Visualizzazione post con etichetta croce. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta croce. Mostra tutti i post

giovedì 22 ottobre 2026

Dalla parte della luce, dentro la notte

 




Paolo Cugini

 

 

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre (Lc 12,51).

Ci sono notti in cui il silenzio non concede riparo. Si spengono le voci della giornata, si allontanano le occupazioni, e rimane una domanda che non si lascia addormentare: da quale parte stiamo? Il Vangelo, ascoltato davvero, conduce fin qui. Non si limita a consolare la nostra stanchezza, non diventa una coperta da tirare sopra le contraddizioni. A un certo punto ci chiede di uscire allo scoperto. Chi lo sceglie prende posizione: dalla parte dei poveri, degli esclusi, di chi attende sulla soglia mentre altri occupano tutte le stanze.

Prima, però, viene il tempo dell’ascolto. Il discepolo e la discepola sostano davanti alla Parola come davanti a una piccola lampada accesa nella notte. Non tutto è chiaro, non tutto si comprende subito. Occorre lasciare che il Vangelo entri nei pensieri, attraversi le abitudini, raggiunga quelle zone interiori dove custodiamo le nostre difese. Ascoltare, riflettere, assimilare: non sono modi per rinviare la vita, ma il lavoro paziente attraverso il quale una parola ricevuta diventa coscienza. Le scelte maturano anche nel silenzio, lontano dall’urgenza di dimostrare qualcosa.

Poi arriva un’ora diversa. La domanda non riguarda più soltanto ciò che abbiamo capito, ma ciò che siamo disposti a fare. Non si può continuare a osservare tutto dall’alto di un muro, al riparo dalle conseguenze. Davanti a una persona esclusa, a una povertà che preferiremmo non vedere, a una dignità lasciata fuori dalla porta, anche il rinvio diventa una scelta. Il Vangelo ci raggiunge proprio lì, nel punto in cui vorremmo conservare insieme la convinzione e la comodità. Ci domanda un passo concreto, senza prometterci che sarà indolore.

È spesso allora che cominciano i problemi. Finché la fede rimane un discorso, può convivere senza attrito con molte abitudini. Quando diventa una decisione, modifica gli equilibri: cambia il modo di usare il tempo, di abitare le relazioni, di riconoscere chi merita attenzione. Le persone che ci sono vicine possono non comprendere, sentirsi interrogate, desiderare che tutto ritorni come prima. Una scelta compiuta in nome del Vangelo può attraversare la casa come una luce accesa troppo tardi: rende visibile qualcosa che qualcuno avrebbe preferito lasciare nell’ombra.

Ma quella luce non ci autorizza a forzare il cammino degli altri. I familiari, gli amici, i conoscenti non sono tenuti a entrare nella nostra stessa strada perché noi abbiamo deciso di percorrerla. Il Vangelo esige libertà, maturazione, coscienza personale. Non possiamo chiedere rispetto per la nostra scelta e negare agli altri il tempo necessario per la loro. Testimoniare non significa impadronirsi di una coscienza: significa rendere leggibile, nella propria vita, ciò che si è riconosciuto come vero, lasciando all’altro lo spazio per accoglierlo, discuterlo o non condividerlo.

Per questo possono nascere tensioni, divisioni, perfino inimicizie. Talvolta le fratture diventano profonde e i rapporti si interrompono. Non c’è da gioire di una rottura, né da considerarla una prova automatica della propria fedeltà. Il dolore degli affetti non rende più autentica una scelta soltanto perché la accompagna. Eppure, non tutto ciò che turba una relazione è necessariamente privo di fecondità. Una decisione radicale può interrompere un consenso apparente, far emergere domande rimaste sepolte, invitare chi ci sta accanto a riflettere. La tensione non è lo scopo: può essere una conseguenza che chiede cura, pazienza e verità.

Si tratta, allora, di discernere ogni giorno. Non di rompere per il gusto di rompere, non di confondere la durezza con il coraggio, non di usare il Vangelo per dare una veste solenne alle proprie ostinazioni. Occorre domandarsi se ciò che scegliamo apre davvero uno spazio ai poveri e agli esclusi, se custodisce la libertà delle persone, se nasce dall’amore o dal bisogno di avere ragione. Nella notte queste domande pesano di più, perché vengono meno gli applausi e le giustificazioni facili. Rimane la responsabilità di un gesto, di una parola, di un silenzio.

