giovedì 22 marzo 2018

IL QUARTO CANTO DEL SERVO DI JHWH




DON CARLO PAGLIARI

RONCINA 22 MARZO 2018

Sintesi: Paolo Cugini

I quattro canti del Servo sono stati determinanti delle comunità cristiane della prima ora. Comprendere la Pasqua non è stata una passeggiata per i primi cristiani. Gesù è morto da solo. Umanamente parlando la vita di Gesù è un solenne fallimento, perché con le sue scelte e con le sue parole non è stato capito. Proprio i dodici lo hanno lasciato nel momento più decisivo. Le stesse folle prima lo osannano, poi lo tradiscono. La Pasqua è il riconoscimento che la croce non è un fallimento, una sconfitta, ma una vittoria. La resurrezione è il riconoscimento che Dio ha innalzato il crocefisso. Capire questo non è facile, perché occorre passare per la morte, il fallimento. Il libro più citato dll’AT nel NT? E’ il libro dei salmi, perché è il libro che utilizzavano nella preghiera. E’ leggendo la Scrittura che la croce non è stata una sconfitta.

E’ impressionante la somiglianza del IV canto del Servo e quello che è accaduto a Gesù.

“Ecco il mio Servo avrà successo…” Ci sono qui i verbi che il NT utilizza per parlare della resurrezione, che è un innalzamento, è uno stare in piedi, ristabilito, glorificato. Con un doppio senso perché l’innalzamento vuole dire un vantaggio. Nel Vangelo di Marco l’unica professione di Fede la farà un centurione romano e pagano sotto la croce, un uomo che non aveva conosciuto Gesù. E’ sulla croce che si apre la strada del Regno: oggi sarai con me in paradiso (cfr. Lc 22).

Molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato il suo aspetto”. E’ una morte che serve per la salvezza di tutti. E’ accaduto qualcosa di sconvolgente. Qualcosa che non è affascinante. Gesù ha vissuto due condanne a morte, perché la flagellazione per i romani era una condanna a morte. I cristiani prima di disegnare la croce ci mettono tre secoli. Il salmo dice: è il più bello tra i figli dell’uomo. Pilato dice: Ecce homo. Questo è il paradosso. Dov’è questa bellezza? E’ una bellezza che non seduce. Non è uno che ti compra con l’apparente bellezza, con il suo fascino. Non è un manipolatore. Si tratta di cogliere la bellezza che appare se la cerchi in profondità e la percepisci dalla profondità delle sue scelte. E’ la bellezza di colui che non cede dinnanzi al male. Gesù ti mostra il costo dell’amore: è questa la vera bellezza che ti converte.

La croce è il nostro specchio. Quell’uomo sfigurato è la mia immagine ferita dal peccato. Tutto il male del mondo è rappresentato dai personaggi che circondano Gesù in quelle ore in cui scaricano su di lui quello che loro non vogliono vedere. Il crocefisso è quello che avviene nel peccato dell’uomo. L’innocente Gesù si fa carico dei peccati del mondo. Gesù sceglie la mitezza perché sia chiara la violenza che è su di lui. L’uomo sfigurato è il servo del Signore che diventa specchio della mia bruttezza. Eppure, quell’uomo sfigurato, è anche specchio dell’amore paziente e profondo del Dio che è capace di portare il peso degli alti. La croce è la narrazione di come è profondo l’amore di Dio. Gesù è la spugna contro il quale puoi scaricare la tua rabbia e ricevere perdono.

Dio non è assetato di sangue, ma la salvezza è conoscere il volto di Dio e il mio. Il Servo si fa carico di questa missione di liberazione. La mitezza, e il saper stare con forza in quella posizione sarà liberazione della violenza del mondo.

