesù che sente compassione per la madre vedova che perde l’unico figlio ed entra decisamente in azione. É la situazione che provoca l’entrata di Dio nella storia. Il Dio che si é rivelato nella persona di Gesù Cristo non sopporta la sofferenza dei piccoli, dei poveri, degli oppressi. E infatti che cosa  c’é di più piccolo, povero e disperato di una madre vedova che ha perso il suo unico figlio? É in questo Dio che crediamo, nel Dio che ascolta il grido dei sui piccoli ed entra nella storia degli uomini e delle donne per dare vita, per trasformare situazioni di morte in vita. 

4. “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Mi ha fatto impressione questa espressione di Gesù. Oggi incontriamo molti giovani morti nel significato sopra accennato e cioè senza Dio. Quanti giovani vivono oggi senza nessun riferimento al Vangelo, alla proposta di Gesù, nell’illusione di poter vivere senza di Lui! Eppure da sempre la maggior parte dei giovani che incontriamo sono passati dalle nostre sale di catechismo. E allora perché se ne sono andati? Perché oggi vivono come se Dio non esistesse, pur avendolo conosciuto, por avendo ascoltato per molto tempo la sua Parola? Come potrebbe la Chiesa oggi dirigere le parole di Gesù ai giovani che incontra “morti” sul proprio cammino?

5. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Do”. Il mondo riconosce la presenza di Dio nella storia quando avviene una trasformazione, un passaggio dalla morte alla vita. Glorificare Dio significa credere in Lui. Il prodigio provoca la fede del mondo. La Chiesa é chiamata a compiere questo prodigio per aiutare il mondo a credere in Dio, ma come può fare ciò?

Sono due le indicazioni che ci sono state consegnate dalle letture. La prima é che solamente una Chiesa profetica, e cioè una Chiesa che vive e si alimenta del Signore é in grado di rivolgere al Padre una preghiera di supplica. La Bibbia c’insegna che Dio Padre ascolta sempre la preghiera dei suoi servi e serve. Se ci premono i giovani e la loro vita dovremmo convertirci una volta per tutte al Signore, uscire dai nostri egoismi e metterci al Servizio del Signore. La morte spirituale dei giovani deve provocare la nostra conversione. 

La seconda indicazione la troviamo nel Vangelo. Gesù tocca la bara. Fino a quando la nostra disperazione si ferma alle parole dette e scritte non succederà nulla nell’ottica della fede. Bisogna toccare la bara! Fino a quando il padre di famiglia va al bar o non smette di lavorare e non trova mai il tempo  per parlare con il proprio figlio/a, continua a costruire lentamente la sua bara. Sino a quando la madre si preoccupa solamente dei vestiti e dell’esterno e non prova mai ad abbozzare un minimo dialogo sui problemi dei propri figli, sta semplicemente martellando i chiodi delle loro bare. Bisogna avere l’umiltà di sentire la puzza di morte che esce dalla bara. Bisogna che un giorno arriviamo ad avere il coraggio di prendere il martello per togliere i chiodi alla bara, di fermare il corteo di gente che sta portando tanti giovani al cimitero della vita. E poi c’é la Chiesa, la comunità di cristiani che deve poter toccare le bare dei giovani che incontra, non facendo la corsa con il mondo e cioè, non offrendo in un modo più masticato e ripulito quello che il mondo già offre, ma avendo il coraggio di proporre quello che é chiamata a proporre: Gesù Cristo. Una Chiesa creativa che pensa al modo per poter parlare de Gesù ai giovani, senza provocare sensazioni di disagio, ma di fame di Dio. Per fare questo la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di abbandonare una volta per tutte la logica mondana di offrire la proposta del Vangelo come se fosse obbligatoria, come una proposta scolastica che deve essere fatta. Quando la Chiesa avrà il coraggio di presentare ai giovani il Vangelo di Gesù per quello che é e cioè, una proposta di vita che esige un’adesione personale libera e non un obbligo o un’imposizione,  forse in questo modo potrà trovare la forza per dire ai giovani che incontra: ragazzo/a, dico a te: alzati!


sabato 8 aprile 2023

OMELIA DELLA DOMENICA DI PASQUA

 



PASQUA DI RISURREZIONE DEL SIGNORE

At 10, 34a. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9

Paolo Cugini

 

 

La luce ha vinto le tenebre; la vita ha sconfitto la morte. È questo il messaggio che abbiamo ascoltato nella liturgia della notte e che continuerà a risuonare per tutto il tempo di Pasqua. C’è un evento nuovo e mai visto che riempie il tempo e la storia: la resurrezione di Cristo. È da tanti anni che la luce della resurrezione illumina il mondo, ma ancora ci sfugge il significato profondo non solo per Gesù, ma anche e soprattutto per la nostra vita e la vita della comunità cristiana. Cerchiamo allora nelle letture ascoltate alcune risposte a questo mistero.

E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme (At 10,37). Il primo dato che letture di oggi ci consegnano è che il mistero della risurrezione di Cristo è affidato a dei testimoni. La nostra fede nella resurrezione dipende dall’ascolto della testimonianza di coloro che lo hanno visto risorto. Questi testimoni non sono dei semplici passanti che hanno incontrato Gesù, ma sono coloro – come dice il testo degli Atti – ma sono coloro che lo hanno conosciuto sin dai primi momenti della sua attività pubblica e lo hanno accompagnato sino ai piedi della croce. Si può allora dire, a proposito della loro testimonianza, che lo conoscono bene, sanno chi è, che cos’ha fatto e detto. La Testimonianza di Pietro, Maria, Giovanni e tutti gli altri possiede una forza che è impossibile intaccare: è l’evidenza della realtà. Come dirà poi Giovanni in una delle sue lettere, lo hanno visto, toccato; i discepoli hanno toccato la carne del risorto, hanno ascoltato la sua voce, lo hanno visto a pranzo con loro. Quella del risorto è un evento avvenuto nella storia degli uomini e delle donne, affidato a qui pochi intimi che avrebbero potuto riconoscerlo. Tutto il cristianesimo, il cammino della Chiesa nei secoli dipende dalle narrazioni di questi pochi testimoni. È la loro parola contro la nostra. Dalla loro c’è un incontro che ha segnato profondamente e radicalmente la loro esistenza. Infatti, se è vero che Gesù ha dato la vita ed è morto per loro, è altrettanto vero che i discepoli e le discepole di Gesù sono morti per Lui. L’incontro con il risorto, con l’autore della vita, con Colui che ha la vita in sé, provoca un cambiamento radicale che porta il testimone a non indietreggiare mai, nemmeno dinanzi alla morte.

Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria (Col 3, 4). La vita di coloro che hanno conosciuto il risorto e credono in Lui si riconosce dal loro nascondimento. Chi incontra il risorto è prima di tutto una persona morta al mondo. È questo il primo significato che, tra l’altro, la prima comunità dava al battesimo. Il mondo è tutta quella realtà che si oppone alla proposta del Signore e che si caratterizza per la ricerca del plauso degli uomini, per una visibilità esterna. Al contrario, coloro che seguono il Signore risorto, come primo passo fondamentale rinunciano a tutto ciò che il mondo può offrire, per accogliere la vita che viene dal risorto. La vita dei cristiani è nascosta per il fatto che non cercano più la gloria degli uomini, ma sì l’amore del Padre. È un discorso molto radicale che è difficile vedere nelle comunità cristiane, se non in alcune esperienza specifiche di vita religiosa. È, comunque, importante riflettere sul come la prima comunità cristiana aveva compreso e vissuto la testimonianza dei discepoli e l’incontro con il risorto.

Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti (Gv 20, 9). È sempre molto affascinante ascoltare la narrazione di questa corsa di Pietro e Giovanni. C’è molto amore in questa corsa, molta amicizia: c’è il desiderio di un incontro che sembrava impossibile. Rimane sempre aperta una domanda dopo aver ascoltato il brano: come mai Giovani riesce a capire che il Signore era risorto guardando il semplice indizio dei panni nel sepolcro, mentre Pietro, pur vedendo gli stessi panni, non arriva a riconoscerlo? Il credere di Giovanni è una prima indicazione fondamentale nel cammino della comprensione del mistero. Per crederci occorre vederlo. Ancora una volta, come ha fatto Giovanni a vedere nei panni trovati nel sepolcro la presenza del risorto? È questo il problema. Per rispondere occorre ricordarsi un dato fondamentale che viene ripetuto più volte nel vangelo in questione: Giovanni era il discepolo che Gesù amava. Il mistero della resurrezione di Gesù non lo si scoprirà mai con dei sillogismi, con gli strumenti della sapienza umana: è un problema di cuore, di relazione. Solo chi ama il Signore può intravedere negli indizi lasciati nella storia il segno chiarissimo della sua presenza. Dio si è rivelato nel Signore e, in modo nuovo ed eclatante, nella sua resurrezione. La storia è piena della luce del risorto, luce che risplende nel mondo da più di duemila anni. Per vederla, ci viene detto oggi, occorre amare il Signore, creare una relazione profonda con Lui, sentirlo, percepire il suo amore. Solo in questo modo è possibile comprendere he la resurrezione del Signore è molto di più di un semplice evento storico: è il senso stesso della realtà.

sabato 25 marzo 2023

OMELIA DOMENICA 26 MARZO 2023

 



QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA/A

Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

Paolo Cugini

 

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato.  C’è una indicazione importante: il villaggio ed è sufficiente per chiarire quello che verrà. Il villaggio nei vangeli è sempre negativo; è il luogo dove le tradizioni attecchiscono, ma le novità sono viste con sospetto. Mentre in città le mode possono andare e venire, nel villaggio le mode arrivano sempre in ritardo e quando hanno attecchito è impossibile modificarle e vige l’imperativo: si è fatto sempre così. Pertanto, il termine villaggio viene a significare resistenza, incomprensione od ostilità alla novità portata da Gesù. Con questo termine Giovanni indica che nel brano vi sarà incomprensione su quanto Gesù è venuto a portare. È una comunità che non ha ancora rotto con l’istituzione, è nel recinto del giudaismo, non ha ascoltato la voce del pastore che è venuto a liberare.

Disse allora Tommaso. compare per la prima volta il discepolo più importante del vangelo di Giovanni. Per letture erronee ed errate del vangelo, certi personaggi sono presentati male, basta pensare a Maria di Magdala, una donna straordinaria che più avanti, in questo vangelo, vedremo come leader della comunità. Per un errore commesso in passato da un papa, è stata identificata con una prostituta che, con i capelli, asciuga i piedi a Gesù, è poi diventata la peccatrice redenta. Ugualmente è per Tommaso, definito l’incredulo e a proposito, ci sono espressioni proverbiali. In Giovanni è il discepolo più importante in assoluto, è nominato sette volte, cioè la totalità, la completezza ed in bocca a lui c’è l’espressione più alta di fede in Gesù, contenuta in tutto il vangelo. Pietro nel vangelo di Matteo e di Marco arriva a riconoscere Gesù, il Figlio di Dio, ma solo Tommaso in questo vangelo, si rivolge a Gesù chiamandolo mio Signore e mio Dio. Filippo non aveva compreso e dice mostraci il Padre e ci basta, Tommaso ha capito una grande verità, che non Gesù è uguale a Dio, ma Dio è uguale a Gesù; non c’è da cercare altro Dio all’infuori di quello che si vede in Gesù. Disse allora Tommaso chiamato Didimo, che significa gemello, era conosciuto come il gemello di Gesù, come colui che gli assomigliava di più tra i discepoli e questo è confermato in numerosi testi apocrifi.

Maria invece stava seduta in casa. L’incontro di Gesù con i suoi è sempre una confluenza di due movimenti. Maria non va incontro a Gesù, perché non lo sa, mentre Marta dunque come seppe che veniva Gesù. Però se anche lei lo vorrà incontrare, dovrà uscire dalla casa del lutto e dal villaggio, luogo del pianto e della tradizione. Giovanni ci anticipa la teologia comune degli evangelisti: non si può incontrare il vivo in un mondo di morti.

Io sono la risurrezione perché sono la vita; Marta diceva: risusciterà nell’ultimo giorno, Gesù dice: è presente. La resurrezione non è alla fine dei tempi, è presente perché Io sono qua. La presenza di Gesù comporta quella della resurrezione. Chi dà adesione a Gesù ha una vita, di una qualità tale, che è capace di superare la morte. La vita eterna per Gesù non sarà, ma è. Abbiamo visto che nel mondo ebraico si cominciava a credere nella vita eterna, nella resurrezione, ma sarebbe stata un premio per i giusti. Con Gesù la vita eterna non è il premio o una speranza nel futuro, ma una possibilità e una esperienza nel presente. Gesù non si presenta come uno che promette la vita eterna nel futuro, ma è lui la vita eterna e cerca di cambiare a Marta, il significato della morte e della resurrezione. Ecco due espressioni che modificano radicalmente il concetto della morte, della vita e della resurrezione: “Io sono la risurrezione perché sono la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; alla comunità che piange la morte di uno dei suoi componenti Gesù assicura: chi crede in me anche se muore, Lazzaro è morto, continua a vivere. Il discepolo vive perché ha dato adesione a Gesù, e quelli che gli danno adesione hanno il dono dello Spirito (credere significa avere lo Spirito di Dio) e non passano attraverso l’esperienza della morte, continuano a vivere. Quando Gesù dice: Io sono la resurrezione e la vita, non intende la vita biologica, bios, ma Zoe, la vita divina, una vita che ha un inizio con l’incontro con Gesù e quando bios muore, Zoe continua ad esistere.

 Chiunque vive e crede in me non morirà, è la novità portata da Gesù, che ha liberato la comunità non dalla paura della morte, ma dalla morte stessa e rassicura: chi vive e crede in me non morirà mai. Alla comunità che piange un morto dice: se questa persona ha creduto in me, anche se adesso è morta, sappiate che continua a vivere e voi che siete vivi e mi date adesione, non farete l’esperienza della morte. È il cambio di mentalità che Gesù vuole portare alla comunità cristiana. I primi cristiani lo avevano capito; non credevano che sarebbero resuscitati dopo la morte, ma che erano già resuscitati; avevano capito che Gesù non resuscita i morti, ma dona ai vivi una vita, di una qualità tale che continua per sempre.

E disse: Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. In Giovanni non appare mai il verbo pregare, ma per tre volte il verbo ringraziare, eucaristeo, da cui deriva eucaristia: c’è due volte nell’episodio della condivisione dei pani e poi nella resurrezione di Lazzaro. Nella condivisione dei pani Gesù aveva invitato i discepoli a farsi loro, pane per gli altri. Chi con Gesù e come Gesù fa della propria vita pane per gli altri, ha una vita di una qualità tale che è capace di superare la morte. Per questo il verbo ringraziare appare due volte nella condivisione dei pani e una volta nella resurrezione di Lazzaro. Lazzaro ha una vita capace di superare la morte perché ha fatto della sua vita un dono per gli altri, è il significato dell’eucaristia, l’impegno di orientare la propria vita per il bene degli altri. Nel momento che lo facciamo, Dio ci comunica un flusso ancora più forte della vita capace di superare la morte. Noi non ci accorgeremo di morire. Gesù non deve chiedere, deve ringraziare.

domenica 26 febbraio 2023

VANGELO DI GIOVANNI CAPITOLO 11

 





Ritiro Spirituale di quaresima 2023

Galeazza domenica 26 febbraio

 

 

.[Annotazioni di Paolo Cugini]

 La resurrezione è il passaggio definitivo da una vita fisica a una vita spirituale definitiva e Paolo dice che l’unico che è resuscitato è Gesù Cristo. Le altre, che vengono rappresentate nei vangeli, non possono essere considerate resurrezioni, ma rianimazioni: Gesù ha rianimato una persona che poi deve morire di nuovo, a meno che non la pensiamo in giro da qualche parte.

