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martedì 24 dicembre 2024

NATALE: MESSA DELLA NOTTE

 




Paolo Cugini

Dipende sempre da dove vediamo le cose, con che occhiali le guardiamo, che punto di vista scegliamo. Così è anche per il presepio. Se infatti, lo guardiamo da dove siamo adesso, dal nostro presente, e scegliamo come punto di osservazione il nostro oggi, allora il presepio ci sembra una cosa del passato, anzi peggio, una fiaba per bambini che non ha nessunissima incidenza sulla vita reale e, spesso e volentieri, non dice più nulla alla vita concreta che viviamo tutti i giorni. E, infatti, i presepi che costruiamo e che visitiamo nelle chiese, sono esattamente la rappresentazione religiosa di come stiamo guardando il mondo, di come stiamo guardando quel mondo, quell’evento che è la nascita di Gesù: come un evento del passato, come una fiaba per bambini, come la narrazione di una storia che non ha più nulla da dire a noi.

Se invece cambiamo di prospettiva, se un giorno decidiamo di guardare quello stesso presepio, se decidiamo di osservare quell’evento da un’altra prospettiva, da quella giusta, e cioè dalla prospettiva di come è venuto fuori, di come è apparso nella storia, di come è stato pensato da Dio, di come è stato annunciato dai profeti sin dal quattordicesimo secolo, ci accorgeremo che c’è qualcosa che non va, che il presepio è tutto sbagliato, un vero e proprio obbrobrio. E infatti, ci possiamo tranquillamente chiedere: se Dio ha preparato l’ingresso del messia nella storia con tantissimo tempo d’anticipo, se lo ha profetizzato con secoli di anticipo, perché allora è entrato nella storia così male, in questo modo così brutto, come se nessuno lo aspettasse, come se fosse un intruso, come se nessuno lo sapesse? E’ davvero molto strano il presepio visto dalla parte della storia. Se Dio aveva iniziato a parlarne sin dai tempi della Genesi, sin dalla benedizione di Giacobbe e aveva continuato a parlarne al tempo di Davide e poi aveva mandato diversi profeti che avevano annunciato la venuta del messia, perché una volta che decise di venire, venne in quel modo veramente disastroso? Avrebbe avuto tutto il tempo a disposizione, anche perché se l’era preso per fare nascere il messia in una casa decente, in una città decente e potremmo aggiungere, da una famiglia decente. E invece no. Nasce a Betlemme, a 11 Km da Gerusalemme e una volta arrivato a Betlemme non c’è nemmeno una casa per accoglierlo al punto da dover nascere in una mangiatoia. Il messia sembra nato in fretta, di sorpresa, senza nessuna preparazione, mentre noi sappiamo benissimo che era stato preparato, che era stato annunziato per tempo, anzi, per molto tempo. Forse riusciamo a capirci qualcosa se poniamo attenzione ad un dettaglio, che è molto più che un dettaglio, ma una vera e propria sorpresa. E infatti, in tutte le profezie non era mai stato detto che a nascere, che a venire al mondo, che ad entrare nella storia non sarebbe stato semplicemente il messia, ma Lui stesso! Questa è la cosa sbalorditiva: Dio stesso si è fatto presente, e cioè quel bambino nato nella mangiatoia è Dio stesso. E’ sbalorditivo perché non l’aveva mai detto nessuno, non l'aveva mai profetizzato nessuno. Nelle tante profezie che leggiamo e abbiamo ascoltato nel tempo di avvento dove si annuncia la nascita di un messia, un salvatore, mai era stato detto e annunciato che questo messia sarebbe stato Lui stesso, Dio.

Si capisce allora, che se è Dio ad essere in quella culla, tutto ciò che lo circonda, il modo nel quale è venuto al mondo, non è casuale. E’ strano per come sono state preparate le cose e cioè in modo minuzioso, non è più strano il perché sia entrato in quel modo. E’ una vera e propria rivelazione. Se Lui è Dio, se Lui è la Vita, se Lui è il Significato di tutto allora il suo ingresso nella storia diventa, si trasforma in un giudizio implicito e impietoso di quella vita costruita indipendentemente da lui nella quale viviamo; la Sua presenza nella storia manifesta il vuoto nel quale l’umanità vive. E allora, il bambino Gesù con la sua presenza discreta si trasforma in un processo di smascheramento delle menzogne nella quale il mono è avvolto. La sua presenza inquieta tutti coloro che fanno della loro vita uno spazio di tranquillità, che hanno fatto della loro vita una terra di riposo, un anestetico contro ogni forma di dolore, di sofferenza, di tragedia. 

Se il bambino nella culla è Dio allora tutto ciò che realizza è il senso della storia. Se appena pone i suoi piedini nel mondo la sua vita è costellata di drammi, ciò significa che il dramma, la tragedia, sono elemento costitutivo della vita umana. E’ questa, forse, una delle primissime rivelazioni del Natale, anzi la più grande e profonda rivelazione della nascita dal salvatore. Gesù ci salva dalla vita artefatta e ci apre gli occhi sul senso autentico della vita che è tragica, drammatica, piena di problemi. Gesù rivela all’umanità che il senso della vita non è fuggire dalle tragedie, schivarle, nasconderle, mascherarle, ma assumerle, viverle, berle fino in fondo. Gesù è nato per bere il calice amarissimo della croce. Ha iniziato a prepararsi a questo dal primo vagito. Gesù a Natale c’insegna che l’uomo, la donna è colui, colei che apprende ad abitare il dramma, ad abitare la tragedia e non a fuggire.

