venerdì 13 maggio 2016

PENTECOSTE




Paolo Cugini

C’è una relazione strettissima tra la Parola di Dio e lo Spirito Santo. Ce lo ripete in varie circostanze il Vangelo che abbiamo ascoltato (Gv 14,15-16.23-26). “Il Paraclito, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, Lui v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Lo Spirito Santo, che continua nella storia la missione del Figlio, agisce in noi aiutandoci a ricordare le modalità che Gesù utilizzava per affrontare i problemi. Se C’è un dato che ritorna come un ritornello nel Vangelo di Giovanni è proprio questo: Gesù ha cercato in ogni momento della sua vita di fare la volontà del Padre e non la sua. Gesù desidera fare la volontà del Padre per il fatto che lo ama e ha da sempre avvertito su di sé il suo amore. “Perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi” (Gv 17,26). L’amore del quale Gesù sempre parla non è appena uno sforzo, un andare verso, ma anche e, forse, prima di tutto, un ricevere che proviene dall'esperienza di essere amati. E’ questa la forza della vita, che dà le motivazioni del nostro agire e cioè la pressa di coscienza di essere amati, voluti bene da qualcuno.  Quando questo avviene il desiderio non è più quello si soddisfare se stessi, ma colui che ci ama. Ebbene, la vita spirituale è esattamente questo, la percezione di essere importanti per qualcuno, percezione che immediatamente ci apre verso gli altri e il mondo. Lo Spirito Santo agisce in noi ricordandoci in che modo Gesù amava il Padre e come riusciva a portare questo amore dentro la storia degli uomini e delle donne che Lui incontrava.

Il problema che si pone a questo punto è il seguente. Che tipo di azione lo Spirito Santo può realizzare nella coscienza di un credente che è pieno di devozioni e vuoto di conoscenza della Parola? E’ chiaro che lo Spirito Santo agisce come vuole e può fare quello che vuole e quindi, suscitare la fede anche attraverso a delle devozioni umane.  Il punto, però, è un altro e cioè dare valore e peso alle parole pronunciate da Gesù nel conteso dell’ultima cena. Se lo Spirito Santo agisce facendosi ricordare quello che Gesù ha detto, per fare in modo che possiamo agire nelle scelte della nostra vita conforme ai suoi insegnamenti, se non c’è un rapporto quotidiano con la sua Parola, lo spirito Santo non trova molti appigli. Probabilmente questo tipo di osservazioni erano inutili nella chiesa dei primi secoli. Sappiamo, infatti, dalle predicazioni dei Padri giunteci sino a noi, quanto importante era l’interiorizzazione della Parola di Dio nell'esperienza di fede dei primi cristiani. E’ stata la devozione moderna, diffusasi soprattutto in Occidente sotto tante forme variegate, a deturpare questo rapporto privilegiato dei fedeli con la Parola di Dio. A cosa serve, infatti, sapere tutti i discorsi (?) di Maria pronunciati da qualche parte del mondo e non conoscere nulla o quasi del Vangelo? Le devozioni spesso e volentieri sono deturpazioni del messaggio evangelico. Mentre, infatti, il Vangelo spinge alla comunione e alla relazione con gli altri, la devozione spinge all'individualismo e alla chiusura su di sé.


La Pentecoste che stiamo celebrando dovrebbe risvegliare in noi il desiderio di riprendere in mano la Parola di Dio, così come ci ha consigliato la Chiesa nel Concilio Vaticano II. Lo Spirito Santo, allora, troverebbe dentro di noi gli agganci per condurci verso gli altri, realizzando il sogno del Padre manifestato nella vita pubblica del suo Figlio Gesù: un’umanità nuova, non ripiegata su se stessa, ma aperta all'incontro dell’altro, disponibile a continuare il cammino della giustizia e dell’amore inaugurato da Cristo. 

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