Nessuno dovrebbe portare da solo questo peso. La comunità dei fratelli e delle sorelle che condividono il Vangelo è il luogo in cui le scelte possono maturare, essere messe alla prova, trovare sostegno e, quando occorre, correzione. Non una stanza chiusa nella quale ripetersi che gli altri sbagliano, ma una casa dove imparare insieme la fedeltà. Qui si può raccontare la fatica senza vergognarsene, riconoscere un’incertezza, chiedere aiuto. Quando la pressione esterna diventa quasi insopportabile, la presenza di qualcuno che ascolta e cammina accanto impedisce alla resistenza di trasformarsi in isolamento.

In questo cammino risuona l’invito dell’autore della Lettera agli Ebrei: attraversare la storia con lo sguardo fisso su Gesù. Non per distogliere gli occhi da ciò che accade, ma per non perdere, dentro ciò che accade, la direzione dell’amore. Il Crocifisso diventa il segno di un amore immenso, che non si arresta davanti alla difficoltà e non risponde al rifiuto rinunciando ad amare. Guardarlo significa ricordare che la fedeltà non coincide con la vittoria sugli altri e che restare dalla parte degli esclusi non richiede di chiudere il cuore a chi non comprende.

La notte, forse, non finisce subito. Alcune incomprensioni rimangono, certe distanze non si ricompongono quando vorremmo. Ma una piccola luce basta a rendere visibile il passo successivo. Il Vangelo non ci chiede di possedere tutta la strada: ci chiede di non sottrarci al tratto che oggi possiamo percorrere. Con la libertà di chi non costringe, con la fermezza di chi non si nasconde, con il sostegno di una comunità e gli occhi rivolti a Gesù. Dalla parte dei poveri e degli esclusi, là dove l’amore smette di essere soltanto una parola e comincia a prendere corpo.

 

mercoledì 30 agosto 2023

OMELIA DOMENICA 3 SETTEMBRE 2023

 





XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

 

Paolo Cugini

Accompagnare il cammino realizzato da Gesù, ascoltando le sue parole, meditando sulle sue scelte, ci aiuta a comprendere il senso del nostro cammino, a capire chi siamo e dove siamo chiamati ad andare. Di Gesù colpisce la chiarezza delle sue posizioni, la serenità che lo conducono ad affrontare ogni ostacolo. Colpisce anche, la capacità di dire la verità non solo alle persone che gli sono ostili, come i farisei e i capi religiosi, ma anche agli amici e, in modo particolare, come è il caso del Vangelo di oggi, ai suoi discepoli e discepole. Seguire Gesù significa essere disponibili ad un continuo cambiamento di mentalità, a mettere in discussione il proprio vissuto per fare spazio al nuovo. Il segreto della riuscita della nostra vita è nelle sue mani: sentiamo che cosa ha da dirci oggi.