Solo tre resurrezioni, avvenimenti straordinari, perché nessuno è più uscito dalla tomba, ma che sono ignorati da alcuni evangelisti. Il brano della resurrezione della figlia di Giairo, capo della sinagoga è assente in Giovanni, quello del figlio della vedova di Nain è soltanto in Luca. È abbastanza strano che un episodio così straordinario come la resurrezione non sia proclamato da tutti gli evangelisti!

Gli evangelisti quando presentano tre persone usano una tecnica letteraria, che indica una comunità di credenti in Gesù, ma che è ancora ancorata alla tradizione del vecchio. Il fatto che l’individuo abbia un nome si richiama a quanto Gesù aveva detto nel capitolo precedente, che le sue pecore le chiama per nome. C’è una indicazione importante: il villaggio ed è sufficiente per chiarire quello che verrà. Il villaggio nei vangeli è sempre negativo; è il luogo dove le tradizioni attecchiscono, ma le novità sono viste con sospetto. Mentre in città le mode possono andare e venire, nel villaggio le mode arrivano sempre in ritardo e quando hanno attecchito è impossibile modificarle e vige l’imperativo: si è fatto sempre così. Pertanto il termine villaggio viene a significare resistenza, incomprensione od ostilità alla novità portata da Gesù. Con questo termine Giovanni indica che nel brano vi sarà incomprensione su quanto Gesù è venuto a portare. È una comunità che non ha ancora rotto con l’istituzione, è nel recinto del giudaismo, non ha ascoltato la voce del pastore che è venuto a liberare.

 Maria era quella che aveva unto (12,3) con unguento profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli, il cui fratello Lazzaro era malato. L’evangelista anticipa la celebrazione della vita nella casa di Lazzaro. Quando Gesù sta per resuscitare Lazzaro, Marta dice: Signore, puzza già! Mentre alla morte corrisponde la puzza, alla vita corrisponde il profumo.

L’evangelista corregge la visione delle sorelle, che non hanno ancora percepito la qualità d’amore di Gesù verso tutti coloro che lo seguono e sono collocate alla stregua dei giudei, i nemici di Gesù che verranno per porgere il cordoglio e che diranno 11,36: guarda come gli voleva bene. Non hanno capito la qualità d’amore di Gesù, la sua relazione verso coloro che lo seguono non è una relazione di amicizia, ma è un amore che non dipende dalla condotta o dalla risposta dell’altro, è un amore gratuito, è un amore generoso.

6 Quand’ebbe dunque sentito che era malato, ci aspetteremmo che decise di andare a Betania, ma rimase due giorni nel luogo in cui era. Ma perché due giorni, quando l’evangelista aveva detto che Gesù amava la comunità? L’evangelista dà questo insegnamento: Gesù non è venuto ad alterare il normale ciclo della vita fisica eliminando la morte biologica della ciccia, ma a dare alla morte un nuovo significato. I due giorni sono un riferimento al profeta Osea che riguardo all’azione del Signore 6,2 dice: Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci farà risorgere e noi vivremo alla sua presenza. È un riferimento alla profezia di una resurrezione e l’evangelista ci mette sullo sbocco finale del brano. È la terza volta che compare l’indicazione due giorni; la prima volta in bocca ai samaritani quando lo pregarono di trattenersi di là due giorni. La missione di Gesù è dare vita e la comunica a tutti coloro che rispondono al suo annuncio.

11 Così parlò e poi soggiunse a loro: Lazzaro, il nostro amico è importante, lo chiama amico della comunità di cui si sente un componente. Nella comunità cristiana non c’è nessuno che possa mettersi al di sopra degli altri. Gesù stesso si ritiene un componente della comunità e al capitolo 13, si mette al servizio. s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo. Gesù dichiara che Lazzaro si è addormentato e nelle prime comunità cristiane la morte era definita un sonno, adoperavano l’immagine del dormire.

Il termine cimitero deriva da un termine greco che significa dormitorio e indica una sola tomba. Con il messaggio di Gesù è cambiato l’atteggiamento nei confronti della morte; la morte come il dormire non interrompe il ciclo vitale, ma è una componente che permette all’individuo di riprendere ancora più forza. Normalmente quando si parla della morte la si contrappone alla vita, ma in base a questo insegnamento e alla esperienza della comunità cristiana è sbagliato; non va contrapposta la vita alla morte, ma la nascita alla morte, e fanno parte del ciclo vitale dell’individuo. Come il dormire non interrompe la vita dell’individuo così la morte. Nella nascita il bambino sta bene nella pancia della madre, non gli manca nulla e non ha nessuna intenzione di uscire, ma arriva ad un punto della sua esistenza che se vuole continuare a vivere deve uscire fuori. E solo allora vede in pienezza quell’amore dei genitori che aveva potuto soltanto percepire. La prima comunità cristiana si riferiva alla morte come al dormire e al morire come alla nascita e lo chiamava il giorno natalizio della persona. Gesù parlando del dormire vuole indicare che la morte non interrompe il ciclo vitale. La vita non ha interruzione, è trasformata. I discepoli non hanno alcuna intenzione di seguire Gesù in Giudea.

15 e io mi rallegro, c’è qualcosa che non va tra l’annuncio di morte e l’allegria di Gesù, ma il paradosso tra morte e allegria anticipa la vittoria della vita sulla morte. E Gesù vuole portare i discepoli a questa fede, e io mi rallegro per voi perché crediate di non essere stato là. Questo per sperimentare la vittoria della vita sulla morte, e poi Ma andiamo da lui!. Non invita i discepoli ad andare con lui dalle sorelle per confortarle per la morte del loro fratello, ma andiamo da lui, non va ad incontrare un morto, ma un vivo.

16 Disse allora Tommaso, compare per la prima volta il discepolo più importante del vangelo di Giovanni. Per letture erronee ed errate del vangelo, certi personaggi sono presentati male, basta pensare a Maria di Magdala, una donna straordinaria che più avanti, in questo vangelo, vedremo come leader della comunità. Per un errore commesso in passato da un papa, è stata identificata con una prostituta che, con i capelli, asciuga i piedi a Gesù, è poi diventata la peccatrice redenta. Ugualmente è per Tommaso, definito l’incredulo e a proposito, ci sono espressioni proverbiali. In Giovanni è il discepolo più importante in assoluto, è nominato sette volte, cioè la totalità, la completezza ed in bocca a lui c’è l’espressione più alta di fede in Gesù, contenuta in tutto il vangelo. Pietro nel vangelo di Matteo e di Marco arriva a riconoscere Gesù, il Figlio di Dio, ma solo Tommaso in questo vangelo, si rivolge a Gesù chiamandolo mio Signore e mio Dio. Filippo non aveva compreso e dice mostraci il Padre e ci basta, Tommaso ha capito una grande verità, che non Gesù è uguale a Dio, ma Dio è uguale a Gesù; non c’è da cercare altro Dio all’infuori di quello che si vede in Gesù. Disse allora Tommaso chiamato Didimo, che significa gemello, era conosciuto come il gemello di Gesù, come colui che gli assomigliava di più tra i discepoli e questo è confermato in numerosi testi apocrifi.

