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mercoledì 12 novembre 2025

Le proporzioni del Vangelo

 





Riflessioni sulla spiritualità nell’epoca dell’egoismo

 

Paolo Cugini

 

Uno di loro… tornò indietro” (Lc 17,15).

Sono le proporzioni del Vangelo: uno a dieci. Parola misteriosa, cifra che pesa come pietra d’angolo, che regge e giudica i muri delle nostre relazioni. Chi ha orecchi per intendere, intenda: questa è la proporzione che bisogna mettere nel bilancio interiore, quando si decide di incamminarsi nella via stretta e luminosa aperta dal Vangelo. Ma non ci si abitua in fretta. Il tempo è maestro lento, la carne si ribella, il cuore si stringe e si indurisce davanti all’ingratitudine, uno degli aspetti più macabri della disumanità. Chi può dire di essere preparato, chi può dirsi di non vacillare davanti al gelo del rifiuto? La grazia costa fatica e sudore.

Eppure, la disumanità dilaga come nebbia d’autunno: è l’egoismo il combustibile che alimenta le città e i villaggi, la linfa che serpeggia tra le pieghe dei rapporti. Non si fa nulla gratuitamente, il gesto gratuito appare una follia, un lusso da anime ingenue. Tutto è scambio, tutto è calcolo. Chi vuole sopravvivere a questa tempesta di ghiaccio, chi non vuole essere inghiottito dalle maglie strette dell’egoismo, deve armarsi di grande spiritualità. Bisogna imparare l’arte del silenzio, trascorrere lunghe ore ascoltando la voce del Mistero che abita le profondità dell’anima. Solo così si scorge la luce che il mondo non può dare né spegnere, solo così ci si può alzare sereni all’alba per uscire e seguire la luce.

Ma attenzione: chi prende troppo sul serio le provocazioni dell’ingratitudine quotidiana rischia di perdere sé stesso. Il pericolo è reale: la stima di sé evapora, la volontà si annulla, il cuore precipita nella depressione. È una trappola sottile, una tela di ragno che stringe senza far rumore. Come fa Gesù a convivere in questo clima disumano? Ecco il mistero della sua forza: Egli vive immerso nel Mistero del Padre, ha piena coscienza di sé, non chiede all’umanità ciò che solo l’amore può dare. Chi vive così, nella pienezza dell’Amore autentico, non ha bisogno della valutazione degli altri, non si lascia scalfire dall’odio del mondo, non teme nemmeno la croce che lo attende.

Là dove l’amore del Mistero regna, la violenza dell’odio, l’indifferenza disumana, l’ingratitudine ingenerosa non hanno alcun potere. Chi si lascia avvolgere da questa presenza, chi si nutre di questa luce, può attraversare indenne la notte del mondo e, come il chicco di grano, portare frutto a suo tempo.

Questa è la profezia per i giorni nostri: la proporzione del Vangelo è la misura che salva, la via che libera, la luce che non si spegne. Non si vive di solo pane e, in fondo, non ci si salva da soli. Ma chi sa ascoltare il Mistero, anche nell’epoca dell’egoismo, conoscerà la vera libertà e la gioia che nessuno potrà mai togliere.

 

mercoledì 4 giugno 2025

UNA DONNA DI NOME DAMARIS (At 17,36)

 



 

Paolo Cugini

Dàmaris è una donna citata alla fin della narrazione della predicazione di Paolo ad Atene. È una predicazione che rappresenta un’ottima testimonianza della capacità di Paolo di inculturare il Vangelo nei più svariati contesti culturali. In questo caso Paolo si trova ad Atene, la patria della filosofia, culla della cultura occidentale e, per questo nella sua predicazione inizia citando autori della cultura locale. È un ottimo esempio di inculturazione: l’annuncio in un contesto culturale nuovo esige un aggancio per attirare l’attenzione I

n ogni modo, come sappiamo dalla narrazione, Ad Atene Paolo ebbe scarso successo eccetto il caso di alcune persone che abbracciarono la fede e, tra queste, una donna de nome Dàmaris. Un piccolo accenno che, però, apre varchi enormi. Là dove il mondo si chiude dinanzi alla predicazione del Vangelo, lo stesso Vangelo trova spazio nel cuore di coloro che nella società non valevano nulla: le donne. Questo picco accenno, dunque, di un nome di donna, Dàmaris, che aderisce alla fede e diviene credente, è l’indicazione della rivoluzione culturale e sociale che il piccolo seme del Vangelo sta producendo.

Basta solamente lanciarlo, che primo o poi, in modo insperato e in luoghi impossibili per il mondo, viene accolto e produce frutti sconvolgenti. La donna di nome Dàmaris è lo spazio teologico in cui avviene l’impossibile. Sono questi i miracoli del Vangelo, che apre nuovi orizzonti, squarcia i cieli ed entra una nuova luce.

 

mercoledì 14 agosto 2024

XII domenica C

 




(Zc 12,10-11; 13,1; Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24)

 

Paolo Cugini

 

Il problema dell’identità di Gesù accompagna tutto il cammino del Vangelo. C’è un processo di liberazione che deve avvenire se si vuole cogliere la proposta di Gesù, il senso della sua presenza nella storia degli uomini e delle donne. Non basta frequentare i culti religiosi per definirsi discepoli o discepole di Gesù. C’è qualcosa di profondo che dev’essere assimilato e che deve trovare spazio nella nostra anima. Affinché ciò avvenga, è necessario un cammino di liberazione dalle false opinioni religiose che con il tempo hanno preso posto nella nostra coscienza impedendo l’accoglienza della verità portata da Gesù. Una verità sconvolgente a tal punto da provocare reazioni negative proprio in coloro che vivono nell’ambito religioso. La presenza di Gesù, il suo modo di essere e di agire è così in contro tendenza rispetto alle aspettative religiose da creare rifiuto, distanza. Questo fenomeno è ben visibile nel brano di Vangelo di oggi. Vediamo.

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare.

Questa frase iniziale rivela il senso di tutto il cammino cristiano. Che segue Gesù e si sforza di comprendere e vivere il suo messaggio, sarà condannato ad una vita di solitudine. La vita di Gesù è segnata dalla solitudine frutto del rifiuto della élite religiosa che non si riconosce in ciò che Gesù dice e fa. La proposta di Gesù è agli antipodi della religione del tempo e non ammette compromessi e ambiguità e, per questo, è disposto ad accettare il prezzo del rifiuto, della polemica costante, della solitudine. È proprio questo il senso delle parole finali del discorso di oggi.

«Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

È interessante che, alla risposta di Pietro, che identifica Gesù con il Cristo di Dio, Gesù risponda con un titolo diverso: il Figlio dell’uomo. Come mai? In questi due titoli messianici c’è il divario tra le aspettative della religione del Tempio e quello che Gesù tenta, con grande fatica, di comunicare e dimostrare. Infatti, nonostante siamo al capitolo 9 del Vangelo di Luca, è palese che Gesù non s’identifica con il Messia annunciato in alcune profezie, vale a dire, l’avvento di un Cristo forte e potente, che avrebbe organizzato un esercito per sconfiggere gli oppressori (cfr. Is 11,4s). Gesù invece, si presenta, come il Figlio dell’uomo, che è l’unico titolo messianico (cfr. Dn 7,14s) che rivela l’identità divina del messia, e la possibilità di trasmettere questa divinità agli uomini e alle donne che accolgono il suo messaggio. È proprio questo che la primissima letteratura cristiana comprenderà, quando affermerà: “questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio” (Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19). Gesù incarna le profezie che indicano il messia non come il guerriero violento, ma il principe della pace (Zc 9,9s), colui che entra nel mondo non per uccidere il nemico, ma per insegnare ad amarlo. La proposta di Gesù è sconvolgente e inattesa per tutti coloro che volevano vendetta. Non è un caso che proprio Gesù, nell’episodio che lo vede commentare un testo di Isaia (Lc 4, 17s), annuncia che è arrivato il tempo del lieto annuncio ai poveri e della liberazione dei prigionieri, ommette di leggere il versetto successivo che parla del giorno della vendetta del nostro Dio (Is 61,2).

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

Non c’è continuità tra la proposta religiosa dei capi religiosi di Israele e quella di Gesù. Chi desidera seguire Gesù, entrare nella comunità di discepoli e discepole uguali, in cui, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura di oggi: “non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28), deve compiere un cammino di conversione che ha, come prima conseguenza, rinnegare se stessi, le proprie fantasie religiose, i propri idoli. Accogliere Gesù e il suo Spirito per passare da una vita concentrata in se stessi, per una vita di donazione gratuita e disinteressata: è questa la grande sfida che siamo cimati ad accogliere e tentare di realizzare.  

martedì 30 aprile 2024

LA RELIGIONE OSTACOLO AL CAMMINO DEL VANGELO

 



 

Paolo Cugini

 

Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede (At 14,19-28).

Che cosa conduce Paolo a rischiare la vita, ad essere lapidato per annunciare il Vangelo? Perché insiste tanto con questo annuncio? L’incontro misterioso con Cristo resuscitato lo ha convinto del fatto che esiste solo un modo per vivere in modo tale da passare dalla morte alla vita. In altre parole, secondo Paolo solo il cammino aperto da Gesù rivela il senso della vita autentica di ogni uomo e donna, lui l’ha visto, ascoltato e, per questo è così determinato. Chi vive un’esperienza personale passa dall’ideologia alla realtà. Paolo è passato dall’ideologia della religione ebraica, alla realtà presentata da Gesù Cristo.

Paolo annuncia, dunque, una proposta di vita, un cammino nascosto che Gesù ha rivelato. Annuncia uno stile di vita, non una religione, un modo di stare al mondo, non dei riti a cui partecipare. Quando Paolo arriva ad Antiochia, riunisce la comunità per condividere la propria esperienza, quello che l’annuncio della via del Signore sta provocando in coloro che lo ascoltano.

Gli uomini religiosi, imbevuti della religione d’Israele lo rifiutano, mentre le altre persone, i così detti pagani, che non hanno una religione specifica, accolgono il messaggio di Paolo. Sembra che la religione sia il grande ostacolo all’annuncio del Vangelo. Vale la pena riflettere su questo dato.

martedì 17 ottobre 2023

NON MI VERGOGNO DEL VANGELO

 




Paolo Cugini

 

Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rom 1,16). È uno dei versetti di Paolo che mi piacciono di più. Qui c’è tutto Paolo, la sua storia, il suo cammino, la sua teologia. Paolo ha capito la forza impressionante del Vangelo, perché le sue parole trasmettono la potenza di Dio, come capacità salvifica per coloro che l’accolgono. Il Vangelo salva da cosa? In primo luogo, dal vuoto esistenziale, perché riempie l’anima di significati, di parole nove che sono, allo stesso tempo, delle indicazioni di percorsi nuovi che possono essere realizzati dal credente. In secondo luogo, il Vangelo assimilato e accolto porta nell’uomo e nella donna l’essenza di Dio, vale a dire la sua misericordia. Chi accoglie il Vangelo viene inebriato dalla sua misericordia: è questo l’aspetto centrale del Vangelo, dell’annuncio di Gesù. E poi il Vangelo trasmette la giustizia di Dio, che è il balsamo contro ogni forma di disuguaglianza e discriminazione.

Il Vangelo, dunque, salva l’uomo e la donna dal pericolo di una vita materiale e istintuale, che blocca la possibilità di una libertà capace di guardare altrove e non identificarsi con ciò che sente nell’immediato. Questo Paolo lo ha compreso molto bene, per questo l’espressione: è il Vangelo che salva, nelle sue lettere diviene come un mantra che risuona nelle comunità delle origini e, per tutti coloro che assimilano il contenuto è capace di sgretolare le incrostazioni della religione degli uomini che, invece di salvare, imprigiona le forze vitali legandole a interessi personali.

È il Vangelo che salva: ricordiamocelo. 

giovedì 12 gennaio 2023

VIII DOMENICA TEMPO COMUNE B

 




(Os 2,16.17b.21-22; Sal 102; 2 Cor 3,1b-6; Mc 2,18-22)

 

 

La presenza di Gesù nella storia offre un modo nuovo di pensare Dio e la religione, un modo nuovo di vivere nel tempo e nella storia degli uomini e delle donne. Se prima di Gesù prevaleva un discorso religioso segnato in modo negativo dal timore di un Dio terribile, signore degli eserciti, che mandava sterminare intere popolazioni, il Mistero manifestato da Gesù si offre in modo non violento e accogliente. Leggendo le pagine del Vangelo ci si rende conto di come secoli del messaggio del Dio violento abbiano lasciato il segno nelle coscienze, radicando in questo modo il messaggio di una religione che, prima di essere messaggio d’amore e di pace, è l’annuncio del Dio onnipotente e onnisciente, dove le creature vivono sottomesse e terrorizzate. Eppure, i profeti avevano intuito che le cose non erano proprio così come la classe sacerdotale sosteneva. C’è qualcosa di nuovo nel messaggio profetico che vale la pena ascoltare, anche perché apre la strada alla novità della proposta di Gesù.

 la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.  Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. Ti farò mia sposa per sempre (Os 2,16s).

C’è una storia che con l’andar del tempo viene interpretata in modo nuovo dai profeti. Sia Geremia, infatti, che Osea, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, interpretano il cammino del popolo d’Israele nel deserto vero la terra promessa, come il periodo del fidanzamento di Dio con il suo popolo. In questa interpretazione, la violenza lascia spazio all’amore, la sottomissione forzata, alla logica delle relazioni sponsali. Osea invita il popolo a percepirsi in modo nuovo, a considerare la propria storia in un’ottica nuova, non più segnata dal senso di colpa, ma da una relazione sponsale, nella quale i vincoli non sono più dettati da interessi di parte, ma dalla gratuità dell’amore. Chi muove tutto, infatti, è l’attrazione amorosa, il desiderio che rende unico il partner, al punto da sigillare con lui un patto eterno: ti farò mia sposa per sempre. Sono contenuti, quelli offerti dal profeta Osea, che conducono il discorso religioso su di un piano totalmente diverso da quello vissuto dal popolo d’Israele, invitato, dunque, ad uscire dalla logica del timore, che mantiene le persone in uno stato infantile, di sudditanza, per vivere il Mistero di Dio nella logica dell’amore, che apre il cuore alla speranza e alla possibilità di un cammino di collaborazione.

Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si pèrdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi (Mc 2,21-22).

Tra il modello religioso del secondo Tempio, caratterizzato da un reticolo di leggi proteso a controllare il rapporto con Dio e la proposta di libertà di Gesù c’è un rapporto di radicale idiosincrasia. Tra la religione del precetto, gestita da una classe sacerdotale che controlla l’ortodossia del culto e, soprattutto, la libertà dei fedeli e la proposta di una relazione diretta con il Mistero, segnata dall’amore e dalla percezione di essere figlie e figli la distanza è insormontabile. Per questo Gesù afferma che è impossibile cucire insieme questi due progetti religiosi: sono troppo diversi. Per accogliere il vino nuovo di Gesù, il Vangelo che rende liberi, è necessario abbandonare gli otri vecchi della religione dei precetti e delle norme, che non permettono agli individui di crescere, di diventare adulti e persone libere capaci di pensare con la propria coscienza. Non è possibile, dunque, tenere i piedi in due staffe, ma occorre scegliere, mettersi in un cammino di sequela, che esige l’abbandono delle logiche infantili della religione dei precetti. C’è un mondo di relazioni nuove da costruire, comunità libere dalla paura di disobbedire ai precetti, che mettono al centro del loro cammino le persone più deboli, i poveri, gli esclusi. Il vestito vecchio non può essere che abbandonato, perché ha ormai logorato la relazione con il Mistero ed è, dunque, incapace di permettere di vestire l’abito nuovo, quello della gioia, che indica una relazione sponsale. Uscire dalla religione triste, che rende le persone aride e dure, per immettersi con coraggio nel cammino di libertà che Gesù propone. Sembra semplice, ma in realtà, secoli di schiavitù religiosa hanno modellato negativamente le coscienze al punto da rendere difficile la rottura con il modello passato identificato, nonostante tutto, come il modello religioso che veicola il Dio in cui crediamo.

La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini (2 Cor 3,2).

Che cosa può cambiare il nostro cuore e muoverci a favore del messaggio di Gesù? A volte può essere una comunità che vive lo spirito di uguaglianza e di libertà proposta dal Vangelo. È quello che dice Paolo a proposito della comunità di Corinto. Il loro stile di vita evangelico rappresenta una lettera chiarissima e trasparente della novità di Gesù, che permette a chi la incontra di comprendere la bellezza della novità del Vangelo. È questo il più grande augurio che possiamo farci: essere una lettera di Dio per l’umanità, affinché il mondo creda.


domenica 4 dicembre 2022

LA SALITA DELLA VITA DI FEDE

 




Ritiro spirituale di avvento

Galeazza domenica 4 dicembre 2022

 

Paolo Cugini

 

Venite, saliamo sul monte del Signore” (Is 2,3). Vita di fede come salita verso l’alto. Interessante è notare il fatto che anche la filosofia greca quando nasce, parla della conoscenza come un cammino in salita, un cammino verso l’alto. Ne parlava Platone nei suoi dialoghi, dove scrive, che era proprio questo cammino che Socrate insegnava nella piazza di Atene e lo stesso Platone nella sua scuola. Vita come cammino verso l’alto, come salita. Possiamo chiederci: che cosa significa e che cosa comporta?

È vero che questo linguaggio risente dell’impostazione astronomica tolemaica che non funziona più, ma esprime un’idea importante. Per imparare a vedere in modo diverso la realtà, per smettere d’identificare la realtà con i dati immediati che abbiamo a disposizione e che vengono dai sensi, occorre imparare ogni giorno a salire verso l’alto e guardare la realtà dall’alto. Questo è molto importante, perché ci aiuta a non rimanere con la mente ottusa e chiusa dall’evidenza del mondo sensibile, che non ci permette di vedere oltre, di sperare. Verso l’alto significa prendere le distanze dal livello materiale della vita e approfondire le possibilità della vita interiore, le sue possibilità. Un significato simile lo troviamo nelle parole di Paolo quando nella lettera agli Efesini afferma:

Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, 15dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Ef 3, 14-19).

Questo è il senso del nostro lavoro spirituale: fare di tutto per rafforzare il nostro uomo, donna interiore. Ciò significa permettere allo Spirito Santo che operi in noi, per rendere i nostri cuori pieni di misericordia e per rendere la nostra umanità sempre più simile alla sua. Per fare in modo che Cristo abiti nei nostri cuori, occorre un lento e quotidiano lavoro spirituale di assimilazione del Vangelo. In questo modo, come ci ricorda sempre san Paolo, riusciremo a indirizzare la nostra esistenza e le nostre scelte nella linea dell’amore di Cristo.

Vi conceda: è un dono. Il rafforzamento dell’uomo, della donna interiore è un dono. Ciò significa che non è frutto di uno sforzo umano, di una conquista, ma di qualcosa d’altro. In Gesù Cristo ci viene donata la possibilità di uscire dalla gabbia della pura materialità e dalla prigione del pensiero comune, per incamminarci verso una piena umanizzazione di noi stessi.

Imparare, in questo viaggio dalla terra al cielo, dalla materia allo spirito, dai senso all’intelligenza, a guardare la realtà con occhi nuovi, da un punto di osservazione diverso, a non lasciarsi ingannare dall’apparenza. La preghiera, la meditazione – poi ci spieghiamo che cosa indicano questi due germini – sono gli strumenti privilegiati per questo cammino, che potremmo definire di liberazione, perché ci libera dalla pressione della materia, dall’evidenza immediata che ci viene offerta dai sensi e che alimenta l’opinione del popolo. Uscire dalla prigione dall’opinione pubblica, quella a basso prezzo, perché non costa nessuna fatica, quella formata – per dirla con Péguy – dalle idee belle fatte, preconfezionate: è il senso del cammino verso l’alto.

Concretamente cosa significa questo cammino, come si realizza? Vedendo la fatica dell’uomo e della donna di compiere questo percorso, Dio stesso ci è venuto incontro e: “abbassò i cieli e discese”. Ce lo ha insegnato Paolo affermando che: “Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli” (Ef 4,10). C’è un cammino nella storia degli uomini e delle donne che va dalla terra al cielo, dal mondo materiale al mondo spirituale, dalla realtà condizionata dal limite e dalla morte, verso una realtà in cui non ci sarà più notte né morte, come ci ricorda il libro dell’Apocalisse, ascoltato nelle ultime due settimane dell’anno liturgico.

E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate».
(Ap 21, 1-4).

È bello riempirsi l’anima con queste parole, con queste immagini!

