lunedì 20 luglio 2026

La notte delle nostre sicurezze

 





Paolo Cugini

 

 

C’è, nel fondo oscuro di ciascuno di noi, un bisogno profondo di sicurezza. Non è un desiderio superficiale, né una semplice richiesta di ordine: è una fame antica, quasi notturna, che sale dalle zone più fragili della nostra umanità. La portiamo dentro come un’inquietudine silenziosa, come un tremore che non sempre sappiamo nominare, ma che accompagna i nostri passi quando il mondo ci appare troppo vasto, troppo plurale, troppo difficile da abitare.

La nostra umanità è fragile. Si espone alla molteplicità del reale e, proprio lì, avverte di potersi perdere. Il mondo non si lascia ridurre a una sola forma, a un solo linguaggio, a una sola interpretazione. È fatto di differenze, contraddizioni, volti, storie, ferite e promesse. Abitarlo significa accettare di non possederlo, di non dominarlo, di non chiuderlo dentro una formula definitiva. Ma questa apertura ci spaventa. La pluralità del mondo ferisce il nostro bisogno di controllo e ci costringe a riconoscere che non siamo padroni della realtà.

Per questo, spinti dall’istinto di sopravvivenza, cerchiamo punti di riferimento stabili. Abbiamo bisogno di luoghi interiori in cui riposare, di parole certe, di segni riconoscibili, di confini che ci proteggano dall’indeterminato. Quando però questa stabilità non la troviamo nella realtà, perché la realtà si presenta mobile, variegata e irriducibile, allora siamo tentati di inventarla. Modifichiamo i dati del reale a nostro piacimento, li semplifichiamo, li pieghiamo alle nostre paure, li costruiamo secondo immagini capaci di rassicurarci.

Nasce così una tranquillità fragile, perché fondata su un artificio. È una pace apparente, una sicurezza fabbricata, una falsificazione che ci permette di respirare solo per un momento. Ma la realtà, prima o poi, torna a bussare. La sua pluralità rientra dalle fessure delle nostre difese, smentisce le nostre costruzioni, incrina le nostre certezze. E allora dentro di noi si apre uno scontro: da una parte la tranquillità che ci siamo costruiti, dall’altra il mondo vivo, complesso, eccedente, che continua a provocarci inquietudine.

Questo dato antropologico tocca anche la dimensione religiosa. L’essere umano, infatti, può arrivare a costruire il sacro come difesa contro l’inquietudine. Non sempre il sacro nasce dall’ascolto del mistero; a volte nasce dalla paura del mistero. Diventa allora una barriera, una struttura, un sistema di segni con cui tentiamo di fermare il divino, di renderlo prevedibile, di impedirgli di entrare nel mondo con la sua libertà sconvolgente.

Il processo di sacralizzazione del fenomeno divino si colloca precisamente su questa linea: l’uomo cerca tranquillità, non coinvolgimento; cerca conferme, non conversione; cerca un Dio che custodisca le sue sicurezze, non un Mistero che le metta in discussione. Per questo l’uomo religioso sente spesso il bisogno di segni concreti, di elementi visibili, di garanzie esteriori che suppliscano alla certezza che non trova dentro di sé. Il segno diventa allora rifugio, il rito diventa protezione, la forma diventa argine contro l’angoscia.

In questa prospettiva la presenza di Gesù appare come un dato profondamente inquietante. Gesù non viene a confermare le nostre sicurezze artefatte, ma a smascherarle. Non entra nella storia per custodire le nostre costruzioni religiose, ma per aprire una novità che le supera. La sua presenza è come una luce nella notte: consola, ma prima ancora rivela; illumina, ma proprio per questo mostra le ombre che avevamo imparato a nascondere.

Accogliere la novità del mistero manifestato da Gesù significa dunque spogliarsi delle proprie precomprensioni culturali e religiose. Significa rinunciare alle certezze costruite falsificando la realtà, lasciando che sia la realtà stessa, nella sua verità, a raggiungerci. Gesù non è un’aggiunta decorativa alle nostre convinzioni, non è un rattoppo posto sopra il vestito vecchio delle nostre abitudini. Egli è la realtà nuova, la presenza che chiede spazio, l’irruzione di Dio che non può essere imprigionata nei nostri schemi.

Per questo il Vangelo parla di vino nuovo e di otri nuovi. Il vino nuovo non può essere versato in contenitori vecchi senza spezzarli: la novità portata da Gesù domanda persone nuove, coscienze aperte, cuori capaci di lasciarsi dilatare. Non basta conservare ciò che siamo e aggiungere un po’ di religione alla superficie della vita. Occorre permettere al mistero di trasformare la struttura profonda del nostro modo di pensare, di credere, di abitare il mondo.

La notte, allora, non è soltanto il luogo della paura. È anche il luogo in cui cadono le illusioni e si impara ad attendere una luce non fabbricata da noi. Nel buio delle nostre false sicurezze, Gesù viene come novità inquietante e liberante. Ci chiede di non difenderci dal mondo, ma di attraversarlo; di non sacralizzare le nostre paure, ma di lasciarle guarire; di non costruire un Dio a nostra misura, ma di accogliere il Dio vivo che entra nella storia e apre, dentro di noi, lo spazio di una vita nuova.

 

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