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mercoledì 24 giugno 2026

Il deserto che forma i profeti

 




Paolo Cugini

 

Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele (Lc 1,80).

C’è un dato biografico, apparentemente marginale, nella vita di Giovanni Battista, che invece contiene una parola ardente per il nostro tempo: il Vangelo dice che il bambino cresceva, si fortificava nello spirito e viveva in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele. Prima della voce che grida, c’è il lungo silenzio. Prima della parola che scuote le coscienze, c’è il deserto che educa l’anima. Prima dell’uomo pubblico, c’è l’uomo nascosto.

Questo stesso mistero lo ritroviamo nella vita di Gesù. Anche Lui non si impone subito sulla scena del mondo. Anche Lui attraversa gli anni del nascondimento, della vita ordinaria, dell’obbedienza silenziosa, della maturazione segreta. Il Figlio di Dio non brucia le tappe. Non cerca visibilità prima del tempo. Non confonde la missione con l’esposizione, né la chiamata con l’applauso.

Giovanni Battista e Gesù ci rivelano una legge spirituale che oggi abbiamo quasi dimenticato: nessuna parola veramente profetica nasce dal rumore. Le parole che salvano, che feriscono per guarire, che giudicano per liberare, che chiamano alla conversione, non vengono dall’improvvisazione né dall’eccitazione del momento. Vengono da lontano. Vengono da anni di ascolto. Vengono dalla profondità di una coscienza lavorata dal silenzio.

Il deserto, nella Scrittura, non è soltanto un luogo geografico. È una scuola. È una fornace. È il luogo in cui cadono le maschere, si spengono le voci inutili, si sgonfiano le ambizioni premature. Nel deserto l’uomo non può più recitare se stesso davanti agli altri: resta davanti a Dio, davanti alla verità, davanti alla propria fame, alla propria paura, alla propria attesa. Per questo, quando Giovanni finalmente parla, la sua voce non assomiglia alle parole leggere degli uomini abituati a compiacere. Egli non parla per occupare spazio, non parla per sedurre, non parla per costruire consenso. Parla perché è stato abitato da una Parola più grande di lui. E quella Parola, maturata nella solitudine, arriva come fuoco sulle coscienze.

Noi viviamo invece in un tempo che espone troppo presto, consuma troppo presto, pretende troppo presto. I ragazzi vengono spinti al centro della scena prima ancora di aver trovato il centro di sé stessi. Si chiede loro di apparire quando non hanno ancora imparato ad ascoltare, di scegliere quando non sono stati aiutati a discernere, di parlare quando nessuno ha insegnato loro il valore del tacere. Questa è una delle povertà più gravi della nostra epoca: abbiamo moltiplicato le occasioni di espressione e abbiamo impoverito la vita interiore. Abbiamo dato ai giovani strumenti per mostrarsi, ma non sempre luoghi per conoscersi. Li abbiamo circondati di stimoli, immagini, giudizi, aspettative, ma troppo raramente li abbiamo accompagnati nel deserto buono del silenzio, della domanda, della preghiera, della riflessione, della responsabilità.

Così rischiamo di bruciare la loro vocazione prima ancora che essa possa prendere forma. Rischiamo di trasformare l’adolescenza in una vetrina e la giovinezza in una corsa affannosa verso un riconoscimento esterno. Ma l’anima non matura sotto i riflettori. La coscienza non si approfondisce nella frenesia. La libertà non nasce dall’essere continuamente osservati, ma dall’imparare a stare davanti alla verità di sé.

