Paolo Cugini
C’è
una durezza del cuore che non nasce in un giorno. Non arriva improvvisamente
come un temporale d’estate, ma si deposita lentamente, come polvere sottile
sulle cose lasciate ferme troppo a lungo. È una durezza che prende forma nel
tempo, dentro la coscienza, quando l’uomo, la donna smette di ascoltare e
comincia soltanto a difendersi; quando non guarda più la vita che gli viene
incontro, ma preferisce ripararsi dietro formule già pronte, giudizi già
scritti, precetti imparati e mai veramente attraversati dalla compassione.
Accade
allora che il precetto, invece di essere una luce posta sul cammino, diventi un
muro. Ciò che dovrebbe aiutare a discernere, a orientare, a custodire la vita,
finisce per prendere il sopravvento sulla realtà stessa. E quando i precetti
vengono costruiti lontano dalla carne concreta dell’esistenza, a partire da
idee astratte, da schemi preconfezionati, da interessi personali o comunitari
mascherati da verità universali, essi non liberano più: imprigionano. Non
aprono sentieri: chiudono porte. Non accompagnano l’uomo, la donna nella fatica
del vivere: lo misurano da lontano, come se la vita potesse essere compresa
senza chinarsi su di essa.
La
realtà, però, non è mai povera come i nostri concetti. È più larga, più
inquieta, più ferita e più luminosa. Porta con sé volti, storie, lacrime,
contraddizioni, attese, cadute, speranze appena accese. Per questo, quando si
pretende di calare dall’alto una norma senza mettersi in cammino con ciò che la
realtà manifesta e indica, nasce l’irrigidimento. Ci si chiude in se stessi, si
confonde la propria idea con il mondo intero, si scambia la propria sicurezza
per fedeltà, la propria paura per prudenza, la propria immobilità per virtù.
L’irrigidimento
morale è una delle ferite più profonde che possono nascere anche dentro una
vita religiosa, quando questa si separa dalla realtà e non accetta più di
lasciarsi interrogare da essa. Allora si formano due mondi contrapposti: da una
parte il mondo degli uomini e delle donne religiose, con le loro idee ordinate,
le loro definizioni limpide, la loro morale apparentemente intoccabile;
dall’altra il mondo delle persone che vivono nella trama quotidiana dei giorni,
dove tutto è più complesso, più fragile, più esposto. In mezzo, spesso, non c’è
dialogo, ma distanza; non c’è ascolto, ma sospetto; non c’è misericordia, ma
giudizio.
La
durezza del cuore è il segno più evidente di un incontro mancato. È la traccia
di un ascolto non avvenuto, di una parola dell’altro rimasta fuori dalla
soglia, di una vita guardata senza lasciarsi toccare. Il cuore si indurisce
quando rinuncia al rischio della relazione, quando preferisce la chiarezza
fredda della distanza alla fatica calda della prossimità. Si indurisce quando
non vuole più imparare, quando non si lascia sorprendere, quando pensa che
tutto ciò che è vero debba già coincidere con ciò che ha stabilito una volta
per tutte.
In
questa durezza c’è anche molta pigrizia. È più facile sedersi sulla cattedra
dei giusti e giudicare in modo spietato le situazioni della vita, che quasi mai
si presentano pure, semplici, lineari. È più facile sentirsi a posto perché si
è compiuto il proprio dovere di moralisti, perché si è pronunciata una sentenza
conforme a leggi ritenute giuste, che lasciarsi inquietare dalla storia
concreta di una persona. È più facile dire ciò che si dovrebbe fare che
accompagnare chi non sa più da dove ricominciare. È più facile condannare una
ferita che medicarla.
Eppure,
la realtà, con il tempo, esige il suo spazio. Non accetta di essere ingabbiata,
ridotta al silenzio, soffocata dentro categorie troppo strette. La realtà
continua a parlare, anche quando nessuno vuole ascoltarla. Parla nei corpi
stanchi, nelle case abitate dalla fatica, nelle relazioni spezzate, nei
desideri confusi, nelle solitudini nascoste, nelle gioie semplici, nei
fallimenti che chiedono una seconda possibilità. Parla come l’alba: non fa
rumore, ma lentamente costringe la notte ad arretrare.
La
realtà si manifesta sempre nel tempo presente, e proprio per questo non può
essere posseduta una volta per tutte. La sua dimensione più profonda è la
pluralità: tante sono le situazioni della vita, tanti i modi in cui l’esistenza
si offre e chiede di essere compresa. Non è coinvolta soltanto la ragione
umana, con i suoi criteri e le sue deduzioni, ma anche i sentimenti, le
passioni, la memoria, il corpo, il creato che ci circonda. Ci parlano le
piante, gli animali, le pietre, le stelle, il sole; ci parla la terra quando
geme, l’acqua quando manca, il vento quando attraversa le cose e ricorda che
nulla è davvero immobile.
Voler
costringere tutta questa complessità dentro il piccolo perimetro di un concetto
elaborato dalla nostra piccola mente è il segno di una grande presunzione. È
come pretendere di raccogliere il mare in una ciotola, o di fermare l’aurora
con le mani. Da questa presunzione nascono tensioni, lacerazioni, esclusioni.
Nasce una parola religiosa che invece di consolare ferisce, invece di indicare
una strada chiude l’orizzonte, invece di generare vita produce paura.
Ascoltare
la realtà significa, allora, prendere sul serio gli eventi quotidiani.
Significa non lasciarli passare come cose insignificanti, ma accoglierli,
meditarli, custodirli, facendo in modo che nulla vada perduto. Ogni incontro,
ogni domanda, ogni contraddizione può diventare una soglia. Ogni frammento di
vita può contenere un richiamo, una luce, una parola ancora non compresa. La
coscienza si ammorbidisce quando accetta di restare in ascolto, quando non ha
fretta di concludere, quando sa che la verità non si impone come una pietra, ma
cresce come un seme.
È
questa, forse, la legge più profonda dell’amore: non perdere nulla, non
escludere nessuno, non confondere mai la fedeltà con la durezza. L’amore
desidera abbracciare tutto e tutti come una grande madre. Non perché tutto sia
uguale, non perché tutto debba essere giustificato, ma perché tutto deve poter
essere guardato alla luce di una misericordia più grande del giudizio. L’amore
non elimina il discernimento, lo purifica; non cancella la verità, la rende
abitabile; non rinuncia alla giustizia, ma la libera dalla crudeltà.
Quando la coscienza torna ad ascoltare, qualcosa in essa si apre come la terra al primo chiarore del mattino. La durezza non ha più l’ultima parola. Il cuore comprende che la realtà non è una minaccia da dominare, ma una rivelazione da accogliere; non un caos da reprimere, ma un mistero da accompagnare. E allora anche la vita religiosa ritrova il suo respiro originario: non stare sopra la realtà per giudicarla, ma dentro la realtà per servirla; non parlare prima di aver ascoltato, ma ascoltare fino a quando la parola che nasce sia capace di custodire, guarire e generare speranza.
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