Paolo Cugini
Visse
in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a
Israele (Lc 1,80).
C’è
un dato biografico, apparentemente marginale, nella vita di Giovanni Battista,
che invece contiene una parola ardente per il nostro tempo: il Vangelo dice che
il bambino cresceva, si fortificava nello spirito e viveva in regioni deserte
fino al giorno della sua manifestazione a Israele. Prima della voce che grida,
c’è il lungo silenzio. Prima della parola che scuote le coscienze, c’è il
deserto che educa l’anima. Prima dell’uomo pubblico, c’è l’uomo nascosto.
Questo
stesso mistero lo ritroviamo nella vita di Gesù. Anche Lui non si impone subito
sulla scena del mondo. Anche Lui attraversa gli anni del nascondimento, della
vita ordinaria, dell’obbedienza silenziosa, della maturazione segreta. Il
Figlio di Dio non brucia le tappe. Non cerca visibilità prima del tempo. Non
confonde la missione con l’esposizione, né la chiamata con l’applauso.
Giovanni
Battista e Gesù ci rivelano una legge spirituale che oggi abbiamo quasi
dimenticato: nessuna parola veramente profetica nasce dal rumore. Le parole che
salvano, che feriscono per guarire, che giudicano per liberare, che chiamano
alla conversione, non vengono dall’improvvisazione né dall’eccitazione del
momento. Vengono da lontano. Vengono da anni di ascolto. Vengono dalla
profondità di una coscienza lavorata dal silenzio.
Il
deserto, nella Scrittura, non è soltanto un luogo geografico. È una scuola. È
una fornace. È il luogo in cui cadono le maschere, si spengono le voci inutili,
si sgonfiano le ambizioni premature. Nel deserto l’uomo non può più recitare se
stesso davanti agli altri: resta davanti a Dio, davanti alla verità, davanti
alla propria fame, alla propria paura, alla propria attesa. Per questo, quando Giovanni
finalmente parla, la sua voce non assomiglia alle parole leggere degli uomini
abituati a compiacere. Egli non parla per occupare spazio, non parla per
sedurre, non parla per costruire consenso. Parla perché è stato abitato da una
Parola più grande di lui. E quella Parola, maturata nella solitudine, arriva
come fuoco sulle coscienze.
Noi
viviamo invece in un tempo che espone troppo presto, consuma troppo presto,
pretende troppo presto. I ragazzi vengono spinti al centro della scena prima
ancora di aver trovato il centro di sé stessi. Si chiede loro di apparire
quando non hanno ancora imparato ad ascoltare, di scegliere quando non sono
stati aiutati a discernere, di parlare quando nessuno ha insegnato loro il
valore del tacere. Questa
è una delle povertà più gravi della nostra epoca: abbiamo moltiplicato le
occasioni di espressione e abbiamo impoverito la vita interiore. Abbiamo dato
ai giovani strumenti per mostrarsi, ma non sempre luoghi per conoscersi. Li
abbiamo circondati di stimoli, immagini, giudizi, aspettative, ma troppo
raramente li abbiamo accompagnati nel deserto buono del silenzio, della
domanda, della preghiera, della riflessione, della responsabilità.
Così
rischiamo di bruciare la loro vocazione prima ancora che essa possa prendere
forma. Rischiamo di trasformare l’adolescenza in una vetrina e la giovinezza in
una corsa affannosa verso un riconoscimento esterno. Ma l’anima non matura
sotto i riflettori. La coscienza non si approfondisce nella frenesia. La
libertà non nasce dall’essere continuamente osservati, ma dall’imparare a stare
davanti alla verità di sé.
Se
Giovanni e Gesù sono passati attraverso il tempo nascosto, allora nessun
educatore dovrebbe disprezzare i tempi lenti della crescita. C’è una grazia nel
non essere subito pronti. C’è una sapienza nel non essere subito visibili. C’è
una protezione nel poter maturare lontano dal giudizio continuo del mondo. Formare un giovane non significa
metterlo immediatamente al centro delle attenzioni degli adulti, né farne il
prolungamento delle loro aspettative. Significa custodire in lui uno spazio
interiore. Significa insegnargli che non tutto ciò che vale deve essere subito
esibito, che non ogni pensiero deve diventare parola, che non ogni emozione
deve diventare gesto, che non ogni desiderio deve trasformarsi immediatamente
in diritto. Educare
alla profondità vuol dire restituire ai giovani il gusto della vita interiore:
la capacità di interrogarsi, di aspettare, di discernere, di riconoscere ciò
che è autentico e ciò che è illusorio. Vuol dire aiutarli a scoprire che dentro
di loro non c’è soltanto un insieme di bisogni da soddisfare, ma una coscienza
da ascoltare, una vocazione da riconoscere, una parola da preparare.
Le
parole di Giovanni colpivano perché non erano parole leggere. Le parole di Gesù
avevano autorità perché non provenivano da una superficie agitata, ma da una
comunione profonda con il Padre. Chi parla dopo aver ascoltato a lungo non
parla per riempire il vuoto: parla per aprire una strada. Chi ha abitato il
silenzio non usa la parola come ornamento, ma come seme, come lama, come
medicina. Forse
il nostro tempo ha bisogno proprio di questo: non di giovani più esposti, ma di
giovani più radicati; non di adolescenti più applauditi, ma di adolescenti più
accompagnati; non di generazioni più rumorose, ma di coscienze più libere.
Abbiamo bisogno di ridare valore al deserto, non come fuga dal mondo, ma come
preparazione a incontrarlo senza esserne divorati.
Il
deserto non spegne la vita: la purifica. Il silenzio non impoverisce la parola:
la rende vera. Il nascondimento non annulla la missione: la prepara. Giovanni
appare a Israele solo dopo essere stato formato lontano da Israele. Gesù inizia
la sua missione pubblica solo dopo il lungo tempo della vita nascosta. È una
legge del Regno: ciò che deve portare frutto deve prima mettere radici.
Nessun commento:
Posta un commento