martedì 29 dicembre 2015

IN LUI ERA LA VITA




Paolo Cugini

Il brano di Vangelo che la liturgia ci propone oggi lo abbiamo ascoltato diverse volte in questo periodo. E’, dunque, un brano importante e ricco di significati per il nostro cammino di fede. Ci ricorda che Gesù è il Logos di Dio, il suo pensiero, la sua sapienza. Ci ricorda che la religione non s’identifica con il sentimento, ma esige l’intervento della ragione, del pensiero. Il cammino che Dio ci propone con la nascita del suo Figlio è un cammino di conoscenza, che esige una ricerca, che spesso è faticoso. Cammino, in ogni modo, necessario perché come ci dice il Vangelo: “In Lui era la vita”. Quella vita che affannosamente l’uomo e la donna cercano spesso e volentieri perdendosi dietro a ciò che vita non è, ebbene Dio ce l’ha donata gratuitamente nel suo Figlio Gesù. E’ questo il senso del Natale. Ed è questa la conoscenza che ci viene donata nello Spirito Santo e della quale abbiamo bisogno per vivere in modo degno, per vivere, cioè, come figli e figlie di Dio. 

E GESU' CRESCEVA IN SAPIENZA




Paolo Cugini




Gesù Cresceva in sapienza e grazia all’interno della vita famigliare, dell’amore e delle attenzioni che riceveva da Giuseppe e Maria. E’ l’amore umano che Gesù ha assunto venendo al mondo, indicandolo come cammino di redenzione. E’ la famiglia il punto di partenza del cammino storico di Gesù. Famiglia che viene in questo modo valorizzata nei suoi gesti quotidiani, nelle relazioni che si costruiscono ogni giorno. Investire sulla famiglia diviene il grande compito di ogni uomo ed ogni donna chiamati da Dio alla vocazione della paternità e maternità. Vocazione che esige non solo una continua relazione con Dio, ma anche un continuo sforzo di riflessione. “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. E’ agli eventi della storia famigliare, di ciò che accade ogni giorno che occorre prestare attenzione, perché il Signore si manifesta nella storia. Custodire nel cuore significa dare valore a ciò che accade vicino a noi, alle persone che il Signore ci pone accanto, perché è attraverso di loro che Dio ci parla e ci conduce. 

giovedì 26 novembre 2015

VEGLIATE IN OGNI MOMENTO






PRIMA DOMENICA DI AVVENTO - C

Paolo Cugini


Inizia oggi il tempo liturgico dell’Avvento che ci accompagnerà sino al Natale del Signore. E’ un periodo nel quale la Chiesa c’invita alla preghiera, alla veglia, a maturare un atteggiamento di attesa, ad apprendere a fidarsi del Signore e delle sue promesse. La virtù principale che l’avvento vuole aiutarci a maturare è la speranza. Sperare nel Signore significa credere in Lui e nella verità della sua Parola. E’ per questo motivo che durante l’avvento la liturgia della Parola ci fa ascoltare le profezie messianiche, soprattutto quelle che si trovano nel libro del profeta Isaia. Fin dai tempi antichi i profeti furono inviati da Dio per annunciare al popolo d’Israele l’avvento di un messia, un salvatore che li avrebbe liberati dall’oppressione. Le profezie d’Isaia mostrano lentamente che il salvatore sarebbe stato scelto dalla dinastia del re Davide e avrebbe portato pace e giustizia. Il popolo d’Israele è stato così educato all’attesa, a fidarsi del Signore e delle sue promesse, a guardare al di là degli eventi tristi del momento, a sperare in Dio. La virtù della speranza quando è lasciata maturare nell’anima, rafforza la fede e permette all’uomo e alla donna di creare relazioni d’amore. La speranza cristiana non è un’utopia perché noi speriamo nella liberazione definitiva del Signore che è già venuto in mezzo a noi. Per questo il Vangelo c’invita a risollevare il capo, a non abbatterci “perché la vostra liberazione e vicina”. Tempo di avvento è il tempo nel quale siamo invitati a guardare dove e come guarda Dio, a fare spazio a Lui e alla sua parola, a porre attenzione al dono della salvezza nascosto negli eventi della storia. Don Paolo 

martedì 10 novembre 2015

VEDRANNO IL FIGLIO DELL'UOMO




Paolo Cugini


La penultima domenica del tempo ordinario ci presenta una pagina del Vangelo inquietante. La leggiamo a partire dal contesto liturgico che c’invita a verificare il cammino di fede intrapreso durante l’anno. Il Vangelo ci ricorda che c’è un giorno finale, c’è una ressa dei conti, c’è un punto d’arrivo: non camminiamo a caso o verso il nulla. I gesti, le scelte che abbiamo realizzato durante l’anno avrebbero dovuto avere il sapore del Vangelo, il sapore della pace, della giustizia e della misericordia. In questo cammino il Vangelo di oggi ci dice che dovremmo accorgerci della vicinanza del Signore. Ci sono dei segni della sua presenza nella storia che il Signore pone e siamo invitati a riconoscere.
Li riconosciamo se durante il cammino siamo attenti, se siamo preoccupati di fare tutto – ricordiamo il Vangelo di domenica scorsa – conforme alla sua volontà. La mancanza di attenzione è sintomo di un cammino distratto, spensierato, proteso a risolvere i nostri affari. C’è una sana tensione che caratterizza la vita del cristiano e della comunità cristiana, una sana inquietudine che spinge a cercare continuamente il volto del Signore nelle persone che incontriamo, nelle scelte che realizziamo, nelle cose che facciamo.

 E’ questa sana tensione che ci spinge a cercare il volto del Signore e a desiderare d’incontrarlo nel cammino. Quando questo è vero la pagina di oggi diviene un grande balsamo per la nostra vita di fede: “allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”. E’ proprio questo che la Chiesa desidera, che il Signore venga in mezzo a noi ed è proprio questo grido che uscirà dalla Chiesa durante il tempo di Avvento ormai alle porte: Maranathà, vieni Signore Gesù. 

giovedì 5 novembre 2015

TUTTO QUANTO AVEVA PER VIVERE



Paolo Cugini
Il Vangelo di oggi presenta un cammino che ogni cristiano dovrebbe compiere, vale a dire il cammino che va da una vita centrata su se stessi, ad una vita per gli altri. Questo cammino è espresso molto bene in alcuni versetti di Paolo che abbiamo ascoltato questa settimana: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore” (Rom 14,7-8).

 Gli scribi sono presi di mira da Gesù per il loro modo di vivere centrati su loro stessi, “per farsi vedere”. C’è tutta una religione che alimenta l’orgoglio personale, che piega Dio al proprio servizio. Gesù condanna apertamente questo tipo di religiosità perché rende l’uomo e la donna arroganti e orgogliosi, attenti ai loro bisogni e indifferenti nei confronti degli altri. E’ la religione dell’apparenza, dell’immagine La vera religione, quella che nasce dall’incontro personale con il Signore produce un movimento di uscita da sé, non calcola perché sgorga dal cuore, dall’amore. E’ la religione della povera vedova che dona tutto quello che ha. Bellissimo il confronto che Gesù propone tra i ricchi che danno tanto e la povera vedova che dà una monetina.