La realtà cambia nel momento in cui riconosciamo i nostri peccati. In tutti i Vangeli Pietro non ha vergogna di dire quello che ha fatto a Gesù, perché è un perdonato. Geremia dirà: quando saranno perdonati i vostri peccati conoscerete Dio.

giovedì 15 marzo 2018

IL TERZO CANTO DEL SERVO DI JHWH (Is 50,4-11)

DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA - ZONALE OVEST






LECTIO DIVINA NEL TEMPO DI QUARESIMA

RONCINA – GIOVEDI 8 MARZO 2018


Con DON CARLO PAGLIARI


Sintesi: Paolo Cugini

Il terzo canto del Servo di JHWH descrive il servo quasi come un sapiente.
Il Signore mi dà una lingua da discepolo: il sapiente è colui che ascolta dalla sapienza che viene dall’alto e la vive nel concreto. Ricorda le indicazione che Mosè diede a Giosuè prima di entrare nella terra promessa. Stessa indicazione che JHWH dà al re Salomone. Il servo di JHWH di questo terzo canto segue quindi, il modello sapienziale.
Altra caratteristica: qui abbiamo la testimonianza in prima persona. Qui abbiamo la sua voce. Questo dà forza al testo. In questo canto veniamo a sapere il segreto della forza del servo. Veniamo a sapere che cosa pensa e vive nel momento della prova.

8-9: il servo manifesta una coscienza di sé molto forte. Vivere la mitezza, lo stile non-violento non vuol dire essere bonaccioni o dei deboli. Anche il servo è forte ma la sua non è una forza muscolare, ma interiore.

v. 4: Il Servo medita la Parola giorno e notte. La Parola corrobora la vita del Servo. Cfr. Maria che dà carne alla Parola, la somatizza. Maria è l’immagine del Sapiente che lascia che la Parola generi dentro di lei. Il discepolo ha una lingua nuova. Il servo di JHWH è discepolo in questa prospettiva, che viene dalla relazione con la Parola. Il segreto è ricordarsi di essere discepoli. Così come Gesù diceva: non do la vita da me stesso, ma il Padre. Essere talmente discepoli da riconoscere che tutto viene da Dio. Il dono ricevuto della Sapienza è data perché sia condivisa con gli sfiduciati.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio: la preghiera migliore nella Bibbia è sempre quella del mattino. Alla sera è difficile pregare, è difficile ascoltare. Alla sera la preghiera rischia di diventare un monologo. La preghiera del mattino nasce quando tutto deve ancora cominciare stimola il silenzio, l’ascolto. Il discepolo conosce da dove viene la vita, per questo sta in silenzio e ascolta. I bambini cominciano a parlare ascoltando. Cfr. Salmo 27: se tu non mi parli io sono come colui che scende nella fossa. Se non ascolto qualche parola significativa, non ho parole significative. Se non ascolto non so dire nulla. Essere discepolo è la condizione normale dell’uomo e della donna. Ecco perché la preghiera è innanzi tutto silenzio e ascolto. Saper ascoltare è anche un saper vedere.

“Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e non ho posto resistenza”: c’è una sfumatura importante. È qualcosa presente anche nella letteratura profetica. Non è facile avere un rapporto con Dio. La prima resistenza l’abbiamo dentro di noi. Questo servo è servo fino al midollo. Si può resistere all’azione di Dio. La nascita è un’esperienza traumatica. L’esperienza della novità è dura da accettare, è dolorosa. Farsi aprire le orecchie è un’esperienza dura. Chi ha imparato a lottare con il Signore e a prenderlo sul serio, la stessa forza che ha maturato con il Signore la vivrà nella realtà.

Ho presentato il dorso ai flagellatori: qui c’è un’opposizione. Ci sono persone violente che vogliono umiliare e fare del male. La flagellazione è una punizione. Questi non si limitano a ferire il corpo, ma anche l’anima. Qui i nemici vogliono colpire la dignità. Qui c’è la forza del Servo che rimane in piedi in una situazione di grande umiliazione. Come rimanere in piedi in un simile contesto?

Il Signore Dio mi assiste: qui è il punto centrale. La vera forza la si trova in una disciplina interiore. Resistere alle umiliazioni è molto difficile. Si rimane in piedi se si ha la forza che vien da Dio. Il Servo non reagisce. Il Servo non vacilla perché la sua forza interiore gli rivela la sua identità. Il Servo sa che la violenza è il segno di una debolezza. Aggredire l’altro non è segno di forza. La vera forza è indurire il volto e rimanere fermi nella sua dignità. Il Servo sa che cosa è il male e il bene. Chi usa la violenza non ha capito che cos’è il bene. Questo Servo non cade nell’inganno perché è forte dentro di sé. E’ la forza che viene da Dio, dalla consapevolezza della vera sapienza.