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Gesù è consapevole delle conseguenze delle parole e delle scelte fatte sino ad ora. Sa molto bene che, se arriverà a Gerusalemme, com’è sua intenzione, sarà arrestato e soffrirà violenze sino alla morte. Se sa queste cose, perché continua il cammino? Perché non va da un’altra parte? Gesù sa molto bene che la bontà delle sue parole e delle sue scelte, lo stesso significato di ciò che ha detto e fatto,  potrà essere compreso solamente se sarà coerente a se stesso sino alla fine. È proprio questo che dice l’evangelista Giovanni quando, prima degli eventi tragici dell’ultima cena, che porteranno alla morte di Gesù in croce, afferma: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). È questo il segreto della vita di Gesù che ci viene consegnata con la sua morte tragica: per portare frutto nel cuore delle persone, la semente gettata nell’esistenza di amici e amiche potrà dare frutto solamente se morirà, solamente se sarà coerente sino alla fine. È da come moriamo che dipende la bontà o la negatività delle nostre scelte.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Da questo dialogo emerge chiaramente che Gesù aveva ragione quando, nel passaggio ascoltato domenica scorsa, diceva che l’affermazione di Pietro sull’identità di Gesù era frutto di una rivelazione dall’alto e che non dipendeva direttamente da lui. Nel brano appena ascoltato emerge ciò che Pietro ha nel cuore e che non è molto diverso dalle aspettative degli altri discepoli: un messia potente e la possibilità di regnare con lui politicamente. Il discorso della sofferenza e della morte non entra nella prospettiva di chi segue il Signore coltivando sogni umani. Non entra nemmeno in tutti coloro che cercano il tempio per ottenere favori personali, C’è molta idolatria nei cammini religiosi, molto paganesimo, che Gesù è venuto a purificare. Per questo il Signore allontana Pietro con parole molte dure. Pensare secondo Dio significa cercare ogni giorno la sua volontà, accogliere il suo Spirito che ci permette di vivere conforme al cammino intrapreso, nonostante tutto. Pensare secondo Dio, così come si pe manifestato in Gesù significa smettere di cercare favori personali, usare la religione per promuoversi.

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. È questo il Vangelo, la bona novella, l’accoglienza della vita che viene da Gesù, dal suo amore, dalla sua sete di giustizia. La sequela che iniziamo sin dalla giovinezza dovrebbe aiutarci a fare spazio a Lui, a maturare una scelta definitiva da rinnovare ogni giorno, cogliendo la ricchezza che s’incontra durante il cammino. Decidere di accogliere l’amore del Signore comporta la rinuncia a tutto il resto, il rinnegare quei progetti infantili lasciati crescere nell’anima nel periodo in cui ancora non c’era all’orizzonte Lui. Imparare a fissare lo sguardo sul Signore, assimilando la sua Parola, accogliendo il Suo Spirito, per fare in modo che tutto nella vita sia orientato a Lui e da Lui, permette di rimanere fermi nel cammino, soprattutto nei periodi più difficili, Quando la tensione spirituale s’indebolisce, infatti, si apre lo spazio per le illusioni entrare e queste indeboliscono progressivamente le motivazioni. È proprio in questi momenti in cui si sente il peso negativo della rinuncia, più che del valore dell’amore del Signore liberamente accolto, che occorre lavorare sul desiderio, riorientandolo al Signore, non permettendo, così, che la frustrazione che l’illusione genera, facendoci desiderare ciò che non abbiamo, sia rimossa alla radice. Il senso della preghiera personale, del tempo che dedichiamo alla riflessione sulle parole di Gesù ha come obiettivo quello di ricordarci da dove proveniamo: attratti dal suo amore. Non è un caso che oggi la liturgia della Parola ci propone una pagina del diario di Geremia, il profeta giovane che tante angherie ha dovuto affrontare a causa dell’annuncio della Parola di Dio. Mentre il profeta si lamenta per la situazione ritenuta insopportabile e medita in cuor suo di mollare tutto, confida i sentimenti che sorgevano nel suo intimo: “Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”. È questo fuoco che siamo chiamati a coltivare, il fuoco dell’amore del Signore che plasma le nostre anime e ci dà la forza d’affrontare i momenti duri del cammino, che sono la nostra croce.

Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? È questa la frase che dovremmo costantemente ripeterci ogni volta che le motivazioni sembrano cedere alla violenza delle illusioni. A che serve guadagnare il mondo se poi perdiamo l’anima: è questo il problema. Facciamo nostre, allora, le parole del salmo ascoltato oggi, che ci invita a cercare sempre il nome del Signore, a mantenere viva la sete di Lui: O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. 

martedì 19 gennaio 2021

LECTIO DEL GIORNO (18.1.21)

 



Paolo Cugini

 

“Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). Che cosa significa imparare l’obbedienza dalle cose che patisce? Il rimanere nel posto scelto, nel luogo in cui si è scelto a partire da una risposta ad un appello, provoca delle tensioni. Imparare a rimanere nonostante tutto, vincendo la tentazione di fuggire, è l’obbedienza come relazione d’amore, che nasce dalla fiducia in Colui che ha chiamato. Questa obbedienza per amore che ci fa rimanere al nostro posto nonostante tutto, diviene causa di salvezza per gli altri che sono sullo stesso cammino, perché diventa uno stimolo. Il fatto che il Figlio è rimasto nella relazione con il Padre nonostante le sofferenze della passione e della croce, ha motivato e continua a motivare tutti coloro che seguono il cammino tracciato da Gesù, che troviamo nel Vangelo.

“Vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22). La novità di Gesù, della sua proposta di vita esige uno spazio, che avviene attraverso delle scelte. Compito della vita spirituale di ogni giorno è sistemare l’otre, la vita affinché sia conforme al vino nuovo che ci metto dentro. In altre parole, se desidero che il Vangelo illumini la mia vita, devo mettermi nelle condizioni di vivere ciò che ascolto. Il rischio è che la Parola di Gesù, inviata dal Padre come la pioggia del mattino, scorra via sulla mia vita senza lasciare traccia alcuna. Se invece desidero che rimanga e porti frutti, dev’esserci lo sforzo quotidiano di creare le condizioni affinché La Parola possa incontrare un terreno fertile.

giovedì 22 marzo 2018

IL QUARTO CANTO DEL SERVO DI JHWH




DON CARLO PAGLIARI

RONCINA 22 MARZO 2018

Sintesi: Paolo Cugini

I quattro canti del Servo sono stati determinanti delle comunità cristiane della prima ora. Comprendere la Pasqua non è stata una passeggiata per i primi cristiani. Gesù è morto da solo. Umanamente parlando la vita di Gesù è un solenne fallimento, perché con le sue scelte e con le sue parole non è stato capito. Proprio i dodici lo hanno lasciato nel momento più decisivo. Le stesse folle prima lo osannano, poi lo tradiscono. La Pasqua è il riconoscimento che la croce non è un fallimento, una sconfitta, ma una vittoria. La resurrezione è il riconoscimento che Dio ha innalzato il crocefisso. Capire questo non è facile, perché occorre passare per la morte, il fallimento. Il libro più citato dll’AT nel NT? E’ il libro dei salmi, perché è il libro che utilizzavano nella preghiera. E’ leggendo la Scrittura che la croce non è stata una sconfitta.

E’ impressionante la somiglianza del IV canto del Servo e quello che è accaduto a Gesù.

“Ecco il mio Servo avrà successo…” Ci sono qui i verbi che il NT utilizza per parlare della resurrezione, che è un innalzamento, è uno stare in piedi, ristabilito, glorificato. Con un doppio senso perché l’innalzamento vuole dire un vantaggio. Nel Vangelo di Marco l’unica professione di Fede la farà un centurione romano e pagano sotto la croce, un uomo che non aveva conosciuto Gesù. E’ sulla croce che si apre la strada del Regno: oggi sarai con me in paradiso (cfr. Lc 22).

“Molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato il suo aspetto”. E’ una morte che serve per la salvezza di tutti. E’ accaduto qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che non è affascinante. Gesù ha vissuto due condanne a morte, perché la flagellazione per i romani era una condanna a morte. I cristiani prima di disegnare la croce ci mettono tre secoli. Il salmo dice: è il più bello tra i figli dell’uomo. Pilato dice: Ecce homo. Questo è il paradosso. Dov’è questa bellezza? E’ una bellezza che non seduce. Non è uno che ti compra con l’apparente bellezza, con il suo fascino. Non è un manipolatore. Si tratta di cogliere la bellezza che appare se la cerchi in profondità e la percepisci dalla profondità delle sue scelte. E’ la bellezza di colui che non cede dinnanzi al male. Gesù ti mostra il costo dell’amore: è questa la vera bellezza che ti converte.

La croce è il nostro specchio. Quell’uomo sfigurato è la mia immagine ferita dal peccato. Tutto il male del mondo è rappresentato dai personaggi che circondano Gesù in quelle ore in cui scaricano su di lui quello che loro non vogliono vedere. Il crocefisso è quello che avviene nel peccato dell’uomo. L’innocente Gesù si fa carico dei peccati del mondo. Gesù sceglie la mitezza perché sia chiara la violenza che è su di lui. L’uomo sfigurato è il servo del Signore che diventa specchio della mia bruttezza. Eppure, quell’uomo sfigurato, è anche specchio dell’amore paziente e profondo del Dio che è capace di portare il peso degli alti. La croce è la narrazione di come è profondo l’amore di Dio. Gesù è la spugna contro il quale puoi scaricare la tua rabbia e ricevere perdono.