Se Giovanni e Gesù sono passati attraverso il tempo nascosto, allora nessun educatore dovrebbe disprezzare i tempi lenti della crescita. C’è una grazia nel non essere subito pronti. C’è una sapienza nel non essere subito visibili. C’è una protezione nel poter maturare lontano dal giudizio continuo del mondo. Formare un giovane non significa metterlo immediatamente al centro delle attenzioni degli adulti, né farne il prolungamento delle loro aspettative. Significa custodire in lui uno spazio interiore. Significa insegnargli che non tutto ciò che vale deve essere subito esibito, che non ogni pensiero deve diventare parola, che non ogni emozione deve diventare gesto, che non ogni desiderio deve trasformarsi immediatamente in diritto. Educare alla profondità vuol dire restituire ai giovani il gusto della vita interiore: la capacità di interrogarsi, di aspettare, di discernere, di riconoscere ciò che è autentico e ciò che è illusorio. Vuol dire aiutarli a scoprire che dentro di loro non c’è soltanto un insieme di bisogni da soddisfare, ma una coscienza da ascoltare, una vocazione da riconoscere, una parola da preparare.

Le parole di Giovanni colpivano perché non erano parole leggere. Le parole di Gesù avevano autorità perché non provenivano da una superficie agitata, ma da una comunione profonda con il Padre. Chi parla dopo aver ascoltato a lungo non parla per riempire il vuoto: parla per aprire una strada. Chi ha abitato il silenzio non usa la parola come ornamento, ma come seme, come lama, come medicina. Forse il nostro tempo ha bisogno proprio di questo: non di giovani più esposti, ma di giovani più radicati; non di adolescenti più applauditi, ma di adolescenti più accompagnati; non di generazioni più rumorose, ma di coscienze più libere. Abbiamo bisogno di ridare valore al deserto, non come fuga dal mondo, ma come preparazione a incontrarlo senza esserne divorati.

Il deserto non spegne la vita: la purifica. Il silenzio non impoverisce la parola: la rende vera. Il nascondimento non annulla la missione: la prepara. Giovanni appare a Israele solo dopo essere stato formato lontano da Israele. Gesù inizia la sua missione pubblica solo dopo il lungo tempo della vita nascosta. È una legge del Regno: ciò che deve portare frutto deve prima mettere radici.

 

giovedì 16 aprile 2026

Il profeta del silenzio

 

 


 


Paolo Cugini

 

Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito (Gv 3, 32).

 

Uomini dal cuore indurito, ascoltate: voi cercate un segno nel cielo, un’invasione di angeli da mondi lontani, ma non vedete la faglia che si è aperta nella carne di un uomo. Non chiamatelo straniero venuto da stelle remote; Egli è il figlio della vostra stessa terra, eppure il Suo sguardo brucia di una luce che non appartiene al giorno.

Dimentichiamo la magia. La Sua autorità non è un dono calato dall’alto, ma una conquista del deserto. Fin dai giorni della giovinezza, mentre i suoi coetanei si perdevano nel clamore dei mercati e nel calcolo dei profitti, egli scivolava nelle pieghe del silenzio. Gesù non ha visitato il Mistero: egli si è immerso nell'Abisso fino a diventarne parte. Ha cercato la solitudine non per fuggire, ma per incontrare l'Origine. Nelle lunghe notti sotto le stelle di Galilea, ha interrogato le Scritture finché le lettere non sono diventate fiamme, e il suo spirito si è sintonizzato sulle frequenze dell'Eterno.

Chi coltiva il vuoto del silenzio riceve in cambio la pienezza della visione. Gesù ha acquisito quella sensibilità sottile che permette di sentire il battito del cuore del Mistero nel fruscio dell'erba. La sua non era una dottrina, ma un’esperienza sensoriale dello Spirito. Egli camminava tra noi come chi possiede una mappa dell'invisibile, cercando disperatamente di prestare i suoi occhi a un’umanità prigioniera del fango e del "subito".

Ma ecco la tragedia che ancora oggi si consuma: la Luce è venuta e le tenebre hanno preferito la propria cecità. Egli offriva l'Infinito; noi rispondevamo con il baratto. Egli parlava di Vento; noi chiedevamo pietre e pane. Lo scontro era inevitabile. La volgarità dell’immediato, quella cecità spirituale che riduce l’esistenza a consumo e l’anima a funzione, non poteva tollerare la profondità di un uomo che profumava di Mistero.

La croce non è stata una sconfitta, ma l'urlo finale del Silenzio contro il rumore del mondo. Lo abbiamo ucciso perché non riuscivamo a comprenderlo, eppure proprio quel sangue versato ha generato il Grande Interrogativo che squassa i secoli: Chi è costui?

