Paolo Cugini
Nella
notte dell’ultima cena, quando il buio sembrava raccogliersi attorno alla
tavola come un mantello pesante, Gesù consegnò ai suoi discepoli una parola
semplice e immensa: rimanete. Rimanete con me quando la luce si assottiglia,
quando il cuore trema, quando la storia sembra precipitare nelle mani della
paura. Rimanete non soltanto nell’ora della consolazione, ma in ogni stagione
della vita: nell’entusiasmo e nella fatica, nella chiarezza e nello
smarrimento, nella gioia condivisa e nella solitudine che nessuno vede. In
quella notte, attraversata dal presagio del tradimento e dalla promessa dello
Spirito, il Maestro non chiese ai suoi di fuggire dal mondo, ma di abitare il
mondo restando uniti a lui, come tralci alla vite, perché solo da questa
comunione può nascere un frutto capace di durare.
Quel
frutto attende ancora di sbocciare nella notte del mondo. È la vita nuova del
Vangelo, una vita che non si impone con la forza, non conquista spazi con le
logiche del dominio, non cerca applausi né riconoscimenti, ma fermenta
silenziosamente nel profondo. Essa trasforma il mondo in amore, giustizia e
pace, non come un programma esteriore da applicare dall’alto, ma come una
nascita interiore che modifica lo sguardo, purifica i desideri, converte il
modo di stare davanti agli altri. Il Regno non comincia dalle strutture
visibili, anche se poi le attraversa e le giudica; comincia dalla coscienza del
discepolo e della discepola, là dove la Parola scende come rugiada notturna e
rende feconda la terra arida del cuore.
Per
questo la trasformazione radicale non può essere ridotta a mutamento sociale o
politico, come se bastasse cambiare le forme esteriori perché l’umanità
diventasse nuova. Il Vangelo scava più a fondo: raggiunge il luogo segreto
delle intenzioni, il punto in cui nascono le relazioni, le paure, le rivalità,
i giudizi e le esclusioni. Lì il discepolo, la discepola impara una giustizia
che non umilia, non misura, non separa; una giustizia che si manifesta come
misericordia, come cura delle ferite, come fine concreta delle disuguaglianze
che oscurano il volto dei fratelli e delle sorelle. Cercare la giustizia secondo
il Maestro significa lasciarsi condurre verso una fraternità disarmata, nella
quale nessuno è ridotto al proprio merito, alla propria colpa, alla propria
utilità.
È
come se, nel contatto vivo con il Vangelo, tornasse a brillare in noi
l’immagine del mistero da cui siamo stati plasmati. Sotto la cenere delle
abitudini, sotto la polvere delle logiche mondane, sotto il rumore delle
pretese e delle difese, rimane una scintilla originaria: la somiglianza con
Dio, la capacità di amare senza possedere, di servire senza dominare, di vedere
l’altro non come avversario ma come promessa. Accogliendo lo Spirito del
Signore, questa immagine si desta lentamente e illumina ciò che siamo, ciò che
vediamo e ciò che facciamo. Allora anche la notte non è più soltanto oscurità:
diventa grembo, spazio di ascolto, luogo in cui la luce impara a nascere dal
profondo.
Rimanere
uniti al Maestro significa rinunciare per sempre alle logiche oppressive,
antagoniste e meritocratiche del mondo. Significa non lasciarsi sedurre dalla
forza che schiaccia, dalla competizione che isola, dal bisogno di prevalere,
dal giudizio che assegna valore soltanto a chi produce, vince o possiede. È una
scelta radicale, e proprio per questo non nasce da un irrigidimento morale, ma
da una relazione d’amore. Nasce dall’ascolto attento e costante di una Parola
che viene dal cuore del mondo e insieme lo oltrepassa; una Parola che si è
fatta carne nella storia, ha camminato sulle strade degli uomini e delle donne
e ha tracciato un sentiero indelebile dentro la notte dell’umanità.
Restare
su questo cammino è il compito del discepolo e della discepola. Non con la
presunzione di possedere già la luce, ma con gli occhi fissi sul Maestro, con
la coscienza aperta, con le mani disponibili a ricostruire ciò che
l’ingiustizia ha spezzato. Giorno dopo giorno, lo Spirito ci educa a ricreare
le relazioni, a ripensare i criteri del discernimento, a riconoscere dove il
Vangelo chiede di prendere dimora. Così, nella notte del mondo, il discepolo e
la discepola diventano sentinelle di un’alba possibile: non annunciano se stessi,
non difendono privilegi, non ripetono le parole del potere, ma custodiscono il
fuoco mite del Maestro. E quel fuoco, se rimane acceso nella coscienza, può
ancora trasformare la terra in una casa di amore, di giustizia e di pace.
Nessun commento:
Posta un commento