Paolo Cugini
In verità io vi dico, in
Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!
(Mt 8,11).
Che
cos’è la fede, se non la fiducia radicale consegnata alla parola del Maestro?
Non è possesso, non è calcolo, non è garanzia costruita dalle mani dell’uomo.
La fede è docilità viva davanti a una parola riconosciuta come realtà autentica
e vera; è il cuore che, dopo aver cercato a lungo, finalmente si inchina non
per paura, ma perché ha intuito la luce.
In
verità, non tutti odono allo stesso modo. Vi sono parole che passano come vento
sulle pietre, e vi sono parole che penetrano come seme nella terra buona. Solo
chi cammina nella vita con desiderio di autenticità, solo chi interroga le
proprie scelte, solo chi non si accontenta di una verità comoda ma cerca una
verità capace di giudicare e salvare, diventa capace di riconoscere la voce che
viene dall’alto.
È
il cammino interiore che apre gli occhi della coscienza. È la purificazione
segreta del cuore che genera l’intuizione della parola vera. Come la sentinella
riconosce l’aurora prima che il sole appaia, così l’anima sincera riconosce la
parola autentica prima ancora di possederne tutte le ragioni. Essa la riconosce
perché quella parola non domina, ma chiama; non ferisce, ma risana; non
imprigiona, ma restituisce alla vita il suo senso profondo.
Così
accadde al centurione nell’incontro con Gesù. Al centro non vi fu l’orgoglio di
un uomo potente, né il desiderio di vedere un segno per saziare la curiosità.
Al centro vi fu il dolore di un servo sofferente, la preoccupazione per una
vita fragile, l’attenzione concreta verso colui che giaceva nel bisogno. E
questo dato esistenziale è fondamentale: la fede nasce dove il cuore non è
chiuso su se stesso, ma vibra per la ferita dell’altro.
Chi
vive relazioni profonde conosce già, anche senza saperlo, la grammatica del
Regno. La madre che veglia sul figlio, il padre che custodisce il cammino dei
propri figli, gli sposi che si sostengono nella fedeltà e nella prova, l’amico
che non abbandona l’amico nell’ora oscura: tutti costoro imparano, nel fuoco
dell’amore, a discernere ciò che è vero da ciò che è vuoto. Le relazioni
autentiche educano l’anima a riconoscere la parola che merita fiducia.
Perché
la parola vera non è mai estranea alla compassione. Essa scende dove vi è una
ferita, si posa dove vi è una domanda, diventa balsamo dove l’uomo non trova
più rimedio. La parola del Maestro non passa accanto al dolore come un giudice
distante: lo visita, lo assume, lo trasfigura. E chi ha imparato ad amare
riconosce questa parola, perché essa porta il sigillo della misericordia.
E
allora sia detto a questa generazione: non cercate la fede come una formula da
ripetere, né come una certezza da brandire contro gli altri. Cercatela nel
grembo delle vostre relazioni vere, nella cura per chi soffre, nella fedeltà
quotidiana, nella disponibilità a lasciarvi ferire dal bisogno dell’altro. Là,
nel luogo in cui l’amore si fa responsabilità, la coscienza diventa limpida e
l’orecchio interiore si apre.
Beato
chi riconosce la parola autentica quando essa viene. Beato chi non pretende di
possederla, ma si lascia condurre. Beato chi, come il centurione, porta davanti
al Maestro il dolore di un altro e comprende che basta una parola vera per
rimettere in cammino la vita. Perché la fede è questo: affidarsi alla parola
che guarisce, alla parola che illumina, alla parola che, entrando nelle nostre
ferite, le trasforma in sorgenti di speranza.

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