Gesù non è uno sprovveduto quando abbraccia la croce. Gesù la sa più lunga di tutti noi. Questo lo ha capito chi lo ha visto morire. Gesù è libero nell’abbracciare la croce. La sua forza è che nonostante le violenze e le umiliazioni subite, i tradimenti dei suoi amici, Gesù non ha risposto con la stessa moneta, perché ha continuato ad agire come agisce Dio. Non ha permesso che il suo cuore si macchiasse di rancore, di gelosia, di rabbia. Il segreto del Servo è che ogni giorno, ogni mattina ha lasciato che la Parola forgiasse la sua umanità.

Sapendo di non restare confusi: Chi cresce nella confusione si logora presto. Siamo di fronte ad una umanità logorata. L’appello che fa il Servo è di ascoltare per prendere forza dal Signore.
10-11: Chi semina nel fuoco brucerà nel fuoco che semina. Morirete nelle frecce che avete acceso. Queste parole sono il frutto dell’esperienza del Servo. Chi usa la spada morirà di spada. Nella passione Gesù rimane progressivamente in silenzio perché sarà l vita stessa a parlare, sarà il suo stile a parlare. La vera battaglia non è mostrare muscolarmente chi è più forte, ma si tratta di far vedere chi non cede al male. Gesù in questo suo silenzio è spettacolare.


domenica 11 marzo 2018

PIETRA DI SCARTO




RITIRO SPIRITUALE DI QUARESIMA PER GIOVANI E ADULTI
UNITA' PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE


Paolo Cugini
Premessa al ritiro: credere nella Parola. Credere che la Parola di Dio sia luce sul nostro cammino. Credere che Dio ci parla, mi parla attraverso di Lei.

Salmo 118 (117): racconta un viaggio di liberazione, la trasformazione dell’ansia e della sconfitta in gioia. Prosperità, vittoria.
Nella mia angoscia invocai il Signore (v. 5): il fedele è bloccato in una situazione angusta, in cui si è bloccati e confinati[1].
Attorno al protagonista c’è gente ostile che lo aveva accerchiato, circondato.
Il protagonista era convinto di morire, eppure invoca il Signore che lo porta in salvo

v. 17: racconterò le opere del Signore: l’esperienza della propria salvezza diviene motivo per annunciare le opere del Signore

v. 22: la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta pietra angolare: è il salmo che racconta la parabola del cambio della sorte dell’uomo: prima è rigettato e poi viene salvato da Dio e gli viene affidato un importante incarico.

Il salmo narra una situazione che nelle scritture è paradigmatica: colui o colei che è scartato, viene scelto da Dio per portare avanti la storia di salvezza.
Il riferimento in sottofondo è il popolo d’Israele. Si ritiene, infatti che sia un salmo post-esilico e che alluda al ritorno in Patria degli esuli.

Vv 1-4: sono convocati coloro che temono il Signore
Secondo Ravasi la pietra è un simbolo polisemico indicando il popolo scartato ma ora riabilitato. Il tempio che ha condiviso la sorte del popolo nonché lo stesso JHWH che aveva intrecciato il proprio destino con quello d’Israele.
Pietra è quindi un simbolo allusivo al tempio, a JHWH stesso o anche al povero scartato dagli uomini e recuperato da Dio per il suo progetto salvifico[2].

Due elementi sono significativi:
a.      La riabilitazione del popolo e il suo riorno dall’esilio è opera di Dio
b.      Il movimento di libertà che spezza le catene è faticoso ma inarrestabile. Il cammino verso il Tempio diventa un itinerario verso Dio.

Struttura del salmo:
1.      1-4 introduzione
2.      5-24: esperienza del salmista
3.      25-29: preghiera di benedizione e di ringraziamento

Il Contesto
Com’è nato questo Salmo? “Apritemi le porte della giustizia” (v. 19): sono le porte del Tempio di Gerusalemme, là dove si manifesta la giustizia di Dio. Dio ha salvato e il Tempio, dove il Signore abita, ne è il segno. Il Salmista è qualcuno che ha sperimentato la giustizia di Dio e vuole entrare nel Tempio per esprimere la sua riconoscenza. Non si tratta, però di un ringraziamento privato, ma tutto Israele è convocato. Si forma una processione che giunge fino agli altari degli olocausti.

