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mercoledì 22 luglio 2026

Il nome pronunciato

 



Paolo Cugini

 

 

«Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv 20,16). C’è una notte dentro questo versetto. Non solo la notte che ancora pesa sul cuore di Maria Maddalena, dopo i giorni terribili della passione e della morte del Maestro, ma una notte più profonda: quella che attraversa ogni coscienza quando perde il senso, quando non trova più il volto amato, quando davanti a sé vede soltanto una pietra rotolata, un sepolcro vuoto, un’assenza che sembra definitiva.

In quella penombra, dove il pianto confonde gli occhi e il dolore impedisce di riconoscere la vita che sta già venendo incontro, Gesù non offre a Maria una spiegazione, non costruisce un discorso, non pretende da lei una fede immediata. La chiama per nome. Dice soltanto: «Maria!». Ed è come se in quel nome pronunciato si raccogliesse tutta la storia della loro relazione: il tempo condiviso, le parole ascoltate, gli sguardi ricevuti, la libertà restituita, la dignità riconsegnata, l’amore sperimentato senza possesso e senza ricatto.

Leggendo questo versetto, e il racconto in cui è inserito, penso alla profonda intensità della relazione che Gesù aveva instaurato con questa donna. Penso alle relazioni profonde di Gesù con i suoi discepoli e le sue discepole; penso al tempo che egli ha dedicato a conoscerli e a farsi conoscere. Gesù non ha annunciato il Regno come una teoria da imparare o come una dottrina da difendere, ma come uno stile nuovo di vita che passa attraverso l’incontro, la cura, la vicinanza, la familiarità con i volti concreti delle persone.

Non esiste Vangelo senza questo cammino profondo di relazioni personali. Non esiste comunità cristiana che possa nascere e crescere senza conoscenza reciproca, senza tempo dedicato agli altri, senza parole vere capaci di abitare la notte dell’altro. Il cristianesimo non comincia da un’organizzazione, ma da una voce che chiama; non nasce da una strategia, ma da una presenza che riconosce; non si trasmette con il controllo, ma con la libertà di un amore che sa attendere e che sa pronunciare il nome dell’altro nel momento in cui tutto sembra perduto.

Tra la chiamata di Gesù — «Maria!» — e la risposta della donna — «Rabbunì!» — c’è una profondità di sentimenti che nessuna spiegazione può esaurire. C’è l’intensità di due coscienze che si riconoscono. C’è una sensibilità spirituale così grande da rivelare la modalità con cui il Vangelo entra davvero nella vita degli uomini e delle donne: non come imposizione esterna, ma come parola interiore; non come peso, ma come liberazione; non come paura, ma come riconoscimento di essere amati.

Maria Maddalena comprende perché ha amato e si è lasciata amare. La sua fede non è fatta di calcoli, né di garanzie, né di vantaggi. È una fede nata dall’esperienza di una relazione che le ha dato vita. Per questo la morte di Gesù, per lei, non è soltanto la morte di un maestro: è il crollo di ciò che era diventato vitale, il venir meno di una parola che aveva nutrito la sua coscienza, il silenzio improvviso di colui nel quale aveva scoperto una libertà nuova.

Forse proprio qui si rivela la differenza tra un discepolato vissuto in superficie e un discepolato custodito nella profondità. I Dodici avevano seguito Gesù, avevano ascoltato le sue parole, avevano visto i suoi gesti; eppure, nell’ora della prova, molti di loro si disperdono. Pietro rinnega, Giuda tradisce, gli altri fuggono. Non si tratta di giudicarli dall’alto, ma di riconoscere quanto sia fragile il cammino quando la relazione con il Maestro non scende fino al cuore, quando le attese personali restano più forti della novità del Vangelo.

Penso, allora, a quei dialoghi sotterranei e negativi che possono nascere anche tra i discepoli mentre seguono Gesù. Quando il suo messaggio non corrisponde alle aspettative, quando il Regno non prende la forma desiderata, quando il Maestro non conferma i nostri progetti, può insinuarsi la tentazione di parlare tra noi contro di lui, di indebolire la fiducia, di mettere in circolo parole che non generano vita. Le parole negative, quando vengono coltivate, scavano lentamente dentro il discepolato, fino a renderlo incapace di restare nell’ora decisiva.