C’è anche un insegnamento spirituale nel presepio, ed è questo. Sin dal primo passettino sulla terra, sin dalle prime mosse il bambino Gesù, il Dio fatto uomo, o meglio, bambino distrugge la religione degli uomini, la destruttura dal di dentro. Se, infatti, valgono le considerazioni fatti poco sopra, e cioè che Dio venendo al mondo mostra che il dramma, la tragedia fanno parte della condizione umana, allora Gesù, il Figlio di Dio, abitando la tragedia umana c’insegna che la vera religione, non insegna a fuggire ai problemi, ma a viverli, a portare il peso delle tragedie. Tutta quella religione, quelle preghiere, quelle devozioni, quelle candele, processioni e roba simile, fatte con l’esclusivo scopo di togliere i problemi, di risolvere i problemi, sono la negazione del Natale, vanno per la strada opposta di quella che Dio ha scelto e mostrato venendo al mondo. L’uomo e la donna religiosi, la vita religiosa che apprendiamo dal presepio è quella che c'insegna a vivere nel dramma, ad abitare la tragedia: è questo il vero miracolo. Solitamente si spaccia per miracolo quando avviene qualcosa che ci toglie il dolore, che ci toglie un peso, che ci risolve un problema. Il presepio c’insegna che il vero miracolo si trova esattamente dall’altra parte, dalla parte opposta, e cioè che il vero miracolo che Dio compie per l’uomo, il vero miracolo che Di fa alla donna, non è quello di risolvergli i problemi, di togliergli dei pesi, ma di aiutarlo a portarli con dignità, di portarli senza cercare fughe, sotterfugi, senza nascondersi. Questo è il Natale,il senso profondo del Natale, il messaggio autentico del Natale. Provarlo a vivere è il nostro compito.



sabato 23 dicembre 2023

NATALE: C'E' SPERANZA NEL MONDO

 




VIGILIA DI NATALE 2023

Is 62, 1-5; Sal 89; At 13, 16-25; Mt 1, 1-25

 

Paolo Cugini

Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia (Is 62, 1.2). È un desiderio di giustizia che viene espresso dai versetti di Isaia che abbiamo ascoltato in questa notte santa. Le prime parole del Natale che la presenza di Gesù manifesta nel mondo è proprio questa: una grandissima voglia di giustizia, che rivela la pesantezza di una vita segnata dall’ingiustizia degli uomini. Ingiustizia che si manifesta nelle tante situazioni di povertà e miseria umana, frutto di prevaricazioni, di scelte arroganti e interessate sulle spalle dei poveri, considerati come moneta di scambio. È una storia che già i profeti raccontavano, ma che è ancora all’ordine del giorno. C’è un’umanità che sembra incapace di uscire dalle strette maglie dell’ingiustizia, che si manifesta a tutti i livelli del tessuto sociale. Troviamo, infatti, situazioni di ingiustizia nella vita politica, economica, ma anche nelle relazioni quotidiane nelle quali siamo coinvolti. La domanda, a questo punto, è più che lecita: c’è un cammino che ci può liberare dall’ingiustizia? C’è possibilità di giustizia nel mondo

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo (Mt 1,1).

Che tipo di riflessione fare dinnanzi alla narrazione della genealogia di Gesù narrata dal Vangelo di Matteo? La prima considerazione è che non si è voluto abbellire la storia degli antenati di Gesù, cioè non c’è stato il tentativo di modificare i dati, scegliere i migliori. La ricostruzione fatta da Matteo presenta uno spaccato dell’umanità così com’è, senza abbellimenti o scelte per mettere in luce solo gli aspetti positivi dei suoi antenati. E così, assieme ad Abramo, Isacco e Giacobbe, troviamo Salomone che, ad un certo punto del cammino, perde la testa a causa delle molte donne che aveva nell’arem, al punto da introdurre gli idoli delle donne straniere tra i culti di Israele. E poi Geroboamo, suo figlio, causa della divisione dei due regni d’Israele. Tra i primi della lista genealogica c’è Giuda, un personaggio ambiguo che ha un caso a sua insaputa con la nuora Tamar. Insaputa perché Tamar si traveste da prostituta per ingannare il suocero, che dimostra di non essere un tipo troppo fedele. Continuando la storia troviamo Raab, definita prostituta dal testo biblico, ed è colei che accoglie gli uomini di Israele in perlustrazione della terra di Canaan e che al ritorno erano inseguiti da uomini del territorio. Raab offre protezione a loro in cambio della libertà. Proprio Raab, sposa di Salmon, diverrà parte della dinastia davidica perché madre di Booz, che sposerà la moabita straniera Rut, che darà al mondo Jesse, padre di Davide, il quale era tutto fuorché uno stinco di santo. Tra i vari personaggi che incontriamo nell’albero genealogico di Gesù c’è Acaz, che potremmo definire il simbolo della mancanza di fede, perché, sollecitato dal profeta Isaia, si rifiuta di chiedere un segno della presenza di Dio in mezzo al popolo, manifestando una chiusura estrema in se stesso e nelle proprie paure. Troviamo, poi, Manasse che ne fece di tutti i colori: praticò la magia, la divinazione, considerate in modo fortemente negativo da JHWH, oltre ad avere costruito altari nella terra di Israele a varie divinità. Ad equilibrare la situazione ci pensa suo nipote Giosia, autore di una profonda riforma religiosa, che tuttavia, non servirà a modificare le sorti di Israele, ormai destinato all’esilio in Babilonia. Ce n’è, dunque, di tutti i colori, come di fatto sono i tratti della variegata diversità dell’umanità.

Ebbene, questo testo ci vuole dire che Gesù non ha fatto una scelta venendo al mondo, non ha scartato quel pezzo di umanità che ha disobbedito ai comandamenti di Dio. Non ha scelto la parte dei bravi, di quelli che compiono il dovere e obbediscono alla Legge. Gesù ha assunto la nostra carne, la nostra umanità nella sua totalità: si è rivestito della nostra umanità, così com’è, senza trucchi, senza ipocrisie. Gesù è divenuto uno di noi e ha condotto un’esistenza umana rivestito, se così si può dire, della nostra carne e, con questa carne, ha vissuto ina vita amando senza riserve, donando se stesso gratuitamente, amando i suoi che erano nel mondo sino alla fine. Per questo è motivo di grande speranza per tutti noi. Questa notte è come se ci dicesse: “carissime amiche e carissimi amici, vedete che è possibile vivere in modo autentico! Ce l’ho fatta io, ce la può fare ciascuno di voi”.

