sabato 23 dicembre 2017

TRA PROFEZIA E COMPIMENTO






Paolo Cugini

Susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno… La tua casa saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre” (2 Sam7,14.16)
“Ed eco concepirai un figlio lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù… Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe” (Lc 1,36)

Il tempo di Avvento ci propone dei punti di vista diversi per guardare l’evento della nascita di Gesù, affinché possiamo cogliere qualche frammento della sua complessità e immensa novità. E allora dopo aver ascoltato queste letture ci chiediamo: che cosa di Gesù ci dicono queste letture? Che cosa della sua nascita.
Ponendo accanto 2 Sam 7 che annuncia la profezia della Parola Di Dio che per mezzo del profeta Natan annuncia la stabilità perenne del Regno di Davide e il Vangelo in cui l’angelo annuncia a Maria che sarà madre di colui che assumerà il trono di Davide, risalta immediatamente il rapporto tra la profezia e la sua realizzazione. 

C’è dunque un primo significato che individuiamo in modo immediato, vale a dire la forza della Parola di Dio che si realizza nel tempo. Non si tratta, comunque di una realizzazione immediata. Tra la profezia e il compimento ci sono circa mille anni. I tempi di Dio si spalmano su di un tempo prolungato. La spiritualità che sgorga dalla Parola di Dio, ci conduce in un cammino di pazienza, ci allena ad esercitarci a non pretendere nulla, a non esigere che Dio risponda alle nostre richieste: ci educa all’attesa. Questo, tra l’altro, è uno dei tratti specifici della spiritualità del tempo di Avvento. Se volgiamo conoscere Dio e i suoi piani, dobbiamo rassegnarci ad abbandonare la piattaforma del tempo in cui la cultura Occidentale ci ha posto, una piattaforma fatta di pretese, che velocizza sempre di più il rapporto tra richiesta e soddisfazione. Tempo in cui il punto focale della relazione non sta nella qualità della richiesta, ma sulla sua quantità. La velocità della risposta non ci permette di capire se ha un senso quello che chiediamo, se è una richiesta che sgorga dal profondo del cuore, o è semplicemente il frutto di pressioni esterne, della cultura che ci circonda.

Tra la promessa e la sua realizzazione non c’è immediatezza e linearità. Siamo al capitolo 7 del secondo libro di Samuele quando Davide riceve la profezia di Natan della promessa della stabilità perenne del suo regno che Dio gli assicura. Ci si aspetterebbe l’impegno di camminare fedele al Signore come segno di gratitudine. E invece, sfogliando la Bibbia dopo alcune pagine lo troviamo già avvolto nel peccato di adulterio, al punto che per avere un donna manda ad ammazzare suo marito. Andando ancora avanti, troviamo Salomone il figlio di Davide che lo succede al trono, che perde la testa dalle troppe donne e che porta dentro a Gerusalemme i culti idolatrici delle sue donne straniere. E Poi Geroboamo, che continua con l’idolatri al punto da dividere il Regno. Tutto questo per dire che la verità della profezia, la sua forza, non sta tanto nella risposta dell’uomo e della donna, ma nella Parola stessa. E’ quello che Gesù esprimerà nella Parabola del seme in cui sostiene che il seme germina e si sviluppa senza che l’agricoltore sappia come (cfr. Mc 4,26-29). La realizzazione delle promesse avviene indipendentemente dalla risposta dell’uomo, avviene perché Dio è fedele a se stesso. A noi è richiesta l’umiltà di affidarci su questa Parola che viene da molto lontano, ripiena di elementi culturali che vanno filtrati perché non dicono più della nostra vita, ma che nonostante tutto, è portatrice ancora di significati per noi oggi.

C’è un altro aspetto che mi sembra importante sottolineare di questa liturgia. Che cos’è la profezia? E’ una Parola di Dio comunicata da un uomo di Dio, un profeta, per l’umanità. La profezia dice di una Parola pensata, dice di un progetto di Dio per noi; dice di un’idea che vien dall’amore di Dio. La profezia dice di un Dio che guarda l’uomo e la donna e ha pensieri d’amore per loro, per il loro cammino, la loro vita. La profezia è una Parola di Dio conficcata dentro la storia che prima o poi arriverà a germinare perché, come dice il salmo “La giustizia si affaccerà dal cielo mentre la verità germoglierà dalla terra” (Sal 84, 12). La stessa idea la troviamo anche nel profeta Isaia: “Si squarci la terra, fiorisca la salvezza e insieme germogli la giustizia” (Is 45,8). L’amore di Dio si manifesta come pensiero che si traduce in una Parola definitiva per noi che germoglierà dalla terra i suoi frutti. C’è, allora, una presenza misteriosa di Dio nella sua Parola, una Sua presenza nella storia molto discreta e rispettosa della libertà dei suoi figli e figlie. Ed è di questa libertà e discrezione che abbiamo bisogno per divenire ed essere noi stessi


venerdì 22 dicembre 2017

NATALE: LA DISTRUZIONE DELLA RELIGIONE E LA DEMOLIZIONE DEL SACRO




Paolo Cugini

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14)
Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,10)

