giovedì 23 luglio 2026

RIMANERE

 


Paolo Cugini

 

 

Nella notte dell’ultima cena, quando il buio sembrava raccogliersi attorno alla tavola come un mantello pesante, Gesù consegnò ai suoi discepoli una parola semplice e immensa: rimanete. Rimanete con me quando la luce si assottiglia, quando il cuore trema, quando la storia sembra precipitare nelle mani della paura. Rimanete non soltanto nell’ora della consolazione, ma in ogni stagione della vita: nell’entusiasmo e nella fatica, nella chiarezza e nello smarrimento, nella gioia condivisa e nella solitudine che nessuno vede. In quella notte, attraversata dal presagio del tradimento e dalla promessa dello Spirito, il Maestro non chiese ai suoi di fuggire dal mondo, ma di abitare il mondo restando uniti a lui, come tralci alla vite, perché solo da questa comunione può nascere un frutto capace di durare.

Quel frutto attende ancora di sbocciare nella notte del mondo. È la vita nuova del Vangelo, una vita che non si impone con la forza, non conquista spazi con le logiche del dominio, non cerca applausi né riconoscimenti, ma fermenta silenziosamente nel profondo. Essa trasforma il mondo in amore, giustizia e pace, non come un programma esteriore da applicare dall’alto, ma come una nascita interiore che modifica lo sguardo, purifica i desideri, converte il modo di stare davanti agli altri. Il Regno non comincia dalle strutture visibili, anche se poi le attraversa e le giudica; comincia dalla coscienza del discepolo e della discepola, là dove la Parola scende come rugiada notturna e rende feconda la terra arida del cuore.

Per questo la trasformazione radicale non può essere ridotta a mutamento sociale o politico, come se bastasse cambiare le forme esteriori perché l’umanità diventasse nuova. Il Vangelo scava più a fondo: raggiunge il luogo segreto delle intenzioni, il punto in cui nascono le relazioni, le paure, le rivalità, i giudizi e le esclusioni. Lì il discepolo, la discepola impara una giustizia che non umilia, non misura, non separa; una giustizia che si manifesta come misericordia, come cura delle ferite, come fine concreta delle disuguaglianze che oscurano il volto dei fratelli e delle sorelle. Cercare la giustizia secondo il Maestro significa lasciarsi condurre verso una fraternità disarmata, nella quale nessuno è ridotto al proprio merito, alla propria colpa, alla propria utilità.

È come se, nel contatto vivo con il Vangelo, tornasse a brillare in noi l’immagine del mistero da cui siamo stati plasmati. Sotto la cenere delle abitudini, sotto la polvere delle logiche mondane, sotto il rumore delle pretese e delle difese, rimane una scintilla originaria: la somiglianza con Dio, la capacità di amare senza possedere, di servire senza dominare, di vedere l’altro non come avversario ma come promessa. Accogliendo lo Spirito del Signore, questa immagine si desta lentamente e illumina ciò che siamo, ciò che vediamo e ciò che facciamo. Allora anche la notte non è più soltanto oscurità: diventa grembo, spazio di ascolto, luogo in cui la luce impara a nascere dal profondo.

Rimanere uniti al Maestro significa rinunciare per sempre alle logiche oppressive, antagoniste e meritocratiche del mondo. Significa non lasciarsi sedurre dalla forza che schiaccia, dalla competizione che isola, dal bisogno di prevalere, dal giudizio che assegna valore soltanto a chi produce, vince o possiede. È una scelta radicale, e proprio per questo non nasce da un irrigidimento morale, ma da una relazione d’amore. Nasce dall’ascolto attento e costante di una Parola che viene dal cuore del mondo e insieme lo oltrepassa; una Parola che si è fatta carne nella storia, ha camminato sulle strade degli uomini e delle donne e ha tracciato un sentiero indelebile dentro la notte dell’umanità.

Restare su questo cammino è il compito del discepolo e della discepola. Non con la presunzione di possedere già la luce, ma con gli occhi fissi sul Maestro, con la coscienza aperta, con le mani disponibili a ricostruire ciò che l’ingiustizia ha spezzato. Giorno dopo giorno, lo Spirito ci educa a ricreare le relazioni, a ripensare i criteri del discernimento, a riconoscere dove il Vangelo chiede di prendere dimora. Così, nella notte del mondo, il discepolo e la discepola diventano sentinelle di un’alba possibile: non annunciano se stessi, non difendono privilegi, non ripetono le parole del potere, ma custodiscono il fuoco mite del Maestro. E quel fuoco, se rimane acceso nella coscienza, può ancora trasformare la terra in una casa di amore, di giustizia e di pace.

 

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