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lunedì 22 dicembre 2025

HA RIMANDATO I RICCHI A MANI VUOTE

 



 

Paolo Cugini

 

 

 

Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote
(Lc 1, 48).

 

Nel cuore della storia palpita un Mistero che solo i discepoli e le discepole che scelgono la via della spogliazione, dell’abbassamento e dell’umiliazione possono realmente cogliere. La sequela di Gesù non si svela attraverso i meccanismi dei potenti né si lascia imprigionare dalle logiche del mondo. Essa chiama ad un cammino che sconfina i confini della ragione e della convenienza, invitando ciascuno a spogliarsi di tutto ciò che non è puro dono. È questa la porta stretta che conduce all’intelligenza profonda della storia, dove si rivela la trama segreta dello Spirito.

Scegliere di seguire il Cristo significa abbracciare il suo stesso itinerario di abbassamento. Gesù non si è imposto, ma si è svuotato, scegliendo di entrare nella storia dal basso, tra i piccoli e gli esclusi. La sua esistenza è stata un continuo gesto di spoliazione, una rinuncia ad ogni privilegio per condividere il destino degli ultimi. Solo chi, come lui, accetta di perdere ciò che il mondo considera essenziale, può entrare nella comprensione autentica del Mistero che governa la storia. In questo cammino, la povertà non è solo una condizione sociale, ma diventa una posizione esistenziale: una radicale apertura all’incontro con Dio.

Il senso profondo della storia, secondo la rivelazione del Mistero, non si svela attraverso le categorie politiche o economiche. Queste, pur essendo strumenti della convivenza sociale, non sono il luogo dove si manifestano le scelte decisive del Regno. La sequela di Gesù invita a spezzare le catene delle logiche mondane, a superare la tentazione del potere, della ricchezza e del controllo. È una questione di posizione interiore: non si tratta di possedere, ma di lasciar andare; non di dominare, ma di servire; non di accumulare, ma di donare. “Dove si trova il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”, dice il Vangelo, indicando che la vera rivoluzione nasce dal cambiamento dello sguardo. Le scelte di Gesù sono una profezia vivente: dalla grotta di Betlemme alla croce del Calvario, egli ha percorso la strada degli ultimi. La sua nascita tra i poveri, il suo vivere senza casa né beni, il suo morire nudo e abbandonato svelano una logica del tutto opposta a quella del mondo. Questo cammino di spogliazione non è una casualità, ma l’espressione più autentica della volontà divina: Dio si fa vicino non agli orgogliosi, ma agli umili; non ai ricchi, ma ai poveri. Chi vuole seguire Gesù deve assumere il coraggio di imitare le sue scelte, lasciando cadere le maschere e le sicurezze effimere, per camminare nella verità che libera.

Il Magnificat, il canto di Maria, risuona come una dichiarazione profetica: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.” In questi versi si compie la rivelazione della predilezione divina per i poveri. Maria diventa la voce di tutti coloro che vivono la piccolezza e si affidano con fiducia. Il Magnificat non è solo una preghiera, ma una chiave di lettura della storia: Dio opera la sua salvezza là dove il mondo non guarda, nei margini, nelle periferie, tra chi non conta nulla. La scelta di Maria non è un caso, ma il sigillo del Mistero: per vedere occorre abbassarsi, per comprendere occorre lasciar andare.

La povertà evangelica non si limita all’assenza di beni materiali, ma diventa una postura interiore: il cuore povero è aperto, disponibile, libero dai legami che soffocano il desiderio di infinito. Solo chi accetta di spogliarsi delle ricchezze, dei riconoscimenti, delle certezze mondane, può entrare nel Mistero e fare esperienza dell’amore che trasforma. Questa via privilegiata ci insegna che il Regno di Dio appartiene a chi non possiede nulla, a chi si fida e si lascia condurre, a chi trova nella propria fragilità la forza di donarsi. Così, la storia si illumina di significati nuovi, invisibili agli occhi dei potenti ma evidenti agli occhi dei semplici.

Il mondo propone orizzonti di successo, accumulo, prestigio. La logica evangelica, invece, chiama alla conversione radicale: occorre cambiare prospettiva, guardare la realtà con occhi nuovi. Abbandonare la mentalità della competizione per abbracciare quella della condivisione; rinunciare all’orgoglio per scegliere la mitezza; superare la paura della perdita per scoprire la gioia della gratuità. La sequela di Gesù diventa così una profezia contro le strutture ingiuste, una provocazione che mette in crisi ogni forma di supremazia. “Gli ultimi saranno i primi”: questa parola ribalta i parametri umani e inaugura una nuova storia, dove i poveri sono i veri protagonisti.