Dio non è assetato di sangue, ma la salvezza è conoscere il volto di Dio e il mio. Il Servo si fa carico di questa missione di liberazione. La mitezza, e il saper stare con forza in quella posizione sarà liberazione della violenza del mondo.

La realtà cambia nel momento in cui riconosciamo i nostri peccati. In tutti i Vangeli Pietro non ha vergogna di dire quello che ha fatto a Gesù, perché è un perdonato. Geremia dirà: quando saranno perdonati i vostri peccati conoscerete Dio.

giovedì 9 novembre 2017

LA GLORIA DI DIO NELLA CROCE DI CRISTO



VII MEDITAZIONE

CAPITOLO 12,20s

E’ la conclusione del libro dei segni e apre la sezione successiva del libro dell’ora. Arrivano a Gesù attraverso Filippo e Andrea. La risposta di Gesù è sorprendente. “E’ giunta l’ora che sia glorificato del figlio dell’uomo”. La gloria si è già vista a Cana, anche se era stato indicato che quella non era la sua ora. Cap 17: Padre, è giunta l’ora. Glorifica il tuo Figlio. L’ora è la manifestazione gloriosa del Padre e del Figlio insieme nella Pasqua di Gesù. Sul volto umano di Gesù rifulge la bellezza divina e nell’esperienza della conversione Dio illumina il cuore dell’uomo perché vede e possa entrare in rapporto con la Gloria di Dio sul volto di Cristo. I segni sono il confronto dell’amore di Dio con i limiti dell’uomo, tra i quali la morte. I segni sono rivelatori della gloria di Dio, del suo amore. Dio vuole la vita dell’uomo. Si può affermare che tutto quello che entra nella logica del far vivere l’uomo ha qualcosa del segno che manifesta la gloria di Dio. Tutto ciò che aiuta all’uomo a vivere meglio entrano nella logica del segno, anche se non sono il segno di Gesù. Questo è da valorizzare perché si colga come la glorificazione di Dio s’inserisce nella trama normale dell’esistenza dell’uomo. I segni preparano l’ora di Gesù, che prepara il confronto con il male, con il potere diabolico. Nel capitolo 13: quando già il diavolo aveva messo nel cuore a Giuda di tradirlo… La croce che Gesù affronterà è lo strumento concreto che Dio ha scelto per vincere il male del mondo, il peccato, con tutto ciò che comporta, può essere vinto solo attraverso la croce. Il male attraverso la croce non produce altro male, ma viene trasformato in amore. La crocefissione di un innocente è la manifestazione suprema del male del mondo. Però, è anche manifestazione di un amore definitivo, fino al compimento. Ciò che è proprio della glorificazione di Gesù, è che il male da Lui subito diventa compimento pieno dell’amore verso gli uomini. E’ la metamorfosi più creativa che si possa immaginare. Il peccato è malvagità, odio, amore per la morte, un patto con la morte (cfr. Isaia). La croce è sorgente di vita, contiene il dono dell’amore, della riconciliazione.

 Gesù parla del chicco di grano per spiegare la croce. Il chicco di grano che possiede in sé una straordinaria potenza di vita per essere fecondo, deve marcire, deve morire. L’involucro deve squagliarsi, deve lasciare che la potenza della vita emerga e questo richiede una morte. Quello che avviene nel chicco di grano, ed è avvenuto nella vita di Gesù. Ad un certo punto le difese dell’uomo cedono di fronte ad un dono più grande. Prendere la propria croce (sinottici). Se la croce è l’ora della glorificazione di Dio allora si capisce che il portare la croce non è solo angoscia, è invece un autentico compimento del cammino di maturazione dell’uomo verso la capacità dell’uomo di amare. Maturazione: in tutto il cammino di crescita dell’uomo, deve manifestarsi la capacità di rischiare la perdita, di fare qualcosa per il quale non ho un ritorno, per il quale il bilancio è in rosso. Quello che è in passivo qui viene saldato da Dio. La croce è la fine del compimento di una vita di amore, e nell’amore c’è anche la perdita. C’è un cammino da compiere in questa prospettiva.

