domenica 18 ottobre 2015

LA DIFFERENZA CRISTIANA



Domenica  XXIX/B
(Is 53,2a.3a.10-11; Sal 32; Eb 4,14-16;Mc 10,35-45)



Paolo Cugini
1.La liturgia di oggi ci pone innanzi alcuni versetti che ci dovrebbero aiutare a trovare le risposte a quegli interrogativi che spesso riempiono le nostre riflessioni, soprattutto nei momenti di confusione, quando non sappiamo bene che cosa scegliere, che cammino percorrere nella vita. Quante volte ci siamo interrogati sul senso della nostra vita cristiana, sullo specifico della nostra identità di Figli di Dio, di discepoli del Signore. Domande ancora più importanti in questo mondo in continua e rapida trasformazione, che spesso ci trova impreparati e confusi, incapaci di dare una risposta significativa e cristiana ai problemi emergenti. Ci si affida, allora, al senso comune, ci s’immerge nelle idee di tutti, soprattutto quelle forti e chiare, che in apparenza nessuno può mettere in discussione, noncuranti del male che possono fare a coloro che, dai giudizi di tali parole forti, vengono colpiti.
 Anche la Chiesa Italiana, in questi giorni a Verona, in occasione del IV° Convegno ecclesiale, si sta interrogando sul significato della presenza cristiana nella storia e nella vita quotidiana. Cerchiamo, allora, nelle letture di oggi, alcune risposte a questi problemi, per riuscire a vivere nel mondo quella “differenza” che lo Spirito Santo, ricevuto nel Battesimo, ha immesso in noi.


2.                                  “E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli:
‘Concedici di sedere nella tua gloria  uno alla tua destra e uno alla tua sinistra’” (Mc 10, 35.37).

Fa abbastanza impressione la richiesta a Gesù dei figli di Zebedeo. Infatti, da persone che da qualche tempo sono al seguito di Gesù, ci si attenderebbe richieste differenti, un po’ più spirituali. E invece troviamo Giacomo e Giovanni nella nostra stressa situazione, la situazione di coloro che pensano solo a sé stessi e che non hanno ritegno di coinvolgere in questo ripiegamento egoista anche Dio, la religione, tutto. Giacomo e Giovanni avvicinandosi a Gesù per esprimere la richiesta di sedere alla sua destra e alla sua sinistra  alla fine dei tempi, dimostrano che cosa ci sia nel cuore dell’uomo, anche di coloro che hanno le più belle e profonde intenzioni. Il realismo di questi versetti del Vangelo, rivela così il cammino che dobbiamo compiere: uscire dal nostro egoismo, dal nostro narcisismo, da quella vita meschina ripiegata su noi stessi, che non ci permette di vedere al di là del nostro naso e ci fa sentire il centro del mondo, del nostro piccolo mondo. Gesù è venuto per salvarci, liberarci da questa situazione di cecità e di morte: missione difficilissima che gli è costata la morte. L’uomo, infatti, chiuso nella sua presunzione, credendo di vedere  e di essere libero, non accetta di essere curato: si ritiene già salvo. Anche in coloro che, come  Giacomo e Giovanni, sono in un cammino spirituale, si annida il male dell’egoismo che tende a mettere tutto a servizio dei propri progetti mondani, progetti meschini della piccola gloria umana. Come uscire da questa prigione di morte?

3.                                  “Allora Gesù chiamateli a sé disse loro: ‘ Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di essi il potere. Fra voi, però non è così’” (Mc 10, 42-43a).

“Fra voi non è così”. C’è un modo specifico della vita cristiana, c’è una “differenza” che deve essere espressa e vissuta, “differenza” che non è alla portata degli sforzi umani, non è acquisita dalla natura, non è contenuta nel DNA, ma che è frutto dello Spirito Santo che riceviamo. La vita cristiana è, allora, un lungo, lunghissimo cammino che dalla vita egoista, centrata su di sé, tenta con sofferenze di uscire per incamminarsi nella difficile strada della donazione di sé, che è la strada dell’amore. Strada che il cristiano non percorre da solo, ma che realizza assieme a quelle persone che il Signore pone nel cammino. “Fra voi non è così”, indica una differenza qualitativa nelle relazioni interpersonali, che non possono più essere impostate seguendo la logica del mondo, che è la logica del potere, della supremazia sull’altro, logica della forza che schiaccia il più piccolo e non s’interessa delle conseguenze della propria arroganza. Il “Fra voi non è così” indica che d’ora innanzi al centro c’è l’altro, la persona che non deve essere dominata, ma servita, non deve essere soggiogata, ma amata.

