Paolo Cugini
Allora Gesù si alzò e le
disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose:
«Nessuno, Signore». E Gesù disse: Neanch’io ti condanno
(Gv 8,10-11).
Udite,
figli del tempo presente, perché il soffio dello Spirito sta scuotendo le
colonne di gesso dei vostri templi. È giunta l’ora in cui il velo si squarcia.
Per troppo tempo abbiamo chiamato volontà divina ciò che non era altro che il
calcolo degli uomini. Abbiamo costruito recinti di pietra e dogmi di ferro, non
per indicare il Cielo, ma per imprigionare il passo dei piccoli e dei poveri.
La nostra religione è stata un labirinto che conduceva sempre alla stessa
stanza: quella del Tesoro. Abbiamo messo un pedaggio alla speranza,
chiedendo monete in cambio di una misericordia che Dio ha già versato
gratuitamente nel sangue della vita.
Il
soffio della Profezia oggi non si ferma alle soglie delle nostre cattedrali, ma
le attraversa per scuotere la polvere dai nostri vuoti simulacri. È tempo di
smascherare l’inganno: abbiamo trasformato la casa del Padre in una dogana
dello spirito, un ufficio di riscossione dove la grazia è pesata, misurata e
messa in vendita. La religione degli uomini è giunta al suo tramonto.
Ma
ecco, Colui che cammina tra le fiamme e il vento non porta pietre per lapidare,
né codici per condannare. Gesù segna la fine della religione degli uomini. Egli
non è venuto a ratificare i nostri uffici legali, ma a ribaltare i tavoli di
chi lucra sulla colpa. Guardiamo come Egli si muove tra le polveri di un mondo
forgiato dal patriarcato. Gli uomini sollevano sassi, stringendo tra le dita la
legge come un’arma di distruzione. Citano tradizioni antiche per coprire la
propria nudità morale e usano la Scrittura per soffocare la vita. Ma lo sguardo
di Gesù non si lascia manipolare. Egli non vede la peccatrice definita dai
vostri codici; Egli vede la Figlia.
Davanti
alla donna che vorremmo lapidare con le nostre sentenze morali, Cristo non
sfoglia i manuali di diritto canonico o le nostre dottrine secolari. Egli la
guarda con uno sguardo che ignora l’arroganza del potere e la forza della
tradizione. È uno sguardo che diserta il tribunale per abitare il
cuore. Gesù non condanna, perché il Suo interesse non è la conservazione di
un'istituzione, ma la restaurazione dell'Anima.
Il
Suo sguardo è una lama di luce che recide le trame dell'arroganza popolare.
Mentre il mondo grida vendetta, Egli scrive sulla terra il nome della libertà.
Gesù non cerca il rispetto della legge formale, ma il rispetto della dignità
umana. In quel contesto intriso di oppressione, Egli si erge come l’unico vero
custode del sacro: non il sacro dei riti, ma il sacro della carne offesa. Perché
tremano i potenti? Perché lo sguardo di Cristo è fermo e sereno. Non si
agita nell’odio, non risponde alla violenza con la violenza. È questa calma
divina a spaventare i custodi del patriarcato: una fermezza che mette a nudo la
falsità di leggi create ad hoc per mantenere il privilegio e la sottomissione.
Cristo
non giudica. Cristo accoglie. E in quell’abbraccio di sguardi, la donna
non vede più la sua condanna, ma la sua vera immagine riflessa negli occhi di
Dio. Non c’è più traccia di vergogna sotto quella carezza invisibile che
avvolge l’anima e la restituisce a se stessa. Questo è il tempo della profezia
che si compie: lo sguardo misericordioso di Gesù è l’unica forza capace di
rendere il mondo vivibile. Non saranno i tribunali degli uomini a
salvarci, né le tradizioni che escludono. Sarà solo la tenerezza che non scende
a patti con l’ingiustizia.
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