Paolo Cugini
La
notte scende piano sulle cose e le spoglia delle loro sicurezze. Ciò che di
giorno sembrava chiaro, ordinato, persino controllabile, nel buio assume
contorni incerti. Anche il cuore, allora, somiglia a una barca lontana dalla
riva: porta con sé il peso delle decisioni prese, dei progetti iniziati, delle
promesse pronunciate, ma basta un vento improvviso perché tutto sembri
vacillare.
Nella
vita quotidiana non occorrono grandi catastrofi per spaventarci. A volte basta
una parola storta, un contrattempo, una delusione, un piccolo problema che non
avevamo previsto. Ci scopriamo fragili proprio là dove pensavamo di essere
forti. Vorremmo che il cammino fosse lineare, che ogni cosa procedesse secondo
il disegno pensato, senza scosse, senza interruzioni, senza onde. Ma la realtà
non obbedisce al nostro desiderio di controllo: porta con sé turbamenti
improvvisi, tempeste inattese, situazioni che non avevamo calcolato e che
spesso ci disorientano.
Ed
è proprio dentro questa notte agitata che appare l’immagine decisiva: Gesù
cammina sulle acque in tempesta. Non elimina subito il vento, non cancella
immediatamente la paura, non trasforma il mare in una strada asciutta. Cammina
dentro ciò che spaventa. Avanza là dove noi vediamo solo pericolo. La sua
presenza insegna che la vita spirituale non consiste nell’evitare ogni
tempesta, ma nell’imparare ad attraversarla senza lasciarsi sommergere.
Camminare
sulle acque significa custodire un centro quando tutto intorno si muove.
Significa non identificare il problema con l’intera realtà, non lasciare che
una difficoltà diventi il nome definitivo della nostra vita. La tempesta è
reale, il vento è contrario, la notte è fitta, ma non sono il tutto. C’è una
riva verso cui andare, una meta da non perdere, una profondità da guardare
oltre la superficie agitata degli eventi.
Per
questo la vita spirituale educa lo sguardo. Ci insegna a fermarci, a respirare,
a distinguere ciò che passa da ciò che resta. Ci aiuta a non reagire solo con
il panico, ma con una calma conquistata, con una serenità che non nasce
dall’assenza dei problemi, bensì dalla certezza che nessuna onda può avere
l’ultima parola. Quando lo sguardo rimane fisso sulla meta, il cuore ritrova
orientamento anche nel buio.
Ma
camminare sulle acque in tempesta non s’improvvisa. È il frutto di un lungo
lavoro interiore: conoscersi, riconoscere le proprie paure, misurare le proprie
forze, elaborare progetti di vita sapendo che ogni progetto dovrà fare i conti
con l’imprevisto. La fede non ci rende invulnerabili, ma ci rende più profondi.
Non ci sottrae alla notte, ma accende in essa una direzione. E allora, anche
quando il mare si agita e il vento sembra più forte della nostra volontà,
possiamo imparare a non fuggire, a non affondare, a camminare passo dopo passo
sopra ciò che prima ci faceva paura.
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