martedì 7 luglio 2026

La notte in cui il Vangelo smaschera la religione

 




Paolo Cugini

 

Dev’essere stata davvero scomoda, quasi insopportabile, la presenza di Gesù in mezzo al popolo d’Israele. Non scomoda come lo è un nemico dichiarato, contro il quale ci si può difendere senza esitazione; ma scomoda come lo è una luce accesa nel cuore della notte, quando gli occhi si erano abituati al buio e il buio aveva finito per sembrare naturale. Gesù entrava nelle sinagoghe, luoghi della memoria e dell’ascolto, e lì, dove da secoli si ripetevano parole antiche con accenti ormai fissati, apriva una fessura inattesa. Non distruggeva la Scrittura: la liberava. Non aboliva la Parola: la riportava alla sua sorgente.

Era questo a renderlo pericoloso. Non proponeva semplicemente una dottrina nuova, accanto alle altre; non aggiungeva una scuola alle scuole, una voce al coro degli interpreti. Gesù faceva qualcosa di più radicale: mostrava che ciò che veniva chiamato fedeltà poteva essere diventato tradimento, che ciò che veniva difeso come tradizione poteva essersi allontanato dall’origine, che l’obbedienza poteva trasformarsi in schiavitù quando perdeva il contatto con la misericordia. La sua parola non era un ornamento religioso, ma una lama sottile, capace di separare il nome di Dio dalle maschere che gli uomini gli avevano imposto.

Ogni volta che Gesù parlava, la notte interiore della religione veniva disturbata. Le parole ascoltate tante volte tornavano a bruciare. I testi sacri, addomesticati da interpretazioni utili al potere, riprendevano il loro respiro originario. Ed era inevitabile che questo processo mettesse alla berlina i capi religiosi. Non perché Gesù cercasse lo scontro per gusto della polemica, ma perché la verità, quando si avvicina, rivela ciò che è storto. Il suo insegnamento lasciava intendere che il travisamento non era un incidente marginale, ma una ferita profonda, e che i custodi della Legge, proprio mentre pretendevano di proteggerla, potevano averne oscurato il cuore.

Per questo Gesù non rimaneva fermo. Percorreva città e villaggi, entrava nelle sinagoghe, insegnava il Vangelo del Regno e guariva ogni malattia e infermità. Il suo andare non era agitazione, ma urgenza. Voleva raggiungere il maggior numero possibile di ebrei praticanti, uomini e donne che amavano il Mistero, ma spesso lo avevano ricevuto attraverso un’immagine appesantita, severa, deformata. A loro Gesù annunciava la grande novità: Il Mistero non coincide con la religione che opprime, non si identifica con il peso imposto sulle spalle dei piccoli, non abita nelle regole quando le regole diventano più importanti dell’uomo.

La novità del Regno, in realtà, era un ritorno all’origine. Gesù non inventava un altro Dio: restituiva il volto del Padre. Non fondava una religione più raffinata: liberava l’uomo e la donna dalla religione come sistema di paura, di controllo, di merito e di esclusione. In lui la Scrittura tornava a essere promessa, respiro, cammino, consolazione. Tornava a essere parola rivolta ai poveri, ai malati, agli esclusi, a coloro che erano stati convinti di non essere degni di avvicinarsi. Il Vangelo non scendeva dall’alto come un decreto, ma si posava sulle ferite come un balsamo.

Le guarigioni, allora, non erano soltanto prodigi destinati a stupire. Erano il corpo visibile della sua parola. Gesù guariva perché il suo annuncio non restasse sospeso nell’aria come un’idea bella ma astratta. Il cieco che vede, lo zoppo che cammina, il lebbroso che viene toccato, il peccatore che viene accolto: tutto questo diceva che il Mistero non è dalla parte della distanza, ma dell’incontro; non dalla parte della condanna, ma della vita che ricomincia. Ogni guarigione era una parabola fatta carne, una breccia nel muro costruito dalla religione degli uomini.

C’è una malattia che può essere guarita: la religione. Non la fede, non il desiderio del Mistero, non la sete di senso che abita il cuore umano nelle sue ore più buie. La malattia è la religione quando diventa apparato, quando trasforma il Mistero in sorvegliante, quando misura la purezza invece di generare compassione, quando usa la Scrittura per chiudere porte invece che per aprire cammini. È malata la religione che parla del Mistero ma non lascia respirare l’uomo; che difende il sacro ma non si accorge del ferito; che moltiplica prescrizioni e dimentica la misericordia.

Solo il Vangelo annunciato da Gesù può curare in profondità questa ferita. Non perché sostituisca una religione con un’altra, ma perché porta l’uomo davanti all’origine: davanti a un Mistero che non chiede vittime, ma figli; non pretende maschere, ma verità; non si compiace della paura, ma della libertà. Il Vangelo è il balsamo che scende lentamente nelle crepe dell’anima, là dove la religione ha lasciato sensi di colpa, esclusioni, immagini dure del Mistero, notti senza consolazione.

Forse per questo Gesù fu così scomodo: perché non permetteva alla notte di chiamarsi luce. Passava tra il popolo come una presenza inquieta e misericordiosa, capace di togliere il velo alle parole sacre e di restituirle alla loro alba. E chi aveva costruito il proprio potere sull’ombra non poteva sopportare quella luce. Ma per i malati, per gli stanchi, per gli esclusi, per chi era stato ferito proprio in nome del Mistero, quella stessa luce non era minaccia: era guarigione. Era il Regno che cominciava. Era l’origine che tornava a parlare.

 

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