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venerdì 3 luglio 2026

Abbiamo visto il Signore!

 




Paolo Cugini

 

È nella notte che certe parole acquistano peso. Quando il rumore del giorno si ritira e le cose sembrano tornare alla loro verità più nuda, allora anche il cuore dei discepoli e delle discepole può riconoscere ciò che è accaduto. Non si tratta di un entusiasmo leggero, nato da un’emozione passeggera, ma di una gioia profonda, quasi silenziosa, che brucia dentro come una lampada accesa nel buio. Hanno incontrato il Risorto. E da quell’incontro non possono più tornare indietro.

Il Vangelo ci consegna un dato decisivo: dopo la risurrezione Gesù si manifesta ai discepoli e alle discepole. Non appare come uno spettacolo offerto indistintamente a tutti, non si impone come evidenza clamorosa davanti al mondo. Si lascia incontrare da coloro che hanno accettato di seguirlo, da chi ha camminato con lui, da chi ha ascoltato la sua parola, da chi ha lasciato che quella parola scavasse lentamente dentro la vita. Il Risorto non è riconosciuto da uno sguardo qualsiasi, ma da uno sguardo educato dalla sequela.

Solo chi si è messo in cammino può accorgersi della presenza di colui che cammina ancora. Solo chi ha rinunciato ad altre voci, ad altre promesse, ad altre seduzioni, può distinguere nella notte la voce del Signore. Il discepolato è questa lunga educazione dell’orecchio e del cuore: imparare ad ascoltare, interiorizzare, custodire, vivere. Non basta aver udito una parola; occorre lasciarsi abitare da essa. Non basta aver seguito Gesù per un tratto; occorre permettere che il suo modo di amare diventi criterio, respiro, forma dell’esistenza.

Per questo il Risorto si manifesta dentro una storia di relazione. Egli non è un’idea che consola, né il ricordo commosso di un maestro scomparso. È il Vivente che si fa riconoscere da chi ha imparato ad amarlo. La fede pasquale nasce così: non come possesso, ma come riconoscimento; non come conquista, ma come dono che sorprende chi già si era lasciato condurre. Nel volto del Risorto i discepoli ritrovano la verità di tutto ciò che avevano ascoltato, ma ora quella verità risplende con una luce nuova, più forte della paura, più profonda della morte.

Dietro l’espressione semplice e immensa: “Abbiamo visto il Signore!”, c’è tutta la gioia di chi ha attraversato la notte e ha scoperto che la notte non ha avuto l’ultima parola. C’è lo stupore di chi porta ancora addosso la memoria della perdita, della fuga, della fragilità, ma ora sente aprirsi una ferita luminosa nel buio. La risurrezione non cancella la storia vissuta, non rimuove le paure, non dimentica le lacrime; le attraversa e le trasfigura. È proprio da lì, da quella zona ferita dell’esistenza, che nasce una testimonianza vera.

La gioia dei discepoli e delle discepole non è euforia superficiale. È la gioia austera e ardente di chi ha fatto esperienza del Mistero rivelato in Gesù. È una gioia che non ha bisogno di gridare per essere forte, perché nasce dalla verità di un incontro. Proprio per questo diventa annuncio. Chi ha visto il Signore non può custodire per sé quella luce. La testimonianza non nasce da un dovere esterno, ma da una pienezza che cerca comunione, da una vita che ha ricevuto senso e desidera condividerlo.

Un altro tratto prezioso emerge in questa scena: l’annuncio della gioia avviene dentro relazioni di amicizia. Sono discepoli e discepole che si cercano, si parlano, si raccontano ciò che hanno vissuto. Prima ancora di diventare predicazione pubblica, il Vangelo passa attraverso la confidenza di volti conosciuti, attraverso la fiducia di chi condivide lo stesso cammino. C’è un primo annuncio che nasce tra amici e amiche, nel grembo discreto di relazioni segnate dall’ascolto, dalla memoria comune, dalla speranza custodita insieme.

In questa condivisione la fede prende vigore. La gioia dell’uno sostiene la debolezza dell’altro; la parola ricevuta da una discepola riaccende l’attesa di un discepolo; l’esperienza narrata da un amico impedisce alla notte di chiudersi definitivamente. Così il Vangelo ricomincia a circolare non come teoria, ma come vita che passa di cuore in cuore. L’annuncio pasquale rafforza le scelte fatte, conferma la strada intrapresa, restituisce senso alla sequela che poteva sembrare smentita dalla croce.