IL racconto
E’ un invito rivolta ad Israele, a tutti quelli che temono il Signore, un invito perché si riconosca che il Signore è buono, la sua misericordia è eterna. Affermare che la misericordia del Signore è eterna significa capire che se anche tutto passa e cambia, la fedeltà e la misericordia di Dio la troviamo sempre.
Corpo del salmo: Il protagonista racconta quello che gli è capitato: nell’angoscia ho gridato al Signore.

v. 10-12: Il salmista si è sentito solo contro tutti. Che cosa sia successo realmente non è dato saperlo. In ogni modo è chiaro la situazione di pericolo e di solitudine che il salmista ha avvertito. Bello è il ritornello che viene ripetuto: Ma nel nome del Signore li ho sconfitti. L’ansia del salmista è sparita grazie all’intervento di Dio. C’è la percezione della presenza del Signore per questo la preghiera del salmista è serena. Viene in mente il passo di Davide quando affronta GOLIA: cfr. 1 Sam 17,45

v. 13-19: nella difficoltà e nella debolezza tendiamo ad affidarci a chi abbiamo vicino o a cercare rifugio nei potenti. Il salmista scopre che anche loro sono deboli. È meglio rifugiarsi nel Signore…

v 14: canto di ringraziamento. È mia forza perché mi ha liberato; è mio canto perché mi ha messo in cuore la voglia di cantare.

17-18: viene fuori il motivo dell’esperienza del salmista. La prova che ha dovuto affrontare era al limite delle possibilità umane. Per questo c’è stata la trasposizione nel NT alla Pasqua di Gesù, perché c’è la narrazione di una vittoria definitiva sulla morte.

22-24: da pietra scartata che non vale nulla, a pietra che sorregge l’edificio. È la narrazione di una trasformazione. Quello che non sembrava valere nulla, il Signore lo ha valorizzato in un modo sorprendente.
Ringraziamento: abbiamo sperimentato la salvezza
Alla fine v. 28 c’è la professione di fede del salmista

La pietra scartata nel Nuovo Testamento
Il v. 22 compare 5 volte nel NT e 3 di queste nel contesto del tempio di Gerusalemme. Cfr. Mc 12,9-11. Due elementi importanti appaiono in questo brano. Il primo è che Il salmo viene citato in un contesto fortemente segnato dalla polemica religiosa che ha luogo nel Tempio.
Il secondo elemento importante del brano è che le autorità religiose si rendono perfettamente conto che Gesù li sta identificando con i cattivi vignaiuoli. Se essi sono i cattivi allora la pietra scartata è lo stesso Gesù. Questa interpretazione è confermata da Atti 4,10-11.

Il percorso di Gesù dalla periferia della Galilea lo ha portato al simbolo centrale del potere religioso: il Tempio di Gerusalemme. In quel contesto continua la polemica con i farisei che aveva caratterizzato tutto il viaggio di Gesù (Cfr. Mc 7 controversia sul puro e l’impuro.
Tempio: rappresenta la visione religiosa basata sull’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri. Il Tempio escludeva alcune persone: donne, stranieri, persone con malformazioni fisiche. Una gran parte della religiosità rappresentata nel Tempio era costruita sulla distinzione di puro e impuro.
Gesù accusa i capi religiosi di essersi allontanati dal cuore della fede d’Israele. Anteponendo al cammino di salvezza per tutti precetti escludenti. Matteo porta a termine questa sezione con i guai: cap 23.

Identificandosi con gli esclusi e le escluse, Gesù stesso è escluso dal Tempio. Nelle tre versioni sinottiche si legge: lo presero e lo cacciarono fuori. Dopo il confronto nel Tempio Gesù sarà arrestato, processato, condannato e condotto fuori dove sarà crocefisso. Cfr. Eb 13,12-13.