Egli non era un alieno, era l’Uomo Compiuto. La sua morte è lo specchio della nostra miseria e, al tempo stesso, l'invito a risalire verso quelle cose dell'alto che egli, per primo, ha avuto il coraggio di contemplare. Il Mistero non è altrove; è dentro chi, come lui, ha il coraggio di tacere e ascoltare.


Egli non leggeva solo le Scritture; ne incarnava gli archetipi. Quando parlava, non citava leggi, ma toccava le corde profonde dell'anima umana (il Padre, il Figlio, il Regno, la Luce). La sua mistica era una psicologia applicata: Egli vedeva nelle persone non il peccato (il comportamento superficiale), ma il blocco psichico o la potenzialità inespressa.

La morte di Gesù è il momento mistico per eccellenza, ma psicologicamente è il sacrificio dell'Ego. Per "nascere dall'alto", l'uomo deve accettare la fine della propria identità limitata. La grande domanda sulla sua identità che scaturisce dalla morte è, in realtà, la domanda che ogni essere umano deve porsi: "Io sono solo carne e storia, o sono parte di un Mistero più grande?" Gesù ha vissuto questa tensione fino all'estremo, diventando il ponte tra la finitudine umana e l'infinito psichico/spirituale.

 


mercoledì 14 gennaio 2026

Nel silenzio risiede il Mistero

 



Paolo Cugini

 

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava (Mc 1,35).

 

Da dove giungeva la forza che animava il cuore di Gesù? Quale sorgente segreta alimentava la sua serenità luminosa, la sua chiarezza nei momenti decisivi, il suo modo gentile di avvicinarsi alle anime smarrite? Vi era un’essenza, un soffio profondo che lo distingue dagli uomini: il suo stile è la meditazione, una preghiera coltivata nei luoghi nascosti, al riparo dagli sguardi e dai rumori del mondo.

Gesù si prendeva cura della sua anima nel silenzio, ed è proprio qui che il Mistero trovava dimora in lui, irradiandosi come luce sottile su chiunque incontrasse il suo sguardo. Immerso nel silenzio, ritrovava se stesso, lasciando che gli eventi scorressero senza travolgerlo: il silenzio diveniva così la sua roccia e il suo rifugio.

Il Mistero nasce e si manifesta nel silenzio: come la rugiada che cade silenziosa all’alba, così la pace si posa su chi la cerca nel profondo. Solo chi osa fermarsi, chi si immerge nel silenzio, può ascoltare la voce che parla all’anima, può percepire la profondità della parola e affinare lo sguardo che vede oltre l’apparenza.

Ecco perché Gesù sceglieva le prime luci del mattino: anticipava il giorno, sottraeva spazio alle tenebre che strisciano nei pensieri e nel cuore. Abbandonare la pigrizia, lottare con decisione per alzarsi prima dell’alba, è il segno distintivo dell’anima che desidera la luce; il rimandare il risveglio è invece sintomo di una notte che indugia, delle ombre che ancora pesano sulle ossa e sull’anima e non ci lasciano dormire, ci tengono svegli e appesantiscono il cuore. Non bisogna scherzare con le tenebre che ci avvolgono nella notte. Bisogna lottare con tutte le forze per non permettere loro di invadere i nostri sogni. Forse è per questo che Gesù si consegnava nella preghiera alla notte prima di dormire?

Alzati e risplendi! sembra sussurrare il Mistero. Solo chi si immerge nel silenzio all’inizio del giorno impara a dire parole che profumano di saggezza, solo chi ascolta l’eco del Mistero può vivere nella sua profondità. È necessario abitare il silenzio per imparare a guardare lontano, a non lasciarsi sedurre dalla superficialità delle cose; occorre fuggire il caos, ricercare la solitudine come si cerca un tesoro nascosto.

