Paolo Cugini
Quel
giorno però era un sabato (Gv 5,9).
Udite,
o genti, poiché il tempo dell'ipocrisia volge al termine e la luce del Vero
squarcia le tenebre delle nostre prescrizioni! Guardate il Nazareno: Egli
cammina con la maestà di chi non conosce catene, con una libertà che scuote le
fondamenta dei nostri templi di pietra. Il Suo sguardo non si arresta alla
scorza, ma penetra come spada a doppio taglio fino al midollo dell'anima, dove
il cuore trema nudo dinanzi all'Eterno.
Guai
a voi, legislatori del nulla, che incatenate la misericordia al rigore del
calendario! Voi dite: «È Sabato, la mano resti immobile!». Ma Io vi dico: il
Sabato è stato fatto per l'uomo, non l'uomo per il Sabato. Le vostre leggi non
nascono dal soffio del Mistero, ma dal fango della vostra superbia, da quel
desiderio infame di dominare la vita altrui per non dover guardare la vostra
stessa miseria.
Ecco,
il Messia irrompe nella Storia come un uragano: Egli smaschera le nostre
menzogne dorate, devasta i nostri calcoli matematici e orienta il popolo verso
il sentiero del fuoco. Non basterà invocare il codice nel giorno del giudizio!
Perché la Legge che non serve la Giustizia è un idolo muto, un inganno che
puzza di morte. Cerchiamo il segno? Cerchiamo il criterio del Cielo? Esso è uno
solo: il bene della creatura. Se la norma calpesta il povero, se la regola
soffoca chi soffre, essa non viene dal Mistero, ma dall'Abisso.
Ascoltate:
la Legge non è un'equazione gelida tracciata sulla sabbia. Essa è un corpo vivo
che esige il discernimento del sangue e delle lacrime. È facile, fin troppo
facile, giudicare dall'alto di una cattedra d'avorio, lavandosi le mani nel
catino della "coscienza a posto" mentre il fratello e la sorella soccombono
sotto il peso del nostro rigore. Ma il tempo dei burocrati dello spirito è
finito. Sorge l'ora della sapienza incarnata, di chi scende nel fango del
quotidiano, di chi tocca le piaghe e ne ascolta il grido. Ci vuole l'audacia
dell'amore per spezzare le catene della norma e scegliere la vita. Solamente
chi è stato reso libero dalla Verità può amare senza chiedere nulla in cambio.
Solamente l'uomo libero può fissare lo sguardo nel cuore del mondo e vedervi,
finalmente, il volto del Mistero.
Sia
gridato dai tetti: la vera libertà non è fare ciò che si vuole, ma diventare
ciò che si è nel respiro del Mistero. Guardiamo il Cristo: Egli è l'Uomo libero
perché non appartiene a nessuno se non all'amore. La Sua libertà non nasce dal
disprezzo della regola, ma dalla sorgente del Suo essere, là dove il Mistero
parla al cuore. Chi è libero dentro non teme il giudizio del mondo, non trema
dinanzi ai tribunali degli uomini, perché ha già udito l'unica sentenza che
conta: quella della Verità.
Voi
cercate la libertà nelle sicurezze della norma, vi rifugiate nel "si è
sempre fatto così" per non dover affrontare il deserto della vostra anima.
Ma io vi dico: la legge rigida è la prigione di chi ha paura di amare. Chi vive
di soli precetti è uno schiavo che lucida le proprie catene, sperando che il
loro luccichio inganni l'Eterno. La libertà interiore è un fuoco che
divora l'ipocrisia. È la capacità di stare nel mondo senza lasciarsi incatenare
dalle sue logiche di potere. Solo chi ha il coraggio di scendere nelle proprie
profondità e incontrare il volto del Mistero può guardare il prossimo senza
volerlo possedere, senza volerlo giudicare, senza volerlo piegare alla propria
misura.
Non
siamo funzionari dello spirito, ma profeti della gratuità. La libertà è il
prezzo dell'amore disinteressato: solo chi ha spezzato l'idolo del proprio
"io" può finalmente vedere il cuore dell'altro. Cristo ha guarito di
Sabato perché la Sua anima non conosceva confini se non quelli del bene. Sia
questa la nostra ascesi: spogliarci di ogni maschera, di ogni vanto legale, di
ogni certezza cattedratica, per restare nudi dinanzi alla Realtà. Solo allora
saremo liberi. Solo allora saremo capaci di quel discernimento che
non calcola, ma salva.
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