Il Mistero della storia si svela solo a coloro che, sulle orme di Gesù, accettano di perdere per ritrovare, di abbassarsi per essere innalzati, di spogliarsi per essere rivestiti di grazia. Non è questione di logiche politiche o di calcoli economici, ma di posizione esistenziale: l’esperienza autentica del Mistero si compie nell’accoglienza della povertà, nell’abbandono fiducioso, nella scelta di una prospettiva radicalmente diversa da quella del mondo. Oggi, più che mai, risuona l’invito profetico a seguire Gesù in modo integrale, lasciando da parte ogni compromesso, per vivere la storia come luogo di rivelazione e di incontro con Dio. Solo così si comprende il senso profondo della vita e si diventa testimoni di una speranza che non delude.

 

 

sabato 17 settembre 2022

Non potete servire Dio e la ricchezza

 



XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Lc 16,1-13

Paolo Cugini

 

La spiritualità che sgorga dalle pagine del Vangelo, non si ferma nell’interiorità dell’anima, ma trasforma tutta la realtà. Chi rinasce dall’alto e si lascia plasmare dallo Spirito del Signore, cambia il modo di porsi nel mondo, cambia la qualità delle relazioni e il modo di considerare la materia. La priorità della vita cristiana, che è Gesù, diventa il fulcro della vita al punto da non lasciare nulla inalterato. È il fermento nella massa, il piccolo seme di mostarda che si trasforma in un albero grandissimo. La vita cristiana è, dunque, un cammino di trasformazione, che coinvolge tutto. Non a caso, Paolo nelle sue lettere parla di ricapitolare in Cristo tutte le cose (Ef1, 10), compresa, dunque la materia. Questa introduzione sul significato della vita spirituale nella vita cristiana, dovrebbe aiutare a cogliere la profondità del messaggio di Gesù nel Vangelo di oggi.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

La parabola che Gesù racconta ha come tema il buon uso del denaro. Anche qui, per chi è abituato ad identificare la vista spirituale con le preghiere devozionali, può rimanere interdetto. Che cosa c’entra, infatti, l’uso del denaro con la spiritualità? Leggendo la parabola, il suo commento in parallelo ad altri testi del Nuovo Testamento, si può comprendere che, per Gesù, l’uso del denaro è un problema centrale nella vita del cristiano. Nel seguito delle sue parole, Gesù offre delle motivazioni e degli argomenti che ci aiutano a riflettere. L’amministratore è disonesto, ma è lodato dal padrone: come mai? Perché utilizza i beni del padrone con un inganno, per garantirsi qualcosa quando sarà senza lavoro, perché è stato licenziato.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi sono gli amici che dobbiamo procurarci con la ricchezza disonesta? Sono chiaramente i poveri: lo specifica nel passaggio successivo. Saranno i poveri, infatti, ad accoglierci nelle dimore eterne. Questo dato è coerente con quello che troviamo alla fine del Vangelo di Matteo, in cui Gesù s’identifica con i poveri, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i carcerati. L’unico valore che Gesù dà alla ricchezza è quella che viene condivisa, mentre l’accumulo dei beni è condannato, perché accumulando, togliamo dal mercato dei beni, che potrebbero essere utili a coloro che non ne hanno. È chiaro che il discorso va spiegato ed attualizzato. Ricco non è il padre e la madre di famiglia, che mette da parte qualche soldo per i figli, per pagare le spese della scuola, dell’università, dei corsi che vuole far fare ai figli. Questo non è accumulo, ma paternità e maternità responsabile. Ricco, nella prospettiva che stiamo ascoltando in queste domeniche nel Vangelo, è colui che pur avendo molto, quello che raccoglie ancora, non lo distribuisce a chi non ne ha, ma lo tiene per sé, lo accumula, manifestando una visione meschina della vita.

