martedì 30 giugno 2026

Il sonno di Gesù nella tempesta

 




Paolo Cugini

 

Avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva (Mt 8,24).

Nella notte, quando il lago perde i suoi contorni e il vento sembra parlare con una voce più antica della nostra paura, il Vangelo ci consegna un’immagine che non smette di inquietare e di consolare: Gesù dorme nella barca, mentre attorno a lui le acque si agitano, il cielo si chiude, i discepoli tremano. Di solito il nostro sguardo corre subito al miracolo visibile, al comando rivolto al vento e al mare, alla quiete improvvisa che segue la parola del Maestro. Eppure, forse, il prodigio più grande non è che Gesù abbia calmato la tempesta. Il prodigio più misterioso, più radicale, è che durante la tempesta egli dormiva.

Quel sonno non è indifferenza, non è fuga, non è assenza dal dolore degli uomini. È piuttosto la rivelazione silenziosa di un cuore abitato da una pace più profonda del frastuono. Gesù dorme non perché non veda il pericolo, ma perché non lo assolutizza; non perché il mare non faccia paura, ma perché il mare non è l’ultima parola. Nel buio della notte, il suo riposo diventa una luce nascosta, una domanda posta alla nostra esistenza: da quale centro interiore si può vivere per non essere travolti da ciò che accade?

Se proviamo a leggere questo episodio dal punto di vista dell’esperienza umana, ci accorgiamo che la tempesta non appartiene soltanto al lago di Galilea. Essa attraversa le nostre case, le nostre relazioni, le nostre decisioni, le nostre malattie, le nostre perdite. Ci sono notti in cui tutto sembra muoversi contro di noi: le onde dei pensieri, il vento delle preoccupazioni, il rumore delle domande senza risposta. In quelle ore, ciò che desideriamo è che qualcuno calmi subito le acque. Ma il Vangelo sembra suggerire qualcosa di ancora più esigente: prima ancora di chiedere che la tempesta finisca, occorre imparare dove poggiare il cuore mentre la tempesta continua.

Come si fa a rimanere calmi, rilassati, sereni negli eventi drammatici della vita? Non basta una tecnica, non basta ripetersi parole di conforto, non basta fingere che il pericolo non esista. Occorre una spiritualità grande, matura, pazientemente coltivata. Spiritualità significa chiarezza dei propri obiettivi, capacità di guardare la realtà senza ridurla al suo frammento più doloroso, libertà interiore davanti all’urgenza del momento. Significa, soprattutto, aver imparato a non confondere l’evento passeggero con il tutto della vita.

Chi non custodisce la propria anima resta prigioniero dell’istante. Ogni onda diventa un abisso, ogni vento contrario diventa una condanna, ogni notte sembra definitiva. Ma chi ha imparato a vegliare dentro di sé, chi ha dato tempo al silenzio, alla preghiera, al discernimento, alla memoria del bene ricevuto, riesce poco a poco a collocare anche l’evento più drammatico dentro un orizzonte più ampio. Non lo nega, non lo minimizza, non lo chiama bene se è male. Tuttavia, lo inserisce nella storia, nel cammino, nel dinamismo globale dell’esistenza, dove anche ciò che ferisce può essere attraversato senza diventare padrone dell’anima.

Il sonno di Gesù nella tempesta è allora la forma più alta della fiducia. È la pace di chi sa da dove viene e verso dove va. È la serenità di chi non consegna la propria identità alle circostanze, né la propria speranza alla meteorologia incerta degli eventi. In quella barca scossa dal vento, Gesù ci mostra che la vera forza spirituale non consiste nel non avere tempeste, ma nel non lasciare che la tempesta diventi il centro di tutto. Il credente non è colui che vive senza paura, ma colui che, anche nella paura, cerca un punto più profondo da cui guardare.

Forse la nostra vita spirituale si misura proprio qui: nella qualità del nostro cuore quando la notte si alza, quando il vento contrario ci sorprende, quando non possiamo più controllare ciò che accade. In quei momenti si vede se abbiamo vissuto soltanto in superficie o se abbiamo scavato in noi uno spazio abitato da Dio. Perché solo chi cura la propria anima può rimanere saldo davanti al dramma; solo chi ha imparato a guardare il tutto può non essere divorato dal frammento; solo chi ha coltivato una pace profonda può, almeno un poco, dormire nella tempesta.

 

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