1 Pt 2,4-5:
·         La pietra scartata è vivente. La storia di Gesù non termina fuori dal tempio, sulla croce: Egli risorge.
·         Il divenire pietra vivente non è circoscritto a Gesù, ma è una possibilità offerta a tutti. Paolo scrive che noi siamo il Tempio del Dio vivente (2 Cor 6,16; 1 Cor 3,16).

Osservazioni generali: Nel salmo 118 il nostro versetto era pronunciato dopo l’ingresso al Tempio. Per Israele, tornato dall’esilio, la salvezza passa sempre dal centro. La pietra scartata viene sì riabilitata, ma il viaggio che si compie rimane quello dalla periferia o dai margini, al centro, dall’esilio al nuovo tempio di Gerusalemme. La salvezza, come ritorno al centro, era ritualizzata dal salmo.
Con Gesù accade qualcosa di nuovo: il centro (ossia una religione basata sull’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri) rappresentato dal Tempio è scardinato. La pietra scartata salva tutti e tutte, dentro e fuori, ma non fa mai più ritorno al centro (cfr. il dialogo con la Samaritana sul culto e gli adoratori che cerca il Padre) e perciò non produce una proposta di fede che opera esclusioni.






[1] Cfr. RAVASI, G. Il libro dei Salmi, Vol III, EDB, Bologna 2002 p. 424
[2] Cfr. RAVASI, cit. p. 422

giovedì 8 marzo 2018

I CANTI DEL SERVO DEL SIGNORE- ZONALE OVEST- QUARESIMA 2018




DIOCESI DI REGGIO EMILIA E GUASTALLA - ZONALE OVEST


LECTIO DIVINA NEL TEMPO DI QUARESIMA

RONCINA – GIOVEDI 8 MARZO 2018


Con DON CARLO PAGLIARI



Sintesi: Paolo Cugini

I canti del servo del Signore sono un’ottima preparazione alla Pasqua e un’ottima occasione per entrare dentro la storia e la vita di Gesù.

Contesto. Il libro di Isaia è diviso in tre parti, che corrispondo a tre fasi storiche. Nella seconda parte, chiamata il Deutero-Isaia, si trovano i canti del Servo. In questa seconda parte si parla di una consolazione per il ritorno dall’esilio. Questi quattro canti sono sempre stati misteriosi. Parlano di un servo sofferente, ma non si è mai capito di chi stia parlando l’autore quando parla di questo servo sofferente. Qualcuno l’ha identificato con il re Giosia. Però Giosia viene sconfitto in battaglia e non sembra la fine di un santo. Qualcuno, invece, dice che il servo è Ciro, perché è lui che fa riportare il popolo in Esilio verso Gerusalemme.

E’ stato nel Nuovo Testamento che la prima comunità cristiana ha identificato questo servo con Gesù. Un passo interessante in questa prospettiva si trova negli Atti degli Apostoli al capitolo 8. In questo brano, Filippo si avvicina ad uno straniero che stava leggendo Is 53, ma non capiva chi era il personaggio citato nel testo. Sarà Filippo che lo aiuterà a comprendere il significato del testo.

Isaia Capitolo 42: primo canto del Servo di JHWH. Il canto si apre con parole che gli evangelisti usano per descrivere il battesimo di Gesù. Ci viene presentata una figura che ha su di sé la predilezione di Dio, la sua elezione. La predilezione è un modo di constatare che, in quella persona, risplende in modo particolare la sua esperienza con Dio. Vedendo quella persona si vede in modo trasparente il modo di amare di Dio. Questa è l’elezione. Il concetto di elezione non è mai esclusivo, ma inclusivo. Israele è posto come segno perché anche gli altri possano rendersi conto com’è bello stare con il Signore. Il Servo è un giusto che con le sue scelte risplende la bellezza di Dio. Tutti siamo eletti.
Appare sulla scena il servo del Signore: è colui che è sostenuto da Dio, perché cammina insieme. Su di lui c’è lo Spirito del Signore, il suo modo di pensare, di agire, i suoi gusti, i suoi desideri, la sua logica. Quando uno scopre di essere amato da Dio, si scopre anche che cosa si può fare assieme a Lui. Il sì che diciamo al Signore cambia la vita di una persona. L’azione di Dio tutti i giorni è quello di liberare.
Quali sono le caratteristiche di questa missione del Servo? Il mondo ha un criterio funzionale, utilitaristico. Il Servo ha armi opposte, usa armi deboli. Le armi del mondo sono la violenza, la forza. Le armi di Dio sono la bontà, la mitezza, il silenzio, la voce bassa, la debolezza. C’è una sproporzione fra i criteri di Dio e quelli del mondo.
Il Servo non si spezza, non sarà debole. Come stile il Servo cerca il bene anche più piccolo. Il Signore cerca nel cuore dell’uomo di allearsi anche con un piccolissimo bene. Riconoscere dove c’è bisogno di vita senza farsi ingoiare.
Gesù ha salvato le canne incrinate senza incrinarsi Lui.
La mitezza, la bontà è la capacità di non incrinarsi mettendosi al passo degli incrinati ed esige molta forza. E’ questa l’onnipotenza di Dio.