Questo è uno dei compiti più alti della vita adulta: diventare custodi del proprio silenzio interiore. Solo così si può essere, come Gesù, portatori di una forza silenziosa che non si lascia facilmente scalfire dalle tempeste del mondo. Nel silenzio si cela la verità, e chi sa ascoltare il silenzio diventerà, egli stesso, voce di pace.

 

 

lunedì 5 agosto 2024

SI RITIRO' IN UN LUOGO DESERTO

 



Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte (Mt 14,13). Sempre toccante la scena di Gesù che si ritira in disparte. È parte del suo stile inconfondibile. Gesù si prende cura di sé, cura la sua anima, dedica molto tempo al silenzio, alla riflessine, Non cerca il plauso della folla ma la relazione con il Mistero di Dio. Nella vita pubblica di Gesù tutto nasce dall’immersione in questo silenzio, in questo nascondimento e tutto ritorno lì. La ricerca del luogo deserto, di un posto solitario è la chiave di lettura della proposta di Gesù. In un certo senso, non ci può essere cammino cristiano autentico che non tenga conto di questo aspetto fondamentale. È questo che dovrebbe essere vissuto e insegnato.

La vita cristiano come immersione nel silenzio del deserto, come ricerca costante di luoghi in disparte, lontano dal rumore della folla. Per vivere intensamente la relazione con i fratelli e le sorelle in modo gratuito e disinteressato, per costruire relazioni autentiche e libere non c’è altra strada: occorre sprofondare la propria vita in un silenzio assoluto, in una ricerca costante e quotidiana del silenzio interiore ed esteriore. Il cristiano, dunque, è colui che nasce dal silenzio e ritorna nel silenzio. La liturgia dovrebbe riprodurre questo stile ritirato e silenzioso di Gesù. La stessa pastorale dovrebbe avere come centro della propria proposta l’accompagnamento alla vita in disparte, ritirata.

Occorre pensare seriamente a questo aspetto centrale nella vita di Gesù.

martedì 23 febbraio 2021

LA PAROLA CHE VIENE DAL SILENZIO

 



 

Paolo Cugini

 

 

Così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto” (Is 55, 11). La fede è credere che ci sia una parola che esce dalla tua bocca: se si crede ciò, allora si crede anche che produrrà un effetto su chi l’ascolta. Credere che quella parola impastata di terra, di culture diverse, di significati lontani sia proprio uscita dalla tua bocca: ci vuole molta fede. Il paradosso è che si scopre che è parola che esce dalla tua bocca quando la si vive, quando la si pone in pratica e la si esegue. È proprio in questi casi, in questi frangenti che si capisce che è una parola fatta di un materiale diverso dal solito, che ha una qualità unica, uno spessore di verità che non s’incontro nelle parole altre. Quella che esce dalla tua bocca è una parola che non va mai a vuoto in chi l’accoglie con amore, ma che produce l’effetto desiderato, vale a dire, fa ciò che dice, realizza ciò che esprime, esegue ciò che significa. Occorre davvero provare per credere, fidarsi per essere esauditi.

Pregando non sprecate parole” (Mt 6,7). Preghiera nel silenzio, facendo il vuoto, mettersi nella condizione dell’assoluto silenzio, in attesa di una parola altra, di una sensazione, un’intuizione. Perché la parola, se parola ci deve essere nella preghiera, la deve dire Lui e solo Lui. E allora, affinché questo avvenga, affinché l’epifania della parola Altra si manifesti nell’anima, occorre un silenzio abissale, un silenzio profondo. Come fare, però a creare questo stato interiore che permette un tale silenzio da fare spazio alla manifestazione della parola Altra? Come ci si accorge che la parola che sta venendo verso di me viene dall’altrove e non è un semplice prodotto dei miei pensieri? Tutto sta nel silenzio che si crea nell’anima, che per formarsi richiede tempo, dedizione, isolamento interiore ed esteriore e, soprattutto, un grande, immenso, infinito desiderio di ascoltarla. E allora, carissima amica, carissimo amico, non puoi non accorgertene, non puoi sbagliarti, è impossibile non riconoscerla quella voce soave, quel soffio di vita, quella parola che ti sconvolge l’anima in un modo da ribaltarla, come nessuna parola è capace di fare; ti ribalta per rimetterti in piedi, ti ribalta per sanarti completamente, per rimetterti a nuovo. E’ questo l’effetto della parola Altra che viene verso di te nel silenzio dell’anima, dalla profondità del cuore.

