giovedì 28 marzo 2019

Domenica V di Quaresima C




(Is 43, 16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Jo 8,1-11)

Paolo Cugini

1. Ci stiamo avvicinando alla celebrazione della Pasqua del Signore, del mistero della sua morte e Risurrezione, e la liturgia dell Parola ci spinge verso un ultimo passo del cammino di quaresima. Dopo essersi soffermata a mostrarci la realtà della nostra umanità e della possibilitá che in Cristo abbiamo di riscoprire la nostra dignità di figli, oggi abbiamo ascoltato che cosa l’incontro con Cristo dovrebbe produrre in noi. Discepolo  e discepola é colui e colei che incontra Cristo e accetta di seguirlo sino alla morte, scoprendo che, oltre la morte spirituale dei nostri peccati, c’é una possibilitá nuova di vita, un superavit di significato, che richiede alcune condizioni.

2. Che cosa significa que storia ascoltata nel Vangelo? Tante cose. Senza dubbio ci rimette dinnanzi alla nostra condizione di peccatori: fa sempre bene alla salute spirituale ricordarci chi siamo e da dove veniamo. C’é, comunque, in questo testo che narra l’incontro di Gesù con la donna sorpresa in adulterio, qualcosa di nuovo che diventa estremamente importante nel nostro cammino di fede. Questo qualcosa di nuovo é l’atteggiamento di Gesù dinanzi alla donna adultera. Gesù, infatti, non esprime nessun giudizio morale che possa in un certo modo umiliare la donna, metterla a disagio, farla sentire in colpa. Al contrario, nella scena narrata, Gesù diventa l’ancora di salvezza per questa donna, dinanzi ad un'umanità inferocita per il suo peccato. E questo é, allo stesso tempo, un quadretto abbastanza ridicolo, ironico. Non é Gesù che si scandalizza e fa della morale per il peccato commesso dalla donna, ma sono gli uomini che condividono la stessa condizione di peccato a giudicare, condannare la donna, esprimendo, in questo modo, un clamoroso autogol, come poi si rivela nel resto del racconto. Gesù non condanna, non giudica, ma fa silenzio. É questo senza dubbio un grandissimo insegnamento evangelico, del quale dovremmo fare tesoro in questo cammino di quaresima. Se abbiamo interiorizzato un pó le letture di queste domeniche, allora avremmo dovuto capire che solo Dio é santo e noi siamo tutti peccatori.

 La verità di questa presa di coscienza spirituale, la dovremmo esprimere con il nostro silenzio sul peccato degli altri, la sospensione del nostro giudizio che si trasforma in condanna, allontanamento, discriminazione. Infatti, tutti noi sappiamo molto bene quanto sia difficile liberarci dal peccato, vincere la tentazione,camminare nella fedeltà. La consapevolezza della difficoltà di vivere coerentemente il nostro rapporto con il Signore, dovrebbe aiutarci a diventare maestri di umanità, per avere verso gli altri la stessa compassione che il Signore ha avuto e continua ad avere con noi. E allora, perché Gesú tace? Perché dinnanzi alla stupiditá manifestata dai giudizi sul peccato altrui, é meglio tacere.  Silenzio come mezzo per aiutare tutti quanti a compiere una sana riflessione introspettiva e capire che, la differenza tra la donna e noi, non é poi cosí grande. E siccome c’é somiglianza nella condizione di peccato, é meglio chinare la testa e filarsela alla svelta. Gesù non giudica né la donna né la gente che voleva ucciderla: offre a tutti la possibilitá di guardarsi dentro e, in questo modo, prendere una decisione più serena e obiettiva. Gesù é la pace che aiuta l’umanitá a tornare in se stessa, a prendere tempo, a guardarsi dentro, a conoscersi meglio per maturare decisioni più libere e consapevoli, non dettate da passioni immediate o accecate da leggi fatte da uomini. Gesù é il Figlio che ci ama come fratelli e sorelle, tutti quanti allo stesso modo, e siccome ci vuole bene ci accoglie in questa relazione fraterna per condurci a guardare nell'altro, nell’altra non un nemico da uccidere, ma un fratello, una sorella da amare, abbracciare, accogliere. Sono questi atteggiamenti che manifestano la natura divina di Gesù. È questa umanità sovraccarica di amore,che riesce a intravedere una possibilitá di vita lá dove l’umanità vede solo morte, che ci conduce ad affermare la divinità di Cristo.