Secondo canto del Servo. Qui il servo parla in prima persona. Sembra simile a Geremia, che infatti ha vissuto il dramma della persecuzione. Il Servo ha la percezione di sentirsi amato e chiamato da sempre. Essere conosciuti per nome: è il massimo dell’amore. Ti chiama per nome chi ti conosce. Questo Servo ha qualcosa da dire a tutte le nazioni. Udite: il Signore mi ha amato. Anche Gesù fece così. La mia bocca è come una spada affilata. La bocca del Servo dice le stesse parole di Dio. Il Servo percepisce di essere strumento del Signore. Ho risposto: ho faticato in vano. Ho consumato invano le mie forze. Vivere pienamente la missione significa fare esperienza dell’inutilità, della vanità, della poca significanza. E’ strutturale alla missione questo sentimento. La missione sembra inutile perché gli strumenti sono deboli. Vivere nel mondo la logica di Dio significa fare esperienza di un’opposizione forte.

Dio lo abbiamo davanti agli occhi continuamente in questo suo apparente non reagire, non fare niente. Anche Gesù capisce che il Figlio dell’uomo non farà una bella fine. Chi lo vuole seguire deve prendere la sua croce, vale a dire seguire lo stile del Signore, che è al contrario del modo. Inoltre, i criteri di Dio non sono i nostri. Amare come ama di Dio è un’altra cosa. Per questo sentiamo tutta la nostra fragilità e inadeguatezza. Siamo troppo concentrati a cercare resultati. “La mia ricompensa è presso il mio Dio”. Cfr. Gv 4: qualcuno semina e qualcun altro raccoglie. Il seminatore semina su quattro terreni, ma solo su uno funziona (cfr. Mc 4). Gesù è comunque sereno perché basta che un seme caschi in un terreno, che quel seme può portare frutto cento volte tanto. E’ questa la forza del servo: la forza del suo lavoro è che la ricompensa è in Dio. Il Servo resta sempre con le mani vuote. Seminare rimanendo con le mani vuote. E’ Dio che si prende cura della semente. La missione è di Dio. Il frutto è di Dio ed è Lui a farlo crescere. E’ questa è la ricompensa.


sabato 3 marzo 2018

LA FINE DELLA RELIGIONE DEL TEMPIO




Paolo Cugini

Bisogna capire come mai queste letture sono state proposte in questo contesto liturgico, vale a dire la terza domenica di quaresima. Nella prima, Gesù era nel deserto tentato da satana, indicando l’esperienza interiore di preghiera come cammino privilegiato per conoscere Dio e se stessi. Nella seconda, domenica scorsa, Gesù è sul monte con Pietro Giacomo e Giovanni dove viene trasfigurato. Nella terza domenica, che è il centro della quaresima, Gesù è nel tempio, ed è una visita critica, polemica. Il centro del cammino quaresimale è il nostro rapporto con la religione del tempio: come ci stiamo, che cosa ci facciamo, in che modo ci relazioniamo con Dio?

