Paolo Cugini
Dev’essere
stata davvero scomoda, quasi insopportabile, la presenza di Gesù in mezzo al
popolo d’Israele. Non scomoda come lo è un nemico dichiarato, contro il quale
ci si può difendere senza esitazione; ma scomoda come lo è una luce accesa nel
cuore della notte, quando gli occhi si erano abituati al buio e il buio aveva
finito per sembrare naturale. Gesù entrava nelle sinagoghe, luoghi della
memoria e dell’ascolto, e lì, dove da secoli si ripetevano parole antiche con
accenti ormai fissati, apriva una fessura inattesa. Non distruggeva la
Scrittura: la liberava. Non aboliva la Parola: la riportava alla sua sorgente.
Era
questo a renderlo pericoloso. Non proponeva semplicemente una dottrina nuova,
accanto alle altre; non aggiungeva una scuola alle scuole, una voce al coro
degli interpreti. Gesù faceva qualcosa di più radicale: mostrava che ciò che
veniva chiamato fedeltà poteva essere diventato tradimento, che ciò che veniva
difeso come tradizione poteva essersi allontanato dall’origine, che
l’obbedienza poteva trasformarsi in schiavitù quando perdeva il contatto con la
misericordia. La sua parola non era un ornamento religioso, ma una lama
sottile, capace di separare il nome di Dio dalle maschere che gli uomini gli
avevano imposto.
Ogni
volta che Gesù parlava, la notte interiore della religione veniva disturbata.
Le parole ascoltate tante volte tornavano a bruciare. I testi sacri,
addomesticati da interpretazioni utili al potere, riprendevano il loro respiro
originario. Ed era inevitabile che questo processo mettesse alla berlina i capi
religiosi. Non perché Gesù cercasse lo scontro per gusto della polemica, ma
perché la verità, quando si avvicina, rivela ciò che è storto. Il suo
insegnamento lasciava intendere che il travisamento non era un incidente
marginale, ma una ferita profonda, e che i custodi della Legge, proprio mentre
pretendevano di proteggerla, potevano averne oscurato il cuore.
Per
questo Gesù non rimaneva fermo. Percorreva città e villaggi, entrava nelle
sinagoghe, insegnava il Vangelo del Regno e guariva ogni malattia e infermità.
Il suo andare non era agitazione, ma urgenza. Voleva raggiungere il maggior
numero possibile di ebrei praticanti, uomini e donne che amavano il Mistero, ma
spesso lo avevano ricevuto attraverso un’immagine appesantita, severa,
deformata. A loro Gesù annunciava la grande novità: Il Mistero non coincide con
la religione che opprime, non si identifica con il peso imposto sulle spalle
dei piccoli, non abita nelle regole quando le regole diventano più importanti
dell’uomo.
La
novità del Regno, in realtà, era un ritorno all’origine. Gesù non inventava un
altro Dio: restituiva il volto del Padre. Non fondava una religione più
raffinata: liberava l’uomo e la donna dalla religione come sistema di paura, di
controllo, di merito e di esclusione. In lui la Scrittura tornava a essere
promessa, respiro, cammino, consolazione. Tornava a essere parola rivolta ai
poveri, ai malati, agli esclusi, a coloro che erano stati convinti di non
essere degni di avvicinarsi. Il Vangelo non scendeva dall’alto come un decreto,
ma si posava sulle ferite come un balsamo.
Le
guarigioni, allora, non erano soltanto prodigi destinati a stupire. Erano il
corpo visibile della sua parola. Gesù guariva perché il suo annuncio non
restasse sospeso nell’aria come un’idea bella ma astratta. Il cieco che vede,
lo zoppo che cammina, il lebbroso che viene toccato, il peccatore che viene
accolto: tutto questo diceva che il Mistero non è dalla parte della distanza,
ma dell’incontro; non dalla parte della condanna, ma della vita che ricomincia.
Ogni guarigione era una parabola fatta carne, una breccia nel muro costruito
dalla religione degli uomini.
C’è
una malattia che può essere guarita: la religione. Non la fede, non il
desiderio del Mistero, non la sete di senso che abita il cuore umano nelle sue
ore più buie. La malattia è la religione quando diventa apparato, quando
trasforma il Mistero in sorvegliante, quando misura la purezza invece di
generare compassione, quando usa la Scrittura per chiudere porte invece che per
aprire cammini. È malata la religione che parla del Mistero ma non lascia
respirare l’uomo; che difende il sacro ma non si accorge del ferito; che
moltiplica prescrizioni e dimentica la misericordia.
Solo
il Vangelo annunciato da Gesù può curare in profondità questa ferita. Non
perché sostituisca una religione con un’altra, ma perché porta l’uomo davanti
all’origine: davanti a un Mistero che non chiede vittime, ma figli; non
pretende maschere, ma verità; non si compiace della paura, ma della libertà. Il
Vangelo è il balsamo che scende lentamente nelle crepe dell’anima, là dove la
religione ha lasciato sensi di colpa, esclusioni, immagini dure del Mistero,
notti senza consolazione.
Forse
per questo Gesù fu così scomodo: perché non permetteva alla notte di chiamarsi
luce. Passava tra il popolo come una presenza inquieta e misericordiosa, capace
di togliere il velo alle parole sacre e di restituirle alla loro alba. E chi
aveva costruito il proprio potere sull’ombra non poteva sopportare quella luce.
Ma per i malati, per gli stanchi, per gli esclusi, per chi era stato ferito
proprio in nome del Mistero, quella stessa luce non era minaccia: era
guarigione. Era il Regno che cominciava. Era l’origine che tornava a parlare.
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