Episodio del Getsemani: ora l’anima mia è turbata. C’è il turbamento davanti alla morte. C’è per due volte il richiamo al Padre. C’è il riferimento all’ora e la richiesta in qualche modo di evitare la sofferenza. C’è anche sia fatta la tua volontà. La differenza è che nei sinottici la preghiera del Getsemani è raccontata come un processo, uno sviluppo. Fanno immaginare i Sinottici che attraverso la preghiera Gesù abbia assunto la volontà del Padre come sua decisione. Il discorso di Giovanni è che toglie l’aspetto del processo, dello sviluppo. E’ il sì che Gesù dice consapevolmente davanti alla volontà del Padre. Gesù compie la sua missione di rivelatore in questo. Padre (glorifica) santifica il tuo nome. Chiediamo che si riveli la santità di Dio, la bellezza di Dio nel mondo. E’ la richiesta di una vita, di una storia che siano tali da diventare trasparenti al mistero di Dio. Quando c’è un evento di misericordia e di bontà, lì il nome di Dio è santificato.

Ora è il giudizio di questo mondo. Nei sinottici i racconti di esorcismo hanno una grande importanza. San Giovanni non ha raccontato esorcismi, però ha chiarissima la visione del mondo che è sotto il potere del maligno. E l’attività di Gesù è un esorcismo: liberare il mondo dal potere del male. Il racconto di Giovanni si può intendere come un contrasto tra Gesù e il mondo che proclama la sua autosufficienza rispetto a Dio, è considerarsi un sistema completo e autonomo. Il mondo accusa Gesù di essere un estraneo, perché rovina quell’autosufficienza che il mondo è convinto che sia la sua propria legge. Il mondo si difende dall’amore di Dio perché il mondo ha le sue leggi. La presenza di Gesù è una minaccia per il mondo, toglie la forza ai valori mondani e li sottomette ad un giudizio. Nella croce il mondo espelle Gesù. In realtà con questa scelta il mondo si è illuso di poter vincere il confronto con Lui, di esistere senza la presenza di Dio. Il mondo, della croce vede solo la dimensione mondana. In realtà la croce è l’irruzione nel mondo dell’amore di Gesù. Il Cristo risorto non muore più e attira tutti a sé. Non c’è più forza mondana che possa eliminare l’esistenza del risorto, che possa bloccare la forza che il risorto è capace di operare dentro il mondo. E’ il potere di satana che è stato scalzato. Mondo: non è l’insieme delle creature di Dio, ma pensato come autonomo, senza rapporto con Dio. L’ultima Parola è di dio e non del mondo. Si può vivere nel mondo senza essere mondani. Questa vita è di pienezza. E’ quello che dice Paolo: non ci sia altro vanto che la croce di Cristo, perché il mondo non è più capace di fargli paura. La croce toglie il pungiglione alla paura che il mondo usa per sottomettere l’uomo e renderlo mondano. Il risorto è vittorioso ed è elevato da terra e attirerà tutti a sé. C’è l’idea del pellegrinaggio celeste di Isaia 2.