Disse: Andiamo anche noi a morire con lui!. È la crescita di fede della comunità e l’importanza di Tommaso. Gesù è venuto a traghettare i suoi dalla religione alla fede: nella religione l’uomo è orientato a Dio, tutto quello che fa lo fa per Dio e quando si dice che si fa una cosa per Dio, si appartiene al mondo della religione. Tutto questo cambia, con Gesù, Dio non è più il traguardo dell’esistenza dell’individuo, ma ne è il principio; è Dio che inonda l’uomo con il suo amore, lo trasforma, lo rende simile a sé e le cose si fanno con e come Dio. È un grande balzo di qualità; un conto è agire per Dio, un conto agire con, in piena comunione e come lui e Tommaso lo capisce. 8 L’evangelista, polemicamente, anticipa l’ostinatezza di Pietro, l’altro discepolo conosciuto come testa dura come selce, che durante l’ultima cena dirà Signore io sono pronto a dare la mia vita per te. È ancora nel mondo della religione, non ha capito. Gesù dice: chi te l’ha chiesto di dare la tua vita per me, guarda che con questa idea tra poco sarai il primo che mi tradirà definitivamente! Gesù non chiede di dare la vita per lui; Dio non assorbe le energie degli uomini, ma comunica la sua energia per potenziare gli uomini. Il Dio della religione assorbe in sé gli uomini che devono fare tutto per Dio; il Dio di Gesù potenzia gli uomini, ne dilata l‘esistenza e le cose si fanno con Dio e come Dio.

Maria invece stava seduta in casa. L’incontro di Gesù con i suoi è sempre una confluenza di due movimenti. Maria non va incontro a Gesù, perché non lo sa, mentre Marta dunque come seppe che veniva Gesù. Però se anche lei lo vorrà incontrare, dovrà uscire dalla casa del lutto e dal villaggio, luogo del pianto e della tradizione. Giovanni ci anticipa la teologia comune degli evangelisti: non si può incontrare il vivo in un mondo di morti.

Io sono la risurrezione perché sono la vita; Marta diceva: risusciterà nell’ultimo giorno, Gesù dice: è presente. La resurrezione non è alla fine dei tempi, è presente perché Io sono qua. La presenza di Gesù comporta quella della resurrezione. Chi dà adesione a Gesù ha una vita, di una qualità tale, che è capace di superare la morte. La vita eterna per Gesù non sarà, ma è. Abbiamo visto che nel mondo ebraico si cominciava a credere nella vita eterna, nella resurrezione, ma sarebbe stata un premio per i giusti. Con Gesù la vita eterna non è il premio o una speranza nel futuro, ma una possibilità e una esperienza nel presente. Gesù non si presenta come uno che promette la vita eterna nel futuro, ma è lui la vita eterna e cerca di cambiare a Marta, il significato della morte e della resurrezione. Ecco due espressioni che modificano radicalmente il concetto della morte, della vita e della resurrezione: “Io sono la risurrezione perché sono la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; alla comunità che piange la morte di uno dei suoi componenti Gesù assicura: chi crede in me anche se muore, Lazzaro è morto, continua a vivere. Il discepolo vive perché ha dato adesione a Gesù, e quelli che gli danno adesione hanno il dono dello Spirito (credere significa avere lo Spirito di Dio) e non passano attraverso l’esperienza della morte, continuano a vivere. Quando Gesù dice: Io sono la resurrezione e la vita, non intende la vita biologica, bios, ma zoe, la vita divina, una vita che ha un inizio con l’incontro con Gesù e quando bios muore, zoe continua ad esistere.

26 Chiunque vive e crede in me non morirà, è la novità portata da Gesù, che ha liberato la comunità non dalla paura della morte, ma dalla morte stessa e rassicura: chi vive e crede in me non morirà mai. Alla comunità che piange un morto dice: se questa persona ha creduto in me, anche se adesso è morta, sappiate che continua a vivere e voi che siete vivi e mi date adesione, non farete l’esperienza della morte. È il cambio di mentalità che Gesù vuole portare alla comunità cristiana.

I primi cristiani lo avevano capito; non credevano che sarebbero resuscitati dopo la morte, ma che erano già resuscitati; avevano capito che Gesù non resuscita i morti, ma dona ai vivi una vita, di una qualità tale che continua per sempre. Con Gesù la vita eterna non è un premio per il futuro, ma una condizione del presente e allora si capiscono certe affermazioni strane nelle lettere di San Paolo: colui ci ha anche resuscitati e ci ha fatto sedere nei cieli. Come, ci ha resuscitati? Ma non c’è la vita, la morte e la resurrezione? San Paolo dice: noi che siamo già resuscitati. Questa è la fede della comunità cristiana. Non c’è resurrezione dopo la morte, c’è una resurrezione in vita. Gesù ha detto: chi crede ha la vita eterna, non avrà la vita eterna. Nel momento stesso che l’individuo ha dato adesione a Gesù, in lui si innesta una vita di una qualità tale che è eterna, per cui non farà l’esperienza della morte. Nel momento della nostra ora gli altri vedranno in noi una persona che muore, noi non ne faremo esperienza, continueremo la nostra esistenza. Come dice Paolo nelle lettere degli Efesini e dei Colossesi: siete insieme resuscitati; se dunque siete risorti.

Fintanto che piangiamo i nostri cari come morti, non riusciamo a sperimentarli come vivi. Fintanto che Maria di Magdala piange davanti alla tomba di Gesù, non si accorge che è dietro di lei e aspettava che smettesse di piangere. Nel vangelo di Luca, quando le donne vanno al sepolcro, trovano gli angeli che sbarrano loro la strada: perché andate tra i morti a cercare chi è vivo? Questo dovrebbe stare all’ingresso dei cimiteri. Dovete decidervi: o la vostra persona cara è morta, allora accomodatevi; o è viva. Il cimitero è il posto dei morti, non dei vivi. Bisogna fare una scelta esistenziale: o piangiamo i nostri cari come morti o li sperimentiamo come vivi. Non è possibile piangerli come morti e sperimentarli come vivi! Matteo dice: non abbiate paura di quelli che possono uccidere il corpo, ma non hanno il potere di uccidere la vita. Di fronte alla persecuzione il massimo che possono togliervi è la vita biologica, non l’esistenza, a meno che non ci sia la seconda morte, come dice l’Apocalisse: beati quelli che non sperimenteranno la seconda morte. La prima è la morte biologica, a cui tutti andiamo incontro, ma c’è il rischio che non ci sia zoe, che ci sia niente; è la seconda morte di cui parla l’Apocalisse. Una persona che ha vissuto unicamente per sé, centrata soltanto sui suoi bisogni e sulle sue necessità, che non si è proiettata verso gli altri, non è cresciuta. La scintilla di vita che aveva in sé, si è atrofizzata fino a spegnersi. Chi vive per gli altri potenzia la vita (zoe), chi vive per sé la distrugge.

Gesù tante volte dice, nel vangelo, che dare la vita non è perdere, ma è guadagnare; trattenere la vita è perdere. Si possiede – come diciamo in questi incontri – soltanto quello che si dona; quello che si trattiene per noi non si possiede, ma ci possiede e si distrugge. Quanto più noi rendiamo la vita agli altri, tanto più sarà potente la vita divina (zoe) e non faremo esperienza della morte. Se viviamo solo per noi c’è il rischio che quando arriva la morte fisica, ci sia anche la morte definitiva della persona. Gesù propone alla comunità di cambiare il concetto di morte, la resurrezione non è al futuro e dice a Marta: chi vive e crede in me non morirà mai. Credi questo?. Per Gesù la morte non esiste. Marta, la comunità, ha questa fede? Gesù non offre un cammino diverso per giungere poi alla vita eterna, ma una vita diversa che è già resurrezione. Non si segue Gesù per avere la vita eterna, ma seguendo Gesù scopro dentro di me una potenza di vita, che sento indistruttibile. Finalmente c’è la crescita di fede in Marta, nella comunità. Prima Marta si rifaceva alla tradizione: so che qualunque cosa tu chiederai – tu chiederai a Dio, non sei Dio.

