Paolo Cugini
C’è
un’ora della notte in cui ogni cosa sembra tacere, e proprio allora ciò che
abita in profondità comincia a parlare. Le luci si abbassano, i rumori si
ritirano, le parole dette durante il giorno perdono il loro peso apparente, e
resta soltanto una domanda essenziale: che cosa sto diventando? È in questo
spazio silenzioso, fragile e vero, che la proposta di Gesù si presenta non come
un ornamento religioso da aggiungere alla vita, ma come un principio nuovo,
capace di mettere in discussione la forma stessa del nostro modo di pensare,
desiderare, scegliere e amare.
Dal
momento in cui una persona aderisce alla proposta di Gesù, non entra in un
territorio già compiuto, né riceve una risposta magica che la sottrae alla
fatica della storia. Inizia, piuttosto, un cammino lento, progressivo e
costante: un lavoro interiore che assomiglia alla notte che prepara l’alba
senza poterla forzare. Il cambiamento evangelico non avviene con violenza, non
cancella l’umano, non pretende risultati immediati. Scende invece nelle pieghe
della mentalità, là dove si sono sedimentate paure antiche, istinti di difesa,
abitudini di dominio, modi di giudicare gli altri e se stessi.
È
impossibile comprendere la novità del Vangelo senza accettare di essere
trasformati. Non basta ammirare Gesù, citarne le parole, difenderne il nome o
conservarne le immagini. La sua proposta chiede di cambiare sguardo, perché è
agli antipodi dello stile di vita quotidiano modellato sull’istinto di
sopravvivenza. Questo istinto, quando diventa cultura, genera relazioni di
diseguaglianza: insegna a prevalere, a competere, a difendersi dall’altro come
da una minaccia, a misurare il valore delle persone secondo la forza, il
successo, l’utilità, il merito riconosciuto dai più forti.
Nella
notte della coscienza, però, queste logiche mostrano la loro povertà.
L’aggressività, anche quando viene chiamata determinazione, lascia dietro di sé
ferite. La meritocrazia, quando diventa criterio assoluto, dimentica i punti di
partenza diversi, le fragilità ereditate, le esclusioni invisibili. La
diseguaglianza, quando viene giustificata come ordine naturale delle cose,
spegne lentamente la fraternità. Il Vangelo entra proprio qui, come una luce
discreta che non acceca ma rivela: ci ricorda che nessuno è nato per essere
scarto, nessuno è riducibile alla propria produttività, nessuno può essere
misurato soltanto da ciò che possiede o realizza.
La
proposta di Gesù ci riporta all’origine: siamo tutti figli e figlie di quel Mistero
di bontà e di giustizia che ciascuno, in qualche modo, percepisce dentro di sé.
Prima di ogni ruolo, prima di ogni appartenenza, prima di ogni differenza
sociale, culturale o religiosa, vi è una dignità comune che ci precede. Siamo
nati per amare, per vivere in armonia e in pace, per condividere ciò che
abbiamo, per metterci a servizio dei fratelli e delle sorelle più deboli. Siamo
nati non per difendere privilegi, ma per custodire la vita; non per
moltiplicare nemici, ma per aprire sentieri di riconciliazione; non per abitare
il mondo come proprietari impauriti, ma come custodi responsabili.
Eppure,
questa verità, semplice come il pane e profonda come il buio prima dell’aurora,
fatica a trovare casa in noi. Secoli e millenni di culture fondate sulla forza,
sulla gerarchia, sulla paura dell’altro e sull’accumulo hanno plasmato il
nostro immaginario. Ci hanno insegnato che la pace è debolezza, che il perdono
è ingenuità, che il servizio è inferiorità, che la nonviolenza è impossibile.
Per questo l’accoglienza del Vangelo non è soltanto un atto devoto: è una lotta
spirituale e culturale, un esodo, uno smantellamento paziente di ciò che
abbiamo assimilato fin dai primi giorni dell’infanzia.