Abbiamo così, dei criteri per capire il senso della passione di Gesù, così come la intende Giovanni. L’innalzamento sulla croce è segno della gloria di Dio. La vittoria sul mondo è l’altro aspetto.
E’ difficile ingoiare la croce in modo profondo. Il messia deve esprimere una vittoria dentro la storia. Il discorso è come interpretiamo la vittoria. Se la interpretiamo come rivelazione, allora la croce è vittoria di Dio. E’ questa la luce che Gesù ha portato agli uomini e che devono utilizzare per vivere nel mondo, per uscire dall’incanto che il mondo sia tutto. In realtà, Gesù dimostra che il mondo non è tutto.
Conclusione del libro dei segni. Non credevano in Lui. Anche se qualcuno ha creduto. La risposta generale alla rivelazione di Gesù è l’incredulità. Cfr. Prologo. Il rifiuto sembra dominante, ma non è totale. C’è un piccolo resto che ha iniziato il cammino della fede. Possibile che la rivelazione di dio si scontri con un rifiuto globale da parte del mondo? E’ un problema radicale perché la rivelazione di Dio dev’essere accolta dal suo popolo. Il rifiuto degli uomini pone un problema serio. La soluzione è dire che anche questa incredulità entra nel disegno di Dio. Isaia serve a Giovanni a comprendere e a percepire il rifiuto del mondo e di Israele come un rifiuto che non blocca l’azione di salvezza di Dio, ed entra nel disegno di salvezza di Dio. Questo apre la possibilità alla speranza.

Nei segni si comprende come le parole di Gesù non sono sue ma vengono dal Padre. Nell’attività che Gesù ha compiuto si è realizzata la missione di Dio. 

giovedì 6 luglio 2017

PERDERE LA VITA






DOMENICA XIII/A
Paolo Cugini


Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me (Mt 10,37-42).
Arrivare a messa e ascoltare della roba così. Dei versetti non solo così duri, ma fuori da una prospettiva umana ed esistenziale. Non è facile. Bisogna proprio chiedersi: ma che cosa ha voluto dire Gesù con una simile espressione? In realtà, ascoltando attentamente il versetto ci si accorge che non è così strano, non è fuori dal modo di pensare di Gesù e, soprattutto, non è qualcosa di nuovo. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, troviamo qualcosa di simile. Quando nel dialogo con Nicodemo (Gv 3,1s) Gesù dice che: “bisogna rinascere di nuovo”, vuole dire esattamente quello che ha affermato nel versetto di oggi. Il discepolo, la discepola è colui che rinasce dall’alto, che fonda tutta la propria esistenza e, quindi, anche le relazioni parentali, nella relazione fondante con Gesù. È questa relazione d’amore con il Figlio di Dio che diventa il criterio di tutti gli altri amori, di tutte le scelte future. Nel rapporto privilegiato con il Signore matura la vocazione, che diventa il criterio assoluto della vita.

chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Solo in una prospettiva di rinascita dall’alto, di relazione d’amore con il Signore è possibile comprendere che l’amore autentico, come quello che si è manifestato in Gesù Cristo, esige la responsabilità di portare sino alle estreme conseguenze la propria risposta. La croce è stata per Gesù il coronamento di una vita d’amore al Padre totalmente donata agli altri. La croce è stato l’atto finale di Gesù di una vita segnata dall’amore al Padre. Croce per noi è il senso della nostra vocazione, che esige che andiamo avanti senza fermarci, vincendo le tentazioni della fuga. Per questo, una volta entrati nel cammino tracciato dal Signore, che è segnata dalla nostra risposta a Lui, ci alimentiamo continuamente alla fonte, per non perderci o, se ci perdiamo, per riprenderci. Croce dice che l’amore non è appena un sentimento personale, ma rimanda ad una responsabilità con le persone che amo che vengono coinvolte dalla mia storia.

Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Perdere la vita per il Signore: è il senso autentico di ogni vocazione cristiana. Lo scopriamo quando amiamo, quando siamo innamorati, perché l’amore è una forza che ci porta naturalmente fuori di noi stessi e ci conduce a vivere non più per noi stessi, ma per gli altri, in modo particolare per le persone che amiamo. Questo è anche il cammino della vita spirituale cristiana: uscire dal nostro egoismo per smettere di mettere al centro noi stessi, di vivere cecando di soddisfare i nostri desideri e imparare a vivere per il Signore, che ci conduce verso i fratelli e le sorelle che lui ci pone accanto. Ecco perché il senso della vita cristiana è la comunità, la vita fraterna.