Celebrare il Natale significa riflettere sul mistero di Dio, mistero che fa di tutto per rendersi intellegibile. Questo mi sembra il primo aspetto significativo del Natale: Dio ha deciso di manifestarsi, di dire chi è, di mostrarsi avvicinandosi a noi a tal punto da farsi uno di noi. E’ su questo aspetto che a mio avviso vale la pena riflettere, per capire le svariate implicanze che, questo evento unico nella storia dell’umanità, produce.

In primo luogo, il Natale dice di un giudizio sul mondo religioso. Sacro dice di una distanza, di una separazione da ciò che è profano. La nascita di Gesù in una mangiatoia rappresenta la distruzione del sacro, la distruzione di ogni tipo di distanza e separazione tra sacro e profano, perché nell’evento del Natale, il sacro viene ad abitare il profano, e il profano diventa la casa del sacro. Nascendo in una grotta Dio ha operato un processo di umanizzazione del divino, volendo in questo modo destrutturare il processo umano di sacralizzazione del divino. Dio in Gesù ha sacralizzato il tempo, ha rotto le distanze e, di conseguenza, si è avvicinato ad ogni uomo e ad ogni donna. Che cosa significa questo avvicinamento che è, allo stesso tempo, un’identificazione?

In secondo luogo, il Natale significa la fine e il giudizio negativo su ogni modello sociale che produce disuguaglianze, separazioni, divisioni. Se Colui che era in alto, nel cielo è venuto sulla terra ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, significa che d’ora innanzi nessuno può porsi in alto ritenendosi migliore di altri. Il Natale è la festa dell’uguaglianza: venendo al mondo e ad abitare in mezzo a noi Dio ha voluto dire che tutti siamo degni, perché non si è avvicinato a qualcuno, ma a tutti. Natale, allora, come monito chiaro contro tutti coloro che producono e mantengono in piedi il modello economico nefasto del neoliberalismo, che produce sempre più poveri a favore di una piccola élite di ricchi sempre più ricchi, alla faccia dei poveri.

In terzo luogo, la nascita del figlio di Dio in una mangiatoia sottolinea la scelta dei poveri, vale a dire l’esplicitazione del desiderio di dare dignità ad ogni persona- Quest’identificazione di Gesù con i poveri che troviamo al momento della nascita, è indicata da Gesù stesso come criterio per entrare nel Regno dei cieli. Il cammino della vita sulla terra, per i discepoli e le discepole di Gesù, non può che essere caratterizzato dallo stile semplice e dalla presa di posizione nei confronti delle persone povere. Non a caso la Chiesa, sin dal suo inizio sviluppa quest’attenzione verso i più poveri, proponendo il cammino della solidarietà e della condivisione.

Perché per loro non c’era posto (Lc 2, 7). Versetto molto significativo anche per noi oggi. Quanta gente anche oggi non trova posto tra di noi, non trova posto nella Chiesa! Nella società opulenta non trovano posto i poveri, i rifugiati, gli emarginati. Nella Chiesa, nonostante i duemila anni della venuta di Gesù, non trovano posto i divorziati, le coppie di fatto, gli omosessuali, le lesbiche, i transessuali, le persone LGBT. C’è ancora molto da fare

Se questo è vero, ciò significa che ogni volta che produciamo delle situazioni di distanza con il divino, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, stiamo negando il senso del Natale, ci stiamo opponendo al suo significato autentico per affermare il nostro.