 È possibile vivere in modo autentico come ha fatto Gesù, proprio perché Lui lo ha fatto con un’umanità come la nostra e, in questo modo, ha trasformato ciò che ha assunto. Proprio perché Gesù ha portato una carne come la nostra alla massima possibilità di amore, diviene motivo di speranza per tutte e tutti. C’è speranza nel mondo: è questo che ci viene detto nella notte di Natale. C’è speranza nel mondo perché Gesù rivela che la nostra umanità, la nostra carne è fatta per amare, è capace di amare in modo gratuito e disinteressato, è in fin dei conti un’umanità capace di giustizia. Infatti, nei gesti e nelle scelte di Gesù c’è la realizzazione del sogno di giustizia dei profeti, che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Gesù è venuto al mondo per dirci che ce la possiamo fare e che nessuno può nascondersi dietro alle proprie meschinità: è questo il grande grido del Natale. 

domenica 25 dicembre 2022

OMELIA DEL GIORNO DI NATALE 2022

 




Gv 1,1-18

Paolo Cugini

 

Quello che abbiamo appena ascoltato è il frutto maturo della riflessione della comunità cristiana alla fine del primo secolo. C’è ormai, la presa di coscienza che quel bambino nato a Betlemme in una mangiatoia, sia Dio. È incredibile da dire e da credere, ma è questa la conclusione della riflessione alla quale è giunta la prima comunità cristiana. Il punto di partenza che ha permesso questo tipo di riflessione è la resurrezione di Gesù. Da questo evento straordinario è sorta l’esigenza di capire com’era nato quest’uomo straordinario. Come sappiamo, quando parliamo di risurrezione, entriamo nel campo della fede. Dal punto di vista storico, ciò che abbiamo come dati certi è una tomba vuota. Il resto della storia è affidato alla testimonianza di coloro – discepoli e discepole – che lo hanno incontrato come risorto dai morti e lo hanno trasmesso agli altri. Che cosa hanno capito, allora, le prime comunità cristiane del mistero di Gesù, che vale la pena ascoltare e può essere utile per il nostro cammino di fede?

Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui”. Se Cristo era prima che il mondo fosse e per mezzo di lui sono state create tutte le cose (Col 1,16), ciò significa che tutto parla di Lui. Dio si è reso visibile, mediato dal corpo di Gesù e, in un certo senso, in tutta la realtà ci sono i segni della sua presenza. Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18). Ascoltando queste parole verrebbe da dire che, d’ora innanzi, è impossibile non vederlo. Perché è importante vederlo? Ce lo hanno ricordato i padri della Chiesa: perché Gesù rivela l’uomo all’uomo e alla donna che, in altre parole significa, che ascoltando e meditando la sua Parola ci viene comunicato il senso della nostra vita, come si realizza in pienezza. Per cui, è vero che possiamo vivere anche senza di Lui, ma rinunciamo alla possibilità di realizzare pienamente noi stessi. Gesù ci ha rivelato che la nostra umanità è fatta per amare, è stata, per così dire, programmata per vivere in pace, a cercare la giustizia, ad intessere relazioni improntate sulla misericordia e sulla bontà. Gesù è, dunque, la luce vera, quella che illumina ogni uomo, ogni donna, è luce che mostra il cammino della vita, che ne mostra il senso e la riempie di significato.

Il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. La visibilità di Dio in Gesù Cristo contrasta con il suo rifiuto. Perché questo rifiuto, questa mancanza di riconoscimento? Perché il mondo si è abituato a vivere con una seconda pelle, non più guidato dalla semente della giustizia, della pace e dell’amore, ma dell’egoismo che genera conflitto e disuguaglianza. Sono tanti gli episodi che manifestano questa realtà di rifiuto. Ne cito solo alcuni. Il freddo che gli abitanti dell’Ucraina devono subire per la malvagità di coloro che hanno bombardato le infrastrutture per costringere migliaia di civili al freddo. Il pianto delle giovani universitarie afgane all’annuncio della loro espulsione dall’università in quanto donne. I sei mila operai morti in Qatar per costruire gli stadi dei mondiali. Le decine di barboni sotto i portici di Bologna che ogni notte dormono al freddo. La lista è lunga di queste testimonianze del rifiuto della luce del Natale da parte dell’umanità che crede di poter vivere senza di Lui.

Che cosa significa, allora, il Natale per noi oggi? La possibilità reale di permettere che lo Spirito del Signore ricostruisca la nostra coscienza dall’interno. Questa è la fede: fiducia nella sua Parola.  Significa che la luce di Cristo può davvero trasformarci con la sua Parola. Come dice il profeta Isaia che abbiamo ascoltato nel tempo di avvento: ascoltate e vivrete (Is 55). Ascoltiamo, allora il Signore, per fare in modo che la sua Parola generi in noi pensieri nuovi, scelte nuove, capaci di generare vita, di costruire ponti di pace e di collaborare per la realizzazione di un mondo più giusto. Buon Natale.

 

OMELIA DELLA VIGILIA DI NATALE 2022

 




Paolo Cugini

 

L’esperienza pastorale che vivo come prete a contatto con giovani e adulti, mi ha portato ad una conclusione che è questa: il cammino della vita di fede di una persona dipende molto dalla narrazione iniziale, da come gli è stata raccontata e trasmessa all’inizio. Accompagnando giovani e adulti mi accorgo, ad un certo punto del cammino, che la narrazione iniziale su Dio non era corretta. Negli adolescenti me ne accorgo attraverso le risposte alle mie domande. Mi accorgo quando il virus spirituale, tipicamente occidentale, dell’individualismo esistenziale è già entrato e ha già devastato l’anima. Ascoltare dei ragazzi che affermano che a loro Dio non serve, significa che c’è stato un processo rapido di assimilazione di contenuti sbagliati, spacciati per religione che li ha condotti ad una conclusione negativa nei confronti di Dio e di tutto ciò che rappresenta. Del resto davanti ai loro occhi hanno adulti che confermano le loro affrettate conclusioni: è possibile vivere senza Dio e, spesso, è molto meglio. Eppure, vivere senza Dio non è un’opzione indolore, perché significa rifiutare il mistero dell’esistenza, il senso autentico della vita.