È il mistero dell’incarnazione, Dio che viene a camminare in mezzo a noi. Si sale verso l’alto seguendo il cammino che ha tracciato il Signore, che è passato da questo mondo al Padre. È il contatto con il Vangelo che ci permette di seguire la traccia che Gesù ha lasciato dentro la storia. Ma cosa significa leggere il Vangelo, come si entra dentro questo testo affinché lo Spirito del Signore presente nelle sue parole possa davvero ispirarci? La Parola non si apre ad un cuore superficiale, ad una lettura frettolosa: esige tempo. Viene da lontano, non solo in senso temporale, sul piano della storia, ma anche spaziale, spirituale. È una Parola che viene da Dio, impastata di detriti umani, che esigono di essere ripulita, per fare in modo che l’ascolto penetri la mente e sveli i suoi misteri.

Ci sono dei passi da compiere per permettere al Vangelo di parlare al nostro cuore.

·         Il primo è ringraziare.

·         Il secondo è predisporsi per accogliere la misericordia di Dio.

·         Il terzo è invocare lo Spirito Santo.

 

sabato 17 settembre 2022

Non potete servire Dio e la ricchezza

 



XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

Lc 16,1-13

Paolo Cugini

 

La spiritualità che sgorga dalle pagine del Vangelo, non si ferma nell’interiorità dell’anima, ma trasforma tutta la realtà. Chi rinasce dall’alto e si lascia plasmare dallo Spirito del Signore, cambia il modo di porsi nel mondo, cambia la qualità delle relazioni e il modo di considerare la materia. La priorità della vita cristiana, che è Gesù, diventa il fulcro della vita al punto da non lasciare nulla inalterato. È il fermento nella massa, il piccolo seme di mostarda che si trasforma in un albero grandissimo. La vita cristiana è, dunque, un cammino di trasformazione, che coinvolge tutto. Non a caso, Paolo nelle sue lettere parla di ricapitolare in Cristo tutte le cose (Ef1, 10), compresa, dunque la materia. Questa introduzione sul significato della vita spirituale nella vita cristiana, dovrebbe aiutare a cogliere la profondità del messaggio di Gesù nel Vangelo di oggi.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

La parabola che Gesù racconta ha come tema il buon uso del denaro. Anche qui, per chi è abituato ad identificare la vista spirituale con le preghiere devozionali, può rimanere interdetto. Che cosa c’entra, infatti, l’uso del denaro con la spiritualità? Leggendo la parabola, il suo commento in parallelo ad altri testi del Nuovo Testamento, si può comprendere che, per Gesù, l’uso del denaro è un problema centrale nella vita del cristiano. Nel seguito delle sue parole, Gesù offre delle motivazioni e degli argomenti che ci aiutano a riflettere. L’amministratore è disonesto, ma è lodato dal padrone: come mai? Perché utilizza i beni del padrone con un inganno, per garantirsi qualcosa quando sarà senza lavoro, perché è stato licenziato.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi sono gli amici che dobbiamo procurarci con la ricchezza disonesta? Sono chiaramente i poveri: lo specifica nel passaggio successivo. Saranno i poveri, infatti, ad accoglierci nelle dimore eterne. Questo dato è coerente con quello che troviamo alla fine del Vangelo di Matteo, in cui Gesù s’identifica con i poveri, gli affamati, gli assetati, gli stranieri, i carcerati. L’unico valore che Gesù dà alla ricchezza è quella che viene condivisa, mentre l’accumulo dei beni è condannato, perché accumulando, togliamo dal mercato dei beni, che potrebbero essere utili a coloro che non ne hanno. È chiaro che il discorso va spiegato ed attualizzato. Ricco non è il padre e la madre di famiglia, che mette da parte qualche soldo per i figli, per pagare le spese della scuola, dell’università, dei corsi che vuole far fare ai figli. Questo non è accumulo, ma paternità e maternità responsabile. Ricco, nella prospettiva che stiamo ascoltando in queste domeniche nel Vangelo, è colui che pur avendo molto, quello che raccoglie ancora, non lo distribuisce a chi non ne ha, ma lo tiene per sé, lo accumula, manifestando una visione meschina della vita.

Altra domanda: perché Gesù parla di ricchezza disonesta, senza motivare l’affermazione? Anzi, leggendo il testo, ogni forma di ricchezza, nell’ottica del vangelo, è disonesta: come mai? La ricchezza è disonesta perché è sempre frutto di un’ingiustizia, di un’appropriazione indebita. Se ci sono dei poveri è perché c’è qualcuno che si appropria di ciò che non è suo. Per questo, se qualcuno ha di più e ce l’ha come frutto del proprio ingegno, del proprio lavoro, è chiamato a distribuirlo con chi non ha nulla, con i poveri. Sono loro che ci accoglieranno nel regno dei cieli e, di conseguenza, durante la vita è bene imparare a trattarli bene, a farci conoscere da loro.

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Gesù pone la ricchezza come antagonista a Dio, come un idolo. I ricchi, in questa prospettiva, sono degli idolatri, perché hanno fato dell’accumulo del denaro un loro dio. Servire il Dio che si è manifestato in Gesù Cristo, significa distribuire le ricchezze con i poveri. Quando i ricchi non distribuiscono le loro ricchezze significa che sono diventati schiavi del denaro e, in questo modo, si sono allontanati da Dio. La spiritualità che il Vangelo propone. deve arrivare ad incidere il modo in cui utilizziamo i soldi. Il nostro pensiero dev'essere sempre per coloro che vivono con poco, che hanno fame, sete, che sono stranieri: Gesù è in loro.

venerdì 2 settembre 2022

INTRODUZIONE AGLI ESRCIZI SPIIRTUALI-GALEAZZA 2022

 

LO RICONOBBERO NELLO SPEZZARE IL PANE




GIOVEDI 1 SETTEMBRE 2022 Ore 21

Esercizi spirituali parrocchiali sull’eucarestia nella vita della comunità

 

Paolo Cugini

Bisogna nutrirsi di Dio per raggiungere liberamente la divinizzazione (Vladimir Lossky).

 

Introduzione

Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio (Es 3,1-5).

Vorrei iniziare questo percorso di Esercizi Spirituali con questa narrazione, perché ci aiuta ad entrare nel clima di preghiera tipico di questi momenti e, soprattutto, ci aiuta a capire di cosa si tratta. Dio nella vita di ogni persona si offre come un dono inaspettato, inatteso, improvviso. Per quanto ci riguarda, per il contesto materialista nel quale viviamo, la manifestazione di Dio nella nostra vita è uno squarcio di luce nelle tenebre, è davvero una grandissima novità che ci obbliga, in un certo senso a pensare in modo nuovo e cioè non più utilizzando solamente criteri economici, di efficienza, di calcolo, che ci permette di controllare la realtà. Se ci pensiamo bene, è questa la situazione nella quale siamo immersi, una mentalità che cerca di avere tutto sotto controllo, per non essere sopresi da nulla e, in questo modo, per poter vivere tranquillamente. L’esperienza di Dio, invece, significa l’irruzione della novità nella nostra vita, per fare spazio all’amore, ai sentimenti, alle emozioni. Dio entra improvvisamente nella nostra storia e ci chiama per imparare a vedere il mondo e la nostra stessa vita in un modo nuovo, con occhi nuovi, per vivere in un modo nuovo. Dio entra nella nostra esistenza e ci scuote, ci trascina fuori dai nostri schemi, per entrare in un’altra dimensione. Senza dubbio non c’è coercizione, violenza in questo cammino. Dio si propone ad una coscienza libera e accetta la debolezza del rifiuto. La storia della salvezza è piena di illustri rifiuti. Pensiamo al profeta Giona che, una volta chiamato ad annunziare la Parola di Dio nella grande città di Ninive, fugge (Gn 1,1s). Oppure il giovane ricco, che fa una gran bella impressione a Gesù, ma una volta che il Signore avanza le sue esigenze radicali per il discepolato, questo giovane se ne va triste e rifiuta l’invito fatto da Gesù stesso. Ci sono anche dei rifiuti che avvengono durante il cammino. Basta leggere le confessioni del profeta Geremia (Ger 15.20) per trovarci dinanzi ad una reazione negativa alla chiamata del Signore, considerando la reazione del popolo all’azione del profeta voluta da Dio. Che dire poi di Giuda, il traditore, Pietro che ha rinnegato Gesù, senza poi parlare degli altri discepoli.  