3. Essere Cristiani significa seguire il Signore e, mentre lo seguiamo veniamo trasformati dal suo Spirito per conformarci a Lui. É una riflessione che abbiamo già fatto nella seconda domenica di quaresima, quando tentavamo di penetrare il mistero della trasfigurazione del Signore.  Che cosa significa ciò? Quando é che avviene in noi quella capacitá di vedere negli altri dei fratelli e delle sorelle? Che cosa ci succede quando cominciamo ad avere lo stesso sguardo di Cristo sulla realtà?

Ci sbarazziamo del passato. Ce lo ricorda san Paolo nella seconda lettura e anche Isaia nella prima. “Per causa Sua ho perso tutto. Considero tutto come spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere incontrato unito a Lui” (Fil 3,8).

É quando attribuiamo la nostra forza, la nostra identità alle cose che ci sentiamo in diritto di giudicare gli altri . Quando Cristo, la nostra pace, entra nella nostra vita, produce in noi questo sentimento di libertá, di apertura totale agli altri, desiderio che si realizza nella collaborazione alla costruzione del Regno dei cieli. Quando il Signore entra davvero nella nostra vita –ed é questo che dovrebbe succedere a Pasqua- allora tutto quello che eravamo non serve più, lo possiamo gettare via, perché appartiene all’uomo vecchio, alla donna vecchia, appartiene a quel passato egoista che ci conduceva a sentirci superiori agli altri e, di conseguenza, a giudicarli.  Solo che, in Cristo siamo divenuti creature nuove ( cfr. 2 Cor 5,17) e le creature nuove camminano guardando avanti, al futuro,senza rancori e invidie, ma con l’anima ripiena di compassione e misericordia.

“Non ricordate le cose passate, non guardate per i fatti antichi. Ecco che io faccio nuove tutte le cose e già stanno sorgendo: per caso non le riconoscete?” (Is 43,18-19).
Nel Battesimo siamo divenuti creature nuove e come tali siamo stati resi capaci di cogliere la novità del Signore presente nella storia. Una storia che Gesù ha scritto con la propria sofferenza e con il proprio sangue: una storia che continua in questo stesso modo. Vediamo le cose nuove che Dio sta realizzando, quando siamo disposti ad amare sino alle estreme conseguenze, quando siamo disposti a morire al nostro egoismo, che si trasforma nell’umana tentazione di eliminare l’altro, affinché, al contrario, possa incontrare spazio, amore, accoglienza. Riusciamo a vedere le cose nuove del Signore quando apprendiamo ad offrire ai fratelli e alle sorelle che il Signore pone sul nostro cammino, non un giudizio negativo di condanna, ma una nuova possibilitá di vita. É di cristiani così aperti e nuovi che il mondo ha bisogno: di bacchettoni, possiamo anche farne a meno.

4. “Meraviglie ha fatto con noi il Signore, esultiamo di allegria!”.
 Questa esplosione di gioia che abbiamo manifestato con il salmo, possa essere espressa durante tutta la settimana attraverso quegli atti nuovi, quegli sguardi nuovi dei quali Dio Padre ci ha resi capaci attraverso il suo Figlio Gesù.





DOMENICA IV DI QUARESIMA





(Gs 5, 9-12;Sal 34; 2 Cor 5, 17-21; Lc15,1-3.11-32)

Paolo Cugini

1. Le letture della scorsa domenica ci invitavano a non rimandare il tempo della nostra conversione, ma a considerare il tempo presente come il momento favorevole per il nostro incontro con il Signore. Oggi, nella quarta domenica del tempo di quaresima, la liturgia della Parola viene al nostro incontro cercando di spiegarci il contenuto di questa conversione. Le domande che possiamo prendere come sfondo della liturgia di oggi potrebbero essere le seguenti: in definitiva che cosa significa convertirsi al Vangelo? Che cosa esige il Signore da noi? Quali sono i passi che dobbiamo realizzare nel presente della nostra esistenza, per rendere vera ed autentica la nostra adesione al Signore?