Altra domanda: perché Gesù parla di ricchezza disonesta, senza motivare l’affermazione? Anzi, leggendo il testo, ogni forma di ricchezza, nell’ottica del vangelo, è disonesta: come mai? La ricchezza è disonesta perché è sempre frutto di un’ingiustizia, di un’appropriazione indebita. Se ci sono dei poveri è perché c’è qualcuno che si appropria di ciò che non è suo. Per questo, se qualcuno ha di più e ce l’ha come frutto del proprio ingegno, del proprio lavoro, è chiamato a distribuirlo con chi non ha nulla, con i poveri. Sono loro che ci accoglieranno nel regno dei cieli e, di conseguenza, durante la vita è bene imparare a trattarli bene, a farci conoscere da loro.

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Gesù pone la ricchezza come antagonista a Dio, come un idolo. I ricchi, in questa prospettiva, sono degli idolatri, perché hanno fato dell’accumulo del denaro un loro dio. Servire il Dio che si è manifestato in Gesù Cristo, significa distribuire le ricchezze con i poveri. Quando i ricchi non distribuiscono le loro ricchezze significa che sono diventati schiavi del denaro e, in questo modo, si sono allontanati da Dio. La spiritualità che il Vangelo propone. deve arrivare ad incidere il modo in cui utilizziamo i soldi. Il nostro pensiero dev'essere sempre per coloro che vivono con poco, che hanno fame, sete, che sono stranieri: Gesù è in loro.

venerdì 9 luglio 2021

ANDATE PER LE STRADE

 



DOMENICA XV/B

(Am 7,12-15; Sal 84; Ef 1,3-14; Mt 6, 7-13)


Paolo Cugini

 

Che cosa fa Gesù dinanzi all’insuccesso vissuto nella sinagoga, di cui abbiamo ascoltato la narrazione domenica scorsa? La risposta alla domanda la troviamo nel brano di oggi e diventa importante anche per il nostro cammino di fede. L’insuccesso, infatti, è parte integrante di coloro che intendo impostare la loro vita sui passi di Gesù. Il cammino di fede alla sequela del Vangelo, se da una parte è affascinante per la proposta di vita nuova e di relazioni autentiche che contiene, dall’altra conduce a scontrarsi con il mondo circostante, spesso e volentieri anche con amici e parenti. Per questo ascoltiamo il Vangelo, perché quello he è accaduto a Gesù, quello che è narrato nei vangeli, non sono solamente eventi passati, ma hanno una forza paradigmatica anche per l’oggi della comunità. C’è una diversità radicale tra la proposta di Gesù e quello che il mondo ha costruito a partire dall’istinto di sopravvivenza che domina le scelte e imposta l’esistenza degli uomini e delle donne di ogni tempo. Che cosa fa allora Gesù dinanzi all’insuccesso nella sinagoga e alla resistenza alla sua proposta? Cambia di strategia e, in questo cambio, coinvolge i suoi discepoli.

“Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”.

Per annunciare il Vangelo non c’è bisogno di un diploma, perché non si tratta di proclamare semplicemente delle parole, ma di testimoniare un modo nuovo di vivere, di stare al mondo. Lo stesso Gesù, infatti, non ha aperto una scuola, ma ha chiamato a sé delle persone, degli uomini e delle donne che vivessero con lui, condividessero il suo modo di vivere, le sue scelte. Le parole che proclamano i discepoli, non sono delle teorie o delle teologie, ma la narrazione di ciò che hanno visto vivendo con Gesù, quello che hanno capito. Questo nuovo stile di vita non si apprende sui libri. Per questo non trova spazio in coloro che hanno la testa piena di dottrine religiose, teologie strampalate, riti e culti rigidi. Gesù dona ai discepoli il potere di liberare le persone da tutto ciò che impedisce al suo Vangelo di entrare e trasformare le persone. Per spiriti impuri s’intende, allora, proprio quel materiale ideologico, quelle dottrine imparaticce che, mentre producono un senso di sicurezza, non permettono al nuovo di farsi strada.

“E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”.

 Il Vangelo per poter essere seminato e portare frutti di amore e di giustizia dev’essere accompagnato con delle scelte che lo rendano visibile. La vita semplice, sobria, in altre parole la povertà evangelica, è il segno visibile che deve accompagnare i discepoli e le discepole del Signore. Su questo punto spesso la Chiesa ha dato scandalo per la sua opulenza e ricchezza. Quando dico Chiesa dico anche famiglie cristiane, comunità parrocchiali, santuari, cattedrali. La povertà evangelica oltre ad essere il segno dell’accoglienza della Parola di Gesù che riempie a tal punto la vita e l’anima da rendere superfluo tante cose, diviene il segnale visibile di una vita in cui Dio avvero è il Signore e non altro.