Forse è proprio questo il segreto della notte pasquale: nel buio non tutto è perduto. Ci sono parole che attendono di essere comprese, promesse che sembravano sepolte e invece respirano ancora, amicizie che diventano luogo di rivelazione. Il Risorto continua a manifestarsi a chi rimane discepolo, a chi non smette di ascoltare, a chi accetta di lasciarsi convertire dalla parola del Signore. E allora anche noi, nella notte delle nostre incertezze, possiamo imparare a riconoscere la sua presenza e a dire, con gioia umile e vera: abbiamo visto il Signore.

 

venerdì 17 aprile 2026

Lo sguardo della Pasqua: Vedere l’abbondanza dove il mondo vede carenza

 



 

Paolo Cugini

 

Che cos'è questo per tanta gente? (Gv 6,9).

Esiste una sottile differenza tra guardare e vedere. Spesso i nostri occhi si limitano a registrare la superficie degli eventi, trasformandosi in contabili del limite: contiamo le risorse che mancano, misuriamo i vuoti, ci fermiamo davanti ai muri. Ma c’è un altro modo di abitare la realtà, ed è quello che impariamo in questo tempo di Risurrezione. È lo sguardo di Gesù, l’unico capace di sovvertire la prospettiva e vedere abbondanza proprio lì dove il nostro occhio vede solo carenza.

Gesù non guarda il mondo con il cinismo di chi ha già visto tutto, né con l’ingenuità di chi ignora il male. Il suo è uno sguardo che si alimenta costantemente del rapporto con il Padre. Poiché il Mistero è Amore e dona tutto ai suoi figli, Gesù osserva la realtà a partire da questa pienezza originaria.

Laddove noi vediamo cinque pani e due pesci (una carenza), Lui vede un banchetto per cinquemila (un’abbondanza). Laddove noi vediamo la fine della vita in un sepolcro sigillato, Lui vede l’inizio di una speranza che non tramonta. È una visione che non ignora le ferite, ma le attraversa per trovare la luce. Se la vista è una questione di direzione, il problema sorge quando il nostro sguardo si appanna, lasciandoci fermi sul sentiero. Cosa ci impedisce di vedere il cammino?

La paura: ci costringe a guardare in basso, verso i nostri piedi, impedendoci di alzare gli occhi verso l'orizzonte delle possibilità.

Il pregiudizio e la falsa sapienza: Spesso crediamo di sapere già come andranno le cose. Questa cecità dei sapienti ci porta a scartare progetti positivi e intuizioni feconde solo perché non rientrano nei nostri schemi predefiniti.

Per un semplice errore di sguardo, rischiamo di dichiarare fallito un sogno che, agli occhi di Dio, è invece pronto a fiorire.

Quante volte abbiamo guardato le macerie di un progetto e abbiamo sussurrato: «È finita»? Esiste un momento preciso, nella vita di ognuno, in cui la fatica supera la speranza e il risultato sembra darci torto. Eppure, spesso, quella sensazione di sconfitta non nasce dalla realtà dei fatti, ma da un errore di prospettiva. Il rischio che corriamo è quello di dichiarare fallito un sogno che, agli occhi di Dio, è invece pronto a fiorire.

Il nostro sguardo è per natura limitato: vede il seme che marcisce nella terra, ma non la spinta vitale che sta rompendo il guscio. Valutiamo i nostri sogni in base alla velocità dei risultati, ai consensi esterni o all'assenza di ostacoli. Se la strada si fa ripida, concludiamo che abbiamo sbagliato direzione. Ma la logica del Mistero segue ritmi diversi. Per Lui, il tempo dell’attesa non è tempo perso, ma tempo di radicamento. Ciò che noi chiamiamo fallimento spesso è solo la fase della potatura, necessaria perché la fioritura sia rigogliosa e non effimera.

Dichiarare il fallimento di un desiderio profondo significa chiudere una porta che il Mistero sta ancora tenendo aperta. Il semplice errore di sguardo consiste nel guardare solo ciò che manca, dimenticando chi sta conducendo l'opera. Un sogno che nasce dal cuore e che cerca il bene non muore mai per mancanza di risorse, ma solo per mancanza di fiducia. Quando smettiamo di crederci perché non vediamo frutti, stiamo giudicando un libro dalla copertina ancora bianca. Fiorire richiede il coraggio di restare nel terreno anche quando fa freddo. Se oggi senti che il tuo sogno è naufragato, prova a spostare lo sguardo. Non guardare ai rami secchi, ma alla linfa che scorre invisibile.

Forse non è un fallimento; forse è solo quel momento sacro di silenzio che precede l'esplosione della primavera. Agli occhi di Dio, la tua storia è appena iniziata e la bellezza che stai aspettando è già lì, pronta a manifestarsi non appena imparerai a guardare oltre l’apparenza.

sabato 3 gennaio 2026

Vedere lo Spirito

 



Paolo Cugini

 

 

Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo (Gv 1, 33).