Maria Maddalena, invece, rimane. Rimane presso il sepolcro, rimane nel pianto, rimane nella domanda. Non fugge dalla notte. Non riempie l’assenza con discorsi vuoti. Sta lì, là dove l’amore l’ha condotta. E proprio in quel luogo di povertà, quando non possiede più nulla, ascolta di nuovo la voce che la conosce. Nel suo voltarsi, nel suo dire «Rabbunì!», si nasconde la vera essenza del discepolato: entrare in una dimensione nuova della vita personale, alimentata da amore, attenzione, memoria, fedeltà e parole vere.

Essere discepoli e discepole significa cibare la propria coscienza di parole che sanno di amore e di libertà. Significa lasciarsi raggiungere da una voce che non umilia, non possiede, non usa, ma restituisce ciascuno a sé stesso e alla propria vocazione. Significa permettere al Vangelo di entrare non solo nelle idee, ma nel modo di guardare, di ascoltare, di parlare, di stare accanto agli altri. Il discepolato vero nasce quando la parola di Gesù diventa così intima da poterci raggiungere anche nella notte, anche nel pianto, anche quando non lo riconosciamo più.

È questo il cammino che cerco in me e che desidero riprodurre nel mio ministero: non un ministero fatto anzitutto di programmi, di urgenze o di parole consumate, ma di relazioni capaci di custodire la vita; un ministero che sappia dedicare tempo, ascoltare in profondità, chiamare per nome, riconoscere le ferite e attendere i tempi dell’altro. Perché il Vangelo continua a nascere così: nella notte di qualcuno, attraverso una voce che ama, e in un nome pronunciato con tale verità da far voltare il cuore verso il Risorto.

 

domenica 18 giugno 2023

OMELIA DOMENICA 18 GIUGNO 2023

 




XI DOMENICA

Es 19,2-6a; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

 

 

Paolo Cugini

Nelle domeniche del tempo comune riflettiamo sulle caratteristiche che dovrebbero avere coloro che seguono Gesù. Per compiere tale cammino è necessario la disponibilità al cambiamento, l’umiltà per lasciarsi mettere in discussione dalla Parola del Maestro. È un percorso che non è semplice perché incontriamo dentro di noi le resistenze al cambiamento, la difficoltà di un cammino che richiede un atteggiamento di fiducia nei confronti della Parola di Dio.

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore (Mt 9,36). Il primo atteggiamento interiore necessario per seguire le orme del Maestro consiste nell’imparare a sentire compassione nei confronti di coloro che incontriamo nel nostro cammino. L’annuncio del Vangelo, dello stile nuovo di vita inaugurato da Gesù, non è un insegnamento che si trasmette dalla cattedra ma è, prima di tutto, la comunicazione di vita nuova che sgorga da un atteggiamento di empatia nei confronti dei fratelli e delle sorelle che vengono al nostro incontro. Sentire le sofferenze degli altri con il desiderio di aiutarli a mettersi in cammino verso una vita di pienezza è il pinto di partenza dei discepoli del Maestro che, vedendo le folle, ne sente compassione. Diventiamo cristiani e comunità generative, che sanno stimolare processi di cambiamento, solamente se apriamo il nostro cuore all’amore del Signore, all’azione del suo Spirito, che ci aiuta a vedere gli altri con uno sguardo nuovo, attento a loro, desideroso di comunicare vita.

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità (Mt 9,37). È impossibile comunicare vita se l’anima è intasata da realtà contrarie e antagoniste all’amore di Dio. È impossibile essere portatori di pace in un contesto malato e contaminato dall’odio. Per annunciare il Vangelo occorre prima di tutto liberare il terreno, creare le condizioni. Lo spirito impuro indica una malattia spirituale tipicamente religiosa. Impuro è l’invenzione della religione per controllare le persone e farle sentire indegne di accostarsi a Dio. I sacrifici, le abluzioni, sono tutti precetti messi in atto dagli uomini del tempio, per sottomettere gli uomini e per ricavarne un profitto. Non a caso, nel tempio c’era il tesoro che raccoglieva i soldi di tutto ciò che gli uomini versavano per poter fare i loro riti e accedere al tempio. Gesù dichiara fallito questo sistema e, di conseguenza, dà potere ai discepoli di liberare gli uomini e le donne da questa schiavitù. Per poter aiutare le persone a liberarsi dei lacci degli uomini del tempio, occorre che prima di tutto il discepolo si sia liberato da questa schiavitù religiosa. E’ questo il potere che Gesù dona a coloro che lo seguono: mostra loro il grande inganno e la grande farsa della religione del tempio, che invece di avvicinare gli uomini e le donne a Dio, li allontana. Gesù mostra con il suo stile di vita, con il suo essere venuto in mezzo a noi spogliandosi di tutto, che Dio è accessibile a tutti e a tutte e non ha bisogno di alcun filtro religioso. Inoltre, di che malattia e di che cure Gesù sta parlando? A questo livello è possibile indicare varie interpretazioni a partire dal contesto in cui ci si trova ad annunciare il Vangelo. Dalle nostre parti, vale a dire in Occidente, le malattie che non permettono al Vangelo di entrare e portare frutto sono l’attaccamento al denaro, lo spirito di antagonismo, la dinamica meritocratica, che stimola l’individualismo e il desiderio di primeggiare sugli altri a qualsiasi costo. Queste malattie vanno curate, perché non permettono al Vangelo di entrare. Anche qui vale quello che dicevamo poco sopra. È impossibile applicare questa cura se prima i discepoli e la discepole non si sono lasciati guarire dal Signore, liberandosi dalle vanità e dalla ricerca ostentata della gloria degli uomini.