27 Gli rispose: Sì, o Signore, chiama Gesù Signore, titolo che non significa signore perché comanda, ma perché non obbedisce a nessuno, è una persona pienamente libera. La comunità cresce e arriva a comprendere che Gesù è il Signore, io ora credo, io credo fermamente (credere in greco è credere con forza) che tu sei il Messia, il Figlio di Dio, colui che deve venire nel mondo. Finalmente la comunità cresce, riconosce che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, che ha la stessa vita di Dio, la natura stessa di Dio, che Gesù è Dio.

29 Quella allora come udito, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non entra nella casa del lutto. Per sperimentare Gesù occorre abbandonare la casa del lutto. Gesù non entra neanche nel villaggio. L’arrivo di Gesù toglie Maria dall’immobilità per la morte del fratello; è la comunità in cui è morto l’uomo, il maschio di casa e le donne si sentono a terra, disarmate, paralizzate. Appena udito ciò, si alzò in fretta, l’annuncio di Gesù aiuta ad uscire dalla prostrazione in cui il lutto, il dolore getta, e andò da lui. Sa che per incontrare Gesù occorre lasciare la casa del lutto. Fintanto che si resta nella casa del lutto, del dolore, è impossibile fare esperienza di Gesù.

31 Allora i Giudei, ricordo che in Giovanni il termine indica i capi, le autorità religiose, ed è strano che una comunità di seguaci di Gesù, abbia ricevuto le condoglianze da quelli che avevano già deciso di ammazzarlo. È una comunità che non si distingue per la novità portata da Gesù, che erano con lei in casa a confortarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, sono indicazioni preziose, la proposta di Gesù è per tutti, seguendo la discepola Maria anche i capi possono andare da Gesù. Non è possibile per il popolo sperimentare la vita seguendo i capi, in questo caso sono i capi che seguendo le tracce della comunità cristiana possono arrivare a Gesù. È la dinamica dei vangeli: l’incontro con il Signore non avviene mai seguendo i capi, ma seguendo la comunità, la base. È questa che porta al Signore.

35 Gesù pianse. È incomprensibile se prendiamo l’episodio come cronaca, perché piange se sta per resuscitare Lazzaro? Perché perde tempo a piangere? L’evangelista, mentre per i Giudei e per la sua comunità adopera il verbo singhiozzare usato per la veglia funebre, per Gesù usa il verbo che, letteralmente, vuol dire lacrimare, ed esprime dolore. Da parte dell’evangelista è una indicazione sul giusto atteggiamento nei confronti della morte da parte della comunità cristiana. La morte non getta nella disperazione come in chi non crede, non è la fine di tutto, ma è una espressione di dolore. È vero che la persona vive, però fisicamente manca! Gesù esprime il dolore per la morte dell’amico Lazzaro. Lo dico perché ci sono gruppi fanatici per i quali - fraintendendo il messaggio - la morte è espressione di allegria. E Gesù stesso, di fronte alla morte di Lazzaro, esprime il dolore per l’amico caro. Ma perché, se lo stava per resuscitare piange? L’evangelista ci fa comprendere che c’è qualcosa di diverso.

Vedendo il pianto 36 Dissero allora i Giudei: Guarda come gli voleva bene!. L’evangelista fin dall’inizio usa due verbi differenti, per indicare il rapporto di Gesù con i suoi discepoli. Sia le sorelle che i Giudei dicono che Gesù gli voleva bene, il verbo è phileo, ma l’evangelista corregge questa visione e dice che Gesù lo amava e usa il verbo agapao, che indica un amore incondizionato.

39 Disse Gesù. Togliete la pietra! Poteva anche dire di dare una mano, dato che le pietre erano grosse, ma l’ordine è imperativo, non dice: togliamo la pietra, perché non è stata messa da lui. Sono loro che l’hanno messa! L’importanza della pietra è ribadita dall’evangelista, ripetendo per tre volte il termine pietra.

Signore, puzza, perché è di quattro giorni. Nella cultura ebraica - quando una persona moriva, veniva posta nel sepolcro - si credeva che lo spirito del morto posto nel sepolcro rimanesse a guardarsi per tre giorni; al quarto giorno il processo di decomposizione era già avanzato e lo spirito, non riuscendo a riconoscersi nel volto del cadavere, scendeva nel regno dei morti, era la morte definitiva. Per questo Marta dice puzza, effetto della morte. L’evangelista, all’inizio, presentando Maria, aveva anticipato quanto sarebbe accaduto nel prossimo capitolo: Maria era quella che cosparse di profumo il Signore. Quando la comunità fra una settimana, si riunirà per fare festa alla vita più forte della morte, Maria prende un vaso di profumo, che inonda la casa. La morte puzza, la vita comunicata da Gesù è un profumo che inonda la casa. Qui la fede di Marta vacilla.

e disse: Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. In Giovanni non appare mai il verbo pregare, ma per tre volte il verbo ringraziare, eucaristeo, da cui deriva eucaristia: c’è due volte nell’episodio della condivisione dei pani e poi nella resurrezione di Lazzaro. Nella condivisione dei pani Gesù aveva invitato i discepoli a farsi loro, pane per gli altri. Chi con Gesù e come Gesù fa della propria vita pane per gli altri, ha una vita di una qualità tale che è capace di superare la morte. Per questo il verbo ringraziare appare due volte nella condivisione dei pani e una volta nella resurrezione di Lazzaro. Lazzaro ha una vita capace di superare la morte perché ha fatto della sua vita un dono per gli altri, è il significato dell’eucaristia, l’impegno di orientare la propria vita per il bene degli altri. Nel momento che lo facciamo, Dio ci comunica un flusso ancora più forte della vita capace di superare la morte. Noi non ci accorgeremo di morire. Gesù non deve chiedere, deve ringraziare.

43 E detto questo, gridò a gran voce: Lazzaro vieni fuori! Hanno messo Lazzaro nel posto sbagliato e Gesù lo chiama a gran voce, si rifà al capitolo 5,25 in cui aveva detto: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata vivranno. Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno. La voce potente di Gesù è quella che arriva a quanti stanno nel mondo dei morti. Gesù non compie nessuna azione su Lazzaro, non così nelle altre due resurrezioni, dove ha compiuto delle azioni: prende per mano la figlia del capo della sinagoga e la rialza; tocca la bara del figlio della vedova di Nain. Gesù non aveva bisogno né di prendere per mano della figlia del capo della sinagoga, né di toccare la bara del figlio della vedova di Nain, qui dice: Lazzaro vieni fuori. Non poteva dire lo stesso nei due episodi precedenti, perché era in un ambiente giudaico dove la legge divina proibisce di toccare un morto, perché rendere impuri. Gesù ne dimostra la falsità: è la legge che mantiene in una condizione di morte, trasgredendo la legge c’è la vita. Nel contesto della comunità cristiana, Gesù non ha bisogno di toccare Lazzaro; ha chiamato Lazzaro, il vivo, che è stato collocato in un luogo sbagliato per un discepolo di Cristo, perché anche se muore continua a vivere. Lazzaro, discepolo di Gesù, ha ascoltato la voce di Dio ed è già vivo.