 Per entrare nel Regno di Dio non sono necessari, titoli onorifici né soldi, né possedimenti: basta la fede. E’ infatti la fede nel Signore, che accogliamo gratuitamente da Lui, che ci permette di svuotarci, di fare spazio al suo amore, per vivere di Lui e liberarci, così, dalla schiavitù del nostro orgoglio. E allora, più che sforzarci per diventare amici delle persone ricche e importanti per trarne profitto, il Vangelo di oggi c’insegna ad avvicinarci alle persone povere per accogliere il Vangelo che portano con sé.




domenica 25 ottobre 2015

AMARE




Domenica XXXI/B
(Dt 6,2-6; Sal 17; Eb 7,23-28; Mc 12, 28b-34)

Paolo Cugini

1.  In questo mondo globalizzato e sempre più complesso, ci viene incontro tutte le domeniche il Messaggio semplice ed essenziale del Signore che, per essere accolto, deve incontrare semplicità e umiltà. Oltre a ciò, per chi vive tutti i giorni bombardato da immagini e da contenuti che esigono risposte immediate, non deve essere facile sedersi sui banchidi una chiesa ed ascoltare una Parola che esige silenzio, attenzione, riflessione, ponderazione. Ci vuole, allora, molta fede per prendere a serio una Parola il cui contenuto si pone ad un livello di significato totalmente diverso da quello che si ascolta e si vive tutti i giorni. La vita di fede è anche questo lasciarsi mettere in discussione dalla Parola, lasciare che i suoi contenuti interpretino i nostri stili di vita. Paradossalmente è proprio questa Parola che viene dall’eterno,che esige da noi più disponibilità delle tante parole “leggere” che ogni giorno ascoltiamo. Che cosa, allora, ha da dirci oggi questa Parola, che valga la pena portare a casa?


2.  Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua      mente e con tutta la tua forza” (Mc 12, 30).

L’amore che viene da Dio è totalizzante, investe la totalità della persona umana. Il Signore si rivela all’uomo per essere amato così, in questo modo assoluto. E’ bene ascoltare queste parole radicali, anche se incontrano un’umanità tutt’altro che capace di amare in questo modo, persa nella ricerca di affermazioni personali, protesa a soddisfare il proprio egoismo. Tra l’esigenza di Dio e la realtà della nostra umanità c’è un abisso: come fare a superare questo enorme divario?
In primo luogo c’è da dire che questo comandamento è esigente per coloro che hanno incontrato e conosciuto il Signore. In altre parole, solamente chi ha conosciuto il Signore e chi lo ha accolto nella sua vita, può rispondere  in modo così totalizzante. Non si tratta, infatti di parole di valore giuridico, ma esistenziale e spirituale. Le abbiamo ascoltate, infatti da Gesù, dal Figlio di Dio che è disceso dal cielo e si è avvicinato a noi per tessere con noi una relazione nuova, non più basata da dinamiche di antagonismo e violenza, ma sull’amore e la pace. Ebbene, questa proposta sconvolgente, questo amore rivelati in Gesù e da Gesù non rimane sul piano teorico, ma  necessità l’impegno di una relazione profonda e autentica con Lui, impegno da rinnovare e verificare ogni giorno.
In secondo luogo c’è da dire che, se da un lato  vero che una proposta così radicale ed esigente spaventa, dall’altro ci pone dinanzi il senso del nostro cammino. Siamo cristiani per amare Dio con tutto noi stessi: questo è l’obiettivo. Ciò significa che la vita di fede quotidiana, delle scelte e degli impegni quotidiani, passa attraverso lo sforzo sofferto di realizzare un tale progetto, che non può mai essere abbassato e sminuito. E’ il Signore stesso che continuamente ci dona i mezzi necessari affinché il suo amore sia realizzato in noi, per creare il tessuto nuovo di rapporti umani, che rendano visibile il Regno dei Cieli. Siamo, quindi, in cammino verso questo amore totalizzante, ed è il cammino stesso che purifica i nostri atti egoistici, le nostre prese di posizioni orgogliose. Ed è a questo livello che possiamo collocare la vita di preghiera personale e comunitaria, come momenti privilegiati della nostra esistenza, in cui  ci apriamo al mistero di Dio per accoglierlo nella nostra vita. Tenendo, allora, continuamente lo sguardo fisso sul Signore e sul suo esigente comandamento, possiamo camminare tra difficoltà e incertezze, per lasciarci trasfigurare da Lui, per un’umanità più autentica e realizzata nell’amore.


3. “E questo è il secondo. Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mc 12, 31).

Se qualcuno pensasse di sistemare la sua vita di fede con alcune preghiere e con la partecipazione di alcuni riti, con questo versetto è sistemato. Non esiste vita di fede che non si traduca nell’impegno incondizionato di amare i fratelli e le sorelle, che il signore pone sul nostro cammino. Dicendo primo e secondo, Gesù vuole dirci alcune cose.
La prima è che non esiste amore a Dio se non si trasforma in amore al prossimo. E’ in questa prospettiva che si comprende il fatto che la vita cristiana non è una filosofia, una teosofia e, cioè, che non la si può ridurre ad uno sforzo mentale di assimilazione di contenuti o ad un viaggio nelle profondità recondite dell’essere. La tentazione dello gnosticismo, di separare  la fede dalla vita, la vita spirituale dalla vita materiale,  è sempre alle porte. 
La seconda osservazione importante sul legame tra i due comandamenti è che, se non si ama Dio con tutte le forze, si fa fatica ad amare il prossimo, soprattutto quando è lontano dai nostri orizzonti culturali, politici, religiosi. Sulle relazioni con i fratelli, ci giochiamo la vita cristiana. E, allora, questi pochi versetti ci insegnano che, tanto più ci sforziamo di amare il Signore, di cercarlo con tutte le nostre forze, di vivere la Sua giustizia e la Sua misericordia, tanto più riusciremo ad amare i nostri fratelli e le nostre sorelle, vale a dire a sopportarli quando sono noiosi, a perdonarli quando ci offendono, a continuare a rivolgere loro la parola nonostante ci stiano riempiendo di menzogne, a rispettarli quando di noi non hanno una grandissima considerazione e fanno di tutto perché si sappia in giro.  La qualità del nostro rapporto personale e comunitario con il Signore, è il termometro della qualità e dello spessore delle nostre relazioni con le persone.
C’è un’ultima osservazione che mi sembra importante fare.
Un filosofo francese di origine ebraica, morto alcuni anni fa – Emmanuel Lévinas-, traduceva il versetto che stiamo analizzando in questo modo:“ Ama il prossimo tuo: è te stesso”. Questa traduzione mi è sempre piaciuta moltissimo, perché mette in evidenza uno dei contenuti principali dell’antropologia biblica, vale a dire che l’uomo non è un’isola e che la relazione con il prossimo è parte costitutiva dell’identità personale. Oltre a ciò,  c’è un altro spunto di riflessione sul quale possiamo fermarci. L’amore al prossimo esige l’amore a se stessi. Per amare l’altro mi devo voler bene e cioè devo stare realizzando quel cammino esistenziale e spirituale, che mi conduce al centro della mia identità e all’accettazione di me stesso. Tutto ciò deve avvenire in modo dinamico e cioè, quanto più entro in relazione con gli altri, tanto più mi viene offerta la possibilità di verificare la mia esistenza, di guardarmi dentro, di individuare il senso del mio cammino alla luce della relazione che sto instaurando con il Signore. Per questo faccio fatica ad amare gli altri, a cercarli, a volergli bene, a stare dinnanzi al loro quando non sto bene con me stesso o sto vivendo momenti di crisi personale.