“ Chi vuole essere grande fra di voi si farà vostro servitore, e chi vuole essere il primo fra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10, 43b-44).

Leggendo un versetto così forte, così “diverso”, viene da chiedersi se, in duemila anni di storia cristiana, si sia mai visto qualcosa del genere. E non è una riflessione polemica, ma realista, di quel realismo che dinanzi alla Verità di Gesù, che tocca in profondità il cuore dell’uomo e di tutta l’umanità, scopre allo stesso tempo la gravità e la radicalità del nostro peccato, della nostra schiavitù, dell’egoismo che ci fa schiavi di noi stessi, che non ci permette di vedere negli altri dei fratelli e delle sorelle, ma solo dei rivali da abbattere, da calpestare, da superare. E’ ciò che accade non solo nel mondo del lavoro, ma anche tra giovani, tra gli stessi bambini e anche negli ambiti che meno ci si aspetterebbe di vedere l’egoismo umano all’opera e cioè negli ambienti religiosi. Questi bellissimi, profondi e ricchissimi versetti dovrebbero insegnarci che, dinanzi al Signore e alla sua Parola, dobbiamo imparare a non scandalizzarci più di nessuno perché, alla fine dei conti, siamo tutti sulla stessa barca, che è una barca di disgraziati, di perduti e che solo il Signore con la sua infinita misericordiosa ci può salvare. E’, infatti, a questo punto del discorso che possiamo finalmente alzare lo sguardo sul Signore Gesù e chiedergli di manifestarci qualcosa della sua identità, per poterci aggrappare a Lui.

4.                                  “Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita per noi” (Mc 10, 45).

La grandezza di Gesù non possiamo pretendere di misurarla con criteri umani; non possiamo ricercarla con riflessioni umane: è una grandezza la cui comprensione rimane fuori dalle nostre possibilità umane. Gesù, infatti, è divenuto grande agli occhi di Dio ed è stato rivestito della gloria di Dio là dove l’uomo si aspetterebbe solamente umiliazione e frustrazione. Per questo è necessario un cammino di conversione, che è un cammino di spoliazione, di abbandono delle categorie umane (cfr. 1 Cor 2-3).
 Se non c’è un cammino di discepolato, di disposizione a seguire Gesù che è allo stesso tempo la disponibilità a lasciare, abbandonare la mentalità del mondo, l’uomo vecchio schiavo delle passioni mondane (Col 3,1ss), del Signore non si capisce praticamente nulla. E quando del Vangelo non si capisce nulla, si comincia a trasferire la logica del mondo sulla Parola di Dio o ad appropriassi di contenuti evangelici per giustificare la propria pigrizia.
Gesù, allora, non è grande perché aveva molto potere politico o perché possedeva molti beni; al contrario, Gesù è grande agli occhi di Dio perché ha fatto della sua vita non una salita, ma una discesa, non la ricerca di sé stesso, ma si è rinnegato, ha rinnegato la propria vita, si è spogliato della sua divinità , Lui che era Dio si è fatto simile a noi per servirci.
Parole impressionanti che trovano una conferma anche nella profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.

“Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” ( Is 53, 3).

Gesù è venuto al mondo e non ha fatto nulla per attirare attenzione. Si è nascosto in una vita umile. Ha affrontato i presunti potenti del mondo smascherando le loro ipocrisie, per aiutare l’umanità a non avere paura di coloro che si fanno forti abusando del loro presunto potere. Gesù, indicandoci il cammino con la sua Parola e la sua vita, ha infuso in noi il coraggio di vivere in un modo differente. Mettendosi al nostro servizio con umiltà, ha risvegliato in noi la nostra dignità di figli e figlie di Dio. Ed è questo coraggio, questa Vita, questa Forza, questa dignità che noi riceviamo nei sacramenti, non per stare seduti, ma per alzarci e sforzarci di vivere come lui ha vissuto, per sconvolgere l’arroganza del mondo con la semplicità, l’umiltà e l’amore di Gesù.

Sia ciò il frutto della nostra Eucaristia domenicale.



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