Qual è, allora il senso di Gesù nella storia degli uomini e delle donne? Ha rivelato al mondo che cosa significhi essere fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Sei un uomo autentico, una donna autentica, quando ami in modo disinteressato e gratuito. Questo è ben visibile in Gesù che ha fatto della sua vita un dono per tutti e tutte. Gesù ha amato indipendentemente dal fatto di ricevere amore. Non ha amato per riceve amore in contraccambio: ha amato e basta. Proprio questo gli hanno rinfacciato i suoi nemici mentre era morente sulla croce: “Salva te stesso, tu che hai salvato gli altri” (). Gesù ha slavato gli altri donando se stesso, il proprio tempo, la propria vita. Ha amato i suoi amici e le sue amiche sino alla fine: non li ha abbandonati (cfr. Gv 13,1).

Gesù ha manifestato che l’uomo e la donna ad immagine di Dio hanno sete di Giustizia (Cfr. Mt 5, 3s). Infatti, vediamo Gesù, durante la sua vita pubblica, sempre dal lato dei poveri, affermando che il ricco non entrerà nel regno dei cieli. Ci entrano solo i ricchi che distribuiscono i beni ai poveri. Gesù ci ha aiutato a capire che la povertà distrugge il progetto di uguaglianza di Dio e che occorre andare alla radice del problema, sanare alla radice le ingiustizie che, con il tempo, generano le disuguaglianze e producono gli schieramenti, le tensioni. Paolo, riflettendo su questo mistero, giunge ad affermare che in Cristo: “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina perché tutti siamo uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Anche Pietro arriva a comprendere che “Dio non fa differenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia” (At 10, 34s).

L’ultimo aspetto che voglio sottolineare dell’essere a somiglianza di Dio che Gesù è venuto a manifestare è la pace. Vive male chi vive generando tensioni, aggredendo gli altri. Gesù è uomo di pace. Ha costruito una comunità di uomini e donne lavorando continuamente affinché fra loro vi fosse armonia. Siamo figli e figlie di Dio quando lavoriamo per stemperare le tensioni nei luoghi in cui viviamo. “Pace a voi” (Gv 20, 19). È questo il saluto di Gesù risorto fatto ai suoi discepoli. Realizziamo pienamente la nostra umanità quando viviamo in pace e questa pace ha un prezzo: la rinuncia a far valere ad ogni costo la propria ragione. Per questo Gesù durante la passione è rimasto in silenzio.

Questo stile di vita, questo modo di stare al mondo tra gli uomini e le donne per poter essere interiorizzato e compreso ha bisogno di un luogo esistenziale specifico: il presepio. Il Natale ci insegna che il punto di partenza per una vita autentica è la precarietà, l’essenzialità, in altre parole: la povertà evangelica. Non puoi dire di essere un discepolo e una discepola del Signore e vivere nell’abbondanza, perché ti metti già dalla parte di chi produce disuguaglianza. Per comprendere e interiorizzare il messaggio di Gesù occorre sempre mettersi dalla sua parte, che è la parte dei poveri, degli emarginati. Non puoi cibarti del corpo di Cristo, che è il corpo di colui che ha condiviso tutto di sé e poi accumulare beni: è una contraddizione.

La domanda che potremmo farci ora è la seguente: esiste un criterio per capire se abbiamo ascoltato la narrazione giusta nel posto esatto? Esiste. Il criterio lo troviamo voltando pagina, dove troviamo scritto che Gesù venne ricercato per essere ucciso e che poi assieme a Giuseppe e Maria sono dovuti fuggire in Egitto. E poi, sfogliando ancora, troviamo Gesù adulto perseguitato dai capi religiosi, sbeffeggiato dagli uomini del tempio, odiato perché faceva cose prodigiose e la gente lo seguiva. Ecco, se nella nostra vita siamo odiati e perseguitati a causa delle scelte che facciamo in nome del Vangelo, vuole dire che la narrazione ascoltata nell’infanzia era quella giusta, narrata nel posto giusto.

A Natale siamo invitati a riavvolgere il nastro della narrazione su Gesù, per ascoltarla bene questa storia e non correre il rischio di costruire una casa sulla sabbia, senza fondamenta. Sembra bella, per un tempo ma, alla fine dell’anno, viene giù. Buon Natale. 

giovedì 1 dicembre 2022

CIRCOLI BIBLICI AVVENTO 2022 quarto NATALE DEL SIGNORE 2022

 




Prima lettura: Is 52,7-10
 

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

Commento alla prima lettura. Il capitolo 52 del libro del profeta Isaia fa parte degli ultimi capitoli della seconda parte del libro (40-54). Il contesto storico è cambiato. Mentre la prima parte (1-39) era ambientata nel regno del Nord, dove nel 721 a.C. si consumerà la distruzione di Samaria, capitale del Regno del Nord, la seconda parte ha come sfondo storico la fine dell’esilio in Babilonia (587-518 a.C.) e, di conseguenza, il clima spirituale è positivo, di gioia per il ritorno. Infatti, le sentinelle annunciano la pace per il ritorno del Signore a Sion, che è il monte su cui si posa la città di Gerusalemme e il suo tempio. Questo evento storico viene interpretato dal profeta come un segno della presenza del Signore nella storia, salvandolo dalla triste situazione dell’esilio. È un brano in cui il popolo è pieno di gioia per la salvezza operata da Dio. Domanda: il nostro cammino di avvento ci ha permesso di cogliere la presenza di Dio nella nostra vita? Lo stiamo percependo? La presenza del Signore nella storia annuncia la pace. Ciò comporta il nostro impegno ad essere strumenti di pace in famiglia, nella comunità: ce la facciamo?

Salmo Responsoriale: dal Sal 97 (98)

R. Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio.

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. R.
 
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d'Israele. R.
 
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! R.
 
Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.  R.

Seconda Lettura: Eb 1,1-6

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».