Gesù disse loro: Scioglietelo, siete voi che lo avete legato e che pensate che la morte sia la fine di tutto. La comunità, sciogliendo il morto, si scioglie completamente dalla paura della morte. Una volta sciolto dai legacci, c’è l’ultimo ordine. Proviamo a immedesimarci nella realtà che ci resuscita una persona cara, che ci è morta. Scioglietelo, se è stato legato va bene, ma come ultimo ordine ci aspetteremmo di andargli incontro, di festeggiarlo, di farlo venire, invece: e lasciatelo andare. Dove deve andare Lazzaro? Perché non ha detto: scioglietelo e fatelo venire; scioglietelo e abbracciamolo, o festeggiamolo perché era morto ed è tornato in vita. Invece: scioglietelo e lasciatelo andare. E il resuscitato non ringrazia, non parla alle sorelle, Lazzaro è assente. Il finale è incongruente. Il morto dove deve andare? Dove già è Lazzaro, nella sfera della vita divina. Non è che deve andare, c’è già, ma è la mentalità della comunità e per questo Giovanni adopera il verbo andare, che ha sempre adoperato per indicare l’itinerario di Gesù: ora io vado da colui che mi ha mandato; dove io vado voi per ora non potete andare. E Gesù dice lasciatelo andare, liberatelo dalle funi della morte. È evidente l’importanza del brano. È un cambiamento di mentalità, la morte non interrompe la vita. Il prefazio della liturgia dei defunti, uno dei più antichi della liturgia dice: la vita non è tolta, ma è trasformata. Con il momento della morte la nostra vita è trasformata, non andiamo lontano, i nostri cari sono qui con noi. Siamo noi che siamo legati dalle funi della morte e non li sperimentiamo come vivi.

47 e dicevano: Che facciamo? la situazione è fuori controllo, poiché quest’uomo, le autorità religiose nel rivolgersi a Gesù evitano sempre di pronunciare il suo nome ed adoperano un’espressione che vuol essere di disprezzo, ma da parte dell’evangelista è di esaltazione. In greco è l’uomo, Gesù è la pienezza d’uomo, compie molti segni. Con il termine segni si indicano azioni che uno può compiere o con la potenza divina o per autorità o per mandato divino. Le autorità riconoscono che in Gesù c’è un’azione divina perché compie molti segni, ma non lo possono tollerare. Se lo riconoscono devono smettere di comandare e dominare la gente. È il tradimento delle autorità religiose, pur riconoscendo che in Gesù c’è una condizione divina e un’attività divina, non lo possono ammettere perché ne va del loro prestigio. Negli altri vangeli questo è chiamato il peccato contro lo Spirito santo, un peccato che noi non potremmo mai commettere! È il peccato esclusivo delle autorità religiose. Affermare che una cosa è bene quando si sa che fa male o che una cosa fa male quando invece si sa che fa bene, per mantenere il proprio prestigio, è il peccato contro lo Spirito santo.

 

 

 

mercoledì 8 febbraio 2023

QUINTO CIRCOLO BIBLICO - QUARESIMA 2023

 




CIRCOLI BIBLICI DI QUARESIMA

QUINTO CIRCOLO BIBLICO- QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

Lunedì 20 marzo 2023

 

Prima Lettura Ez 37, 12-14

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Commento. In questi versetti di Ezechiele troviamo un anticipo del tema della Resurrezione. Il brano è inserito nella sezione delle parole pronunciate dal profeta durante e dopo l’assedio di Gerusalemme avvenuto nel 587 a.C. La situazione per il popolo è, dunque disperata. Ebbene, in questo clima fortemente negativo il profeta intravede il futuro che Dio sta preparando per il popolo. C’è dunque, un forte valore simbolico in questa immagine. È un invito a non disperare, ma ad avere fiducia nella forza creatrice di Dio, capace di rinnovare tutte le cose, anche quelle che in apparenza sembrano morte, senza vita.

Domanda: qual è il nostro atteggiamento nei momenti negativi della vita? Ci lasciamo andare allo sconforto o cerchiamo di reagire? Che ruolo può avere la vita spirituale in questi frangenti?

 

Salmo Responsoriale. Dal Salmo 129
Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.

Più che le sentinelle l’aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.
 
Seconda Lettura  Rm 8, 8-11

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  

Commento. Secondo Paolo ci sono due dinamismi che indicano lo stile di vita che scegliamo: la carne e lo Spirito. Carne rivela la fragilità dell’uomo dominato dagli istinti, che determinano una vita egoistica, che chiude l’uomo e la donna in se stessi. Lo Spirito indica la vita che si apre all’amore e che si rinnova continuamente. Chi si apre liberamente all’azione dello Spirito diventa collaboratore del Regno di Dio inaugurato da Gesù Cristo. A noi la scelta.

Domanda.  Perché facciamo così fatica a lasciarci guidare dallo Spirito? Quali sono le resistenze che poniamo?

   
Vangelo: Gv 11, 1-45 (forma breve: Gv 11,3-7.17.20)

 

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. [ Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».] I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
[ Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. ] Betania distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta, dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». ] Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, [ si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.]

 

Commento. L’ultima domenica di quaresima anticipa il tema della Pasqua. La resurrezione di Lazzaro è, infatti, annuncio della resurrezione di Cristo. Chi ama non può essere sconfitto dalla morte. La vita che viene da Dio continua per l’eternità. Tutto ciò che scegliamo a partire dall’ascolto della Parola di Gesù vivrà per sempre. È questo che ci dice il Brano di oggi che, allo stesso tempo, ci invita a credere, a porre la fiducia in colui che ha il potere di ridare la vita perché Lui ha la vita in se stesso e non la riceve da nessuno (cfr. Gv 5). C’è molta amicizia e molto amore nella storia narrata da questa pagina di Vangelo. È un dato importante che merita la nostra attenzione. Gesù non ha creato una religione e nemmeno dei riti, ma ha mostrato uno stile di vita, quello stile di coloro che vivono da figli e figlie. È una pagina piena di sentimenti, di amicizia: è questo ciò che Gesù ci ha insegnato. Vivere in una comunità cristiana non può essere identificato con la partecipazione a dei riti, ma con la qualità delle relazioni, con la cura che mettiamo nei rapporti interpersonali. In queste parole c’è già anche la domanda che il brano di Vangelo suggerisce:

Domanda: quanto impegno poniamo nel curare le relazioni con le persone incontrate nella comunità? 

mercoledì 30 marzo 2022

LA LUCE DEL RISORTO CI LIBERA DALLA FALSA RELIGIONE





 

DOMENICA 22 MAGGIO 2022 – VI DEL TEMPO DI PASQUA/C

 

Paolo Cugini

 

Nel tempo di Pasqua la liturgia ci propone una riflessione sul significato della presenza del risorto nella vita della comunità cristiana, nella vita di coloro che lo hanno incontrato. Di fatto, dovrebbe essere questo il senso della chiesa e cioè il gruppo di persone che hanno fatto l’esperienza dell’incontro con il risorto e lo testimoniano con uno stile di vita nuovo, che presenta delle caratteristiche specifiche. Nella narrazione degli Atti degli Apostoli, tute le volte che Paolo è chiamato a difendersi davanti all’autorità romana dalle accuse dei giudei (At 22 e 26) lo fa narrando il suo cambiamento provocato dall’incontro con il risorto. Questa è allora, la domanda, che cerca di aprire il significato delle letture proposte oggi dalla liturgia: che cosa dovrebbe accadere alle persone che hanno incontrato il risorto?