domenica 29 settembre 2019

ZACCHEO





Omelia XXXI del Tempo ordinario Lc 19,1-10


Paolo Cugini

La narrazione del Vangelo di oggi è piuttosto inattuale. Si parla, infatti, di un uomo in ricerca e questo dato è strano nel nostro contesto culturale. È inattuale la ricerca di un senso che possa orientare la vita, che possa offrire un orizzonte nel quale incanalare le proprie forze. È inattuale perché il nuovo contesto postmoderno, come ci ha insegnato Zygmunt Bauman, più che la ricerca, stimola lo schiacciamento sul presente. Se la ricerca di un senso della vita indica un movimento interiore che spinge anche ad una ricerca di luoghi e persone, gli stimoli che troviamo nell’attuale contesto culturale conducono le persone in due direzioni. Da una parte, a sfruttare tutto ciò che è possibile nel presente; dall’altra a cambiare velocemente situazione, quando quella attuale è esaurita. Che cosa può dire, allora, la storia di Zaccheo all’attuale situazione culturale? A mio avviso può dire qualcosa sul tema dell’identità e dell’autenticità della vita.

La storia di Zaccheo fa riferimento, infatti, al tema dell’identità che nell’epoca moderna, a partire da John Locke dal suo Saggio sull’intelletto umano, chiama in causa la memoria. L’identità ha a che vedere con le scelte fatte durante la storia personale, scelte che devono essere in continuità con i punti di riferimenti presi dal soggetto. L’insoddisfazione assieme al senso di colpa dicono di situazioni percepite come incoerenti al quadro generale e che mettono in discussione l’identità personale. L’insoddisfazione manifestata da Zaccheo, che provoca la ricerca di qualcuno che lo possa aiutare, rivela un’identità ferita dal vuoto delle cose materiali. È proprio lui ad affermarlo: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Non si dà via qualcosa d’importante. A Zaccheo, le cose che possedeva, non gli bastavano più. Era un uomo ricco, ma infelice. Per questo desidera vedere Gesù. Già questa mi sembra un’indicazione importante. L’insoddisfazione percepita per la delusione di ciò che veniva dalla sua ricchezza, lo conduce verso Gesù. 
Apprendere ad ascoltare l’amarezza che proviene dall’insoddisfazione è un primo passo importante, che può produrre un cammino nuovo nella propria vita. Zaccheo insegna a non fuggire dalle proprie frustrazioni riempiendo il vuoto esistenziale con la materia o, come viene suggerito dall’attuale contesto culturale, a spostarsi velocemente in una nuova situazione, ma a sopportare il dolore, lasciarlo parlare, smettere le maschere dell’ipocrisia, per ascoltare ciò che il malessere esistenziale ha da insegnarci. In questo cammino di ricerca, che è allo stesso tempo interiore ed esteriore, Zaccheo comprende che non è solo: Gesù stesso lo vede e lo chiama. “Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. È la dimensione trascendente della vita che, nel caso specifico di Zaccheo, viene scoperta nella percezione che l’esistenza non può esaurirsi appena sul piano materiale. Non c’è, allora, solamente l’uomo e la donna alla ricerca di Dio, ma Dio stesso, come direbbe Abraham Joshua Heschel, è in una continua ricerca di noi. È interessante notare come questo incontro tra Dio e l’uomo avviene in uno spazio vuoto dell’anima, reso tale dalla materia. Tutto può contribuire a condurci a Dio, anche le esperienze che in apparenza giudichiamo negative ma che, se ascoltate, possono offrire indizi importanti per fare spazio al mistero. 
Zaccheo per essere visto da Gesù e incontrare il suo volto, ha avuto bisogno di salire su un sicomoro. Forse il testo ci vuole suggerire che, ad un certo punto del cammino, quando abbiamo già preso sul serio la nostra vita ponendoci in ascolto delle frustrazioni incontrate in essa, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia una mano, che ci aiuti a “salire” per incontrare lo sguardo di Colui che può riempire di senso la nostra vita e, renderla così, più autentica.  