Natale, allora, è un grande messaggi odi speranza per tutti noi. Ci dice, infatti, che c’è vita in Dio, una sovrabbondanza di vita che ci viene donata e ha la forma dell’amore, della condivisione, dell’uguaglianza. Quando viviamo questo stile di vita realizziamo il sogno di Dio che vediamo visibile nel presepio. 

venerdì 15 dicembre 2017

AVVENTO: IL CAMMINO DELLA LIBERTÀ



Paolo Cugini

C’è una forza dentro alla storia che nessuno può togliere. C’è un desiderio di vita e di giustizia che Dio ha impresso dentro la storia attraverso l’azione dei suoi profeti, che la superficialità umana, cioè l’atteggiamento che l’uomo e la donna hanno abitualmente, non può scalfire minimamente. Forse a volte si ha l’impressione che la realtà fisica, quella che appare a livello materiale, sia tutto fuorché giusta, tutto fuorché pacifica, tutto fuorché segnata dall’amore. Eppure, per coloro che sono rinati dallo Spirito, per coloro che accogliendo la Parola sono rinati dall’alto, la percezione della giustizia di Dio dentro la storia degli uomini e delle donne è un dato assodato. “Così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti” (Is 61,11). E’ di questa sicurezza che abbiamo bisogno, sicurezza che, allo stesso tempo, è una certezza. Chi può avere il dono di tali parole? Chi mai può essere il portatore di parole così sicure e ferme se non colui che le ha sperimentate su di sé? E chi può sperimentarle senza divenire, ad un certo punto della vita, una persona così libera da non fare dipendere più la propria esistenza dalle cause esterne?

Mi ha mandato a proclamare la libertà degli schiavi” (Is 61, 2). A che cosa serve l’avvento: a questo, ad uscire dalla schiavitù, ad uscire da una vita bloccata e, di conseguenza frustrata. E’ questo che deve fare la Chiesa, il resto non serve, il resto è contorno non necessario. Più diveniamo minoranza, insignificanti dal punto di vista sociale, più saremo costretti a tornare all’essenziale. Allora il tempo di avvento ci ricorda che l’essenza di un cammino di fede, il senso della venuta di Gesù sulla terra e l’obiettivo del discepolato è divenire persone libere.

Ci possiamo chiedere, allora: liberi da che cosa? In primo luogo dalla tentazione di cercare la gloria degli uomini e delle donne e di fondare la nostra identità sul giudizio degli altri. L’esempio in positivo di questo cammino è Giovanni Battista, che la liturgia ce lo mostra nel Vangelo. Giovanni Battista, nel dialogo con i leviti e i sacerdoti, dimostra una chiarezza sulla propria identità impressionante. “Tu chi sei? Egli confessò e non negò. Confessò: io non sono il Cristo” (Gv 1, 20). Lui sa di non essere il messia, perché sa benissimo il senso della propria esistenza, sa qual è il suo posto nella storia. Questa è a mio avviso la prima grande libertà che siamo chiamati a maturare non solo durante l’Avvento, ma durante tutta la vita: la libertà dal confronto con gli altri, libertà dalla tirannia di cercare negli altri delle conferme sulla nostra identità. Questa libertà la si matura lentamente, in uno sforzo continuo di riflessione e di cammino interiore. Giovanni Battista in questo è un grande esempio, avendo maturato il senso del proprio posto nel mondo, nel silenzio del deserto, in ascolto di una Parola che diventa realtà e cammino di rivelazione per coloro che la vivono.  


In secondo luogo, nel tempo di Avvento siamo chiamati a liberarci dal male. Ce lo ricorda Paolo nella seconda lettura: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (1 Ts 5,17). Nel contesto in cui viviamo non è facile maturare ogni giorno questa libertà. Diceva la filosofa francese Simone Weil a questo proposito: “Amare Dio è non attaccare il cuore alle cose vane”. Non si tratta di un semplice esercizio in negativo, perché se fosse così, non ce la potremmo mai fare. Vince il male chi pone lo sguardo fisso sul bene e non lo molla un istante. “Fissate lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede” (Eb 12). Durante il tempo di Avvento esercitiamoci allora, a cercare il bene in tutto ciò che è attorno a noi, prima di tutto fra le persone che amiamo. Cerchiamo con tutto noi stessi il bello che è attorno a noi e dentro di noi. Solo così potremo arrivare alla notte di Natale e scorgere la Luce in mezzo alle tenebre della notte. 

venerdì 1 dicembre 2017

VEGLIATE!



