Paolo Cugini
Si avvicinò un lebbroso,
si prostrò davanti a Gesù e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!»
(Mt 8,1-2).
Prima
di tutto vi è il riconoscimento. Prima di ogni parola, prima di ogni dottrina,
prima di ogni rito, c’è un uomo che vede in Gesù una presenza diversa, una
grandezza non misurabile con le categorie consuete, una luce che non appartiene
ai potenti né ai custodi del tempio. Il lebbroso non si prostra davanti ai
sacerdoti, non si getta ai piedi dei capi, non cerca il favore dei ricchi. Si
prostra davanti a Gesù, e in quel gesto silenzioso proclama ciò che molti non
vogliono vedere: in mezzo a Israele è sorta una presenza nuova, una presenza
che non chiede permesso alle istituzioni per manifestare la compassione del Mistero.
Le
parole e i gesti di Gesù avevano già attraversato villaggi e strade come un
vento inatteso. Avevano scosso le case dei poveri, raggiunto i corpi feriti
degli ammalati, acceso speranza nei volti di chi era stato escluso. Là dove la
religione aveva posto confini, Gesù apriva varchi; là dove gli uomini avevano
innalzato muri, egli faceva passare la vita. Per questo si muovevano verso di
lui soprattutto coloro che non avevano più nulla da difendere: poveri, malati,
impuri, affamati, scartati. Essi riconoscevano in lui non un nuovo padrone, ma
il segno di un Mistero finalmente restituito alla sua verità.
I
potenti, invece, non accorrono. I politici, i ricchi, i garanti dell’ordine
religioso non si sentono attratti, ma minacciati. Essi percepiscono che la
folla che segue Gesù non è una folla manipolata, ma un popolo che comincia a
respirare. E quando il popolo respira, i troni tremano; quando gli esclusi
alzano gli occhi, le leggi ingiuste vengono smascherate; quando il Mistero
torna a essere speranza dei poveri, ogni potere che lo aveva sequestrato entra
in crisi.
Tra
coloro che cercano Gesù vi è un lebbroso, un uomo che la religione del suo
tempo aveva dichiarato impuro. Non soltanto malato, ma separato. Non soltanto
sofferente, ma reso simbolo vivente di una distanza: distanza dagli altri,
distanza dal tempio, distanza dal Mistero. La sua pelle era diventata sentenza,
il suo corpo confine, la sua vita esilio. Gli uomini avevano detto: “Tu non
puoi entrare nello spazio sacro”. Gli uomini avevano detto: “Tu non puoi
avvicinarti”. Gli uomini avevano detto: “Chi ti tocca sarà contaminato”.
Ma
Gesù conosce queste leggi e ne conosce il peso. Sa che esse parlano il
linguaggio della paura più che quello del Mistero. Sa che spesso gli uomini
chiamano volontà divina ciò che serve a conservare privilegi, distanze e
dominio. Per questo Gesù non arretra. Non discute da lontano. Non benedice
l’esclusione con parole prudenti. Stende la mano e lo tocca. Quel tocco è profezia. Quel tocco è
giudizio. Quel tocco è rivelazione. Nel momento in cui la mano di Gesù
raggiunge il corpo del lebbroso, cade la menzogna di una religione che pretende
di difendere il Mistero escludendo i suoi figli e le sue figlie. Gesù accetta
di diventare impuro secondo la legge degli uomini, per mostrare che davanti al
Mistero nessun essere umano è impuro quando cerca vita, dignità e comunione.
Egli si colloca dalla parte dell’escluso, e così rivela che il luogo del
Mistero non è il recinto dei puri, ma la carne ferita di chi è stato respinto.
Il
testo non parla semplicemente di guarigione, ma di purificazione. E questa
parola apre un abisso. Il lebbroso non chiede soltanto che il suo corpo sia
risanato; chiede di poter tornare tra gli uomini e le donne, di rientrare nella
comunità, di non essere più condannato all’invisibilità. Chiede che sia
infranta la sentenza che lo teneva fuori. Chiede, in fondo, che il Mistero non
sia più usato contro di lui.
E
Gesù risponde alla sua domanda profonda: “Lo voglio, sii purificato”. Non è
soltanto una parola rivolta alla malattia; è una parola rivolta alla storia. È
una parola contro ogni tempio che chiude le porte, contro ogni legge che
umilia, contro ogni sistema religioso che divide gli uomini tra degni e
indegni. Gesù non conferma il mondo così com’è: lo attraversa, lo smaschera, lo
rovescia dall’interno.
Qui
il Mistero viene liberato dalla deformazione prodotta dalle leggi degli uomini.
Che Dio sarebbe un Dio che esclude i lebbrosi dal suo tempio? Che Dio sarebbe
un Dio più preoccupato della purezza rituale che della sofferenza di un figlio?
Che Dio sarebbe un Dio custodito da mani potenti e negato a chi piange fuori
dalle porte? Il Vangelo risponde con il gesto di Gesù: il Mistero non abita
l’esclusione, ma la visita; non consacra la distanza, ma la infrange; non teme
l’impurità, ma la attraversa per restituire l’uomo alla vita. Per questo l’azione di Gesù è
pericolosa agli occhi dei potenti. Essa toglie loro il monopolio del sacro.
Mostra che il Mistero non è proprietà di nessuno, non appartiene ai templi
amministrati come fortezze, non obbedisce alle frontiere costruite dalla paura.
La sua misericordia non può essere imprigionata nei codici di chi vuole
stabilire chi può avvicinarsi e chi deve restare lontano.
Il
lebbroso purificato diventa allora segno del mondo nuovo inaugurato da Gesù. In
lui sono purificati tutti coloro che sono stati dichiarati indegni. In lui
tornano a parlare i corpi messi a tacere. In lui rientrano nella storia coloro
che erano stati collocati ai margini. E il popolo comprende che la santità del
Mistero non consiste nel separarsi dai feriti, ma nel chinarsi su di essi; non
consiste nel difendere privilegi, ma nel generare comunione.
Così
il Vangelo ci chiama ancora oggi a discernere quali leggi, quali abitudini,
quali paure continuano a produrre lebbrosi nelle nostre città, nelle nostre
comunità, nelle nostre chiese. Ci chiede di riconoscere dove il Mistero è stato
sequestrato, dove la sua immagine è stata deturpata, dove la sua parola è stata
trasformata in strumento di esclusione. E ci annuncia che ogni volta che
qualcuno viene rimesso in piedi, ogni volta che un escluso viene riaccolto,
ogni volta che una mano osa toccare ciò che il potere dichiara intoccabile, lì
passa ancora il Signore.
Guai
a chi usa il Mistero per chiudere porte. Guai a chi pronuncia il nome del Santo
per proteggere il proprio potere. Guai a chi trasforma la legge in pietra e la
posa sulle spalle dei piccoli. Perché il Mistero rivelato in Gesù non si lascia
possedere. Egli cammina verso gli esclusi, tocca gli impuri, rialza i caduti,
restituisce dignità ai dimenticati. E dove gli uomini avevano scritto “fuori”,
egli scrive con la sua mano viva: “Tu sei figlio, tu sei figlia, tu sei parte
del mio popolo”.
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