Paolo Cugini
Voi siete da Dio,
figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di
colui che è nel mondo (1 Gv 4,1).
Ci
sono domande che non danno tregua all’animo umano, inquietudini che
attraversano le generazioni come vento che scuote le fronde: “Da dove veniamo?
Qual è il senso della nostra esistenza?” Sono interrogativi semplici soltanto
in apparenza, perché custodiscono nel loro grembo la nostalgia di un’origine
perduta, il desiderio profondo di un ritorno a casa. Ogni uomo, almeno una
volta, si trova a fissare lo sguardo oltre i confini del visibile, percependo
che la vita stessa è una domanda aperta, un invito a osare oltre l’orizzonte
del già noto.
Il
Mistero, quella presenza inafferrabile che tutto sostiene , si rivela come la
fonte universale da cui ogni essere prende vita. Viviamo immersi nella sua
trama, come pesci nell’oceano, spesso ignari della vastità che ci avvolge. Il
cosmo intero, con la sua armonia e la sua complessità, ci parla di una
relazione profonda e intima tra la creatura e la sua origine, tra il respiro
dell’universo e quello della nostra anima. Il Mistero non è un enigma da
risolvere, ma un abbraccio in cui lasciarsi avvolgere; è la radice silenziosa
che alimenta la nostra sete di senso.
Essere
consapevoli di provenire dal Mistero significa riconoscere la nostra origine
come dono ed evento. Eppure, nella società contemporanea, dilaga una sorta di
ignoranza diffusa: si vive come se tutto fosse frutto del caso o del proprio
sforzo. Si dimentica che l’esistenza sgorga da una sorgente più profonda, che
ci precede e ci accompagna. Solo chi si lascia interrogare dal Mistero può
scoprire la propria vera identità e non accontentarsi delle maschere che il
mondo propone.
Qui
entra in gioco il compito nobilissimo degli educatori: guidare le giovani vite
a incontrare il Mistero che le abita. Educare non significa riempire vasi
vuoti, ma risvegliare negli altri la domanda per ciò che conta davvero. Solo
chi ha fatto esperienza della propria origine può accompagnare altri
all’altezza di questa scoperta. L’educatore è dunque un testimone del Mistero,
un viandante che invita i giovani a mettersi in cammino, a lasciarsi guidare
dalla luce discreta ma potente che sorge all’orizzonte dell’essere.
Nel
contatto vivo con il Mistero, l’egoismo si dissolve come nebbia al sole.
Emergono allora la chiamata alla comunione e il desiderio di collaborazione: la
coscienza che l’io trova pienezza solo nell’incontro con l’altro. Il Mistero,
infatti, non isola, ma unisce; non chiude, ma apre al dono reciproco. È nella
riscoperta dell’unità con tutto ciò che esiste, che l’uomo guarisce dalle ferite
dell’individualismo e risponde alla sua vocazione più profonda.
Ecco il compito che ci attende: tornare all’origine, lasciarci plasmare dal Mistero, risvegliare in noi e negli altri la vocazione alla comunione e alla collaborazione. Solo così, come semi che affondano le radici nella terra feconda, potremo germogliare in un’umanità nuova, capace di tessere relazioni autentiche e di custodire il Mistero che ci precede e ci attende.
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