Commento alla seconda lettura. Questo brano manifesta la rilettura che la prima comunità fa della presenza di Gesù nella storia e rivela che cosa hanno compreso di Lui. Viene già espressa la divinità di Cristo: irradiazione della gloria di Dio e all’origine della creazione del mondo. Tutti temi che circolavano nelle comunità cristiane del primo secolo e che, infatti, troviamo anche in Giovanni (vedi vangelo di oggi). Nella seconda parte l’autore applica a Gesù alcune affermazioni dei salmi. Anche questa è un’indicazione importante, già segnalata nelle domeniche precedenti. Gesù diventa la chiave di lettura per leggere la Scrittura. È, infatti, Gesù che apre il significato alle pagine dell’Antica Alleanza. (siccome abbiamo già lavorato su questo tema, non ci sono domande).


Vangelo: Gv 1,1-18

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure, il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne
né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Parola del Signore.

Commento al Vangelo. In principio: Gesù inaugura una nuova fase della creazione, per dare la possibilità a tutti e tutte di accogliere la luce. Il brano, piuttosto complesso, riporta i contenuti dell’elaborazione culturale della prima comunità sull’identità di Gesù. C’è la descrizione del più grande mistero di Dio: l’incarnazione. Non è facile digerire questo dato professato dalla comunità cristiana: Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Un Dio che si fa uomo e poi muore è uno scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1 Cor 1, 23). Come si fa a credere a Dio che si fa uomo? Come si fa a credere ad un Dio che muore: non è assurdo? Eppure, è questo il centro della fede cristiana. Dobbiamo stupirci, scandalizzarci e, di conseguenza, metterci in cammini per comprendere il mistero di Dio che si fa bambino e viene ad abitare in mezzo a noi. Nel circolo biblico potremmo confrontarci sui nostri cammini di fede, su quanto l’ascolto del Vangelo sta contribuendo o meno nel nostro cammino di umanizzazione. Potremmo confrontarci per interrogarci su ciò che possiamo fare per migliorare la nostra conoscenza del Signore. Buon Natale

lunedì 20 dicembre 2021

OMELIA DI NATALE messa del giorno

 




Paolo Cugini

 

Per chi ha seguito il percorso proposto durante l’avvento dalle letture del giorno, Il Natale non può un che essere un messaggio di gioia. La speranza annunciata continuamente dalla Parola di un evento capace di riempire di pienezza l’umanità si è realizzato: c’è gioia grande sulla terra! Facciamo nostre, allora, le parole del profeta Isaia che dice: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza” (Is 52, 7). Colui che ha vissuto nell’attesa di una parola capace di dare una risposta alle proprie inquietudini, un senso al proprio cammino, una pienezza al vuoto interiore, non può che gridare di gioia percependo la realtà dell’evento: c’è un salvatore!

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo (Eb 1,1-2).

La lettera agli ebrei ci ricorda un dato sul quale abbiamo lavorato nel tempo di avvento, vale a dire, che la salvezza viene da lontano, non è un dato improvvisato, ma è frutto di un progetto, di un pensiero, di una volontà che esprime libertà e amore. Tradotto in un linguaggio comprensibile, questo discorso significa che la venuta del Salvatore non ha nulla d’improvvisato, non è un evento accaduto per caso, ma è stato voluto, pensato, ina altre parole, è frutto dell’amore del Padre. Un primo significato del Natale in questa prospettiva vuole dire che ogni intervento di liberazione, ogni azione che intende produrre salvezza per gli altri, esige tutti questi ingredienti che il Padre ha messa nell’evento del Figlio: amore, pazienza, intelligenza, libertà.

 

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste (Gv 1,1-2).

Tutto questo diventa vero nella descrizione che il Vangelo di Giovanni fa del mistero di Gesù. Se chi ascolta questi versetti ha un po' di sensibilità biblica si rende subito conto che Giovanni sembra volere correggere Genesi. Anche perché il redattore del libro della Genesi non aveva la più pallida idea di chi fosse, in realtà, il messia. Nessuno dei profeti dell’Antico Testamento, infatti, aveva mai identificato il futuro messia con il Figlio di Dio, cioè con Dio stesso. Ci era andato vicino Daniele, quando annunciava la venuta del Figlio dell’uomo e cioè di qualcuno che andava al di là dell’umano. Ecco perché Giovanni, nel prologo del suo Vangelo, avendo conosciuto da vicino il Signore in vita e poi morto e risorto, modifica leggermente le prime parole della pagina che narra la creazione dicendo che, in realtà, Dio non ha creato la terra, il cielo e il mare così, in modo immediato, ma attraverso il logos (verbo). Infatti, tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Del resto lo aveva già intuito anche Paolo quando nella lettera ai Colossesi afferma: Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui (Col 1,17). Questo discorso è molto importante perché ci fa capire in che senso il Natale ci riguarda. Colui, infatti, che è venuto al mondo, Gesù Cristo, rivela all’umanità, ad ogni uomo e ad ogni donna il significato profondo della sua identità. Se tutto è stato fatto per mezzo di lui e tutto sussiste in Lui, dentro questo tutto c’è anche la mia umanità, la mia persona. In altre parole, è guardando a Lui che possiamo capire il senso della nostra vita, possiamo comprendere il perché siamo venuti al mondo e la direzione del cammino che dovremmo prendere.

Ormai la società ha riempito di tanti significati il Natale non sempre è facile recuperare quello autentico. Per questo la parola di Dio viene in nostro aiuto per togliere ogni dubbio. È Cristo la luce del mondo ed è solo in Lui che c’è la vita. Se volgiamo vivere una vita piena, il cammino che siamo invitati a percorrere è verso di Lui. Buon Natale

 

domenica 20 dicembre 2020

NATALE CAMMINO DI UMANIZZAZIONE

 



 

Paolo Cugini

 

Diceva il filosofo Mircea Eliade che, uno dei riti comuni incontrati nei popoli antichi, consisteva nel narrare l’origine delle cose prima di una semina. Questa narrazione, costituiva una specie di benedizione per il raccolto, perché era un modo per riporre ordine nella realtà, per ritornare simbolicamente all’epoca degli inizi. Riascoltare la narrazione del Natale del Signore può avere, dunque, il significato profondo di ripercorrere il cammino che nella storia ha compiuto il messaggio di Gesù. È una sorta di “ritorno alle origini”, che permette di ripartire daccapo, di tentare di colmare quella distanza che sembra incolmabile tra Vangelo e cristianesimo, tra Gesù e la dottrina, tra l’inizio della storia e l’oggi della comunità.

“Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (Lc 2, 7). È sempre affascinante ascoltare la pagina del Vangelo di Luca, in cui viene narrata la nascita di Gesù. Una narrazione strana per il profondo realismo che contiene. Chi avrebbe potuto inventare, infatti, una storia simile, in cui la nascita del Salvatore del mondo è descritta in un modo così diverso da come ci si aspetterebbe? Chi mai avrebbe potuto narrare la nascita di un re in un contesto di povertà e di rifiuto? Si tratta, dunque, di un dato importante, che va tenuto in considerazione per tutti coloro che s’identificano con il massaggio del Vangelo. Il primo modo per essere fedele al Vangelo consiste nell’aderenza alla realtà così come Dio l’ha voluta manifestare, senza volerla abbellire o edulcorare, perché è nella realtà che si manifesta la verità. Forse, mai come in questo contesto culturale postmoderno, l’occidente ha avuto la possibilità di aderire alla realtà, per ascoltarla così com’è, senza precederla con sistemi concettuali. Un primo insegnamento del presepio, mi sembra proprio questo: rimetterci in silenzio, in ascolto della realtà, per essere disponibili a cogliere il mistero della vita per come di manifesta, per lasciarci stupire, così come fanno i bambini quando scoprono le cose. Non diceva, infatti Gesù: “se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3)? Natale significa, allora, disponibilità a mettere da parte le nostre presunzioni, le nostre precomprensioni, per ascoltare la realtà come fanno i bambini, vale a dire, come se fosse la prima volta.



 Che verità incontriamo quando ci poniamo in ascolto della manifestazione della realtà così com’è? Senza dubbio non coglieremo la verità nella forma della dottrina, ma dell’evento che si realizza nella storia e, di conseguenza, cambia nel tempo perché è caratterizzata dalla contingenza. In occidente identifichiamo la verità con l’astrazione, per metterci al riparo dall’inquietudine che la manifestazione della realtà nel tempo presente provoca. Per questo, abbiamo elaborato le dottrine, per stare tranquilli, per ripararci dalla realtà, per non permetterle di scombinare i nostri piani. In questa prospettiva, il Natale rappresenta il più grande sovvertimento delle dottrine umane, dei progetti precostituiti, delle teologie fatte su misura. Dio è entrato nella storia in modo sorprendente, prendendoci alla sprovvista, obbligandoci a smantellare i nostri sistemi presuntuosi. Davanti al presepio, non abbiamo possibilità di scelta: o lo ascoltiamo e accogliamo i contenuti che quell’evento ci vuole rivelare, o lo rifiutiamo edulcorandolo, che è la forma pervertita di ogni teologia che non accetta di essere smascherata e, di conseguenza, modificata. Non a caso a fare festa dinnanzi al presepio non c’erano i dottori della legge, ma i pastori; non c’erano i ricchi mercanti, ma i poveri.

“Mentre si trovavano in quel luogo si compirono per lei i giorni del parto” (Lc 2, 6). Alla faccia delle progettazioni e degli schemi pastorali! Il compimento del tempo annunciato dai profeti avviene in modo inaspettato e in un luogo non pianificato. Che cosa significa questo dato così strano, ma portatore di significati? Forse che l’accoglienza del Vangelo esige la capacità di accompagnare gli eventi così come si manifestano, anche perché il mistero di Dio è annunciato nell’evento. Educarsi all’attenzione è uno dei compiti più importanti che abbiamo dinnanzi a noi perché, come diceva Simone Weil: “L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto […] ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in sé stessi” (Simone Weil, Attesa di Dio).  Natale, allora, significa rieducarsi alla sorpresa dell’evento, significa l’umiltà di lasciarsi spogliare dalle proprie teologie, dai propri modi di pensare Dio, per deporre le nostre armature di difesa ed essere, in questo modo, disponibili ad accogliere il mistero di Dio, così come si manifesta nel tempo presente della comunità e della nostra personalissima storia.



Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia” (Lc 2,7). Che liturgia spettacolare! Dinanzi a questa meraviglia di semplicità, che comunica il modo autentico di Dio di venire in contatto con l’umanità, colpisce per contrasto, il residuo visibile nelle nostre liturgie dei culti pagani che, per dire Dio, hanno bisogno di rivestirlo con la pesantezza del sacro. La liturgia del presepio narrato da Luca, smaschera le strutture pagane del sacro, rompe gli incantesimi della religione, comunicando che, d’ora innanzi, chi intende incontrare Dio, non ha più bisogno di aggrapparsi alle forme sacrali della religione inventata dagli uomini, ma può incontrarlo nella semplicità ed essenzialità della vita famigliare. Che meraviglia di messaggio! L’umanità come spazio dell’incontro con Dio. Natale, in questa prospettiva, significa una proposta di umanizzazione per tutti gli uomini e le donne che desiderano vivere in modo autentico. Significa, anche, l’umiltà di trovare il tesoro della propria esistenza nello spazio della vita quotidiana della famiglia. Il Natale è la stella luminosa che indica il cammino che l’umanità può percorrere: dalla religione patriarcale degli uomini alla comunità di discepoli e discepole uguali creata da Gesù; dal sacro che dice distanza da Dio, alla riscoperta della sua approssimazione a noi attraverso il Figlio, che vuole dire la possibilità d’investire in modo significativo nelle relazioni umane; dalla dottrina dei sapienti, alla semplicità del Vangelo, che parla ai piccoli ed esige umiltà.