«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro»

Si annuncia il Vangelo entrando nella vita della gente, lasciandosi coinvolgere dal vissuto quotidiano di coloro a cui si vuole rivolgere il messaggio di Gesù. Del resto, è lo stesso Signore che ha annunciato il Regno dei cieli camminando per le strade d’Israele, entrando nelle case della gente, entrando in contatto con tutti coloro che desideravano incontrarlo. Ciò significa che difficilmente la forza Vangelo di Gesù passa attraverso una cattedra di teologia o da un insegnamento dottrinario. Il Vangelo esige vita, condivisione di vissuti, il coinvolgimento esistenziale ed emotivo: è roba per gente che ama, che si appassiona e che, in definitiva, è disposta a dare la vita per il Signore come lui ha fatto per noi. Del resto, è proprio questo che celebriamo in ogni santa Messa: un corpo spezzato per tutti e un sangue sparso per noi.

 

 

 

 

giovedì 17 maggio 2018

UNA SOLA COSA TI MANCA



Marco 10, 17-30

Paolo Cugini

Mentre Gesù andava per la strada” (Mc 10, 17). Il ministero di Gesù, se così lo vogliamo chiamare, si svolge sulla strada, in un continuo movimento verso Gerusalemme. Strada come luogo per eccellenza dell’incontro, della disponibilità a lasciarsi incontrare, senza filtri, burocrazie, segreterie, o altro. C’è la disponibilità ad un contatto immediato, corpo a corpo, un’accessibilità a tutti. E’ la Chiesa in uscita che, senza dubbio, non l’ha inventata Francesco, ma nasce così, dallo stile di Gesù.

La richiesta del giovane ricco è la tipica domanda che nasce da un contesto religioso, che stimola l’individualismo borghese. E’ la ricerca di una salvezza individuale, esattamente come hanno insegnato i dottori della legge, insegnamento che prima di provocare un cammino verso l’altro, tenta di soddisfare il proprio egoismo. C’è tutta una religione malata, che serve a questo gioco subdolo e ambiguo, che si serve della dottrina per innalzare se stessi sugli altri, invertendo in questo modo l’autentico cammino di fede. Gesù, al contrario, è venuto ad annunciare il Regno dei cieli, mostrando con il suo stile di vita la possibilità di realizzare un pezzo di cielo nelle relazioni nuove, che si possono instaurare tra discepoli e discepole che accolgono la sua Parola. Relazioni non più basate sul possesso, sull’interesse personale, ma sul dono di sé, sulla gratuità, la ricerca della giustizia. La Chiesa, d’altronde, dovrebbe essere proprio questo, vale a dire, uno spazio di umanità differente, nella quale chiunque si sente accolto, senza alcuna discriminazione.

Non è un caso che Gesù, interpellato dal giovane in cerca di gloria religiosa, risponda indicando come cammino da compiere solamente i comandamenti che implicano una relazione, tralasciando gli altri. Del resto, è questo il senso del suo messaggio che troviamo nella buona novella: attraverso di Lui e con Lui, è possibile compiere quel cammino che ci aiuta ad uscire da una vita incentrata su noi stessi per vivere per il Signore e per i fratelli e le sorelle che pone sul nostro cammino (Cfr. 2 Cor 5, 15).

Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10, 22). Forse aveva regione Origene a sostenere che, in realtà il giovane ricco non era altro che un bugiardo, perché è impossibile rispettare i comandamenti di Dio, che hanno nell’amore al prossimo il culmine, e non riuscire a condividere i propri averi con i fratelli e le sorelle. La verità del cammino che il Signore propone non consiste nell’osservanza di precetti, di regole o di gesti cultuali, ma nel dono di sé all’altro. La condivisione dei propri beni con i poveri significa la disponibilità alla costruzione di quel regno di giustizia intaccato all’egoismo umano. Una disponibilità che non si ferma alla superficie, ma che cerca di andare alla radice, alle cause.