Questi sono i Dodici che Gesù inviò (Mt 10,5). Passiamo da una vita anonima ad avere un nome proprio quando rispondiamo all’appello del Signore. La nostra vita viene modellata gradualmente conforme all’immagine del Signore che scopriamo nel nostro cammino e che contempliamo ogni giorno della nostra vita. È questo il grande dono che Lui ci fa: la vita! Vivere significa realizzare noi stessi come persone capaci di amare. Gesù invia delle persone che, durante il cammino di sequela, diventano nomi propri la cui identità giorno dopo giorno diventa sempre di più conforme al Vangelo. Chi si lascia trasformare dall’amore del Signore non rimane più vittima del proprio egoismo, che stimola la ricerca della realizzazione di se stessi, ma diviene disponibile alla vita nuova, alla realtà del Regno di Dio. Questo è il compito della Chiesa, che è tale quando fa di tutto per condividere gratuitamente ciò che ha ricevuto. Gesù ci chiama per inviarci. La comunità ha senso quando diventa strumento generativo di vita, possibilità che il Signore pone nel mondo affinché tutti possano abbeverarsi dell’acqua nuova che sgorga dalla vita nuova della comunità.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino (Mt 10,7). Il regno si è avvicinato al mondo prima di tutto nella vita di Gesù e poi nella comunità. L’annuncio che la comunità fa di una vita piena, dev’essere visibile nello stile evangelico della comunità, che è chiamata a dimostrare che esiste un pezzetto di umanità nel mondo che non è più dominato dai meccanismi di potere, di egoismo e di antagonismo, ma unicamente dall’amore gratuito ricevuto dallo Spirito del Signore. Quando questo avviene, l’annuncio del Regno di Dio diviene possibilità concreta, perché già visibile in coloro che l’annunciano.

lunedì 28 giugno 2021

L'AMORE CHE LIBERA

 


“Uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, ti seguirò dovunque tu vada». Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». E un altro dei suoi discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli rispose: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti»” (Mt 8,21-22).

Radicalità evangelica. Il primo versetto riguarda il rapporto con le cose, che indica la libertà che non attacca il cuore a nulla. Se la priorità è il Regno, allora, non si può appesantire il cammino con l’attaccamento alle cose, qualsiasi esse siano. È la povertà evangelica, che prima di essere una scelta è una conseguenza dell’amore di Dio che travolge il discepolo, la discepola.

Il secondo paragrafo riguarda gli affetti umani. Colui che si sente chiamato dal Signore per una vita totalmente donata al Vangelo diventa libero anche dagli affetti umani: non si lega a nessuno. Il discepolo è libero per amare tutti e tutte. È vero che dal punto di vista umano sembra un’indicazione assurda, disumana; la realtà del discepolato, però, manifesta questa libertà di affetti come imprescindibile. È il tema della scelta della castità che, prima di essere una scelta, è una conseguenza del cammino intrapreso. In ogni modo, anche il secondo versetti non riguarda in modo specifico i consacrati, ma tutti i battezzati, in quanto chiamati a realizzare relazioni interpersonali libere, non basate sul possesso. L’amore che viene da Dio e che si è manifestato in Gesù Cristo è gratuità disinteresse, perché cerca continuamente il bene dell’altro e, di conseguenza, non crea dipendenza, o possesso, ma fa spazio all’altro affinché possa vivere in libertà.