Avviciniamoci, allora, anche noi al presepio, contempliamolo come se fosse la prima volta, lasciamoci inebriare dalla sorpresa del Natale del Signore, per fare in modo che le nostre vite, le nostre comunità corrispondano all’evento contemplato ed accolto. Proviamo a vivere ciò che con semplicità contempliamo.

 

 

giovedì 20 dicembre 2018

NATALE OVVERO L'ADDIO ALLA VERITÀ




(omelia della Vigilia di Natale 2018)

Paolo Cugini


È bello riascoltare i vangeli dell’infanzia, soprattutto quelli narrati da Luca, perché ci aiutano a ritornare al punto zero, all’inizio di una storia che ha molto da dire a noi e alla nostra civiltà. È bello riascoltarla e rivisitare il presepio per capire se l’abbiamo visto bene o se ci è sfuggito qualcosa. Siamo così abituati a vedere le cose che spesso il nostro guardare è così filtrato dalle nostre pre-comprensioni, che non riusciamo più a cogliere la novità, a guardare l’oggetto per quello che è e non per quello che pensiamo già di sapere. Credo che capiti la stessa cosa con il Natale di Gesù, una festa così farcita da tradizioni da non permetterci più di coglierne la novità. Proviamo, allora, a mettere da parte ciò che sappiamo, ciò che crediamo di sapere e avviciniamoci ad osservare il presepio, per lasciarci consegnare qualcosa che questo evento ha voluto dire e continua ad ispirarci.

Mi avvicino allora, al presepio e vedo il bambino Gesù nella mangiatoia. Quel bambino non è solo il figlio di Giuseppe, che viene dalla dinastia di Davide, realizzando in questo modo le profezie messianiche ascoltate nel tempo dell’avvento. Gesù è anche il figlio di Maria che è gravida per opera dello Spirito Santo. Quel bambino che giace nella mangiatoia non porta a compimento solamente un processo storico, che lo fa simile ad ogni uomo e ad ogni donna, che hanno dietro di loro una genealogia, ma è anche il dono del cielo. Quel Bambino è Dio. Come sappiamo questo dato, che chiamiamo incarnazione, è l’aspetto più originale del cristianesimo, che ancora oggi fa tanta fatica ad essere accolto e vissuto come un dono. Gesù è il dono di Dio per l’umanità e rivela che Dio smette di essere un’idea astratta – il dio dei filosofi – e diventa il Dio con noi, che è in mezzo a noi. Che cosa vuole dire?

Se questo è vero, quel bambino è portatore di alcune novità che bisogna tener conto. A partire da Gesù, l’essere di Dio non è più in un’idea astratta, uguale per tutti, che può essere definita in modo oggettivo e compresa con la ragione, ma è un evento. Se l’essere di Dio è in quell’evento che si chiama Gesù, allora il suo essere può venire colto da sguardi differenti e in modi differenti. Con Gesù, Dio cessa di essere un’idea assoluta, astratta, oggettiva, ma diviene evento, soggetto storico, persona percepibile ai sensi e, quindi, interpretabile. A partire dall’evento Gesù, per dire Dio occorre sempre declinare il punto di vista a partire da cui lo osservi e, quindi, lo comunichi. Ecco perché, a mio avviso, i vangeli dell’infanzia insistono nel contestualizzare l’evento. “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento” (Lc 2,1s). Se l’essere di Dio entra nella storia e si consegna all’evento, significa che per coglierlo devo conoscere il contesto storico e culturale. Non è possibile dire la verità di Dio in Gesù senza le coordinate storiche e culturali. È stato Dio a consegnarsi in questo modo e, quindi, va rispettato. Quali sono le conseguenze di questo nuovo modo di pensare Dio?

In primo luogo, se l’essere di Dio è in un evento, acquistano valore i sensi: lo vedo, lo ascolto, lo tocco. Vengono alla mente le parole di Giovanni quando, nella prima lettera inizia il prologo affermando: “Quello che abbiamo visto e udito e le nostre mani hanno toccato, noi lo annunciamo a voi” (1 Gv 1, 1s). L’evento Gesù non può più essere narrato come una teoria, un concetto filosofico. Non può più essere comunicato come si comunica una dottrina, vale a dire qualcosa d’imparaticcio appreso a memoria. Con l’evento del Natale posso dire Dio solamente attraverso un’esperienza storica, filtrata dai miei sensi, vale a dire un’esperienza personale. I vangeli sono la consegna di Dio attraverso l’esperienza di persone concrete che hanno visto il Signore, che sono stati con Lui. I vangeli non sono una dottrina, ma la comunicazione di un’esperienza personale che invitano chi l’ascolta a fare lo stesso tipo di esperienza, vale a dire ad incontrare il Signore, ad ascoltarlo, vederlo, sentirlo. La prima conseguenza immediata dell’evento del Natale è che per conoscere Dio occorre incontrarlo, ascoltarlo, vederlo, toccarlo. Dopo Gesù, l’essere di Dio non si dona in un’idea astratta, che esige il pensiero per coglierlo, ma in una persona che richiede il coinvolgimento dei sensi, compreso il sentimento e, senza dubbio, anche la ragione per formalizzare l’esperienza e poterla narrare a qualcuno. È quello che esprime il grido di Andrea che si dirige pieno di gioia a suo fratello Pietro dicendo: “abbiamo trovato il messia!” (Gv 1,41). È lo stesso che disse Filippo a Natanaele incredulo: “Vieni e vedi” (Gv 1, 46).  Molto più forte è l’espressione dei discepoli che, dopo aver visto il Signore risorto, dicono a Tommaso: “Abbiamo visto il Signore” (Gv 20,25). Il Natale ci consegna un Dio che non si può più apprendere come una teoria filosofica, perché non sta più in cielo, ma è vivo in mezzo a noi: è una persona.