E’ ascoltano Gesù e la su buona novella che ci rendiamo conto quanto la religione del tempio, che sostituisce la tradizione degli uomini alla Parola di Dio, sia ancora così presente nelle nostre comunità. L’accoglienza agli stranieri o l’attenzione nei confronti di ogni forma di emarginazione – vedi le persone LGBT – invece di trovarci pronti e disponibili, provocano invece tensioni e divisioni nelle comunità cristiane. E allora, quella tristezza narrata nel volto del giovane ricco, si trova spesso stampata anche nei nostri. Il Vangelo è strumento di salvezza, come ci ricorda san Paolo (Rom 1,16) proprio perché è capace di realizzare quello che dice. Ci libera dal peso di una vita concentrata su noi stessi per aprirci agli altri, che è forse l’unico modo per sperimentare la gioia che viene da Dio.

giovedì 5 novembre 2015

TUTTO QUANTO AVEVA PER VIVERE



Paolo Cugini
Il Vangelo di oggi presenta un cammino che ogni cristiano dovrebbe compiere, vale a dire il cammino che va da una vita centrata su se stessi, ad una vita per gli altri. Questo cammino è espresso molto bene in alcuni versetti di Paolo che abbiamo ascoltato questa settimana: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore” (Rom 14,7-8).

 Gli scribi sono presi di mira da Gesù per il loro modo di vivere centrati su loro stessi, “per farsi vedere”. C’è tutta una religione che alimenta l’orgoglio personale, che piega Dio al proprio servizio. Gesù condanna apertamente questo tipo di religiosità perché rende l’uomo e la donna arroganti e orgogliosi, attenti ai loro bisogni e indifferenti nei confronti degli altri. E’ la religione dell’apparenza, dell’immagine La vera religione, quella che nasce dall’incontro personale con il Signore produce un movimento di uscita da sé, non calcola perché sgorga dal cuore, dall’amore. E’ la religione della povera vedova che dona tutto quello che ha. Bellissimo il confronto che Gesù propone tra i ricchi che danno tanto e la povera vedova che dà una monetina.

 Per entrare nel Regno di Dio non sono necessari, titoli onorifici né soldi, né possedimenti: basta la fede. E’ infatti la fede nel Signore, che accogliamo gratuitamente da Lui, che ci permette di svuotarci, di fare spazio al suo amore, per vivere di Lui e liberarci, così, dalla schiavitù del nostro orgoglio. E allora, più che sforzarci per diventare amici delle persone ricche e importanti per trarne profitto, il Vangelo di oggi c’insegna ad avvicinarci alle persone povere per accogliere il Vangelo che portano con sé.




domenica 11 ottobre 2015

UNA SOLA COSA TI MANCA


Paolo Cugini

La forza del Vangelo sta nella sua semplicità: arriva diretto al cuore. Non ci sono giri di parole, tentativi di giustificare l’ingiustificabile, come siamo soliti fare noi. Nel dialogo tra Gesù e il giovane ricco appare tutta la forza di una parola che colpisce la coscienza, la mette in discussione, provoca un confronto ed esige una scelta, una risposta. Sono parole come questa che aiutano a crescere, perché ci mettono innanzi alla realtà delle cose, ad una parola chiara che ci permette di capire chi siamo e dove stiamo andando.

“Va vendi tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Che cosa significa una simile richiesta, che cosa indica? Rivela, prima di tutto, che è impossibile osservare i comandamenti di Dio, come sosteneva il giovane ricco, e poi non essere disposto a condividere i propri averi con chi è nel bisogno. Nella prospettiva inaugurata da Gesù se uno ha qualcosa, lo ha per condividerlo. Non viene colpito il necessario, ma l’accumulo, che è la causa delle disuguaglianza. La sequela è un cammino di libertà, e la libertà è il primo frutto della verità del Signore che accogliamo. Il Vangelo ci rende liberi dalle cose e dal denaro perché ci aiuta a dargli il giusto peso e valore. Al centro dell’insegnamento del Signore ci sono l’uomo e la donna, la persona umana, la salvaguardia della sua dignità.