Le prime due letture ci offrono un materiale simile per la nostra risposta, che potremmo formulare in questo modo: l’incontro con il risorto ci libera dalla falsa religione, quella fatta di norme e di prescrizioni, che schiavizzano l’uomo e la donna invece di liberali. È stata questa l’esperienza di Paolo che cerca di condividere nei suoi viaggi missionari, affermando che il Vangelo di Gesù ha liberato l’umanità da tutte quelle prescrizioni, che invece di avvicinare l’umanità al Padre, la allontanano. Sarà proprio su queto punto che Paolo e Barnaba incontreranno una dura resistenza da parte dei giudei convertiti al cristianesimo, che volevano imporre le leggi mosaiche anche ai pagani convertiti. In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati» (At 15, 1). Il Concilio di Gerusalemme, di cui nella prima lettura viene riportato uno stralcio del documento finale, discuterà proprio su questo punto e saranno fondamentali le testimonianze di Pietro e Paolo sulla discesa dello Spirito Santo anche sui pagani. In sintonia con questo cammino, sono le parole dell’Apocalisse riportate nella seconda lettura, in cui si afferma che, nella nuova Gerusalemme conforme alla visione di Giovanni, non vi sarà alcun tempio, perché: “il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”. (Ap 21, 22). Il tempio di Gerusalemme, in modo particolare il secondo tempio, quello riscostruito al ritorno dall’esilio in Babilonia, era diventato il simbolo di una religione fatta di così tanti precetti e norme da rendere impossibile un rapporto sereno con Dio. Per questo, nel dialogo con la Samaritana, Gesù dirà che, per un autentico dialogo con il Padre, non ci sarà più bisogno di templi perché: “i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità” (Gv 4,23).

La comunità di coloro che hanno incontrato il risorto oltre a liberarsi della falsa religione dei precetti, diventano nel mondo una presenza di pace. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi (Gv 14,25-26). La Sacra Scrittura considera la pace, non solamente come assenza di guerra, ma soprattutto come dono di Dio e come pienezza di tutte le sue benedizioni. È questo il messaggio centrale della speranza messianica annunciata dai profeti, che la vedono realizzarsi nell’ armonia delle origini tra l’uomo e il creato: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello…» (Is 11,6-9; Cfr. Is 65,25) e nella convivenza pacifica e fraterna: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci… non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4). È questa pace che Gesù ha portato in mezzo a noi, come rifiuto di ogni forma di violenza. Gesù, infatti, come ci dice san Paolo, ha riconciliato i popoli in conflitto attirando il loro odio sulla sua propria carne (cfr. Ef 2,14s). La vita del risorto è visibile, allora, nello sforzo che poniamo in atto ogni giorno per costruire la pace, per riconciliare le persone, per fare in modo che gli opposti possano convivere.

LA LUCE DEL RISORTO NELLA CAPACITA’ DI AVERE VISIONI







 

DOMENICA 15 MAGGIO 2022 - V DEL TEMPO DI PASQUA/C

 

Paolo Cugini

Che cosa significa il tempo di Pasqua per la comunità cristiana, che cosa dovrebbe provocare la resurrezione di Cristo per i suoi discepoli e le sue discepole? Mi sembra questa la domanda che può aprire la comprensione delle letture ascoltate.

Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani (At 14,21). La prima risposta la troviamo negli Atti degli Apostoli. Nel brano di oggi Luca ci parla del primo abbozzo di strutturazione della comunità. Paolo e Barnaba non solo annunciano il Vangelo ed esortano gli ascoltatori, ma si preoccupano del futuro delle comunità create. La luce del risorto si manifesta nell’intelligenza di chi la riceva, che si concretizza nel pensare a come dare continuità al messaggio del Vangelo dopo l’assenza dei missionari. C’è una progettazione che, prima di essere segno di efficientismo esasperato, diviene manifestazione visibile dell’amore verso le persone incontrate nel cammino di evangelizzazione.

Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più (Ap 21,1). La seconda idea significativa che emerge dalle letture di oggi sulla novità prodotta dalla luce del risorto nelle persone che l’accolgono è la capacità di vedere la novità. Come i profeti erano dei visionari, persone capaci di vedere vita dove le persone pensavano solo alla morte, così la comunità cristiana che ha incontrato il Signore della vita si caratterizza da questa attitudine, che si manifesta nel dono di vedere pace dove l’umanità vede guerra, vedere amore dove non si riesce a scorgere altro che dinamiche di odio. Volendo attualizzare il messaggio, in questa situazione apparentemente disperata della guerra in Ucraina, mentre i governi propongono misure di riarmo come cammino per ottenere la pace, l’unica voce fuori dal coro sembra essere quella di Papa Francesco, che insistentemente sostiene che la pace si fa con il dialogo, la diplomazia e che le armi producono solamente morte e guerre. Perciò rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace (Papa Francesco, Angelus, domenica 27.3.2022).

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34). Terza indicazione significativa che le letture ci comunicano sui segni della presenza del risorto nella comunità è il processo di essenzializzazione che produce. Che cos’è, infatti, il comandamento dell’amore che Gesù indica ai discepoli poco prima della sua morte in croce, se non il senso più profondo della vita? Sembra un aspetto banale, puerile e invece è l’unica cosa che dà davvero sapore all’esistenza. A volte ci rendiamo conto di questo, dopo essere passati attraverso esperienze dolorose di solitudine, causate da nostre scelte incentrate su noi stessi, sull’illusione che possiamo fare da soli. Avere amore gli uni per gli altri è allo stesso tempo un dono e un compito. È il dono che il Signore ci offre con il suo Spirito, il suo insegnamento. È anche e soprattutto un compito, che costruiamo ogni giorno, ponendo dei gesti di gratuità e di servizio con le persone che ci sono accanto o anche con quelle che incontriamo sul nostro cammino. Può sembrare poco, ed è la sensazione che viene al nostro incontro quando cerchiamo il giudizio degli altri, nel processo di costruzione della nostra identità. È un dono grande, invece, e lo percepiamo quando dalla vita abbiamo imparato ad assaporare la bellezza e la ricchezza di un sorriso, di uno sguardo attento dato e ricevuto. Sono questi piccoli gesti che, oltre a dire della verità e dell’autenticità delle nostre relazioni, permettono alla luce del risorto di divenire visibile, affinché il mondo creda.


venerdì 30 aprile 2021

I TRALCI E LA VITE

 



V DOMENICA DI PASQUA/B

Paolo Cugini

 

Alla ricerca degli indizi che indicano la presenza del risorto: è questo il cammino che la liturgia del tempo di Pasqua ci sta proponendo. Una ricerca che non tutti possono permettersi, nel senso che esige alcuni requisiti specifici e, in modo particolare, essere in cammino, o meglio, essere in uno specifico cammino di discepolato. La Parola non si apre alla comprensione del significato se non per coloro che si sono messi in cammino dietro Gesù, alla sua scuola. Non si tratta, allora, di una conoscenza che rimane nell’orizzonte della mente, ma esige l’esperienza, il vissuto, la messa in pratica di ciò che si ascolta. E, allora, le indicazioni di queste domeniche di Pasqua, vogliono essere le tappe di un cammino che il discepolo, la discepola deve compiere se vuole comprendere il mistero contenuto nell’evento della resurrezione, evento comprensibile solamente nell’ambito della fede.

Domenica scorsa l’indizio era una pietra, oggi è un pezzo di legno. La pietra aveva la specificità dello scarto, il legno indicato oggi è un tralcio di vite. Come mai Gesù sceglie proprio questo tipo di legno per indicare la relazione che deve intercorrere con i discepoli che desiderano conoscere il risorto? Ci viene incontro il profeta Ezechiele che, a questo proposito, si domanda: “Che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta… Potrà essere utile per farne un oggetto? Anche quand’era intatto, non serviva a niente” (Ez 15, 2.5). La caratteristica del tralcio della vita è che può funzionare, nel senso che può portare frutto solamente se rimane attaccato al ramo specifico: non può essere utilizzato per nessun altro scopo. Non si tratta, dunque, di un legno pregiato, come la quercia o il cedro del Libano. L’indizio di oggi è sulla scia di quello di domenica scorsa, vale a dire un materiale scadente, di nessuna utilità e, per l’appunto, inutile. Ed è proprio questo materiale inutile che Gesù utilizza per indicare il cammino da percorrere per incontrare il risorto e vivere della sua luce e della sua pienezza di vita.

“Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5). Il frutto richiesto dalla nostra esistenza è quello di una vita capace di amare nel senso che Gesù ha manifestato, vale a dire, un amore che sa condividere. Riceviamo amore dal Signore ascoltando e interiorizzando la sua Parola, alimentandoci quindi, di Lui, e il frutto che produce questa relazione unica consiste nella capacità di andare verso l’altro con gratitudine e disinteresse, in qualsiasi circostanza ci troveremo nella vita. Siamo fatti per amare e amare in modo autentico, disinteressato, creando spazio per le persone che incontriamo, aiutando tutti a vivere in pienezza di vita e libertà. Quando ciò avviene, significa che abbiamo incontrato il risorto e viviamo di Lui e con Lui. Si tratta, dunque, di una relazione interiore, libera, che esige libertà di scelta. Gesù prometto la realizzazione di una vita piena in chi lo cerca, lo trova e rimane in relazione con Lui. La luce della resurrezione esplosa nella mattina di Pasqua, continua ad illuminare il mondo attraverso i sui discepoli e discepole che vivono in Lui e di Lui.

“Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio” (1 Gv 3, 21). È la coscienza personale l’ambito in cui verifichiamo il nostro cammino. Come facciamo a capire se le nostre relazioni sono autentiche, nello stile indicato da Gesù, vale a dire gratuite e disinteressate? È nella coscienza che si manifesta la volontà del Padre perché, come ci ricorda il Vaticano II nel documento Gaudium et Spes: “la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (GS, 16). Se è vero che il legame con il Risorto ci spinge costantemente al di fuori di noi stessi, per tessere rapporti nuovi con le persone che incontriamo, al punto che questo nuovo tessuto esistenziale diviene segno della presenza del Risorto nel mondo, è altrettanto vero che è sempre necessario fare ritorno in noi stessi, per non correre il rischio di disperderci e per verificare la bontà del nostro cammino. C’è, dunque, un dinamismo tra interno ed esterno che caratterizza il cammino di fede, cammino che è minacciato dal pericolo di una vita troppo esposta nel sociale, o troppo chiusa nell’intimismo. Sarà l’apertura al Mistero di Dio che ci permetterà, con il tempo, do trovare il giusto equilibrio.

 

 

mercoledì 14 aprile 2021

PACE A VOI!

 





III DOMENICA PASQUA B

At 3,13-15.17-19; 1 Gv 2,1-5a; Lc 24, 35-48

Paolo Cugini

 

La liturgia della Parola del tempo di Pasqua ci offre degli indizi per imparare a cogliere la presenza del risorto nel mondo. Pasqua significa passaggio dal mondo condizionato dalla contingenza umana, verso il mondo del Padre, che è il mondo dell’amore pieno, autentico. Questo passaggio Gesù lo ha realizzato attraverso una vita piena, mostrando il significato autentico dell’amore che viene dal Padre, che è gratuità, dono di sé condiviso con le sorelle e i fratelli. Partecipare di questa vita nuova è il senso del cammino di Pasqua, per riscoprire, allo stesso tempo, la bellezza di far parte della comunità che si riconosce nel Vangelo di Gesù.

“Gesù in persona stette in mezzo a loro” (Lc 24, 36). Ci sono delle frasi nel Vangelo che sembrano messe lì di passaggio, per aprire un discorso o per chiuderlo e, quindi, dal punto di vista letterale, sembrano innocue, senza un significato specifico. E, invece, se le so osserva con attenzione, proprio queste frasi apparentemente innocue, presentano una profondità di significati impensabili ad uno sguardo superficiale. Nelle apparizioni di Gesù ai discepoli e alle discepole, sia nel Vangelo di Luca che di Giovani, quando Gesù appare si dice che: “stette in mezzo a loro”. Questa ripetizione deve, dunque avere un significato. Non si dice, infatti, che Gesù, quando appariva, stava davanti o dietro, ma in mezzo. Probabilmente questa specificazione è un’indicazione per tutte le comunità di ogni epoca e latitudine che desiderano vivere seguendo il Signore risorto. Ebbene, la comunità è segno visibile del risorto quando le relazioni che vengono vissute sono basate sul principio di uguaglianza, in cui tutti e tutte hanno accesso al Signore senza alcuna distinzione. Gesù appare in mezzo per manifestare al mondo che d’ora innanzi tutti coloro che lo seguono possono accedere a Lui senza mediazioni di grado o di titoli, perché in Lui tutti siamo figli e figlie di Dio.

“E disse: la pace sia con voi” (Lc 24, 36). Quando la comunità che annuncia il Signore risorto vive relazioni di uguaglianza, destrutturando, in questo modo, dall’interno, i meccanismi aggressivi d’invidia, gelosia, rancore generati dall’egoismo umano modellato dall’istinto di sopravvivenza, significa che qualcosa di nuovo è in atto, la vita del risorto è all’opera modificando la struttura delle relazioni, che da aggressive diventano progressivamente pacifiche, modellate dall’amore del Signore, allora, senza dubbio, la pace regna nella comunità. La pace che viene da Dio è un dono che sgorga dalla comunità che accoglie la Parola del Risorto, permette al suo Spirito di agire, di ricreare dall’interno della coscienza di ognuno un nuovo modo di stare al mondo, di relazionarsi, d’interagire.

“Sono proprio io! Toccatemi e guardate” (Lc 24,39). Quando la comunità si alimenta e vive della qualità di vita che viene dal risorto, allora Lui si fa visibile agli occhi di tutti coloro che sono alla ricerca di un senso della vita, al punto che lo possono “vedere e toccare” e, di conseguenza, si apre per il mondo una possibilità di fede nel risorto. Ecco, perché, la comunità cristiana ha un ruolo fondamentale nell’economia della salvezza, perché può rendere visibile, tangibile agli occhi del mondo, la presenza del risorto. Quando coloro che credono nel Signore permettono allo Spirito Santo di ricreare i tratti dell’umanità del Signore, si sforzano di viere come Lui ha vissuto, cercando sempre la giustizia, creando relazioni basate sulla misericordia, rimanendo costantemente attenti ai poveri, alle persone in difficoltà per aiutarle ad uscire dall’indigenza, allora diventa visibile, tangibile che in quel pezzo di umanità che agisce in quel modo, c’è all’opera il germe di vita nuova manifestata dalla risurrezione di Gesù.

“Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (Lc 24,45). E’ la comunità segno della presenza del risorto, che diviene criterio per comprendere le Scritture. Certamente, sono estremamente utili per noi oggi, che viviamo a diversi secoli di distanza dai fatti narrati dai vangeli, i contribuiti degli studiosi della Bibbia, che ci offrono un materiale indispensabile per comprendere la Parola. E’ comunque, chiaro dalle parole ascoltate nel Vangelo di oggi, che la nostra mente si apre alla comprensione ultima della Parola, quando abbiamo la possibilità di vedere e di toccare ciò che in quelle pagine viene narrato. E’ nel vissuto della comunità che condivide, che vive in modo gratuito, che genera relazioni di uguaglianza, che pone al centro i poveri, che diventa possibile comprendere il significato profondo del Vangelo e, in questo modo, diviene possibile annunciarlo con gioia, perché percepito come messaggio autentico.