Paolo Cugini
Chi non
è contro di voi, è per voi
(Lc 9,50).
Nella
notte, quando i contorni delle cose si fanno incerti e il rumore del giorno
finalmente tace, anche i giudizi sembrano perdere la loro durezza. I volti che
avevamo fissato dentro definizioni rigide tornano a essere mistero. Chi avevamo
chiamato avversario, chi ci aveva ferito o contrariato, non appare più soltanto
attraverso il gesto che ci ha fatto soffrire: nel silenzio affiora una
profondità che le apparenze non riescono a contenere.
Imparare
a valorizzare tutti significa educare lo sguardo a questa profondità. Non vuol
dire negare il male, giustificare l’ingiustizia o cancellare le ferite.
Significa, piuttosto, rifiutare che il limite di una persona diventi l’intera
verità su di lei. In ogni uomo e in ogni donna dimora un’immagine segreta, una
traccia del Mistero che nessuna ombra può spegnere del tutto. Cercarla è un
atto di coraggio spirituale: richiede di attraversare la diffidenza, di
oltrepassare il risentimento e di non consegnare nessuno alla prigione delle
sue colpe.
La
verità di un cammino interiore si rivela proprio qui, quando l’altro non ci è
facile, quando la sua presenza risveglia in noi irritazione, paura o desiderio
di distanza. È allora che comprendiamo se la nostra spiritualità è soltanto una
parola luminosa o una forza capace di abitare la notte. Guardare oltre non è
chiudere gli occhi: è aprirli più profondamente, fino a scorgere, accanto a ciò
che respingiamo, il bene ancora nascosto, la possibilità non compiuta, il seme
che attende pazienza per germogliare.
Nessuno
di noi, del resto, è soltanto luce. Guardarsi in faccia significa riconoscere
le proprie zone d’ombra senza vergogna e senza compiacimento. Portiamo con noi
fragilità, contraddizioni, impulsi che vorremmo non avere; eppure, proprio
l’accettazione sincera di questa realtà può diventare l’inizio della
trasformazione. Chi ha imparato a non disprezzare la propria imperfezione
riesce più facilmente a non disprezzare quella altrui. Sa che accogliere non
significa lasciare tutto immutato, ma offrire a sé e agli altri lo spazio
necessario per cambiare.
Così
persino l’ostilità può diventare una soglia. L’altro, l’altra, con la sua
resistenza e la sua durezza, porta alla luce ciò che in noi domanda ancora
cura: l’orgoglio ferito, l’impazienza, il bisogno di avere ragione, la paura di
non essere riconosciuti. Se non fuggiamo da questa rivelazione, il conflitto
può trasformarsi in una domanda: che cosa posso comprendere, pur senza
rinunciare alla verità? Che cosa posso migliorare in me, pur continuando a
chiamare il male con il suo nome?
Un
mondo migliore nasce forse da questo sguardo paziente: non da persone perfette,
ma da persone in cammino, capaci di accogliersi senza smettere di trasformarsi.
Nella grande notte del mondo, ciascuno custodisce una piccola luce. Vederla
nell’altro, soprattutto quando sembra più lontana, è già un modo per
proteggerla; camminare insieme verso di essa è il principio di una fraternità
reale. E mentre l’alba tarda ancora, possiamo imparare a non chiamare nemico
nessun volto, perché ogni volto, nell’intimo, porta una promessa che chiede di
essere riconosciuta.
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