4. “Il primo è: ascolta Israele” (Mc 12, 29).

Se è vero che l’uomo e la donna sono fatti per amare e l’amore costituisce il senso autentico della loro vocazione, è altrettanto vero però, che l’amore lo riceviamo da Dio. Per amare come Dio comanda, occorre ascoltarlo. L’ascolto precede l’amore. E allora, ama davvero colui che si mette in ascolto del Signore. E’ in questa prospettiva che si arriva a cogliere l’essenza dell’amore, che è donazione gratuita  di sé, che non esige la reciprocità. Chi ama non aspetta che l’altro lo ami. E’ quello che ha fatto Gesù: ci ha amati e basta. Non ci ha amati perché noi ci meritavamo il suo amore: se fosse stato così, saremmo ancora qui ad aspettare. Di questo amore divino, che abbiamo visto realizzato nella vita di Gesù, e che dice il senso profondo della nostra vocazione di uomini e donne, noi non ne siamo capaci. C’ è troppo egoismo dentro di noi. Siamo troppo pieni di noi stessi per fare spazio agli altri. E’ per questo che il primo comandamento, il primo passo che dobbiamo realizzare in direzione di una vita più autentica, è metterci in ascolto. Ascoltare significa tacere. Se desidero davvero ascoltare il Signore, allora inizia tutto un cammino per silenziare le mie voci, le mie presunzioni, quello che credo di sapere. Per ascoltare la Verità sulla mia vita e sulla storia, devo avere l’umiltà di silenziare le false e parziali  verità che, con gli anni, ho lasciato entrare dentro di me e che guidano le mie scelte. Tutto quello che facciamo nell’ordine dell’ascolto della Parola del Signore, non è tempo perso, ma è la scuola migliore per apprendere ad amare. Se facciamo fatica personalmente o anche nella vita familiare, a trovare spazio per l’ascolto della Parola è perché, nonostante tutto, nonostante le buone intenzioni, nonostante le belle e profonde parole, ormai ci siamo sostituiti alla Parola.

Approfittiamo, allora, di questa Eucaristia, per riprendere quota nella vita spirituale e per ridefinire il nostro rapporto con il Signore, affinché sia la Sua Parola a trovare sempre più spazio e attenzione nella nostra vita.




E PRESE A SEGUIRLO LUNGO LA STRADA






Domenica -XXX /B
(Ger 31, 7-9, Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10, 46-52)

Paolo Cugini

1. Apprendere ad accostarsi alla Parola di Dio in modo quotidiano, come un gesto naturale, significa scoprire la continuità e l’estrema coerenza contenuta in essa. Tra la prima lettura e il Vangelo che ascoltiamo alla domenica, esiste una continuità di temi e contenuti, che ci aiutano a calarci nella grande pazienza di Dio che ha creato il mondo con Saggezza e con la sua Sapienza accompagna la storia degli uomini e delle donne. Apprendere a riposarsi nel Signore, nella Sua Parola, vuole dire uscire dal vuoto delle parole leggere che ascoltiamo tutti i giorni, alle quali facciamo affidamento, ma che lentamente spengono la nostra speranza, il nostro entusiasmo di vivere e di amare. Infatti, mentre le parole del mondo sollecitano i nostri sensi e, con essi, il nostro desiderio di risposte immediate, la Parola di Dio, che è eterna, cerca di stimolare la profondità dell’anima, la coscienza e, per questo, ha bisogno di tempo.  I grandi monaci del deserto dicevano che il frutto dell’ascolto della Parola è la quiete, la calma, non nel senso negativo di inerzia, ma nel senso positivo di capacità di aspettare nella storia il passaggio del Signore. Solo chi si abitua a meditare quotidianamente la Parola di Dio, apprende ad avere fiducia nel Signore, a non cercare risposte immediate e nevrotiche ai propri problemi, ma a guardare lontano, ad aspettare sugli eventi il giudizio del Signore, che viene dal Silenzio, da molto lontano, dall’eterno.
E’ con queste riflessioni nel cuore che ci addentriamo nel mistero della Parola ascoltata, non per cercare risposte ai nostri problemi, ma per essere attenti a ciò che il Signore oggi ci vuole dire.

2. Il brano do Vangelo che abbiamo appena ascoltato si presta ad una lettura spirituale ed essere interpretato come le tappe del cammino spirituale di colui che incontra il Signore. Gesù passa nella nostra vita e ci incontra ciechi, seduti, mendicanti. Il cieco di Gerico rappresenta molto bene la condizione umana: senza Dio l’uomo vive prostrato a terra, perduto nei suo pensieri, schiacciato dal peso dei suoi peccati. E allora che fare?

“Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò gridare e a dire: ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’” (Mc 10, 47).

Questo versetto ci insegna che per uscire dall’inerzia e dal peccato è necessario gridare al Signore. E’ il grido della fede. Nella tradizione della Chiesa ortodossa l’invocazione del None è una delle preghiere più importanti. In virtù del testo che dice “Chi invocherà il Nome del Signore sarà salvo”, nacque in Oriente tutta una serie di esperienze che facevano della ripetizione del Nome Santo di Gesù o di alcune frasi del Vangelo come quella che abbiamo appena ascoltato – ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’ – la base per un cammino di conversione. La fede si esprime invocando il Nome del Signore, perché è in questo modo che manifesto la mia totale fiducia in Lui e nella sua Parola. Ripetendo continuamente l’invocazione del Nome, l’uomo si svuota dei falsi nomi di cui si è riempito e che lo hanno accecato, per fare spazio alla luce vera, che lo condurrà sul cammino della Vita.


3.Allora Gesù gli disse; ‘che vuoi che io ti faccia?’” (Mc 1, 51).

Come mai Gesù pone al cieco questa domanda?E’ impossibile che non si fosse accorto della cecità dell’interlocutore. E allora, perché lo incalza con questa domanda?
Se da un lato è vero che la salvezza è un dono che viene dall’alto ed è gratuita, nel senso che non dipende dalle nostre opere, come ci ricorda ripetutamente San Paolo, dall’altro è anche vero che la dobbiamo desiderare. Dio non ci getta la salvezza addosso, non ci costringe a salvarci, ma rispetta la nostra libertà. La domanda che Gesù rivolge al cieco è, allora, su questa linea, cerca cioè di sondare il terreno della sua libertà, del suo desiderio di cambiare vita. Con Gesù non c’è spazio per coloro che si piangono addosso, che si lamentano sempre, ma che non fanno mai un passo per uscire dalla situazione di miseria in cui si trovano. La salvezza ce la dobbiamo anche un po’ sudare, la dobbiamo volere, desiderare. Possono sembrare osservazioni banali, ma in realtà rivelano qualcosa di profondo e, allo stesso tempo, sconosciuto e misterioso. Chi, infatti, ha un po’ di dimestichezza con la condizione umana, sa che l’uomo, la donna, quando vive situazioni di peccato, di oscurità se da un lato capisce e sente il vuoto, il peso che questa situazione sta provocando, dall’altra avverte una certa paura a cambiare vita. Il nuovo fa paura e, allora spesso si finisce per rimanere immersi nelle tenebre del proprio egoismo, tanto si sa in che condizioni ci si trova, piuttosto che gettare via il mantello dei peccati e alzarsi per paura del nuovo cammino. La libertà nella prospettiva del Regno di Dio inaugurata da Gesù, non s’identifica con lo spontaneismo, con l’istintuale e superficiale: “faccio ciò che mi pare”, ma indica una presa di posizione in virtù di qualcosa che interiormente si percepisce come positivo per la propria vita. La libertà, allora, come diceva santo Agostino, va a braccetto con la volontà, perché esige coraggio, decisione, forza per dirigere la propria vita verso il valore intuito come positivo, anche se non si possiedono totali garanzie . E questo è anche uno dei significati più profondi della fede, la quale se da un lato esige il cammino intuitivo della ragione, dall’altro richiede il coraggio della libertà personale,  di affidarsi e gettarsi nelle braccia del Padre.