C’è una domanda che accompagna ogni pellegrino dell’anima: come si può vedere lo Spirito? Siamo immersi in un mondo di segni, di eventi che si dipanano davanti ai nostri occhi, ma quanto spesso ci limitiamo alla superficie del visibile, ignorando ciò che vibra oltre il velo della materia? Il mistero della visione dello Spirito ci interroga profondamente: è solo per pochi eletti, o ogni uomo è chiamato, nel silenzio del proprio cuore, a scrutare un oltre? La Scrittura ci offre una chiave di lettura in una scena di rara potenza: sulle rive del Giordano, Giovanni il Battista scorge ciò che molti non vedono, una colomba che discende e si posa su Gesù, segno tangibile di una realtà invisibile. È qui che la dimensione spirituale si fa carne, e il visibile si trasfigura in rivelazione.

La figura del Battista si staglia come sentinella tra Antico e Nuovo Testamento, uomo del deserto e della Parola, voce che grida nell’aridità di un mondo assopito. Nel momento in cui Gesù si avvicina per ricevere il battesimo, Giovanni è testimone di un evento unico: “Io ho veduto lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e fermarsi su di lui” (Gv 1,32). In quella colomba, segno umile e pacifico, Giovanni riconosce la presenza dello Spirito Santo. Non è lo sguardo fisico a renderlo capace di cogliere tale mistero, ma una disposizione interiore, una lunga attesa nel silenzio e nell’ascolto. Egli sa discernere il senso nascosto dietro il segno, e in quell’attimo il materiale si apre allo spirituale come il cielo che si squarcia su una nuova creazione.

La differenza tra chi vive in superficie e chi invece cerca il significato profondo degli avvenimenti sta tutta nella qualità dello sguardo. Quanti, tra la folla del Giordano, avranno visto solo una colomba svolazzare? Eppure Giovanni, uomo abituato a leggere i segni dei tempi, scorge un senso ulteriore. Vedere lo Spirito è un’arte che richiede occhi purificati, capaci di andare oltre l’apparenza e di lasciarsi sorprendere da ciò che sfugge al controllo della logica umana. La materia allora non è più barriera, ma varco: l’evento semplice diventa rivelazione, l’ordinario si trasforma in straordinario per chi coltiva uno sguardo spirituale.

Ma come si giunge a tale profondità? La strada non passa attraverso la curiosità, né attraverso la ricerca ansiosa di segni spettacolari. È piuttosto una via di raccoglimento, di ascolto, di pazienza. La ricerca interiore è la fucina dove si affina lo sguardo; è nel silenzio del cuore che si impara a riconoscere la voce sottile dello Spirito. Solo chi scende nelle profondità di sé stesso, chi osa il deserto interiore, può cogliere il linguaggio segreto con cui il Mistero si comunica nella storia. Occorre fermarsi, attendere, lasciare che la realtà si mostri nella sua verità più profonda.

Giovanni Battista non improvvisa la sua capacità di vedere lo Spirito. La sua vita di sobrietà, il silenzio coltivato nel deserto, la rinuncia a ciò che distrae lo spirito, sono la palestra dove lo sguardo si affina. La tradizione spirituale ci ricorda che il silenzio è il grembo delle rivelazioni e che solo chi sa vivere l’essenziale, senza lasciarsi travolgere dai rumori del mondo, può percepire il soffio leggero dello Spirito. Il deserto, nella sua nudità, insegna la via della spoliazione: privati del superfluo, si impara a riconoscere ciò che conta davvero. È lì che la realtà si rivela in tutta la sua trasparenza e che ogni evento può diventare segno della presenza di Dio.

Questa capacità di vedere lo Spirito non è relegata ai soli tempi biblici. Oggi, nel cuore delle nostre città rumorose, tra le pieghe della vita ordinaria, si cela il medesimo mistero. Quante volte, dietro un incontro inatteso, una parola di consolazione, un gesto di bontà, si nasconde la carezza dello Spirito? Per cogliere la Sua presenza occorre educarsi a leggere gli eventi con occhi nuovi, ad interpretare la realtà non solo secondo la cronaca, ma alla luce di una storia sacra che continua a dispiegarsi. La sfida è non lasciarsi accecare dalla frenesia, ma fare spazio nella propria giornata al silenzio, alla riflessione, allo stupore. In questo modo, anche le situazioni più ordinarie possono trasfigurarsi in incontri con il divino.

