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lunedì 17 novembre 2025

Alla sorgente della luce

 




Riflessione profetica sulla cecità interiore e il cammino verso la luce

 

Paolo Cugini

Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato» (Lc 18, 39-44).

C'è un male sottile che serpeggia tra le pieghe dell'anima, un'ombra che si insinua silenziosa e che, col tempo, rischia di tramutarsi in condizione permanente: la cecità della coscienza. Non è una malattia visibile, non lascia segni tangibili sulla carne, ma colpisce più in profondità, accecando la nostra capacità di vedere, di distinguere, di orientarci nel mare agitato della vita. Non si guarisce dalla cecità della coscienza restando fermi, immobili, ad aspettare che il miracolo cada dall’alto come pioggia in una notte d’estate. Non basta nemmeno implorare una guarigione, incastrati nella ripetizione di parole che non generano vero cambiamento. È necessario compiere un movimento, un’uscita consapevole dalla propria condizione di cecità, un atto di volontà che ci spinga verso la sorgente della luce. Eppure, spesso le nostre gambe tremano, il cuore esita, la mente si confonde. C’è bisogno di qualcuno che ci prenda per mano, che ci aiuti ad arrivare a chi può restituirci la vista e mostrarci la luce. Nessuno si salva da solo: la solidarietà, l’amicizia, la guida di chi ha già percorso quel sentiero diventano fari nel buio.

C’è un pericolo grave che incombe su chi indugia troppo nell’oscurità della propria condizione interiore. Quando la mente si abitua troppo a vivere nelle tenebre, si rischia di scambiarle per il proprio orizzonte naturale, di perdere la memoria stessa della luce. In quel momento, si consuma il dramma del non ritorno: l’abisso che trasforma il buio in normalità, che rende incapaci di desiderare la verità, la bellezza, la vita piena. Prolungare la permanenza nelle tenebre, lasciando che la negatività pervada ogni aspetto dell’esistenza, danneggia irreparabilmente la nostra capacità di vedere, di sperare, di osare. Siamo responsabili delle nostre oscurità, come delle nostre resurrezioni.

Nel Vangelo di Luca, il cieco lungo la strada non rimane in silenzio. Egli grida, rompe la quiete della disperazione dando voce al desiderio di luce. Quel grido è il primo atto della volontà, la scintilla che accende la possibilità di cambiamento. Non è Gesù a raggiungere il cieco, bensì il cieco che, aiutato, si avvicina al Maestro. È la volontà di uscire dalla propria zona d’ombra che apre la strada al miracolo. Non esistono miracoli o interventi improvvisi che possano risolvere ciò che ci affligge se non siamo noi, innanzitutto, a desiderare la guarigione, a compiere il passo fuori dalle nostre tenebre. Siamo noi i protagonisti dei nostri stessi danni, ma anche delle nostre resurrezioni. Nessuno può scegliere per noi: la libertà, questa terribile e meravigliosa dote, ci pone davanti alla responsabilità delle nostre scelte. L’uscita volontaria dal male è il segno di una fede viva, che non si limita a parole, ma diventa azione, movimento, cambiamento concreto. È la fede che ci salva, perché è la risposta personale al dono gratuito di amore che il Mistero ci rivela in Gesù. Non si tratta di una fede passiva, ma di una fede che attinge alla sorgente della luce e dell’amore dentro la storia, ogni volta che lo vogliamo.

La profezia che oggi risuona per ognuno di noi è un invito coraggioso: non restare immobili nella notte della coscienza, non identificare mai il buio con l’orizzonte possibile della vita. C’è una fonte di luce, di amore, di salvezza, alla quale possiamo attingere, ma solo se lo vogliamo davvero. Sta a noi iniziare il cammino, gridare, uscire, cercare la luce con tutto il cuore. Perché solo lì, sulla soglia tra ombra e chiarore, avviene il miracolo della rinascita.

 

mercoledì 17 settembre 2025

LA LUCE DEL MISTERO

 




 

Paolo Cugini

 

“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!” (Lc 7,32).

 

C’è una durezza di cuore

che sfida le leggi segrete della materia,

una pietra che galleggia

nel fiume della Storia,

mentre messaggi chiari come lampi

sussurrano il Mistero 

è impossibile non credere,

eppure cieca resta l’anima,

cieco il cuore che non vede il visibile,

che non coglie ciò che grida

d’essere abbracciato dagli occhi.

Così vaghiamo, erranti

sulle strade del mondo,

ciechi pur col sole

a splendere sopra le nostre teste.