Il dono di Dio nella nostra vita, prendendo come modello la vocazione di Mosè, si manifesta utilizzando la realtà quotidiana. Nel nostro caso si tratta di un normalissimo roveto, che però ad un certo punto inizia ad ardere senza bruciare. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Dio si manifesta nella nostra realtà con qualcosa di nuovo che dev’essere colto e, per potere cogliere la novità, occorre guardare, osservare.

Seconda la tradizione Mosè aveva ottant’anni quando riceve la visita di Dio. È importante sottolineare questo dato. Spesso parliamo di vocazione come se fosse esclusivamente un problema della gioventù. Certamente l’incontro con Dio, il significato della nostra esistenza lo cerchiamo nella gioventù. In ogni modo non sempre quello che troviamo nella gioventù è il Dio del Vangelo, della parola di Dio. Spesso coloro che fin da giovani bazzicano le parrocchie quello che trovano è un insieme di attività gratificanti, il cui insieme viene attribuito un significato divino. Senza dubbio nelle parrocchie incontrano qualcosa di buono, però l’incontro con Dio, con il Signore risorto è un’altra cosa. Dio si manifesta nella nostra vita, ma non è detto che lo cogliamo. A volte lo confondiamo con le belle cose che facciamo. Dio è un’altra cosa, perché è novità assoluta. Per poterlo vedere, per poter cogliere la novità del dono che è Lui, occorre lasciarsi sorprendere, occorre essere curiosi come Mosè che si avvicina al roveto per vedere che cosa stava succedendo. Una curiosità che si traduce nella disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, a rinunciare alle proprie certezze religiose. Il cammino di fede dietro al Signore inizia quando siamo disposti ad abbandonare la religione, a lasciarci alle spalle le nostre tradizioni religiose che abbiamo identificato con Dio. Chi può aiutarci in questo cammino di smantellamento, di decostruzione?

Direi che ci sono tre elementi che ci possono aiutare a percepire la presenza di Dio nella storia, nella nostra vita. In primo luogo, l’attenzione alla realtà, alle situazioni che viviamo, soprattutto quando provocano un indurimento della nostra mente perché non accetta la novità. Secondo, il tempo presente, che è il tempo in cui la realtà si manifesta nella sua molteplicità, perché è ancora un punto puro, nel senso che non è ancora avvenuta l’operazione di schematizzazione del reale che appare in ciò che già si conosce e nemmeno la proiezione verso un futuro ipotizzato. Spesso sono proprio le tradizioni religiose, quelle che abbiamo identificato con l’esperienza di Dio, a fornire il maggior ostacolo alla percezione nel presente della realtà di Dio. Del resto, tutto ciò non è una novità. Lo stesso Gesù ha incontrato nella religione del Tempio l’ostacolo più duro per l’annuncio del Regno dei cieli. Famose sono le sue parole nei confronti dei farisei che accusava di trascurare i comandamenti di Dio per osservare le tradizioni degli uomini (cfr. Mc 7,8). Il terzo elemento che ci può aiutare a cogliere la presenza del Signore nella storia è la Parola di Dio, che va letta con la sete di verità nel cuore, con il desiderio di trovare il cammino della gioia. Parola che esige di essere ascoltata nel presente della vita, per fare in modo che penetri la realtà e la illumini. Parola che diventa reale ogni volta che invochiamo lo Spirito Santo e gli permettiamo di guidarci dove Lui vuole. È lo Spirito del Signore che dà la vita e che ci fa sentire vivi, ci fa cercare la vita e, in questo modo, abbandonare le nostre zone morte, spesso prodotte dalle tradizioni religiose, che ci legano le mani e la mente e non ci permettono di prendere il volo e seguire lo Spirito. Una Parola ascoltata in una comunità che desidera comprendere la realtà e non studiarla; una comunità in cammino che desidera seguire la luce che la Parola di Dio emana. In questo modo, è possibile uscire, camminare, osservare attentamente la realtà, incuriosirsi su ciò che sembra strano, nuovo e mettersi in ascolto della novità, per essere disponibili a cogliere il nuovo.

Il cammino di fede è un dono che viene dall’incontro con il Signore, che non è scontato: per questo è un dono. Il punto di partenza di questo incontro misterioso è la ricerca di senso, che solitamente inizia nell’adolescenza e si sviluppa nella giovinezza. È il giovane che cerca di dare un senso alla propria esistenza, che cerca risposte a domane profonde sul senso della vita.  Per una famiglia, una comunità cristiana il problema pastorale dovrebbe essere posto nei seguenti termini: come possiamo stimolare la domanda di senso nei giovani della comunità? Un’altra domanda importante in questa prospettiva è la seguente: le nostre liturgie aiutano i giovani a trovare risposte, o disturbano, allontanano? Il modo in cui celebriamo l’eucarestia alla domenica facilita l’incontro con il Signore in coloro che vi partecipano?

È importante capire una cosa, vale a dire, che la cultura, il sistema culturale che ha sorretto il cristianesimo per sedici lunghissimi secoli non c’è più, si è sgretolato. Secondo il sociologo francese Guillaume Cuchet uno dei motivi della fine della cristianità consiste nella fine della pratica obbligatoria[1]. La cristianità ha vissuto gli ultimi sedici secoli interpretando la messa domenicale come un precetto obbligatorio indispensabile per andare in paradiso. Per questo motivo, la mancanza alla messa domenicale è stata considerata per secoli come un peccato mortale. Dal Concilio Vaticano II in poi il discorso a questo proposito si è un po' attenuato, nel senso che non è più considerato un peccato mortale, ma grave. La percezione di questo dato, il polso della situazione di questo sacramento, la verifico nel confessionale. Le persone dai cinquant’anni in su confessano la mancanza al precetto domenicale, mentre le nuove generazioni, quei pochi giovani che si accostano al sacramento della penitenza, non lo confessano mai, perché per loro non andare a mesa alla domenica non solo non è un peccato grave, non è proprio percepito come peccato. Si tratta di fare insieme un percorso biblico, spirituale che ci aiuti a passare dalla mentalità obbligo, dalla mentalità della costrizione e, di conseguenza, della coercizione, alla necessità, al desiderio che si fonda sulla libertà della coscienza. Imparare ad accompagnare le persone affinché scopriamo il valore della vita interiore e, di conseguenza, il tesoro della propria coscienza: è questo il nostro grande compito.