4. Mi  sembra, allora, che sia questo il significato della risposta finale di Gesù:

“Và, la tua fede ti ha salvato” (Mc 10,52).

E’ la fede che ci salva. E la fede è fiducia nel Signore, fiducia che si manifesta nell’invocazione del suo Nome, nel cercarlo, nel pensarlo come l’unica possibilità di uscita dalla nostra condizione di miseria. Come possiamo verificare se veramente c’è fede nel Signore in noi? Dall’insistenza con cui lo cerchiamo, dal fatto che arriva il momento in cui   nessuna situazione umana riesce a farci desistere dalla ricerca di Lui. Se ci pensiamo bene in questo cammino si manifesta l’amore. Che cos’è, infatti, l’amore se non la fiducia totale nell’altro! Che cos’è l’amore se non il pensare, il cercare continuamente l’amata, l’amato! La fede s’identifica con l’amore, la fede esige l’amore. Per questo le nostre preghiere estemporanee, che desistono non appena sentiamo un dolorino nello stomaco, o che terminano quando troviamo qualcosa che ci fa stare meglio non rappresentano la fede, ma un suo surrogato, che possiamo chiamare egoismo camuffato di pietà religiosa.
Il Cantico dei cantici ci ricorda che:

 “Le grandi acque non possono spegnere l’amore” (Ct 8,7).

Se l’amore è indistruttibile, allora chi vive di amore e chi è animato dall’amore non desiste mai. Le infedeltà, di qualsiasi tipo esse siano,e le desistenze sono il sintomo di un egoismo umano che soffoca la radice profonda della nostra vita e ci costringe a cercare altrove, fuori di noi, disperdendoci dietro alle illusioni del mondo.


5. “ E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada” (Mc 10, 52b).

Seguire il Signore non è un problema di regole da obbedire o di decreti da osservare. Chi vive la fede in questo modo diviene una persona rigida e intransigente, incapace di andare al cuore dei problemi. Per seguire il Signore ci vuole fede e, per tutto quello che abbiamo analizzato sino ad ora, ci vuole un cuore pieno di amore. L’amore vero non vive di illusioni ma di concretezza. Seguire il Signore vuole dire amarlo, fidarsi di Lui, conoscerlo.
Chiediamo, allora, al Signore di sperimentare in questa Eucaristia una più profonda conoscenza di Lui, che stimoli la nostra libertà a seguirlo sulla difficile strada della croce, che è la strada della vita vera, dell’amore.


domenica 18 ottobre 2015

LA DIFFERENZA CRISTIANA



Domenica  XXIX/B
(Is 53,2a.3a.10-11; Sal 32; Eb 4,14-16;Mc 10,35-45)



Paolo Cugini
1.La liturgia di oggi ci pone innanzi alcuni versetti che ci dovrebbero aiutare a trovare le risposte a quegli interrogativi che spesso riempiono le nostre riflessioni, soprattutto nei momenti di confusione, quando non sappiamo bene che cosa scegliere, che cammino percorrere nella vita. Quante volte ci siamo interrogati sul senso della nostra vita cristiana, sullo specifico della nostra identità di Figli di Dio, di discepoli del Signore. Domande ancora più importanti in questo mondo in continua e rapida trasformazione, che spesso ci trova impreparati e confusi, incapaci di dare una risposta significativa e cristiana ai problemi emergenti. Ci si affida, allora, al senso comune, ci s’immerge nelle idee di tutti, soprattutto quelle forti e chiare, che in apparenza nessuno può mettere in discussione, noncuranti del male che possono fare a coloro che, dai giudizi di tali parole forti, vengono colpiti.
 Anche la Chiesa Italiana, in questi giorni a Verona, in occasione del IV° Convegno ecclesiale, si sta interrogando sul significato della presenza cristiana nella storia e nella vita quotidiana. Cerchiamo, allora, nelle letture di oggi, alcune risposte a questi problemi, per riuscire a vivere nel mondo quella “differenza” che lo Spirito Santo, ricevuto nel Battesimo, ha immesso in noi.


2.                                  “E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli:
‘Concedici di sedere nella tua gloria  uno alla tua destra e uno alla tua sinistra’” (Mc 10, 35.37).

Fa abbastanza impressione la richiesta a Gesù dei figli di Zebedeo. Infatti, da persone che da qualche tempo sono al seguito di Gesù, ci si attenderebbe richieste differenti, un po’ più spirituali. E invece troviamo Giacomo e Giovanni nella nostra stressa situazione, la situazione di coloro che pensano solo a sé stessi e che non hanno ritegno di coinvolgere in questo ripiegamento egoista anche Dio, la religione, tutto. Giacomo e Giovanni avvicinandosi a Gesù per esprimere la richiesta di sedere alla sua destra e alla sua sinistra  alla fine dei tempi, dimostrano che cosa ci sia nel cuore dell’uomo, anche di coloro che hanno le più belle e profonde intenzioni. Il realismo di questi versetti del Vangelo, rivela così il cammino che dobbiamo compiere: uscire dal nostro egoismo, dal nostro narcisismo, da quella vita meschina ripiegata su noi stessi, che non ci permette di vedere al di là del nostro naso e ci fa sentire il centro del mondo, del nostro piccolo mondo. Gesù è venuto per salvarci, liberarci da questa situazione di cecità e di morte: missione difficilissima che gli è costata la morte. L’uomo, infatti, chiuso nella sua presunzione, credendo di vedere  e di essere libero, non accetta di essere curato: si ritiene già salvo. Anche in coloro che, come  Giacomo e Giovanni, sono in un cammino spirituale, si annida il male dell’egoismo che tende a mettere tutto a servizio dei propri progetti mondani, progetti meschini della piccola gloria umana. Come uscire da questa prigione di morte?

3.                                  “Allora Gesù chiamateli a sé disse loro: ‘ Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di essi il potere. Fra voi, però non è così’” (Mc 10, 42-43a).

“Fra voi non è così”. C’è un modo specifico della vita cristiana, c’è una “differenza” che deve essere espressa e vissuta, “differenza” che non è alla portata degli sforzi umani, non è acquisita dalla natura, non è contenuta nel DNA, ma che è frutto dello Spirito Santo che riceviamo. La vita cristiana è, allora, un lungo, lunghissimo cammino che dalla vita egoista, centrata su di sé, tenta con sofferenze di uscire per incamminarsi nella difficile strada della donazione di sé, che è la strada dell’amore. Strada che il cristiano non percorre da solo, ma che realizza assieme a quelle persone che il Signore pone nel cammino. “Fra voi non è così”, indica una differenza qualitativa nelle relazioni interpersonali, che non possono più essere impostate seguendo la logica del mondo, che è la logica del potere, della supremazia sull’altro, logica della forza che schiaccia il più piccolo e non s’interessa delle conseguenze della propria arroganza. Il “Fra voi non è così” indica che d’ora innanzi al centro c’è l’altro, la persona che non deve essere dominata, ma servita, non deve essere soggiogata, ma amata.

