Paolo Cugini
Colui sul quale vedrai
discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo
(Gv 1, 33).
C’è
una domanda che accompagna ogni pellegrino dell’anima: come si può vedere lo
Spirito? Siamo immersi in un mondo di segni, di eventi che si dipanano davanti
ai nostri occhi, ma quanto spesso ci limitiamo alla superficie del visibile,
ignorando ciò che vibra oltre il velo della materia? Il mistero della visione
dello Spirito ci interroga profondamente: è solo per pochi eletti, o ogni uomo
è chiamato, nel silenzio del proprio cuore, a scrutare un oltre? La Scrittura
ci offre una chiave di lettura in una scena di rara potenza: sulle rive del
Giordano, Giovanni il Battista scorge ciò che molti non vedono, una colomba che
discende e si posa su Gesù, segno tangibile di una realtà invisibile. È qui che
la dimensione spirituale si fa carne, e il visibile si trasfigura in
rivelazione.
La
figura del Battista si staglia come sentinella tra Antico e Nuovo Testamento,
uomo del deserto e della Parola, voce che grida nell’aridità di un mondo
assopito. Nel momento in cui Gesù si avvicina per ricevere il battesimo,
Giovanni è testimone di un evento unico: “Io ho veduto lo Spirito discendere
come una colomba dal cielo e fermarsi su di lui” (Gv 1,32). In quella colomba,
segno umile e pacifico, Giovanni riconosce la presenza dello Spirito Santo. Non
è lo sguardo fisico a renderlo capace di cogliere tale mistero, ma una
disposizione interiore, una lunga attesa nel silenzio e nell’ascolto. Egli sa
discernere il senso nascosto dietro il segno, e in quell’attimo il materiale si
apre allo spirituale come il cielo che si squarcia su una nuova creazione.
La
differenza tra chi vive in superficie e chi invece cerca il significato
profondo degli avvenimenti sta tutta nella qualità dello sguardo. Quanti, tra
la folla del Giordano, avranno visto solo una colomba svolazzare? Eppure
Giovanni, uomo abituato a leggere i segni dei tempi, scorge un senso ulteriore.
Vedere lo Spirito è un’arte che richiede occhi purificati, capaci di andare
oltre l’apparenza e di lasciarsi sorprendere da ciò che sfugge al controllo
della logica umana. La materia allora non è più barriera, ma varco: l’evento
semplice diventa rivelazione, l’ordinario si trasforma in straordinario per chi
coltiva uno sguardo spirituale.
Ma
come si giunge a tale profondità? La strada non passa attraverso la curiosità,
né attraverso la ricerca ansiosa di segni spettacolari. È piuttosto una via di
raccoglimento, di ascolto, di pazienza. La ricerca interiore è la fucina dove
si affina lo sguardo; è nel silenzio del cuore che si impara a riconoscere la
voce sottile dello Spirito. Solo chi scende nelle profondità di sé stesso, chi
osa il deserto interiore, può cogliere il linguaggio segreto con cui il Mistero
si comunica nella storia. Occorre fermarsi, attendere, lasciare che la realtà
si mostri nella sua verità più profonda.
Giovanni
Battista non improvvisa la sua capacità di vedere lo Spirito. La sua vita di
sobrietà, il silenzio coltivato nel deserto, la rinuncia a ciò che distrae lo
spirito, sono la palestra dove lo sguardo si affina. La tradizione spirituale
ci ricorda che il silenzio è il grembo delle rivelazioni e che solo chi sa
vivere l’essenziale, senza lasciarsi travolgere dai rumori del mondo, può
percepire il soffio leggero dello Spirito. Il deserto, nella sua nudità,
insegna la via della spoliazione: privati del superfluo, si impara a
riconoscere ciò che conta davvero. È lì che la realtà si rivela in tutta la sua
trasparenza e che ogni evento può diventare segno della presenza di Dio.
Questa
capacità di vedere lo Spirito non è relegata ai soli tempi biblici. Oggi, nel
cuore delle nostre città rumorose, tra le pieghe della vita ordinaria, si cela
il medesimo mistero. Quante volte, dietro un incontro inatteso, una parola di
consolazione, un gesto di bontà, si nasconde la carezza dello Spirito? Per
cogliere la Sua presenza occorre educarsi a leggere gli eventi con occhi nuovi,
ad interpretare la realtà non solo secondo la cronaca, ma alla luce di una
storia sacra che continua a dispiegarsi. La sfida è non lasciarsi accecare
dalla frenesia, ma fare spazio nella propria giornata al silenzio, alla
riflessione, allo stupore. In questo modo, anche le situazioni più ordinarie
possono trasfigurarsi in incontri con il divino.
Alla fine, vedere lo Spirito non è privilegio di pochi, ma chiamata universale. È un cammino che richiede coraggio, pazienza e umiltà. Lo Spirito soffia dove vuole, ma solo chi si apre alla profondità dell’anima può accoglierne il passaggio. Siamo invitati a lasciarci provocare dagli eventi, a meditare nel cuore ogni segno, a non accontentarci della superficie. È nel profondo che si gioca la partita della fede, ed è soltanto chi cerca con sincerità che può ricevere in dono la visione che trasforma la vita. Come scriveva un padre spirituale: “Là dove il cuore si fa inquieto, Dio sussurra i suoi segreti”. Che il nostro sguardo, allora, sia sempre in ricerca, capace di vedere lo Spirito che si nasconde nelle pieghe del quotidiano e innalza la realtà verso il cielo.
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