Parlando con i ragazzi che bazzicano nei nostri paesini, quando chiedo loro che cosa ne pensano della religione, della fede, del Vangelo, la risposta che mi viene data è quasi sempre attraverso una domanda: a che cosa serve? Per chi vive la messa come un precetto da obbedire la risposta unica che potrebbe dare sarebbe: la messa serve per andare in paradiso. Durante questi quattro giorni di esercizi spirituali rifletteremo su dei testi del nuovo testamento che offrono del materiale che ci rende in grado di rispondere ai nostri ragazzi in un modo diverso, più evangelico e, probabilmente, capace di rispondere ad alcune delle loro esigenze.

Celebriamo dei riti da secoli. Ne conosciamo il significato che ci è stato trasmesso. Ogni tanto vale la pena fermarsi per capire l’origine di quel determinato rito, per comprendere se corrisponde alle intenzioni di chi lo ha formulato. È questo il caso dell’eucarestia, che la chiesa celebra da secoli. Rito che la chiesa ha posto come obbligo settimanale per i fedeli, obbligo che se disobbedito, viene valutato come peccato grave (mortale). Molte persone sopra i cinquanta/sessant’anni, ancora oggi vivono la messa domenicale come un obbligo, un precetto da compiere. Non solo, ma l’obbligo di confessarsi per ricevere il corpo di Cristo, ha non solo allontanato molte persone dalla comunione eucaristica, ma ha prodotto il ricorso alla confessione devozionale, svuotando il senso profondo del sacramento della riconciliazione. Diventa allora, importante tornare alle fonti, ai vangeli, alla lettura dei Padri della Chiesa, per capire meglio il significato del rito che celebriamo.

Che cosa ci dice la chiesa a riguardo dell’Eucarestia? Il Concilio Vaticano II (1962-65) ha operato un vero e proprio ritorno alle fonti. Quando parliamo di fonti ci riferiamo soprattutto a due filoni: il promo è la Sacra Scrittura, il secondo i Padri della Chiesa. C’è un’epoca considerata d’oro per la Chiesa, è l’epoca dei primi cinque secoli dell’era cristiana. Durante il secolo scorso alcuni studiosi, soprattutto francesi, hanno ripreso in mano le grandi omelie dei Padri della Chiesa, i loro discorsi, li hanno tradotti e divulgati. La proposta del Concilio non è dunque una rottura con la Tradizione, come qualcuno ancora oggi sostiene, ma un ritorno al passato. Il desiderio che animava i padri conciliari, spinti dall’impulso degli studiosi ed esegeti, consisteva nel riprendere il cammino dov’era stato interrotto, riagganciandosi al cammino della Chiesa delle origini, portato avanti dal Magistero dei Padri della Chiesa. Che cosa dice, allora, sul tema della liturgia il Concilio Vaticano II? Andiamo a vedere qualche brano della Sacrosantum Concilium (SC), che è il documento specifico elaborato dal Concilio sul tema della liturgia.

La Liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù (Sc, 10).  Dicendo che la Liturgia è il culmine significa che la Chiesa non ha nulla di più alto da offrire ai fedeli. Per questo motivo va curata nei minimi dettagli, va preparata per fare in modo che chi vi partecipa possa comprenderne l’altezza del valore, la profondità. Il culmine sta nel mistero che celebra, vale a dire Gesù Cristo, la cui divinità si è manifestata e continua a manifestarsi nella sua umanità. È questo che va valorizzato nella comunità. Il travisamento del mistero eucaristico nell’epoca medievale ha spostato il centro della vita liturgica dall’umanità di Gesù all’estetica, dalla scelta di povertà di Gesù che da ricco che era si fece povero (2 Cor, 8,9), all’identificazione del sacro con la ricchezza. Il sacro viene ad un certo punto rivestito di ori, di suppellettili pregiatissime e i sacerdoti, gli unici che hanno accesso al sacro e che possono toccare il Santo dei santi, rivestiti di vesti sgargianti, con pizzi e merletti. Siamo nel pieno di una liturgia imperiale, che ha perso il contatto con i dati biblici e s’impone in Occidente come religione dell’impero, presentando una sacralità identificata con la ricchezza, simbolo eterno di potere. La Liturgia inoltre, è la fonte da cui promana tutta la virtù della Chiesa. Ciò significa che è l’alimento della vita di fede. Dove alimentiamo la nostra vita spirituale dice del nostro cammino religioso. La fonte da cui attingere è la liturgia. L’eucarestia è senza dubbio il culmine della liturgia e, di conseguenza è quella che alimenta maggiormente la fede dei credenti. Sono liturgie anche le lodi, i vespri, le veglie di preghiera. Le liturgie che celebriamo sono momenti comunitari che coinvolgono il popolo di Dio. Non a caso, la stessa parola liturgia significa: azione del popolo. Questa precisazione del Concilio aiuta anche a comprendere che la preghiera personale è sempre orientata alla liturgia. Non esiste, infatti, nella vita cristiana, una vita di preghiera che sia sganciata dalla liturgia. Sottolineo questo aspetto perché percepisco he non è ben chiaro. La vita di preghiera personale dovrebbe aiutare i fedeli a vivere più intensamente la liturgia, nella quale si trova la fonte e il culmine della vita di fede.

Il percorso degli esercizi spirituali che sto proponendo vorrebbero fornire degli strumenti biblici e spirituali per permettervi di comprendere meglio il mistero che celebriamo alla domenica, che il culmine e la fonte del nostro cammino di fede.

 



[1] CUCHET, G. Comment notre monde a cessé d’être chrétien. Anatomie d’un effondrement, Paris : Seuil 2012. 

domenica 28 agosto 2022

EGLI SI VOLTO' E DISSE

 



XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C

Lc 14,25;33

 

Paolo Cugini

 

C’è una corrente spirituale piuttosto significativa all’interno del cristianesimo, che è arrivata sino a noi, che identifica la vita cristiana con la sofferenza e, in questa prospettiva sembra che più una persona soffre e più si avvicina a Dio. Forse è per questo motivo che tanti giovani, che desiderano tutt’altro che soffrire, quando vengono a contatto con adulti della comunità che gli presentano questa spiritualità della sofferenza se ne vanno e non tornano più. Il Vangelo che abbiamo ascoltato sembra contenere alcuni versetti che sono su questa linea del cristianesimo sofferenza. Per questo vale la pena soffermarci un poco e tentare di capire.