“ Chi vuole essere grande fra di voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere il primo fra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10, 43b-44).

Leggendo un versetto così forte, così “diverso”, viene da chiedersi se, in duemila anni di storia cristiana, si sia mai visto qualcosa del genere. E non è una riflessione polemica, ma realista, di quel realismo che dinanzi alla Verità di Gesù, che tocca in profondità il cuore dell’uomo e di tutta l’umanità, scopre allo stesso tempo la gravità e la radicalità del nostro peccato, della nostra schiavitù, dell’egoismo che ci fa schiavi di noi stessi, che non ci permette di vedere negli altri dei fratelli e delle sorelle, ma solo dei rivali da abbattere, da calpestare, da superare. E’ ciò che accade non solo nel mondo del lavoro, ma anche tra giovani, tra gli stessi bambini e anche negli ambiti che meno ci si aspetterebbe di vedere l’egoismo umano all’opera e cioè negli ambienti religiosi. Questi bellissimi, profondi e ricchissimi versetti dovrebbero insegnarci che, dinanzi al Signore e alla sua Parola, dobbiamo imparare a non scandalizzarci più di nessuno perché, alla fine dei conti, siamo tutti sulla stessa barca, che è una barca di disgraziati, di perduti e che solo il Signore con la sua infinita misericordiosa ci può salvare. E’, infatti, a questo punto del discorso che possiamo finalmente alzare lo sguardo sul Signore Gesù e chiedergli di manifestarci qualcosa della sua identità, per poterci aggrappare a Lui.

4.                                  “Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita per noi” (Mc 10, 45).

La grandezza di Gesù non possiamo pretendere di misurarla con criteri umani; non possiamo ricercarla con riflessioni umane: è una grandezza la cui comprensione rimane fuori dalle nostre possibilità umane. Gesù, infatti, è divenuto grande agli occhi di Dio ed è stato rivestito della gloria di Dio là dove l’uomo si aspetterebbe solamente umiliazione e frustrazione. Per questo è necessario un cammino di conversione, che è un cammino di spoliazione, di abbandono delle categorie umane (cfr. 1 Cor 2-3).
 Se non c’è un cammino di discepolato, di disposizione a seguire Gesù che è allo stesso tempo la disponibilità a lasciare, abbandonare la mentalità del mondo, l’uomo vecchio schiavo delle passioni mondane (Col 3,1ss), del Signore non si capisce praticamente nulla. E quando del Vangelo non si capisce nulla, si comincia a trasferire la logica del mondo sulla Parola di Dio o ad appropriassi di contenuti evangelici per giustificare la propria pigrizia.
Gesù, allora, non è grande perché aveva molto potere politico o perché possedeva molti beni; al contrario, Gesù è grande agli occhi di Dio perché ha fatto della sua vita non una salita, ma una discesa, non la ricerca di sé stesso, ma si è rinnegato, ha rinnegato la propria vita, si è spogliato della sua divinità , Lui che era Dio si è fatto simile a noi per servirci.
Parole impressionanti che trovano una conferma anche nella profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.

“Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” ( Is 53, 3).

Gesù è venuto al mondo e non ha fatto nulla per attirare attenzione. Si è nascosto in una vita umile. Ha affrontato i presunti potenti del mondo smascherando le loro ipocrisie, per aiutare l’umanità a non avere paura di coloro che si fanno forti abusando del loro presunto potere. Gesù, indicandoci il cammino con la sua Parola e la sua vita, ha infuso in noi il coraggio di vivere in un modo differente. Mettendosi al nostro servizio con umiltà, ha risvegliato in noi la nostra dignità di figli e figlie di Dio. Ed è questo coraggio, questa Vita, questa Forza, questa dignità che noi riceviamo nei sacramenti, non per stare seduti, ma per alzarci e sforzarci di vivere come lui ha vissuto, per sconvolgere l’arroganza del mondo con la semplicità, l’umiltà e l’amore di Gesù.

Sia ciò il frutto della nostra Eucaristia domenicale.



domenica 11 ottobre 2015

UNA SOLA COSA TI MANCA


Paolo Cugini

La forza del Vangelo sta nella sua semplicità: arriva diretto al cuore. Non ci sono giri di parole, tentativi di giustificare l’ingiustificabile, come siamo soliti fare noi. Nel dialogo tra Gesù e il giovane ricco appare tutta la forza di una parola che colpisce la coscienza, la mette in discussione, provoca un confronto ed esige una scelta, una risposta. Sono parole come questa che aiutano a crescere, perché ci mettono innanzi alla realtà delle cose, ad una parola chiara che ci permette di capire chi siamo e dove stiamo andando.

“Va vendi tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Che cosa significa una simile richiesta, che cosa indica? Rivela, prima di tutto, che è impossibile osservare i comandamenti di Dio, come sosteneva il giovane ricco, e poi non essere disposto a condividere i propri averi con chi è nel bisogno. Nella prospettiva inaugurata da Gesù se uno ha qualcosa, lo ha per condividerlo. Non viene colpito il necessario, ma l’accumulo, che è la causa delle disuguaglianza. La sequela è un cammino di libertà, e la libertà è il primo frutto della verità del Signore che accogliamo. Il Vangelo ci rende liberi dalle cose e dal denaro perché ci aiuta a dargli il giusto peso e valore. Al centro dell’insegnamento del Signore ci sono l’uomo e la donna, la persona umana, la salvaguardia della sua dignità.

“Una sola cosa ti manca”. Che cosa manca al giovane ricco? La libertà dalle cose. La sua risposta negativa alla richiesta di Gesù mostra il vuoto della sua religione. C’è un’obbedienza a Dio, un’osservanza dei comandamenti che è sterile, perché non ci mette dietro al Signore e alla sua sequela, ma davanti a Lui. Al giovane ricco manca la vera religione, quella vissuta da Gesù, che da ricco che era si fece povero, per donarsi totalmente ai fratelli e alle sorelle che incontrava nel suo cammino.

IL BAMBINO COME MODELLO DEL REGNO DI DIO


Paolo Cugini
Accogliere il Regno di Dio come l’accoglie un bambino significa che si tratta di una realtà che esula dalle logiche dei grandi. Il Regno di Dio è lo stile di vita di Gesù, fatto di semplicità, di relazioni autentiche, di ricerca della giustizia, di uguaglianza, di accoglienza dell’altro, di perdono e di pace. Non è quindi qualcosa che si possa conquistare con il denaro e non è nemmeno una questione di potere: è un modo di essere nel mondo. Questo modo lo si accoglie così com’è, così come Gesù ce l’ha donato. Non ci si pone dinanzi al Regno di Dio con delle esigenze, con delle problematiche, con delle pretese: lo si accoglie così com’è. Il problema, allora, è nostro. Chi meditando il Vangelo, percependo il Signore presente nella storia desidera conoscerlo, inizia un cammino la cui prima conseguenza è lo spogliamento di sé, delle proprie idee, delle proprie spiritualità, del proprio modo di essere e di pensare. Gesù è la pienezza del tempo (MC 1,15) e per poter entrare nella nostra vita deve incontrare spazio. La vita spirituale ha come primo frutto autentico proprio questo: creare spazio a Lui.