2. La prima risposta che possiamo dare a queste domande è che davanti alla proposta del Signore non possiamo rimanere neutrali. Il Vangelo di oggi, infatti, apre proprio con questa immagine. Davanti a Lui ci sono da una parte i farisei che lo criticano e, dall’altra i peccatori che si avvicinano per ascoltarlo. Chi in questa quaresima si sente troppo giusto, probabilmente avrà già iniziato a prendere le distanze dalla sequela di Gesù giudicandola sorpassata o troppo radicale. Chi, al contrario, sta lasciando la Parola del Signore penetrare dentro di sé, non starà sentendosi troppo bene. E allora sentirá l’esigenza di approfondire il discorso, di capire meglio quello che Gesù intende dire. Chi decide di prendere a serio la propria vita e quindi di smetterla di nascondersi dietro le maschere costruite nel tempo, per non stare male tutta la vita e intravedendo nella proposta di Gesù una possibile via di uscita positiva, cercherà di ascoltarlo. L’umiltà é la base per un cammino spirituale e umiltà si misura dall'idea che abbiamo di noi stessi. Se davanti al Vangelo ci sentiamo a posto, significa che siamo messi male, che il nostro cammino spirituale è veramente arrivato alla frutta. Solo Cristo é infatti il Santo di Dio e, dinnanzi al Santo, tutti siamo peccatori e bisognosi di una salvezza che non ci possiamo dare con le nostre mani, ma che viene dall’alto per puro e gratuito dono di Dio (Cfr. Rom 3). Se, al contrario, davanti ad una pagina del Vangelo ci sentiamo male, significa che stiamo ancora bene, perché siamo ancora in contatto con la realtà di noi stessi che é la percezione di qualcosa che deve essere modificato nella nostra esistenza. Se ascoltando questi primi versetti del Vangelo ci siamo identificati con i pubblicani e i peccatori, possiamo procedere nell’ascolto, perché Gesù ci rivelerà qualcosa d’importante per il nostro cammino di conversione. Se, al contrario, ci siamo identificati con i farisei, con coloro cioè che pensano di saperla più lunga di Gesù, possiamo tranquillamente chiudere il Vangelo ed uscire dalla Chiesa: il Vangelo non é roba per esseri superiori, ma per i piccoli.

3. Per noi che siamo rimasti in Chiesa, perché ci sentiamo piccoli, peccatori e bisognosi della misericordia del Signore, che cosa ha da dirci il seguito del Vangelo? Ci rivela qualcosa di noi e qualcosa di Dio.
Ci rivela, innanzitutto, qualcosa di noi nella figura dei due fratelli. Ci dice, infatti, da un lato che abbiamo la testa cosí dura, il cuore cosí chiuso dal nostro orgoglio e l’anima cosí piena di noi stessi e del nostro egoismo, che per capire che stiamo sbagliando strada, abbiamo bisogno di cadere nel fosso. Il figlio che abbandona la casa paterna e parte pensando di realizzare la propria vita, siamo noi tutte le volte che vogliamo fare di testa nostra, che pensiamo di essere i protagonisti assoluti della nostra vita e non vogliamo ascoltare niente e nessuno. Tutte le volte che agiamo in questo modo, stiamo compiendo un passo in piú verso il baratro del non senso e dell’insignificanza della vita. E allora, mentre pensiamo di realizzare una vita piena di successo, in realtà la stiamo distruggendo riempendola di nulla. E così, improvvisamente, in mezzo al cammino della nostra vita, ci sentiamo stranamente vuoti, senza nulla dentro. Chi riesce, in questa situazione esistenzialmente catastrofica, entrare in sé stesso, riconoscere i propri errori assumendo la responsabilità del proprio fallimento e chiedendo aiuto a Dio, potrà rialzarsi e con fatica rimettersi in cammino. Chi, al contrario, continua a non accettare il proprio fallimento di una vita autocentrata e egoista, cercando da tutte le parti punti di riferimento sui quali scaricare la propria rabbia, ha bisogno di mangiare ancora qualche chilo di ghiande insieme ai porci.