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro

La sequela dietro al Signore non è un fenomeno di massa, anche se è diventato così, ma è una risposta personale ad una proposta esigente. Non dobbiamo stancarci di sottolineare questo aspetto; solo in questo modo riusciamo a smetterla di scandalizzarci se le chiese sono vuote, se i giovani non vanno a messa. Imparare a misurare la validità della proposta del Vangelo non dalle quantità, dai numeri, ma dalla qualità, dalla bellezza e profondità dello stile di vita, dalla diversità che propone. È bello essere seguaci del Signore, cristiani, non perché siamo in tanti, ma perché ci vogliamo bene, perché nella comunità abbiamo imparato a metterci all’ultimo posto, a deporre le nostre vesti per allacciarci un asciugamano alla cinta e lavare i piedi ai fratelli e alle sorelle più bisognose.

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Ecco due versetti che esprimono molto bene la radicalità evangelica, la differenza della proposta di Gesù rispetto a tante altre proposte che incontriamo. La prima domanda che questi versetti pongono a noi ascoltatori è questa: vuoi essere discepolo del Signore? La risposta a questa domanda determina il cammino che siamo disposti a compiere. Essere discepolo del Signore significa essere mossi dal desiderio da una vita nuova, differente. Significa essere mossi dalla ricerca di un senso della vita che riempia l’esistenza. Chi nella propria vita riesce a percepire il vangelo, la presenza del Signore come l’alimento definito che cerca, allora è disposo a tutto, a compiere qualsiasi taglio, qualsiasi rinuncia, ad orientare la propria vita. L’amore per Gesù deve arrivare al punto da fondare qualsiasi relazione, di reimpostare qualsiasi modalità d’esistenza, perché è l’amore fondante. Questa esigenza spiega anche quella successiva. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Di che croce sta parlando Gesù? Della scelta che un discepolo fa nel nome del Signore. Perché la scelta è una croce? La coerenza delle scelte fatte per amore del Signore, un amore gratuito che cerca la giustizia, l’uguaglianza, l’attenzione ai più poveri in un contesto che nega tutti questi valori provoca tensioni, sofferenze, croce. Non è che seguire il Signore voglia dire soffrire: tutt’altro. Uno segue il Signore perché sperimenta nella sua Parola una luce nuova mai vista prima, un balsamo di sollievo mai percepito prima, una pace interiore definitiva. E allora perché la sofferenza? La sofferenza non la porta il Signore, ma il mondo, che non accetta la bellezza della sua proposta, la semplicità, la sia beatitudine. Il mondo è invidioso della gioia che è la presenza del Signore, non sopporta la pace che vivono i suoi discepoli, odia la loro serenità, il loro modo di vivere gratuito e disinteressato. Per questo il mondo fa guerra ai discepoli e alle discepole del Signore. Del resto, lo stesso Gesù li aveva avvisati durante l’ultima cena quando disse loro: Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi hanno odiato me. Se foste del mondo il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia (Gv 15,18-19). Con la sua presenza Gesù ha smascherato il vuoto, il nulla della proposta del mondo, che offre una felicità effimera basata sulle cose, sul possesso, sullo sfruttamento dei più deboli. Una gioia che è tale solo per pochi. L’azione e la Parola di Gesù aprono le coscienze, sveglia le persone che si avvolgono dell’inganno subito e scoprano che la pace vera non dipende dalle cose, ma dall’amore che si ha e che la gioia non dipende dal potere, ma dal rendere felici gli altri, soprattutto i più poveri.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine?

Per imparare a stare nel mondo senza lasciarci affogare, incatenare dalle sue logiche, occorre dedicare del tempo per studiare la situazione, per capire dove sta l’inganno, per smascherare la struttura menzognera della proposta del mondo. Non solo. Occorre imparare a prendersi del tempo per riempire la nostra anima dell’amore del Signore, riempire i nostri polmoni della forza che viene dal suo Spirito. Come dice san Paolo: Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza Ef 6,10). È proprio questo quello che noi facciamo alla domenica: ci accostiamo all’altare del Signore per alimentarci della sua gioia, del suo amore, per abbeverarci della sua sete di giustizia e di uguaglianza. Ci avviciniamo a Lui perché solamente con Lui abbiamo il coraggio di vivere pienamente quello che ascoltiamo per riuscire ad infischiarcene se il mondo ci odia.

 

giovedì 14 aprile 2022

GIOVEDI SANTO 2022

 



(Gv 13,1-15)

Paolo Cugini

 

Giovedì santo vuole dire Giovanni 13, quella pagina del Vangelo che ci fa tremare, impallidire, arrossire. Incontriamo Dio nell’umanità di Gesù. È questo che c’insegna il Vangelo e la chiesa.  Ciò significa che nel gesto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli incontriamo Dio.

Che cosa significa quel gesto? È il maestro che lava i piedi del discepolo, il più grande che si abbassa nei confronti del più piccolo: questo è l’insegnamento di Gesù, questa è la sua umanità. Vuole dire che quando riproduciamo questo atteggiamento nella vita quotidiana incontriamo Dio, realizziamo la nostra umanità che è stata creata ad immagine di Dio, non di un Dio qualsiasi, ma del Dio che si è manifestato nell’umanità di Gesù. È un gesto di amore di Gesù verso i suoi discepoli. È quello che viene descritto all’inizio del brano: Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1). L’amore è un cammino di abbassamento nei confronti di chi si ama. Non c’è prova di forza, irrigidimento, ma abbassamento. Gesù avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo per irrigidirsi con i suoi discepoli, ma non lo fa, perché non li vuole perdere. Gesù è venuto per salvare tutto e tutti, per questo continuamente si abbassa insegnandoci che nell’abbassamento c’è il mistero dell’amore che desidera guadagnare ad ogni costo qualcuno, per metterlo nelle mani del Padre. Vuoi bene a tuo figlio: abbassati, lavagli i piedi. Si meriterebbe due sberle: metti da parte i rancori, le rivendicazioni, le ripicche, ma conquistalo con l’amore: abbassati, lavagli i piedi. È la prova estrema dell’amore.

“Durante la cena, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto”.

 Il testo dice che l’azione di Gesù non è spontanea, ma pensata. Gesù sapendo. Che cosa sa Gesù, che cosa ha capito? Che il Padre gli aveva dato tutto nelle sue mani: che cosa significa quest’affermazione? Significa che Gesù non nasce imparato ma, essendo vero uomo, come tutti gli uomini e le donne impara, apprende, capisce. Nella narrazione di Giovanni sembra che Gesù abbia compreso la grandezza della sua identità nelle ultime ore della vita. Con questa comprensione di sé va nella stessa direzione in cui ha sempre portato la sua umanità, vale a dire non a servizio di un narcisismo esacerbato che non gli appartiene, ma in un cammino di amore verso le persone che incontra.