E’ questo il nostro principale problema: fare spazio. Abituati a riempirci di cose e di ideali, siamo costantemente alla ricerca di parole e di esperienze che giustifichino il nostro stile di vita. Non vogliamo sentire una parola che c’inchiodi, che metta in discussione quello che noi viviamo e pensiamo e allora cerchiamo costantemente qualcosa o qualcuno che la pensi esattamente come noi. Troviamo sempre qualcuno che ci dice quello che noi vogliamo sentire. La vita di fede inizia quando il Signore ci dona l’incontro con un’esperienza che mostra il vuoto della nostra esistenza. La vita di fede inizia quando ci accorgiamo che stiamo perdendo tempo, inseguendo il nulla.
Il bambino, esistenzialmente e spiritualmente parlando, è vuoto, è uno spazio accogliente perché non c’è nulla in lui che possa ostacolare l’accoglienza della novità. Per questo il cammino di fede nasce da questo punto di partenza: il Regno di Dio lo si accoglie come l’accoglie un bambino. Ciò significa che nel Regno di Dio non c’è spazio per i palloni gonfiati, per le persone presuntuose e arroganti che sanno sempre tutto e non sono mai disposte a mettersi in discussione.


La vita di comunità, la chiesa dovrebbe essere questo spazio di persone che, incontrando il Signore si mettono in cammino, disposte a lasciarsi svuotare delle proprie idee, delle proprie spiritualità, dei propri modi di pensare per giungere al punto in cui era arrivato san Paolo che diceva ai suoi fratelli e sorelle: “noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16).

lunedì 14 settembre 2015

CAMMINO

DOMENICA III DI QUARESIMA/C
(Es 3,1-8.13-15;Sal 103; 1 Cor 10,1-6.10.12; Lc 13,1-9)






Paolo Cugini

1. La quaresima si presenta come un cammino spirituale che deve essere percorso in tutte le sue tappe, se si desidera giungere all'obbiettivo che è la celebrazione della Pasqua del Signore.

La pasqua verso la quale siamo incamminati, che è celebrazione del passaggio di Gesù da questo mondo al Padre (Gv 13,1), passaggio avvenuto nell'obbedienza al Padre e nella morte in croce, rivela anche il senso del nostro cammino che con la Chiesa stiamo compiendo. Se desideriamo passare con Gesù e come Lui da questo mondo al Padre, dobbiamo rispettare le indicazioni che la liturgia della Parola ci offre. Nella prima settimana la liturgia ci ha aiutati a guardare in faccia la realtà della nostra fragilità, per non chiuderci nel nostro egoismo, ma aprirci all'insegnamento di Gesù. Domenica scorsa il Vangelo ci ha mostrato che la fiducia in Gesù è ben riposta,visto e considerato che non é appena un uomo, ma in Lui è Dio stesso che si manifesta. Il mistero della Trasfigurazione del Signore, oltre a rivelarci la grandezza della sua identità, ci ha mostrato anche il senso della nostra dignità di figli di Dio, che possiamo riscoprire solamente affidandoci a Lui. Ed è per questo che la liturgia della Parola di oggi, nel bel mezzo del cammino, in cui non possiamo più tornare indietro e, allo stesso tempo, facciamo ancora fatica a vedere la meta finale, ci grida a squarcia gola: Svegliati! Se desideriamo ardentemente portare la nostra umanità da questo mondo  al Padre, non basta sapere chi è Gesù, ma dobbiamo gridargli tutto il nostro bisogno, dobbiamo scuoterci di dosso la pigrizia delle nostre abitudini e correre incontro a Gesù manifestandogli il nostro desiderio di cambiare  vita.
 E qui sta il problema centrale: ci sentiamo già salvi? Al di là delle prese di coscienza a buon mercato della nostra debolezza umana, che sembra non stare mai in piedi e quindi ha bisogno di sdraiarsi continuamente sulle comode poltrone dei nostri vizi e capricci, vogliamo davvero cambiare vita? Desideriamo davvero alzarci in piedi? Desideriamo davvero una vita più dignitosa? Desideriamo davvero rompere una volta per sempre le nostre maschere ipocrite per essere più autentici? Da dove cominciare?

2. “Se non vi convertirete, morirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,3).
Il primo passo nel cammino di acquisizione della nostra dignità di figli e figlie di Dio è credere alla Parola di Dio. É quello che abbiamo sentito domenica scorsa nel Vangelo: “Questi è il mio Figlio: ascoltate ciò che dice” (Lc 9, 35). Ascoltare la Parola di Dio con un cuore pieno di fede, significa credere che è l’unica Parola capace di modificare il nostro cuore, di penetrare la nostra anima in un modo da curare in profondità, alla radice i nostri errori. É di Gesù l’unica Parola che può convertire il nostro cammino errato. Per questo lo devo ascoltare. Al contrario, la nostra religione senza Parola ci lascia in superficie, nella confusione delle parole e delle tradizioni mondane ( che cosa sono diventate le nostre sagre!?). É questa assenza della Parola nella nostra vita religiosa, che ci conduce a sentirci bene nel mondo, a giustificare tutto, lasciandoci svuotare l’anima, perché è solo la Parola di Gesù che riempie di significato la vita. Quando è che capiamo questo dato elementare? Se non abbiamo avuto umiltà e la pazienza di dedicare tempo alla Parola sin dalla nostra infanzia e giovinezza, vivendo in positivo questa esperienza di fede, senza dubbio lo sentiremo quando il vuoto della vita ci stringerà lo stomaco. “Morirete tutti allo stesso modo”, significa proprio questo. Gesù sa benissimo che le persone superficiali, al di  delle apparenze, avvertono dentro di loro la presenza minacciosa e devastante della morte. Una morte percepita non come passaggio, ma come distruzione e fine di una vita vuota e inutile.  Cambiare vita, convertirci, significa prendere a serio la Parola Dio, ascoltarla, meditarla, lasciarla penetrare nella nostra anima, lasciando che ci faccia stare male, lasciando che ci dica la verità su noi stessi, che non è sempre qualcosa di simpatico da ascoltare. La Parola di Dio non è una battuta, non è una barzelletta da ascoltare comodamente in poltrona. La Parola di Dio è Croce, è la sofferenza del Giusto innocente, è la storia vera dell’Agnello immolato per noi. Bere questo calice amarissimo può salvarci la vita dalla morte eterna. Vale allora la pena stare male, lasciare che la Parola penetri (Gv 8, 40ss) dentro di noi per mostrarci i nostri errori e per offrirci la possibilità di saltarci fuori. Fede in Dio è credere che solo la sua Parola ha il potere (Rom 1,16) di leggerci dentro in un modo tale da offrirci allo stesso tempo il cammino di uscita dalla morte. E allora perché non esci subito dal divano e ti metti in ginocchio a meditare la Parola?

3. Signore, lascia il fico ancora quest’anno. Scaverò intorno e metterò del concime. Può darsi che in futuro darà frutto” (Lc 13, 8-9).
Grazie Signore per questo versetto! Lo ringraziamo perché ci rivela tutta la sua misericordia. Dio Padre, infatti, non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva! Per questo ci offre ancora un tempo, ci dà ancora un periodo per tornare indietro, per scrollarci di dosso la nostra vita sbagliata, la nostra religione senza Parola, le nostre parole vuote di senso, le nostre scelte prive di amore, la nostra casa costruita malamente sulla sabbia della nostra stupidità e presunzione. Ci dà ancora un tempo favorevole significa fermare il treno delle illusioni e scendere per terra. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”(Lc 18). Dio Padre ha mandato il suo Figlio che è venuto ad abitare in mezzo a noi per parlarci, per abbracciarci e darci il suo bacio santo, ma noi non ci siamo, non siamo mai in casa, siamo sempre fuori (in tutti i sensi!). Tempo di quaresima è il tempo propizio per fermarci, smettere di proiettare la nostra vita in un futuro improbabile, per mettere i piedi per terra, nella realtà. Fermando i nostri sogni, le nostre illusioni, per vivere nel presente della vita, forse avremo la possibilità di lasciarci avvolgere dalla misericordia del Padre e smettere di fuggire da noi stessi.