mercoledì 25 settembre 2019

La libertà di Gesù








 [Dal diario spirituale del 2003]


Paolo Cugini

Gesù chiama a sé i dodici per mandarli a predicare il Vangelo dandogli l’autorità di espellere i demoni. Che cosa significa? Senza dubbio i due elementi sono legati: annuncio della Parola e espellere i demoni. Affinché la Parola entri e produca i frutti sperati, l’anima dell’uomo deve essere libera dagli spiriti negativi. I demoni, in una lettura spirituale, rappresentano quella realtà che contrasta con la realizzazione del Regno. È l’egoismo, l’orgoglio e tutto ciò che essi generano. Allora è significativo che, colui che annuncia la Parola, deve avere questo potere, se no non riesce nella missione che gli è stata affidata. Ciò significa che l’annunciatore della Parola di salvezza deve entrare in dialogo personale con colui che riceve l’annuncio. Ancora una volta la dimensione dialogica è elemento chiave nell’opera della Chiesa. Questa infatti, chiamata ad annunciare il Vangelo creando relazioni nuove; autentiche con le persone che aderiscono alla Parola. Uno dei demoni maggiori è la discordia. Nelle comunità cristiane questo demonio deve essere debellato. La Parola, allora, entra in un cuore e un animo libero e lo libera sempre di più, rendendolo sempre più atto a creare rapporti umani liberi, autentici. Perché allora quegli attaccamenti morbosi alle persone, quelle dipendenze assurde che rendono gli uomini e le donne dipendenti?

Essere persona libera in Cristo e che crea legami di libertà non è facile. Occorre un continuo lavoro interiore su di sé, quel lavoro interiore che Gesù faceva ritirandosi da solo, allontanandosi dalle moltitudini per entrare in sé stesso, ascoltare il Padre, affinché la sua vita diventasse una risposta all’amore del Padre e non all’egoismo degli uomini. La libertà interiore come dono dello Spirito deve pagare il prezzo della solitudine. Gli uomini e le donne che incontro non sono, infatti, abituati a concepire sé stessi e a vivere la libertà in questo modo. Ci deve essere una continua attenzione a Te e agli altri: tutto deve costantemente essere rimesso nelle Tue mani per una trasformazione, per una divinizzazione. Niente posso mantenere chiuso nel mio egoismo perché va distrutto. Libertà è così docilità alla Tua Parola, ricerca quotidiana della Tua volontà, perché è la Tua volontà la fonte della libertà nuova e personale.
L’uomo cerca la realizzazione della propria libertà fuori di sé, soprattutto nel possedere (cose, persone, beni). L’uomo che non Ti conosce, si sente spinto da un bisogno interiore a cercare fuori di sé la propria realizzazione. Solo che non si accorge che facendo così diventa schiavo delle cose che possiede. Questo è il grande inganno. L’uomo capisce ciò, ma non ha il coraggio di fermarsi, perché il fermarsi, il mettersi in silenzio ad ascoltarsi, ad ascoltare la Parola di Dio gli sembra una perdita di tempo. In realtà la grande perdita di tempo è continuare nel cammino fuori di sé alla ricerca che spesso diventa disperata, della realizzazione della propria libertà. Che cos’è che ci ferma in questa pazza corsa verso la propria distruzione? Da una parte, può essere una crescente sensazione di vita che non mi lascia in pace e mi costringe a fermarmi, a pensare. Dall’altra è il bisogno di dare un senso totale alla mia vita. Questa esigenza di totalità, di radicalità è molto forte nelle persone più sensibili. È un’esigenza che spinge l’uomo ad accumulare: esperienze, situazioni, beni, ecc. Se è ben guidata, questa esigenza di radicalità, di totalità può condurre ad incontro radicale con il Signore.