PRIMA DOMENICA DI AVVENTO/B
Paolo Cugini

Siamo all’inizio dell’avvento e dunque di un nuovo anno liturgico e il Vangelo in poche righe ripete più volte la stessa perentoria espressione: vegliate! Se Gesù ripete questa espressione più volte poco prima di morire è perché sa che ci sono cose nel mondo che inducono all’assopimento. Il cammino di fede parte spesso pieno di entusiasmo, ma poi alla distanza, è facile perdersi. E’ un elemento della dinamica della fede. E’ difficile rimanere sempre con le motivazioni a mille. Il cammino della vita è lungo e pieno di proposte alternative che possono allettare. Non solo questo, ma in mezzo al deserto della vita la pesantezza del vissuto quotidiano rischia d’intorpidire lo slancio dei primi giorni. Se Gesù ripete con insistenza questo monito è perché Lui conosce bene questo pericolo, lo conosce perché conosce in profondità l’animo umano, le sue ricchezze e i suoi limiti.
Se volessimo attualizzare il discorso del Vangelo ci potremmo chiedere: quali sono gli ambiti oggi che minacciano di atrofizzare la nostra vita spirituale e quindi su che cosa dobbiamo vigilare? Possiamo utilizzare, per facilitare l’analisi, le indicazioni che Papa Francesco ha posto nella Evangeli Gaudium.

Il primo luogo dobbiamo apprendere a vigilare sul nostro modo di considerare il tempo e lo spazio. Francesco sostiene che il tempo è superiore allo spazio. Nel nuovo anno dobbiamo fare in modo di vigilare affinché rimaniamo attenti a non perderci nella costruzione di spazi, nelle cose, ma di curare le relazioni che richiedono tempo. Soprattutto, la nostra vigilanza va posta sui processi che mettiamo in atto perché esigono di essere accompagnati con cura. Si tratta di generare processi più che dominare spazi. Certamente non possiamo dimenticare lo spazio, ma quando il tempo dedicato allo spazio è superiore a quello che dedichiamo alle relazioni, significa che è entrato in noi un processo di materializzazione e, allo stesso tempo, d’impoverimento dell’anima.

In secondo luogo la nostra vigilanza va posta sul rapporto tra la realtà e l’idea. Abbiamo una tendenza innata, soprattutto in Occidente, ad arroccarci nelle ideologie apprese in modo più o meno arruffato negli anni dell’infanzia e della giovinezza. Spesso e volentieri usiamo le nostre ideologie come se entrassimo in guerra, soprattutto quando in gioco ci sono problemi che c’interessano. Papa Francesco ci dice che la realtà precede l’idea e che solo dopo aver ascoltato e conosciuto la realtà di una cosa o di un evento è possibile elaborare un’idea, una teoria. Questo è uno dei maggiori nostri problemi che dobbiamo affrontare seriamente all’inizio di quest’anno liturgico. Spesso le nostre discussioni sono intasate d’ideologie, di quelle idee che ci siamo fatti con il tempo e che non abbiamo mai verificato realmente. L’attenzione alla realtà presente ci dovrebbe aiutare non solo ad ascoltarci gli uni gli altri con maggior attenzione, ma anche a guardare avanti con gli occhi pieni di speranza.

Terzo principio enunciato da Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium e che ci dovrebbe aiutare nel prossimo anno nel nostro cammino spirituale è che il tutto è superiore alla parte. Tradotto potremmo dire che occorre vigilare costantemente a non ripiegare su noi stessi, sui nostri interessi, a non isolarsi in un individualismo esasperato, ma a fare in modo che tutto contribuisca al bene comune, alla comunità. Questo mi sembra un bel cammino e un bel proposito da mettere in programma per il prossimo anno: sforzarci di essere meno individualisti, di pensare meno ai nostri affari e pensare di più insieme, approfittare dei momenti comunitari per camminare insieme alla comunità.

L’ultimo principio di Papa Francesco che è allo stesso tempo una bellissima indicazione per il nostro cammino di fede è che l’unità prevale sul conflitto. Che cosa significa questa affermazione? Che dobbiamo fare in modo di salvare a tutti i costi l’unità nella comunità. Quante volte, durante quest’anno, l’unità si è incrinata a causa di opinioni non condivise, o di mal di pancia mal gestiti. Certamente i conflitti fanno parte della vita e a volte sono persino necessari per farci crescere, perché mettono a nudo i problemi esistenti. Quando però, il conflitto diviene motivo di spaccature, o di gioco di forza per esercitare la supremazia sull’altro, allora non ha più senso, perché non viene dal desiderio di crescere, ma la contrario, dal piano nefasto di sotterrare un cammino.

Vigiliamo, allora. Durante il prossimo anno non lasciamo sopraffarci dalle nostre idee preconcette, dal nostro desiderio di prevalere sugli altri con la forza, di dominare spazi e di voler a tutti i costi difendere i nostri particolarismi. Cerchiamo invece di guardare in faccia la realtà, tenendo i piedi per terra, lasciandoci guidare dal desiderio di costruire comunità, di mettere in moto e accompagnare processi con le persone che incontriamo. Così sia.