sabato 7 febbraio 2015

IL PARADOSSO DELLA CROCE




Paolo Cugini

Facciamo il segno della croce senza sapere bene il perché. Lo facciamo in modo distratto quando entriamo in chiesa, come si fa un qualsiasi gesto d’abitudine. Quante persone nel mondo mettono al collo una catenina con una croce così per bellezza o per una moda.  Eppure il suo significato rivela una contraddizione profonda che sta alla base del cammino cristiano, che è tutto fuorché qualcosa che possiamo comprendere con la ragione. La croce di Gesù è uno scandalo, un assurdo. Perché, infatti, Gesù è morto in quel modo crudele e brutale? Perché Lui che era Dio ha accettato una fine così sconvolgente? E poi, perché noi cristiani dovremmo seguire il suo cammino?
Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (Gv 3,14)

Per avere la vita eterna dobbiamo vedere Gesù, dobbiamo conoscerlo. Per questo secondo Giovanni Gesù dev’essere innalzato. La conoscenza del Signore è necessaria per la salvezza, per la vita eterna. Il grande tema della vita è credere in Lui, vederlo, toccarlo, conoscerlo. Il problema è capire come il Padre ha voluto innalzare suo Figlio per essere visto dal mondo. La risposta ce la offre san Paolo nella lettera ai Filippesi: il Padre ha innalzato suo Figlio abbassandolo, ha manifestato suo Figlio nascondendolo. Questo è il mistero del paradosso della vita de Gesù. E’ una logia che va nella direzione opposta a quella del mondo, che per farsi conoscere si mette su un piedistallo, schiaccia i concorrenti, utilizza tutti i mezzi possibili per farsi pubblicità. E’ la sapienza della croce, che è nascosta ai sapienti di questo mondo, ma è manifestata ai piccoli.
Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,7-8).

Che cosa significano queste parole e che cosa ci vogliono insegnare? Il Padre per poter entrare in noi ha bisogno di spazio. Quando una persona è troppo centrata su se stessa, quando è piena di sé, non permette al Padre di entrare. Se c’è una cosa che è chiara e ben visibile nella vita di Gesù è la sua umiltà, che si manifestava nella sua ricerca continua del Padre. Non cercava la gloria del mondo, ma la gloria di Dio. Nell’abbassarsi del Figlio, nel suo umiliarsi, nel suo farsi piccolo, Il Padre ha manifestato al mondo il cammino che deve realizzare per incontrarlo. Più ci abbassiamo nel servizio al fratello e alla sorella, più ci svuotiamo di noi stessi e del nostro orgoglio, facciamo in questo modo spazio al Signore. La croce, allora, in questa prospettiva, diviene il culmine di una vita totalmente spesa per gli altri, in obbedienza al progetto del Padre e non nella rincora disperata di raggiungere i propri obiettivi. 

La croce è il simbolo di uno stile di vita, la vita di coloro che accettano la proposta del Padre e la abitano con umiltà. Accettare i chiodi significa accettare di rimanere esattamente dove il Padre desidera porci. La croce è il simbolo della vocazione. Vivere la propria vocazione significa abitare la croce, rimanere dove il Padre ci ha messi. Nel momento del nostro sì al progetto del Padre ci lasciamo trafiggere dai chiodi. Gesù appeso alla croce è il simbolo della vittoria di Cristo sul mondo, dell’amore sull’odio, della giustizia su ogni forma di disuguaglianza. Gesù è, infatti, stato messo in croce perché non ha rinunciato all’amore del Padre, per servire i capricci del mondo; non ha taciuto dinanzi alle ingiustizie e ai soprusi dei potenti del mondo; non si è mai piegato dinanzi alle proposte del mondo. E’ per questo, come ci ricorda san Paolo nella lettera ai Filippesi, che Dio ha esaltato il suo Figlio, lo ha posto alla sua destra. E’ interessante anche notare il verbo al passivo: Gesù non si è esaltato, ma lo ha esaltato il padre. Anche qui il confronto con la logica del mondo – piene di persone che si esaltano – è eclatante. 

Chiediamo, allora al Signore, in questo giorno in cui facciamo festa della croce di Gesù, di aiutarci a seguirlo, di cercare la gloria di Dio e non quella del mondo, per non finire nella schiera dei palloni gonfiati che si esaltano, ma di seguirlo nel cammino umile dell’abbassamento e del servizio, per partecipare per sempre della sua gloria. Amen.