Ostinati abitiamo le nostre tenebre,

con la luce che ci danza intorno 

com’è possibile tanta ottusità?

Da quale abisso sale

questa caparbietà che ci immerge

e ci strappa alla pace

del Mistero che ci viene incontro?

Forse è paura, solo paura

di una felicità troppo luminosa,

paura del Mistero che domanda

di aprire gli occhi

e scoprire un mondo nuovo

 e ammettere la cecità,

abbracciare il cambiamento.

Allora scegliamo il buio

invece della luce,

camminiamo tra ombre

invece di correre

sotto il sole,

ci chiudiamo nel guscio

per non aprirci alla vita.

Chi si abitua all’oscurità

la confonde con la realtà,

chi trascura la luce del Mistero

si condanna a una vita povera,

piccola e misera.

Eppure, basterebbe poco:

aprire gli occhi per un istante,

spalancare le braccia

alla vita che attende.

C’è ancora tempo

per questo piccolo gesto

capace di rivoluzionare

il nostro cammino.

 

martedì 7 febbraio 2023

QUARTO CIRCOLO BIBLICO QUARESIMA 2023

 





CIRCOLI BIBLICI DI QUARESIMA

QUARTO CIRCOLO BIBLICO- QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

Lunedì 13 marzo 2023

 

 

Prima Lettura 1 Sam 16, 1b.4a. 6-7. 10-13a

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Alzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

 

Commento. Brano stupendo che ci indica che cosa dovrebbe avvenire in un autentico cammino di fede: imparare a vedere ciò che Dio vede. È il tema della luce, che accompagna la liturgia di oggi. Passare da un modo di vedere il mondo che si ferma all’apparenza, verso il cuore. Se ci pensiamo, siamo costantemente sollecitati a fermarci all’apparenza e fare della nostra apparenza il criterio d’identificazione del nostro essere. Il cammino di fede dovrebbe portarci a valorizzare ciò che di più profondo dentro di noi e scoprire la ricchezza della vita interiore. “Rimane ancora il più piccolo”. C’è che è poca cosa per gli uomini e le donne, è cosa grandissima per Dio.

Domanda. Stiamo allenando il nostro sguardo per vedere ciò che Dio vede? Ci lasciamo ancora abbagliare dall’apparenza o siamo oltre?

Salmo Responsoriale  Dal Salmo 22
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.


Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. 

Seconda Lettura Ef 5, 8-14

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Commento. Le parole di Paolo sono un invito alla coerenza, ad uscire dai cammini che ci conducono ad avere una doppia vita, una apparente e una nascosta. Camminare nella luce significa non avere nulla da nascondere. È questo il cammino del cristiano e della comunità cristiana: passare dalle tenebre alla luce. È questo, tra l’altro, il significato originario del Battesimo, così come veniva celebrato nelle prime comunità: passare dall’oscurità della notte alla luce del giorno.

Domanda (personale). Quante tenebre sono ancora presenti nella nostra vita? Quali situazioni ci rendono difficile uscire dalla doppia vita?

   
Vangelo Gv 9, 1-41 (forma breve: Gv 9,1.6-9.13-17)

[In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita] e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, [sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».] Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei, dunque, gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».] Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio, ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». [Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.] Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

Commento. Anche questo brano lo abbiamo già affrontato nello studio biblico di quest’anno: https://riflessio.blogspot.com/2023/01/vangelo-di-giovanni-capitolo-9.html. È una scena che coinvolge un certo numero di personaggi, che giocano un ruolo significativo perché mostrano i diversi atteggiamenti nei confronti della proposta di luce di Gesù. Ci sono i genitori che non vogliono compromettersi per paura dei capi religiosi. Poi c’è la gente che non riconosce il cieco che ora ci vede, segno di un disinteresse nei confronti dei poveri. Ci sono i capi religiosi che non riescono a darsi pace del prodigio fatto da Gesù, che non riescono ad accettarlo per il fatto che è stato compiuto in giorno di sabato. Infine c’è il cieco che ora ci vede. È l’unico che ha sperimentato l’amore del Signore e la sua proposta di vita e tale esperienza gli dona una conoscenza nuova del mistero di Dio, che non si piega nemmeno dinanzi alla pressione dei capi religiosi. Il cieco è l’unico che crede in Gesù perché è l’unico che ha sperimentato il suo amore. Il brano è un invito a lasciarci aprire gli occhi dal Signore per passare con Lui dalle tenebre alla luce.

Domanda. In quale dei personaggi presenti nel brano di oggi ci identifichiamo?