4. Siamo nel bel mezzo del tempo della quaresima, così come Mosè era nel mezzo della sua vita quando Dio si manifestò a lui nel roveto ardente ( Es 3, 1ss: prima lettura di oggi). Come Mosè anche noi desideriamo avvicinarci per vedere che cos’é questo mistero. Siamo attorno alla tavola eucaristica perché attratti dall’amore del Padre, che in Cristo ci invita ad entrare nella sua comunione. Lasciamoci convertire dal Signore! Accettiamo il suo invito ed entriamo in comunione con Lui: adesso. Smettiamo di spostare in avanti il momento del nostro cambiamento, come se fosse possibile fissare una data a questo, perché é oggi il tempo della nostra salvezza. E, allora, siccome Dio ha fissato un nuovo “oggi” per la nostra salvezza (Cfr. Eb 4, 1ss) non induriamo i nostri cuori, non resistiamo all'amore di Dio che ci vuole, ci desidera visitare adesso, e non domani. Egli è lì che sta battendo alla porta della nostra anima (Cfr Ap 3): apriamogli in fretta affinché entri e sieda a tavola con noi per toglierci, così, dalla nostra solitudine.



venerdì 10 luglio 2015

LA SAMARITANA





Paolo Cugini


Introduzione. Le domeniche del tempo di quaresima del ciclo A ci offrono un cammino battesimale per aiutarci a riscoprire il senso del nostro essere cristiani. Ogni domenica la liturgia ci offre una tappa di un cammino che dovrebbe portarci a scoprire a che punto siamo nella nostra adesione al Signore e alla sua proposta di vita.
La terza domenica ci presenta il dialogo di Gesù con la Samaritana, che possiamo considerare una potentissima metafora esistenziale e spirituale sul senso della vita. Per poter cogliere il messaggio di questa pagina di vangelo è importante tentare di interpretare i personaggi messi in scena da Giovanni.

Samaritana. Chi è la Samaritana e, soprattutto, chi rappresenta? La Samaritana è il simbolo dell’umanità e cioè, in un certo senso ognuno di noi è quella Samaritana. Affinché il discorso fluisca nello svelamento dei suoi significati, dovremmo poter arrivare ad affermare: “quella Samaritana sono io”.

Il pozzo. La Samaritana va al pozzo perché ha sete. Che cosa significa questa sete? Indica la struttura carente della nostra esistenza. Per vivere abbiamo bisogno di qualcosa, di qualcuno. Durante tutta la nostra vita cerchiamo dei pozzi d’acqua che ci possano dissetare. Ne troviamo uno e poi, quando si esaurisce, andiamo alla ricerca di un altro. Tutta la nostra esistenza si può misurare nella dialettica tra sete e acqua, tra ricerca di senso e ideali che riempiano il significato cercato. La sete indica quindi un bisogno a più livelli di complessità: istintuale, spirituale, intellettuale. Siamo assetati: è questa la nostra caratteristica esistenziale e quindi siamo continuamente alla ricerca. Questa ricerca significa anche insoddisfazione, che spesso si sposa con frustrazione, perché l’acqua che troviamo non ci disseta. L’insoddisfazione genera poi un’inquietudine, che non ci lascia in pace sino a quando troviamo quello che andiamo cercando.

Gesù seduto al pozzo. Che cosa significa questa presenza di Gesù seduto al pozzo? Significa che Gesù conosce il nostro problema, conosce la nostra sete, sa delle nostre inquietudini e frustrazioni. E allora per poterci dire qualcosa sull’acqua che andiamo cercando, si mette a nostro livello, si fa assetato, si siede al pozzo e ci aspetta. Per fare cosa? Per ascoltarci e, nel dialogo, rivelare il senso del nostro smarrimento, il motivo della nostra sete. Questa immagine di Gesù al pozzo è una significativa metafora del rapporto educativo: ogni volta che vogliamo dire e insegnare qualcosa a qualcuno, dobbiamo scendere dal piedistallo e metterci al suo livello. La relazione precede il contenuto. L’incarnazione è il metodo da Dio scelto per comunicare il vangelo.

Cinque mariti. Chi sono questi cinque mariti della Samaritana? Che cosa significano? Sono il simbolo di una sequenza, di una ripetizione. Abbiamo sete e abbiamo fretta di dissetarci e, una volta trovato un pozzo, qualcosa che ci disseti, nonostante percepiamo che non ci disseta pienamente, che non risolve la nostra carenza, che non dà un significato alle nostre frustrazioni, abbiamo la tendenza ad andare sempre nello stesso pozzo. Ci accontentiamo dell’acqua marcia o sporca: l’importante è che ci tolga la sete del momento. C’è un’acqua che non disseta. E’ Gesù stesso che lo dice: “chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete”. La paura di soffrire, di sentire il dolore delle nostre carenze ci conduce ad accontentarci di quello che troviamo. Per non stare male adesso, ci riempiamo la pancia di qualcosa che progressivamente ci svuota e ci sfinisce. I cinque mariti sono il simbolo delle nostre esperienze affettive, o delle soddisfazioni che buttiamo sul lavoro, oppure dello sfogo nei vizi, nel gioco, ecc. Non si tratta di soluzioni, ma di ripetizioni. Sembriamo condannati a ripetere delle situazioni senza senso, inutili. C’è un’uscita a questa condanna?

Gesù è l’acqua che disseta. Possiamo comprendere l’identità di Gesù solamente se abbiamo sete, se siamo consapevoli della nostra sete, del fatto che per vivere abbiamo bisogno di acqua. Possiamo scoprire la profondità e allo stesso tempo, l’unicità della Parola di Gesù, solamente se siamo alla ricerca di qualcosa, di un senso della vita. Le persone sazie non si alzano in piedi per cercare quello che pensano di avere. Chi ha la pancia piena non si mette in cammino.
Durante questo tempo di quaresima dovremmo chiederci: di che cosa abbiamo sete? Che cosa stiamo cercando? Oppure dovemmo chiederci come mai non abbiamo più sete?
Finché toglieremo la sete con qualcosa che non disseta, nessuno si alzerà più per cercare un pozzo.