4.  Il figlio più vecchio che, invece di gioire con il padre per il ritorno del fratello, si arrabbia al punto di non voler entrare nella festa, è il simbolo di una vita religiosa non gratuita ma interessata. La storia di questo figlio piú vecchio dovrebbe condurci ad interrogarci: perché andiamo in Chiesa? Che cosa stiamo cercando tra le mura della parrocchia? Se non abbiamo ancora capito che in Cristo, Dio ci ha donato tutto se stesso e che nella Chiesa incontriamo tutti i mezzi della salvezza e, nonostante ció abbiamo sempre da ridire qualcosa, da criticare, da giudicare tutto e tutti, vuole dire che il nostro cammino spirituale è un poco materiale, interessato, non é cioè molto chiaro e autentico. Il tempo di quaresima diventa, allora per noi il tempo privilegiato per liberarci da tutte le nostre pretese religiose, da tutto il nostro materialismo spirituale, per camminare piú liberi e sereni dietro al Signore.

5. Che cosa ci dice e c’insegna su Dio questa pagina del Vangelo? Lo abbiamo senza dubbio già capito e cioè che Dio è un Padre immensamente buono, che fa venire la voglia di corrergli incontro per abbracciarlo. É un Padre che non guarda mai il lato negativo del figlio, ma che confida nella sua possibilità di realizzare il bene. É un Padre che non giudica, che non condanna, ma che spera con pazienza che noi suoi figli corriamo tra le sue braccia misericordiose. Contare con un Padre così è veramente una grazia immensa. É il suo amore infinito che distrugge di colpo tutti i nostri falsi idoli, tutte le nostre idee strampalate di Dio. Come si fa, infatti, ad aver paura di un Dio così? Chi ci ha messi in testa che dobbiamo avere paura di Lui? É bello ed è fantastico poter contare su un Dio così che ci aspetta sempre, che con pazienza perdona tutte le nostre colpe, che non si scandalizza dei nostri peccati, che avvolge le nostre ombre con la sua luce, che copre il nostro egoismo con il suo immenso amore. Mettiamoci in ginocchio, allora e preghiamo. Gettiamoci in ginocchio e piangiamo la nostra stupidità. Gettiamoci in ginocchio e ringraziamo il Padre del suo immenso amore per noi. Gettiamoci in ginocchio chiedendo al Padre l’umiltà di non abbandonarlo mai più.

martedì 19 marzo 2019

GIUSEPPE, PADRE DI TUTTI I RIBELLI, PREGA PER NOI





Paolo Cugini

La figura di san Giuseppe non mi è mai stata molto simpatica. Troppo austero e silenzioso, troppo strano. Ho sempre pensato che Maria dovesse meritarsi qualcosa di meglio. La tradizione che proviene dai testi apocrifi ci presenta un Giuseppe vecchio, vedovo, padre di sei figli (4 maschi e due femmine). Ai tempi di oggi sarebbe finito in prigione, accusato di pedofilia, visto che Maria all’epoca del fidanzamento ne aveva dodici. Oltre a ciò, stupisce il silenzio di Giuseppe nel Nuovo Testamento. Il Vangelo di Marco che, secondo la tradizione, è il più antico, non fa alcun accenno diretto a Giuseppe e lo stesso Gesù viene ricordato come il figlio di Maria. Nel Vangelo di Giovanni vengono ricordati i fratelli e le sorelle di Gesù, ma di Giuseppe nemmeno l’ombra. Solo nei vangeli di Matteo e Luca si trova qualche accenno alla figura di Giuseppe che, però, non parla mai, nel senso che a lui non viene attribuita una sola parola. Perché un tale silenzio? Non è strano? Che cosa c’è dietro?