“Una sola cosa ti manca”. Che cosa manca al giovane ricco? La libertà dalle cose. La sua risposta negativa alla richiesta di Gesù mostra il vuoto della sua religione. C’è un’obbedienza a Dio, un’osservanza dei comandamenti che è sterile, perché non ci mette dietro al Signore e alla sua sequela, ma davanti a Lui. Al giovane ricco manca la vera religione, quella vissuta da Gesù, che da ricco che era si fece povero, per donarsi totalmente ai fratelli e alle sorelle che incontrava nel suo cammino.

martedì 16 giugno 2015

L'OPZIONE PREFERENZIALE PER I POVERI



XXIII DOMENICA/B
(Is 35,4-7a; Sal 145; Gc 2,1-5;Mc 7,31-37)



1. Il tema  generale della liturgia della Parola di questa domenica è chiarissimo: l’amore preferenziale di Dio per i poveri. Ne parlano tutte le letture, compreso il salmo. Non si può quindi fuggire da nessuna parte, bisogna parlare proprio di ciò.
In un contesto di benessere diffuso come il nostro, fa un po’ senso parlare di poveri e povertà. Anzi, forse ci si arrabbia un po’ con Dio e ci si chiede con fastidio perché Lui vuole sempre parlare di “queste cose”. Il fastidio nasce anche dal fatto che poi si sa che queste parole nessuno le vive e allora le si ascolta, nonostante tutto, ma poi ognuno fa ciò che vuole, come in molti casi.
Credo, invece, che la  Parola di Dio sia una  vera benedizione, perché ci costringe, ci forza ad ascoltare ciò che non vorremmo ascoltare e cioè che nonostante il nostro perbenismo di facciata, la strada della conversione è ancora molto lunga, anche perché questa strada non può che passare per il volto dei poveri, quel volto che troppo spesso noi non vogliamo guardare neanche da lontano. E invece i poveri sono sempre li, e ne arrivano sempre di più a turbare i nostri piani, le nostre belle ed educate giornate. Ne arrivano tutti i giorni a palate  sulle nostre coste per ricordarci che, nella realtà, quella realtà che neghiamo con il nostro menefreghismo, i tre quarti della popolazione del mondo è indigente, vive di stenti, in condizioni igieniche precarie.
 “Ma che colpa abbiamo noi se ci sono tanti poveri? Noi tutti i giorni lavoriamo, educhiamo i nostri figli: che cosa dobbiamo fare di più?”.

2. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato, non ci pone dinanzi delle analisi sociologiche e nemmeno storiche. Non cerca, infatti, d’indagare i motivi della povertà del mondo, ma ci dice semplicemente da che parte Dio sta.
“Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo?” (Gc 2, 5).
Questa è la scelta di Dio e, se qualcuno si sente così saggio da metterla in discussione, si faccia avanti. Per coloro, invece, che dinanzi alla Parola di Dio, si pongono in religioso ascolto (come ci insegna il concilio Vaticano II nel documento Dei Verbum),  non resta che interiorizzare questa Parola, per tradurla in scelte di vita.
E’ questo il cammino che dobbiamo compiere tutti assieme, perché tutti abbiamo bisogno della Parola per vedere il cammino da percorrere.
 Dio è la sorgente della verità e della pace, ci dice la preghiera sulle offerte di oggi, ciò significa che la pace è il dono che il Signore fa a coloro che, con assiduità, si sforzano di vivere la Verità che Lui  ci dona. Verità che spesso è contraddetta dallo stile di vita del mondo e che, quindi, fatichiamo a riconoscere e vivere. Per questo il Signore oggi nel Vangelo si presenta come un taumaturgo che apre le nostre orecchie, divenute sorde dai rumori del mondo, e cura i nostri occhi accecati dalle illusioni che si presentano ai nostri sensi.