E se nessuno più cerca il pozzo, la chiesa, chiamata a zelare e custodire il pozzo, potrà vivere la tentazione di modificare il pozzo, trasformarlo in qualcosa di seducente, modificandolo in qualcosa che non è più un pozzo.
Preghiamo perché sappiamo coltivare la sete di Dio nelle persone e, allo stesso tempo, perché coloro che sono addetti a zelare del posso vincano la tentazione di trasformarlo in qualcosa d’altro.





giovedì 9 luglio 2015

E CAMBIO' D'ASPETTO





DOMENICA  II DI QUARESIMA
(Gen 15,5-12.17-18; Sal 27; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28-36)

Paolo Cugini

1. Interpretando le letture di oggi a partire dal contesto liturgico nel quale ci troviamo, possiamo affermare che il tempo di quaresima è un momento in cui ci viene offerta la possibilità di uscire fuori ( cfr. Gen 15, 5s), di salire verso l’alto (cfr. Lc 9 28s.). Sono questi, due movimenti che indicano la stessa esigenza: per ascoltare la voce del Signore e cogliere la sua volontà, è necessario portarsi fuori, cercarlo, fare la fatica di salire verso Lui. É vero che in Gesù Dio si è rivelato, manifestato, si è dato a conoscere. Per comprendere, però, la verità di questa rivelazione, è necessario uno sforzo umano, che è la fatica del conoscere. Qualsiasi  esperienza conoscitiva è faticosa, tanto più una conoscenza di tipo spirituale, che non è immediata. La quaresima, allora, in questa prospettiva, è un faticoso cammino di uscita da se stessi, dai propri idoli, dalle proprie idee su Dio e la religione che con il tempo ci siamo fatti e che necessitano di un confronto con Gesù, Il Verbo di Dio fatto carne. La Quaresima é un tempo faticoso di salita, che richiede l’abbandono delle proprie sicurezze, di qualsiasi tipo esse siano, l’abbandono soprattutto di uno stile di vita essenzialmente materiale, basato sulle cose, nella ricerca quotidiana di una realizzazione materiale. La quaresima ci invita ad alzarci dal letto delle nostre comodità, delle nostre abitudini, per metterci alla ricerca di uno stile di vita più autentico, più umano, quello stile di vita che Gesù ha manifestato e che, per essere vero e visibile, deve essere incarnato. Il fatto che Dio conduca Abramo fuori per rivelargli il contenuto dell’alleanza e che Gesù chiami Pietro, Giacomo e Giovanni per salire la montagna e, così, manifestarsi nello splendore della sua divinità, significa che la vita di fede é un continuo cammino di uscita e di salita verso l’alto. La ricerca di Dio, la sete di Dio: mi sembra che sia questo che la liturgia di oggi voglia farci riscoprire. E allora mettiamoci in cammino, accettando la fatica del pellegrino desideroso di salire verso l’alto per scoprire che cosa c'è sopra e al di là della montagna. Senza questo desiderio è difficile realizzare un’autentica esperienza di fede.

2.Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto e la sua veste divenne molto bianca e brillante” (Lc 9, 29).
Che cosa incontriamo sul monte? La rivelazione dell’identità di Gesù, il quale è si uomo come noi, ma è vero Dio. Questa rivelazione di sé, Gesù  non la offre per creare delle distanze ma, al contrario, per indicare la nostra vera identità di figli di Dio e, in questo modo, stabilire un’approssimazione impressionante con Lui. Per questo è necessario compiere la fatica di uscire fuori dalle nostre mentalità, e fare la fatica di salire là dove Dio desidera condurci, perché è troppo grande il mistero e noi finiremmo per non crederci. Dio, inviandoci il suo Figlio Gesù, ci vuole dire che il senso della nostra esistenza è di divinizzare la nostra natura.  Era quello che Pietro diceva in una delle sue lettere: “Ci sono state date le preziose e grandissime promesse affinché voi diventaste partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4). Anche Paolo é dello stesso parere quando, in una sua lettera, afferma: “Soffro affinché Cristo sia formato in voi” (Gal, 4,19).  Quella bontà, mansuetudine, quell'amore per i fratelli e le sorelle, quella sete di giustizia che conduceva Gesù ad affrontare  senza paura i potenti ipocriti del tempo, quel desiderio di pace che lo condusse a perdonare i suoi assassini, quella ricerca profonda di Dio Padre che manifestava nelle notti in profonda preghiera, tutto questo deve formarsi in noi. Tutto ciò che leggiamo nel Vangelo di Gesù non serve appena per una conoscenza storica, ma è la rivelazione di ciò che noi dobbiamo diventare. Per questo riceviamo il Suo Spirito nel Battesimo e ci cibiamo del Suo corpo nell'Eucaristia: per divenire come Lui. Gesù deve divenire giorno dopo giorno lo specchio della nostra anima (cfr. 2 Cor 3,18).

3. Come é possibile questo cammino di trasfigurazione della nostra umanità? In che modo Cristo, il suo stile di vita, il suo amore può plasmare la nostra esistenza?
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto(Lc 9,29). La vita cristiana è una imitazione di Gesù (non solo, ma anche questo). Lo dice anche san Paolo nella seconda lettura di oggi: “Siate miei imitatori” (Fil 3, 17). La nostra umanità si trasforma in quella di Gesù nella preghiera. Il problema a questo punto è: che cos'è la preghiera? Com’era la preghiera di Gesù? Nel Vangelo non incontriamo un trattato sulla preghiera, ma degli episodi che mostrano il modo di pregare di Gesù. Tutte le volte che Gesù pregava, si isolava, cercava dei luoghi deserti. Prima di morire sappiamo che Gesù si isolò nel monte degli ulivi. Altro dato interessante è che Gesù pregava dedicando molte ore soprattutto di notte o all'alba (cfr Mc 1,35; Lc 4,42; Lc 6,12).  Sarebbe interessante prendere l’occasione di questa santa quaresima per rivoluzionare la nostra preghiera, per uscire dai nostri infantilismi spirituali e salire verso una forma di preghiera più adulta, quella di Gesù per l’appunto. Pregare come Gesù pregava è dedicare tempo al Signore e cioè stare con Lui, sentire il desiderio e la gioia di passare del tempo con lui. E non i ritagli di tempo, ma i momenti migliori come la notte o l’alba. Puó sembrare una proposta assurda, ma l’ho già vista fare non solo da monaci e monache, ma anche da uomini e donne, padri e madri di famiglie. Il problema è capire che cosa vogliamo e che cosa per noi è davvero importante. Se durante questa quaresima il Signore ci aiuterà a capire l’importanza della preghiera nella nostra vita personale, familiare e comunitaria per la trasformazione della nostra umanità, allora tireremo su le nostre maniche per fare un pó di ordine nelle nostre esistenze. Non si prega perché non si vuole e non perché non si ha tempo. Non si prega perché non se ne capisce il valore, l’importanza, il significato. Non si prega e non si insegna a pregare, perché il nostro tempo è pieno di altro e questo altro lo abbiamo lasciato entrare noi. Il tempo di quaresima è un tempo di grazia per ridefinire gli obiettivi della nostra vita, per dirci davvero in faccia in che cosa crediamo, al di là delle apparenze che vogliamo a tutti i costi salvare per non dover cambiare.

4. I  discepoli rimasero in silenzio e in quei giorni non dissero a nessuno niente di ció che avevano visto(Lc 9, 36).
Anche questo breve versetto è da prendere sul serio nel nostro cammino spirituale. Apprendere ad interiorizzare, a meditare ciò che il Signore ci sta dicendo senza buttarlo subito fuori, trasformandolo in materiale di discussione. Fare silenzio su ciò che é importante nella vita per uscire dal mare della banalità e superficialità nella quale nuotiamo tutti i giorni. Diventare persone profonde, che hanno una parola differente da dire dalle altre, una parola che viene dal silenzio e che è il frutto della nostra  risposta personale ad un Dio che ci chiama e ci vuole diversi, più uomini, più donne, in una parola: discepoli del Signore e testimoni del suo amore.