Occorre
il coraggio di scendere nelle stanze più buie del proprio cuore e riconoscere
le strutture interiori che ci tengono prigionieri: il bisogno di avere ragione,
la paura di perdere spazio, la tentazione di sentirci migliori, l’abitudine a
giudicare chi non ce la fa, il desiderio di sicurezza costruito sull’esclusione
di qualcuno. Questo processo di smantellamento non è distruzione sterile, ma
liberazione. È come aprire le finestre di una casa rimasta chiusa troppo a
lungo: all’inizio entra aria fredda, si solleva polvere, si scoprono crepe;
poi, lentamente, la casa ricomincia a respirare.
Non
a caso Gesù esprime questo percorso con l’immagine del vino nuovo in otri
nuovi. Nei racconti evangelici, questa parola indica che la novità portata da
lui non può essere contenuta dentro forme vecchie senza lacerarle. Il vino
nuovo fermenta, si muove, preme, vive: ha bisogno di contenitori capaci di
dilatarsi. Così è il Vangelo. Non può essere versato in mentalità rigide, in
cuori induriti, in strutture costruite per conservare privilegi. Se lo si
riduce a una toppa sopra un vestito logoro, lo strappo diventa peggiore. Se lo
si imprigiona in otri vecchi, si perdono insieme il vino e gli otri.
Diventare
otri nuovi significa allora lasciarsi rendere capaci della novità. Significa
accettare che il Vangelo non confermi semplicemente ciò che siamo già, ma ci
conduca oltre. Significa passare dalla sopravvivenza alla comunione, dal
possesso alla condivisione, dalla competizione alla cura, dalla paura alla
fiducia, dalla violenza alla pace. È un passaggio notturno, perché avviene
spesso senza clamore, nel segreto delle scelte quotidiane: quando rinunciamo a
una parola che ferisce, quando scegliamo di ascoltare chi non ha voce, quando
condividiamo invece di trattenere, quando riconosciamo nel fragile non un peso
ma una rivelazione.
La
notte non è soltanto il luogo dell’oscurità: è anche il grembo delle
trasformazioni invisibili. Il seme germina nel buio della terra, il respiro si
fa più profondo nel sonno, le stelle appaiono quando il sole si ritira. Così il
cammino evangelico lavora in noi: non sempre lo vediamo, non sempre sappiamo
nominarlo, ma qualcosa si sposta. Una durezza si incrina, una paura perde
forza, un gesto di pace diventa possibile. E allora comprendiamo che la
conversione non è un dovere imposto dall’esterno, ma il ritorno alla nostra
verità più originaria: siamo stati creati per amare.
Accogliere
Gesù, dunque, significa lasciarsi educare da questa luce notturna che non
umilia, ma libera; non condanna, ma chiama; non impone dall’alto, ma risveglia
dal profondo. Il mondo nuovo non nasce da uomini e donne perfetti, ma da
persone disponibili a farsi trasformare. Nasce da chi accetta di non essere più
otre vecchio, irrigidito dalla paura e dalla consuetudine, ma pelle nuova,
elastica, aperta alla fermentazione dell’amore. Nasce da chi crede che la pace
non sia un sogno ingenuo, ma il progetto inscritto nella creazione; che la
giustizia non sia un’utopia lontana, ma una responsabilità quotidiana; che la
fraternità non sia un sentimento occasionale, ma la forma vera dell’umano.
E
quando la notte sembra lunga, quando le culture della violenza appaiono
invincibili e il cuore torna a cercare rifugio nei vecchi meccanismi di difesa,
il Vangelo continua a sussurrare la sua promessa: il vino nuovo non ha smesso
di fermentare. La novità di Dio lavora ancora, silenziosa e ostinata, dentro la
storia e dentro di noi. Chiede soltanto otri nuovi: menti disarmate, mani
aperte, cuori capaci di ospitare la giustizia senza paura. Allora anche la
notte diventa attesa, e l’attesa diventa cammino verso un’alba di pace.
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