3.          “Coraggio non temete; ecco il vostro Dio… Egli viene a          salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi(Is 35, 4).
Dio interviene nella storia per “Salvare”: è su questo che mi sembra importante riflettere. Se Dio infatti, interviene nella storia per salvare l’umanità, è perché  la vede malata, povera, bisognosa di un intervento salvifico. In questa prospettiva il significato della povertà si allarga a dismisura e va ben oltre del semplice anche se autentico, significato materiale. Se Dio interviene nella storia per soccorrere un’umanità povera, cieca, sorda, storpia, ecc., allora tutti noi, tutta l’umanità è racchiusa in queste categorie. A questo punto allora il problema  è il seguente: ma come ci vede  Dio? Perché Lui, che è l’Onnipotente, mi vede in questa maniera, che è il contrario della visione che io ho di me stesso?
Dio ci vede malati, zoppi, ciechi e sordi, in una parola: poveri. E ci vede così perché è Lui che ci ha creati e quindi  conosce bene il progetto originario dell’umanità. E’ chiaro che il possesso di soldi o cose non dice assolutamente nulla della nostra situazione esistenziale o spirituale davanti a Dio; al massimo la peggiora. Dio ci vede poveri, malati, tremendamente ciechi e sordi perché pieni di noi, egoisti, concentrati solo su noi stessi, le nostre cose. Con l’andar del tempo questa situazione egoista, questa condizione umana permeata dall’egoismo ha prodotto i suoi frutti marci: la disuguaglianza, le divisioni, i soprusi.
 E così accanto al benestante incontriamo “il povero dal vestito logoro(Gc 2,2),  accanto ai ricchi, senza problemi, nelle loro case super attrezzate e rinforzate per proteggersi dagli stranieri che sono tutti dei ladri e scansafatiche, incontriamo gli oppressi, affamati, prigionieri, stranieri (Salmo 145). E’ inutile dire che queste cose così storte, così fatte male, Dio non le ha pensate, non le poteva pensare, nemmeno sognare. Perché Dio è buono, è misericordioso, è l’amore e chi ama non può fare queste cose così sbagliate, così storte e  insensate. Ed è per questo che Dio, il Padre sta dalla parte dei poveri. Non è una scelta discriminatoria, ma di amore e di misericordia. Infatti, il povero, la situazione di indigenza è un segno dell’ingiustizia dell’uomo. Se Dio ha creato il mondo affinché tutti potessero  usufruirne, se qualcuno ha di più e altri non hanno nulla è perché è avvenuto qualcosa che distorce il progetto originario. La ricchezza è il segno di una ingiustizia: questo è un dato biblico incontestabile. La vita del cristiano, sia a livello personale, che familiare e sociale, è chiamata continuamente a pensare forme di condivisione, di solidarietà. Se abbiamo è per dare e,  soprattutto non possiamo permetterci il lusso di accumulare. A partire da questi principi economici ispirati dal Vangelo, si muove tutta l’esperienza sociale cristiana. Il problema, a questo livello, non è sul fare o non fare quella cosa o quel mestiere: l’accento del Vangelo  è costantemente posto sulla persona e sulla misericordia del Signore.
 A questo punto posso fare ciò che voglio (è la libertà del cristiano che san Paolo nelle sue lettere stimola continuamente: cfr. 1 Cor 6,1ss.), posso guadagnare un sacco di soldi (chiaramente se si tratta di lavoro onesto), l’importante è che non pensi solamente a me, ma che il pensiero degli altri, del prossimo, muova i miei pensieri economici e sociali.

4.
 “E subito si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua” (Mc 7, 35)

E’ quello che vogliamo che Tu, Signore, faccia con noi, affinché possiamo uscire dalle nostre ipocrisie fatte di parole vuote, di idee geniale e profonde, ma non accompagnate da scelte altrettanto coraggiose. Ti chiediamo, allora, Signore, nell’Eucaristia di questa domenica, di aprire le nostre orecchie ottuse e chiuse dall’egoismo che sa solo giudicare gli altri, che sa solo guardare i difetti degli altri, che riesce solo a fare i conti nelle tasche degli altri e si dimentica di verificare i propri. O Signore,  aiutaci ad avere tra di noi parole di giustizia e di misericordia, affinché sappiamo condividerle per elaborare stili di vita capaci di modificare i sistemi di egoismo che il mondo costruisce e che pesano come macigni sulle nostre coscienze. Aiutaci, Signore, ad uscire con semplicità dagli schemi perversi del consumismo, per promuovere in ogni momento, a partire dalle nostre famiglie, dalla nostra famiglia, Chiesa domestica, un frammento di umanità nuovo, simile a quello che tu hai voluto costruire, in cui apprendiamo a rispettare i poveri del mondo vivendo con sobrietà, smettendo di pensare solo a noi stessi, giustificandoci per il nostro stile di vita spaventosamente consumistico, dicendo che tutti fanno così. Illumina i nostri occhi, Signore,  per mostrarci il cammino per il quale ci sentiamo attratti , ma che spesso facciamo fatica a riconoscere.
Infine, ti chiediamo, Signore, una Chiesa che sappia stare sempre dalla parte giusta, che è la parte che Tu hai scelto, la parte dei poveri, degli oppressi del mondo, per poter indicare al mondo la sua malattia e, così sentire il bisogno di una redenzione. Amen.