Paolo Cugini
Nella
notte, quando le voci si abbassano e il mondo sembra rientrare lentamente nel
proprio silenzio, appare con maggiore chiarezza che la comprensione della
Parola è la chiave di tutto. Non basta ascoltare. L’ascolto può restare sulla
soglia, può scivolare addosso come un rumore tra gli altri, come un suono che
attraversa l’aria senza trovare dimora. Comprendere, invece, significa lasciare
che la Parola entri nelle profondità della vita, là dove si formano i desideri,
le paure, le decisioni, il modo segreto con cui ciascuno guarda se stesso, gli
altri e il Mistero.
Questa
comprensione non è soltanto un esercizio dell’intelligenza. Certo, la ragione è
chiamata a vegliare: deve interrogare, discernere, cercare il senso delle
parole ascoltate. Ma la ragione, da sola, non basta. Se resta isolata, rischia
di ridurre la Parola a un oggetto da possedere, a un concetto da spiegare, a
una dottrina da sistemare ordinatamente negli scaffali della mente. La Parola,
invece, chiede una casa più grande: chiede il cuore, il corpo, il tempo, le
relazioni, le scelte quotidiane. Chiede uno stile di vita capace di sostenerne
la luce.
Per
questo è il discepolo, è la discepola, che può davvero comprendere la Parola e
viverla. Non chi passa accanto al Maestro per un istante, non chi lo ascolta
distrattamente tra molte occupazioni, ma chi rimane con lui. Si diventa
discepoli nelle ore donate, nelle soste silenziose, nella familiarità paziente
con la sua voce. Si diventa discepoli lasciandosi educare non solo dalle parole
del Maestro, ma dal suo modo di abitare il mondo: dalla sua libertà, dalla sua
misericordia, dalla sua attenzione ai piccoli, dalla sua capacità di vedere ciò
che gli altri non vedono più.
La
Parola compresa non resta innocua. Quando è assimilata, comincia a lavorare
dentro, lentamente, come una luce accesa nel cuore della notte. Modifica i
criteri di scelta, purifica le intenzioni, smaschera le false evidenze, libera
dalle abitudini che imprigionano. Cambia il modo di stare al mondo con gli
altri: non più da padroni, non più da giudici, non più da spettatori
indifferenti, ma da fratelli e sorelle capaci di riconoscere nell’altro una
presenza da accogliere, una storia da rispettare, una dignità da custodire.
È
questo il frutto maturo della Parola compresa: un modo nuovo di stare al mondo.
Non si tratta semplicemente di sapere di più, ma di vedere diversamente. La
Parola assimilata genera uno sguardo nuovo, una nuova capacità di leggere la
realtà circostante. Dove prima si vedeva soltanto minaccia, comincia ad
apparire una possibilità di bene; dove prima si fissava il limite, si intravede
una promessa; dove prima si condannava la fragilità, si scopre una chiamata
alla compassione.
Sant’Agostino,
commentando il Vangelo di Giovanni, offre un’immagine intensa: il Vangelo è
come un collirio per gli occhi dei discepoli. Non aggiunge un mondo diverso
davanti a loro, ma guarisce il loro modo di guardare. La realtà rimane la
stessa, eppure non è più la stessa, perché lo sguardo è stato lavato. Il buio
non scompare magicamente, ma dentro il buio si impara a riconoscere una luce
più profonda, quella con cui Gesù guarda ogni cosa.
Come
vede Gesù il mondo? Lo vede nella sua bontà originaria. Vede che tutto ciò che
esiste porta ancora, anche sotto strati di ferite e di ombre, il segno della
creazione. Vede nelle persone l’immagine di Dio, anche quando questa immagine è
offuscata, nascosta, deformata dalle paure, dal peccato, dalle durezze
accumulate lungo i secoli. Il suo sguardo non è ingenuo: conosce il male, lo
attraversa, lo denuncia. E tuttavia non lascia che il male abbia l’ultima
parola sulla realtà.
Lo
sguardo di Gesù purifica le incrostazioni che si sono formate sul mondo e sulle
persone. Toglie la polvere dei pregiudizi, scioglie la durezza delle condanne,
apre fessure di misericordia là dove tutto sembrava chiuso. Vedere come Gesù
significa imparare a cercare il bene anche quando è fragile, a riconoscere la
bontà anche quando è nascosta, a custodire la speranza anche quando la notte
sembra lunga.
Allora
la comprensione della Parola diventa davvero la chiave di tutto, perché apre
non soltanto il testo sacro, ma la vita stessa. Apre gli occhi, apre il cuore,
apre le mani. Produce nei discepoli il frutto più raro e più necessario: la
capacità di vedere il bene nel mondo e la bontà nelle persone. E forse, proprio
nella notte, quando ogni rumore si spegne e ogni apparenza perde forza, la
Parola continua a lavorare in silenzio, come un collirio di luce, finché anche
i nostri occhi imparano a vedere il mondo come lo vede Gesù.
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