Cercando risposte sfogliando i testi di altre fonti, come per esempio quelle ebraiche, è possibile fare supposizioni che smontano e decostruiscono le costruzioni montate da altre parti. La Pirké Avot 5,23 ci dice che nella tradizione ebraica veniva fissato il matrimonio per il maschio al diciottesimo anno, mentre per la donna era fissato al dodicesimo. Seguendo dunque, questo filone di ricerca, Giuseppe era un baldo giovane innamorato della sua Maria. Sinceramente mi piace più questa versione, perché più realista e perché, in un certo modo, rende più autentica la storia di Maria e Giuseppe che, più che la storia di un fidanzamento costruito tra un vecchio e una ragazzina, narra una vicenda intrisa di sentimenti veri, che costituiscono le nostre storie d’amore. Oltre a ciò, pensare ad un Giuseppe giovane diciottenne, permette di comprendere meglio le perplessità di Maria dinanzi alla proposta dell’angelo. Scegliendo la volontà di Dio di divenire la madre del Signore, Maria non è fuggita dinanzi alla prospettiva di divenire la sposa di un vecchio, ma ha compiuto una scelta d’amore autentico vissuta in un modo diverso e originale con il suo giovane fidanzato Giuseppe. 

Non è finiti qui. È possibile compiere un altro passo significativo nel cammino di decostruzione di una tradizione che, per “salvare” la verginità di Maria, ha modificato i dati della storia che, in realtà, ci consegnano un Giuseppe più umano e autentico, che danno ancor maggior valore alla figura di Maria. Infatti, Giuseppe è presentato dalla tradizione del Nuovo Testamento come un uomo giusto, la cui giustizia derivava dal fatto di essere fedele alla tradizione dei padri. Eppure, riflettendo attentamente proprio su questa tradizione, se Giuseppe fosse stato fedele fino in fondo alla sua promessa sposa, sarebbe stato motivo dell’uccisione di Maria. Secondo, infatti, la tradizione dell’Antico Testamento, Maria sarebbe dovuta morire, perché il figlio che portava nel grembo non era del suo futuro sposo e Giuseppe, se fosse stato giusto nel senso di fedele alla tradizione, avrebbe dovuto ripudiarla pubblicamente. E invece no. Come sappiamo, le cose andarono diversamente, perché Giuseppe disobbedì, si ribellò alla legge dei padri, che volevano la sua futura sposa lapidata. Giuseppe, in questo preciso frangente, più che la Legge, ascoltò il cuore, i suoi sentimenti, quello che lui giovane innamorato sentiva per Maria. E l’amore aprì il cuore alla misericordia lasciando da parte il sacrificio, anticipando quello che poi il suo giovane figlio avrebbe indicato come cammino autentico di color che amano il Padre: voglio misericordia, più che sacrifici. È stata la ribellione di Giuseppe che ha permesso allo Spirito Santo di entrare nella storia e donarci, così, la madre da cui sarebbe nato il Salvatore: Maria. Grazie Giuseppe!
Un Giuseppe così lo prego volentieri e lo supplico: 

O san Giuseppe, tu che hai disobbedito alla Legge dei padri che volevano Maria morta lapidata

Ti supplico:
dammi la forza per ribellarmi a tutte le leggi ingiuste

Aiutami a rifiutare radicalmente la religione che uccide

Insegnami in tutte le circostanze della vita, a mettere al primo posto, come hai fatto tu, l’amore alla Legge, il cuore alla tradizione

Imprimi in me la forza dello Spirito, per non abbattermi nelle situazioni di conflitto che sembrano di difficile soluzione

Aiutami, infine, a guardare con serenità e fiducia alla vita, come un dono meraviglioso di un Padre che desidera da noi suoi figli, che agiamo nella logica della misericordia, più che dell’obbedienza cieca alle tradizioni, che uccidono
Amen