Alla fine, vedere lo Spirito non è privilegio di pochi, ma chiamata universale. È un cammino che richiede coraggio, pazienza e umiltà. Lo Spirito soffia dove vuole, ma solo chi si apre alla profondità dell’anima può accoglierne il passaggio. Siamo invitati a lasciarci provocare dagli eventi, a meditare nel cuore ogni segno, a non accontentarci della superficie. È nel profondo che si gioca la partita della fede, ed è soltanto chi cerca con sincerità che può ricevere in dono la visione che trasforma la vita. Come scriveva un padre spirituale: “Là dove il cuore si fa inquieto, Dio sussurra i suoi segreti”. Che il nostro sguardo, allora, sia sempre in ricerca, capace di vedere lo Spirito che si nasconde nelle pieghe del quotidiano e innalza la realtà verso il cielo.

mercoledì 20 novembre 2024

IO, GIOVANNI, VIDI

 





Paolo Cugini 


Io, Giovanni, vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: «Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito (Ap 4,1). 

È interessante questo “vedere” di Giovanni, che lo pone in linea con le visioni dei profeti. Che cosa significa questo vedere? In primo luogo, rivela un’anima aperta verso il Mistero. Non tutti, infatti, sono in grado di vedere al di là dei dati materiali, al di là del presente. Solo una coscienza abituata a cercare il senso delle cose riesce a penetrare al di là del tempo, a vedere quello che umanamente è impossibile vedere, perché l’anima è intorbidita dai residui istintuali, che ne bloccano lo slancio in avanti. In secondo luogo, il vedere di Giovanni dice della relazione di amore con il Maestro, Gesù. Del resto nel Vangelo, Giovanni è chiamato il discepolo amato. Giovanni vede il Maestro ovunque Lui si trovi: lo ama così tanto che non ci sono barriere che tengano. Ci sono amori tossici, che chiudono gli individui in circoli chiusi e angoscianti, al punto da provocare la rottura con le relazioni parentali e amicali, giungendo al soffocamento interno; ed esistono amori che aprono il respiro all’infinito, che accendono luci, che aprono ponti. È questo l’amore che provoca Gesù in coloro che lo incontrano con il cuore aperto e disponibile al cammino con Lui. Un amore non soffocante e protettivo allo sfinimento, ma un amore che, per chi l’accoglie, diventa cammino di libertà, di possibilità infinita. Un amore, dunque, quello di Gesù e per Lui, che non chiude lo sguardo piegandolo sul proprio ombelico, ma lo rivolge al futuro permettendogli di vedere cose straordinarie e, soprattutto, di percepire la dimensione eterna della propria vocazione alla vita. Quello che Giovanni vede e comunica nella pagine del libro dell’Apocalisse è il cammino dell’amore, che tutti siamo invitati a percorrere. 


martedì 10 novembre 2015

VEDRANNO IL FIGLIO DELL'UOMO




Paolo Cugini


La penultima domenica del tempo ordinario ci presenta una pagina del Vangelo inquietante. La leggiamo a partire dal contesto liturgico che c’invita a verificare il cammino di fede intrapreso durante l’anno. Il Vangelo ci ricorda che c’è un giorno finale, c’è una ressa dei conti, c’è un punto d’arrivo: non camminiamo a caso o verso il nulla. I gesti, le scelte che abbiamo realizzato durante l’anno avrebbero dovuto avere il sapore del Vangelo, il sapore della pace, della giustizia e della misericordia. In questo cammino il Vangelo di oggi ci dice che dovremmo accorgerci della vicinanza del Signore. Ci sono dei segni della sua presenza nella storia che il Signore pone e siamo invitati a riconoscere.
Li riconosciamo se durante il cammino siamo attenti, se siamo preoccupati di fare tutto – ricordiamo il Vangelo di domenica scorsa – conforme alla sua volontà. La mancanza di attenzione è sintomo di un cammino distratto, spensierato, proteso a risolvere i nostri affari. C’è una sana tensione che caratterizza la vita del cristiano e della comunità cristiana, una sana inquietudine che spinge a cercare continuamente il volto del Signore nelle persone che incontriamo, nelle scelte che realizziamo, nelle cose che facciamo.

 E’ questa sana tensione che ci spinge a cercare il volto del Signore e a desiderare d’incontrarlo nel cammino. Quando questo è vero la pagina di oggi diviene un grande balsamo per la nostra vita di fede: “allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”. E’ proprio questo che la Chiesa desidera, che il Signore venga in mezzo a noi ed è proprio questo grido che uscirà dalla Chiesa durante il tempo di Avvento ormai alle porte: Maranathà, vieni Signore Gesù.