Paolo Cugini
Chi viene dal cielo è al
di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito
(Gv 3, 32).
Uomini
dal cuore indurito, ascoltate: voi cercate un segno nel cielo, un’invasione di
angeli da mondi lontani, ma non vedete la faglia che si è aperta nella
carne di un uomo. Non chiamatelo straniero venuto da stelle remote; Egli è
il figlio della vostra stessa terra, eppure il Suo sguardo brucia di una luce
che non appartiene al giorno.
Dimentichiamo
la magia. La Sua autorità non è un dono calato dall’alto, ma una conquista del
deserto. Fin dai giorni della giovinezza, mentre i suoi coetanei si perdevano
nel clamore dei mercati e nel calcolo dei profitti, egli scivolava nelle pieghe
del silenzio. Gesù non ha visitato il Mistero: egli si è immerso
nell'Abisso fino a diventarne parte. Ha cercato la solitudine non per
fuggire, ma per incontrare l'Origine. Nelle lunghe notti sotto le stelle di
Galilea, ha interrogato le Scritture finché le lettere non sono diventate
fiamme, e il suo spirito si è sintonizzato sulle frequenze dell'Eterno.
Chi
coltiva il vuoto del silenzio riceve in cambio la pienezza della visione. Gesù
ha acquisito quella sensibilità sottile che permette di sentire il
battito del cuore del Mistero nel fruscio dell'erba. La sua non era una
dottrina, ma un’esperienza sensoriale dello Spirito. Egli camminava tra noi
come chi possiede una mappa dell'invisibile, cercando disperatamente di
prestare i suoi occhi a un’umanità prigioniera del fango e del
"subito".
Ma
ecco la tragedia che ancora oggi si consuma: la Luce è venuta e le tenebre
hanno preferito la propria cecità. Egli offriva l'Infinito; noi rispondevamo
con il baratto. Egli parlava di Vento; noi chiedevamo pietre e pane. Lo scontro
era inevitabile. La volgarità dell’immediato, quella cecità spirituale che
riduce l’esistenza a consumo e l’anima a funzione, non poteva tollerare la
profondità di un uomo che profumava di Mistero.
La
croce non è stata una sconfitta, ma l'urlo finale del Silenzio contro il rumore
del mondo. Lo abbiamo ucciso perché non riuscivamo a comprenderlo, eppure
proprio quel sangue versato ha generato il Grande Interrogativo che
squassa i secoli: Chi è costui?
Egli
non era un alieno, era l’Uomo Compiuto. La sua morte è lo specchio della nostra
miseria e, al tempo stesso, l'invito a risalire verso quelle cose dell'alto che
egli, per primo, ha avuto il coraggio di contemplare. Il Mistero non è altrove;
è dentro chi, come lui, ha il coraggio di tacere e ascoltare.
Egli non leggeva solo le Scritture; ne incarnava gli archetipi. Quando
parlava, non citava leggi, ma toccava le corde profonde dell'anima umana (il
Padre, il Figlio, il Regno, la Luce). La sua mistica era una psicologia
applicata: Egli vedeva nelle persone non il peccato (il comportamento
superficiale), ma il blocco psichico o la potenzialità inespressa.
La
morte di Gesù è il momento mistico per eccellenza, ma psicologicamente è il
sacrificio dell'Ego. Per "nascere dall'alto", l'uomo deve accettare
la fine della propria identità limitata. La grande domanda sulla sua identità
che scaturisce dalla morte è, in realtà, la domanda che ogni essere umano deve
porsi: "Io sono solo carne e storia, o sono parte di un Mistero
più grande?" Gesù ha vissuto questa tensione fino all'estremo,
diventando il ponte tra la finitudine umana e l'infinito psichico/spirituale.
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