Ci sono sette verbi che descrivono l’azione di Gesù, che è un’azione che descrive il suo amore, come il suo amore prende forma nella concretezza della vita quotidiana. Ancora. Non sono azioni fatte a caso, ma che nascono da una comprensione. Dice, infatti, il testo: Gesù sapendo… C’è una presa di coscienza che provoca un’azione consapevole: quello che Gesù fa non è a caso, ma vuole comunicare qualcosa. Compie un gesto che comunica un contenuto. L’amore manifestato da Gesù propone sempre parole e azioni che vanno nella logica contraria delle ragioni umane, vanno nella direzione dell’amore che si fa servizio umile. È un gesto che va nella stesa logica delle parole che Gesù dice sulla croce nei confronti dei suoi aguzzini: Padre, perdono loro perché non sanno quello che fanno.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo. Il gesto di Gesù di lavare i piedi ai discepoli, oltre alle considerazioni fatte sopra, va inquadrato in quello che Gesù ha compreso, vale a dire il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro che, tra l’altro, sono tra i protagonisti di questo brano, nel senso che vengono citati. Ancora una volta, Gesù aveva tute le ragioni di mandare a quel paese quel gruppo di buoni a nulla dei suoi discepoli, ma compie un gesto che va nella direzione opposta delle sue ragioni. Gesù lava i piedi a coloro che sapeva che lo avrebbero tradito rinnegato. Il cammino di sequela al Signore non è basato sul successo umano, ma esclusivamente sull’amore del Padre. C’è uno sguardo d’amore tra Gesù e il Padre che filtra tutte le relazioni. Gesù ha imparato a non fondare le sue scelte sul successo umano: anche questo è un grande insegnamento.

Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!».

 C’è un altro aspetto interessante nella scena della lavanda dei piedi, messa in evidenza dall’atteggiamento di Pietro. Il discepolo non vuole che Gesù gli lavi i piedi. Come tradurre la resistenza di Pietro? È il simbolo della non accettazione che l’umanità di Gesù in questa sua manifestazione estrema, sia il ponte per incontrare Dio. L’atteggiamento di Pietro descrive la difficoltà che hanno tutti coloro che non riescono a liberarsi delle loro idee su Dio, quelle idee che riceviamo dalla tradizione, o che semplicemente ci vengono tramandate dal senso comune, che pensa Dio come qualcosa di totalmente altro dall’uomo, dal mondo e, di conseguenza, dev’essere riverito. Pietro è il simbolo di coloro che non accettano che sia Dio a riverire l’uomo, non accettano il Dio che si umilia, che si fa piccolo, perché non vogliono essere coinvolti in questo cammino di umiliazione: vogliono continuare a tenere le distanze, per poter fare quello che vogliono. Gesù, invece, ci lava i piedi per farci camminare con Lui, per aiutarci a capire che il senso profondo della vita non sta nel fare quello che si vuole, ma nel donarsi in modo gratuito e disinteressato. 

lunedì 24 gennaio 2022

QUARTA DOMENICA TEMPO COMUNE C

 




(Ger 1,4-5.17-19: Sal 70; 1Cor 12,31 - 13,13 Lc 4,21-30)

Paolo Cugini

Lc 4,21-30
 

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Zarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

      Continuiamo la lettura del Vangelo di Luca che ci propone la reazione del popolo d’Israele a quella che potremmo chiamare la prima omelia pubblica di Gesù. Senza tani giri di parole possiamo tranquillamente affermare che è stata un fallimento, nel senso che non è piaciuta per niente, al punto che cercano di ucciderlo. Durante la sua difesa alla reazione negativa del popolo, Gesù cita due brani che appartengono alla memoria negativa di Israele, nel senso che il popolo non ama ricordare. Si tratta, infatti, di quegli episodi in cui Dio aiuta i pagani a scapito degli israeliti. Sono episodi che avrebbero dovuto provocare una riflessione all’interno del popolo, per una crescita sui dinamismi della fede provocati da JHWH. Al contrario, la scelta di Dio provoca insofferenza e disappunto: il popolo non coglie e non vuole ascoltare la portata spirituale e storica di questi eventi e li mette nel dimenticatoio. Citando questi esempi Gesù ne rivela il senso, attualizzandoli riferendoli alla sua persona. Gesù, infatti, è venuto a mostrare il cammino tracciato da Dio sin dall’eternità, cammino che è aperto a tutti coloro sono attenti ai fratelli e alle sorelle più povere e bisognose, vivendo, in questo modo, il comandamento centrale cdi Dio: l’amore al prossimo. I capi d’Israele non riescono ad accettare queste aperture proprio perché hanno vissuto il rapporto con Dio confinandolo nella dimensione cultuale, rituale, nei sacrifici, nei canti di lode. In fin dei conti, per Israele, vivere in Dio significava partecipare alle liturgie del tempio, alle feste liturgiche, ai culti. Soprattutto dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia e la costruzione del secondo tempio, in Israele sparisce il profetismo e s’instaura una religione che fa dei riti liturgici un sistema così particolareggiato da identificare la religione con il culto, andando lentamente fuori dalla proposta di JHWH. È questo spostamento che Gesù è venuto a criticare e a modificare ed è naturale la reazione negativi dei capi religiosi.

      In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Gesù si pone sulla linea dei profeti, di coloro che nella storia d’Israele hanno provocato il popolo proponendo prospettive nuove, cercando di scrollare il popolo dal costume di sedersi sul passato e, in questo modo, non permettere alla parola di Dio di orientare il presente intasato dai detriti del passato. È questo il motivo della dura reazione del popolo che lo cacciano fuori dalla città per ucciderlo. Coloro che cercano di aiutare il popolo a comprendere il senso della realtà, a comprenderla alla luce del Vangelo, della novità di Gesù illuminata dall’azione dello Spirito Santo, vengono respinti, rifiutati. Probabilmente è questo il senso profondo e la vocazione della comunità cristiana: essere segno di contraddizione, stimolo verso la novità del Regno.

Si alzarono e lo cacciarono fuori della città. Nella vita di Gesù il pericolo non viene dall’esterno, ma dall’interno, vale a dire, dalla religione, da coloro che gestiscono il tempio, il culto. Gesù non correrà mai pericolo con i peccatori, le prostitute, i pubblicani, i poveri: questo è un dato di fatto. Per Gesù i luoghi e le persone più pericolose saranno luoghi e persone religiose. Saranno questi che cercheranno di eliminarlo, lapidarlo, ammazzarlo. Come mai avviene questo? Perché Gesù è venuto a mostrare con parole e opere il senso autentico del rapporto con il Padre che conduce all’amore fraterno, alla sororità, all’attenzione verso tutte e tutti. I capi religiosi del popolo, invece hanno trasformato questo annuncio di amore, in una sterile osservanza di leggi volute da loro per controllare la vita del popolo. Per questo motivo, le parole e le azioni di Gesù li irritano al punto da volerlo morto.

    Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. C’è in questo versetto, un’anticipazione della resurrezione. La morte non si è impadronita di Gesù, ma Gesù continua il suo cammino. Gesù è il Signore della storia, degli eventi: ci passa in mezzo. Chi proviene dal silenzio ed è abituato ad ascoltarsi, a confrontarsi con la voce della propria coscienza non si lascia schiacciare dagli eventi, non permette a ciò che è immediato di confondere ciò che viene dal profondo. Chi ha lo sguardo rivolto al Padre e vive il presente con questo sguardo di amore negli occhi, fa di tutto per trascinare il presente in quella direzione, trasformando, se è necessario, quello che incontra. Questa è la differenza tra un maestro e un principiante, tra un padre o una madre, e il figlio, la figlia. Chi è testimone del perdono e dell’amore di Dio non si ferma mai neanche quando è in gioco la propria vita.