A questo punto si comprende molto bene come l’essere di Dio si affida all’interpretazione di qualcuno che ha visto l’evento. A partire da Gesù non è più possibile dire Dio, narrarlo, in un modo univoco. Non esiste un’unica narrazione di Gesù, perché è un evento che si è donato all’esperienza sensibile di ogni persona. Ecco perché i Vangeli sono quattro e non uno. Ogni narrazione sull’evento non escluda l’altra, ma tutte sono necessarie perché ognuna coglie un aspetto di Dio. La comunità cristiana che pone al centro l’evento di Gesù Cristo, si riconosce dal fatto che fa di tutto affinché le persone possano incontrare l’evento Gesù e poi crea le condizioni affinché le persone possano esprimere le loro narrazioni, le loro interpretazioni, quello che hanno visto, udito, toccato. La comunità cristiana è lo spazio in cui si sperimenta la pluralità delle opinioni e in cui si rispetta ogni narrazione.

Potremmo infine affermare che a Natale Dio abbandona la verità, perlomeno quella intesa in senso metafisico, per consegnarci la persona del suo Figlio Gesù. L’incarnazione è il farsi storia del Figlio di Dio, che ci libera dalla verità, determinando le condizioni in cui non si può più pensare la verità come oggettività metafisica, come rappresentazione fedele e perciò autorevole del modo in cui stanno le cose (G. Vattimo). È stato questo modo d’intendere Dio, che è la negazione di ciò che ci è stato donato nell’incarnazione, ad essere motivo di guerre e di morte. È perché s’intende la verità in modo metafisico, come una verità assoluta uguale per tutti, che non solo si pretende d’insegnare, ma la si vuole difendere ad ogni costo. Chi pensa la verità come un assioma apodittico, astratto fuori dalla storia, non accetta le interpretazioni diverse, ma anzi fa di tuto per annichilirle. La storia della Chiesa passata e recente, è purtroppo piena di queste situazioni d’intolleranza. È dal modo in cui ci avviciniamo al mistero di Dio che possiamo diventare persone terribili o buone. Lo stesso Gesù è stato vittima dell’intolleranza e della cattiveria degli uomini della religione metafisica, dell’idea di Dio astratta, un’idea unica da difendere ad ogni costo. Il Dio che è presente nella persona di Gesù ha smascherato l’arroganza dell’idolo, la violenza esigita dalla verità univoca che non accetta e non ammette differenze.


venerdì 22 dicembre 2017

NATALE: LA DISTRUZIONE DELLA RELIGIONE E LA DEMOLIZIONE DEL SACRO




Paolo Cugini

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14)
Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,10)

Celebrare il Natale significa riflettere sul mistero di Dio, mistero che fa di tutto per rendersi intellegibile. Questo mi sembra il primo aspetto significativo del Natale: Dio ha deciso di manifestarsi, di dire chi è, di mostrarsi avvicinandosi a noi a tal punto da farsi uno di noi. E’ su questo aspetto che a mio avviso vale la pena riflettere, per capire le svariate implicanze che, questo evento unico nella storia dell’umanità, produce.

In primo luogo, il Natale dice di un giudizio sul mondo religioso. Sacro dice di una distanza, di una separazione da ciò che è profano. La nascita di Gesù in una mangiatoia rappresenta la distruzione del sacro, la distruzione di ogni tipo di distanza e separazione tra sacro e profano, perché nell’evento del Natale, il sacro viene ad abitare il profano, e il profano diventa la casa del sacro. Nascendo in una grotta Dio ha operato un processo di umanizzazione del divino, volendo in questo modo destrutturare il processo umano di sacralizzazione del divino. Dio in Gesù ha sacralizzato il tempo, ha rotto le distanze e, di conseguenza, si è avvicinato ad ogni uomo e ad ogni donna. Che cosa significa questo avvicinamento che è, allo stesso tempo, un’identificazione?

In secondo luogo, il Natale significa la fine e il giudizio negativo su ogni modello sociale che produce disuguaglianze, separazioni, divisioni. Se Colui che era in alto, nel cielo è venuto sulla terra ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, significa che d’ora innanzi nessuno può porsi in alto ritenendosi migliore di altri. Il Natale è la festa dell’uguaglianza: venendo al mondo e ad abitare in mezzo a noi Dio ha voluto dire che tutti siamo degni, perché non si è avvicinato a qualcuno, ma a tutti. Natale, allora, come monito chiaro contro tutti coloro che producono e mantengono in piedi il modello economico nefasto del neoliberalismo, che produce sempre più poveri a favore di una piccola élite di ricchi sempre più ricchi, alla faccia dei poveri.

In terzo luogo, la nascita del figlio di Dio in una mangiatoia sottolinea la scelta dei poveri, vale a dire l’esplicitazione del desiderio di dare dignità ad ogni persona- Quest’identificazione di Gesù con i poveri che troviamo al momento della nascita, è indicata da Gesù stesso come criterio per entrare nel Regno dei cieli. Il cammino della vita sulla terra, per i discepoli e le discepole di Gesù, non può che essere caratterizzato dallo stile semplice e dalla presa di posizione nei confronti delle persone povere. Non a caso la Chiesa, sin dal suo inizio sviluppa quest’attenzione verso i più poveri, proponendo il cammino della solidarietà e della condivisione.

Perché per loro non c’era posto (Lc 2, 7). Versetto molto significativo anche per noi oggi. Quanta gente anche oggi non trova posto tra di noi, non trova posto nella Chiesa! Nella società opulenta non trovano posto i poveri, i rifugiati, gli emarginati. Nella Chiesa, nonostante i duemila anni della venuta di Gesù, non trovano posto i divorziati, le coppie di fatto, gli omosessuali, le lesbiche, i transessuali, le persone LGBT. C’è ancora molto da fare

Se questo è vero, ciò significa che ogni volta che produciamo delle situazioni di distanza con il divino, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, stiamo negando il senso del Natale, ci stiamo opponendo al suo significato autentico per affermare il nostro.


Natale, allora, è un grande messaggi odi speranza per tutti noi. Ci dice, infatti, che c’è vita in Dio, una sovrabbondanza di vita che ci viene donata e ha la forma dell’amore, della condivisione, dell’uguaglianza. Quando viviamo questo stile di vita realizziamo il sogno di Dio che vediamo visibile nel presepio.