La critica radicale di Gesù alla religione del tempio, che nel Vangelo di Giovanni esplode sin dall’inizio, vale a dire al capitolo 2, sarà approfondita nel capitolo 4 nel dialogo con la samaritana. Il Tempio, invece di essere il luogo dell’incontro con Dio, con il tempo è divenuto il suo contrario, vale a die un ostacolo. Perché?
Ci sono alcuni passaggi del Vangelo di Giovanni che ci aiutano a capire il problema:
“Si avvicinava, intanto, la Pasqua dei Giudei”. Passaggio che dice già il tono della polemica: non è più la pasqua di Dio, il suo passaggio che salva il popolo, ma la Pasqua dei Giudei, vale a dire dei capi del popolo, come si evince poi dal contesto del brano. C’è stato nell’arco dei secoli un cammino di trasformazione in negativo. La Pasqua non è più la Pasqua dell’Esodo, ma de regime giudaico, è divenuta uno strumento di dominio, una pasqua a beneficio di pochi che curano i propri interessi. La Pasqua è divenuta motivo di guadagno anche alle spalle dei poveri.
Ai venditori di colombe disse…” le colombe sono gli animali che i poveri potevano utilizzare per offrire sacrifici. Ebbene, il disastro morale era arrivato al punto che i mercanti lucravano anche sui poveri. Sembra di ascoltare la voce dei profeti, in modo particolare il profeta Amos che inveiva contro i ricchi del suo tempo perché sfruttavano i poveri, vendendoli per un paio di sandali (cfr. Os 2,6). Quando si arriva a sfruttare il povero significa che il livello sociale di un popolo ha veramente toccato il fondo. La cosa peggiore è che ciò avviene nel tempio. Come può una religione avere perso di vista così tanto il suo punto di riferimento da compiere tali delitti? La cosa peggiore è che ciò viene fatto nel tempio di IHWH, che ha sempre avuto un’attenzione particolare per i poveri.

Non fate della casa del Padre mio un mercato”. Se c’è una cosa che è antitetica al Dio d’Israele è il mercato. Infatti, Dio è donazione totale di sé, è gratitudine, attenzione ai piccoli. Al contrario, il mercato è interesse, modellato sull’egoismo, che schiaccia i piccoli. La critica di Gesù al tempio raggiunge il parossismo. Come può un tempio divenire il luogo del mercato e delle sue logiche?
“Distruggete questo tempio”. Gesù è venuto per distruggere il tempio, quel luogo che nel tempo è divenuto simbolo di disuguaglianza e ingiustizie sociali. E’ questo l’obiettivo della quaresima: uscire dalla religione negativa, dalla religione che fa male, che invece di essere stimolo per l’uguaglianza diviene spazio per ogni forma d’ingiustizia e discriminazione. Il tempio come luogo di diseguaglianze. Infatti, già nel libro del Levitico ci sono molte prescrizioni cultuali che proibiscono l’accesso alle persone in situazione d’impurità. Lebbrosi, malati, donne mestruate: tante persone non possono accedere al Tempio.
“Ma egli parlava del santuario del suo corpo”. In una cultura platonica che vedeva il corpo come prigione dell’anima, la dichiarazione di Gesù è esplosiva. Il corpo non è una prigione, come intendeva il platonismo e come è entrato in una certa mistica cristiana. Gesù è venuto a portare la novità: la fine delle istituzioni dell’Antico Testamento. Gesù eliminando il Tempio, cambia il concetto di Santuario. Un tempo non tutti potevano andare. Il Dio di Gesù è un Dio che ad ogni credente chiede ad essere accolto nella sua vita; non è un Dio che chiede, ma che dona. E’ un Dio che è intimo e non lontano dagli uomini. Il credente diventa la dimora di Dio.

Dio sacralizza l’uomo. Non esistono ambiti sacri. Dio non è più lontano dall’uomo. L’intimità con il Padre rende superfluo la mediazione. Dio non chiede che l’uomo vive per lui, ma di Lui. Fare della propria vita un dono.
Uscire dalla logica del tempio è l’obiettivo della Quaresima. E’ questo che le letture proposte in queste prime tre settimane ci vogliono dire. Uscire dalla religione della discriminazione e della disuguaglianza, per entrare nella sequela del Signore Gesù che non è venuto per i giusti, ma per i peccatori; non è venuto per i sani, ma per gli ammalati. E per questo i ripete continuamente: non voglio sacrifici, ma misericordia. E’ proprio questo il Vangelo.