venerdì 17 aprile 2026

Lo sguardo della Pasqua: Vedere l’abbondanza dove il mondo vede carenza

 



 

Paolo Cugini

 

Che cos'è questo per tanta gente? (Gv 6,9).

Esiste una sottile differenza tra guardare e vedere. Spesso i nostri occhi si limitano a registrare la superficie degli eventi, trasformandosi in contabili del limite: contiamo le risorse che mancano, misuriamo i vuoti, ci fermiamo davanti ai muri. Ma c’è un altro modo di abitare la realtà, ed è quello che impariamo in questo tempo di Risurrezione. È lo sguardo di Gesù, l’unico capace di sovvertire la prospettiva e vedere abbondanza proprio lì dove il nostro occhio vede solo carenza.

Gesù non guarda il mondo con il cinismo di chi ha già visto tutto, né con l’ingenuità di chi ignora il male. Il suo è uno sguardo che si alimenta costantemente del rapporto con il Padre. Poiché il Mistero è Amore e dona tutto ai suoi figli, Gesù osserva la realtà a partire da questa pienezza originaria.

Laddove noi vediamo cinque pani e due pesci (una carenza), Lui vede un banchetto per cinquemila (un’abbondanza). Laddove noi vediamo la fine della vita in un sepolcro sigillato, Lui vede l’inizio di una speranza che non tramonta. È una visione che non ignora le ferite, ma le attraversa per trovare la luce. Se la vista è una questione di direzione, il problema sorge quando il nostro sguardo si appanna, lasciandoci fermi sul sentiero. Cosa ci impedisce di vedere il cammino?

La paura: ci costringe a guardare in basso, verso i nostri piedi, impedendoci di alzare gli occhi verso l'orizzonte delle possibilità.

Il pregiudizio e la falsa sapienza: Spesso crediamo di sapere già come andranno le cose. Questa cecità dei sapienti ci porta a scartare progetti positivi e intuizioni feconde solo perché non rientrano nei nostri schemi predefiniti.

Per un semplice errore di sguardo, rischiamo di dichiarare fallito un sogno che, agli occhi di Dio, è invece pronto a fiorire.

Quante volte abbiamo guardato le macerie di un progetto e abbiamo sussurrato: «È finita»? Esiste un momento preciso, nella vita di ognuno, in cui la fatica supera la speranza e il risultato sembra darci torto. Eppure, spesso, quella sensazione di sconfitta non nasce dalla realtà dei fatti, ma da un errore di prospettiva. Il rischio che corriamo è quello di dichiarare fallito un sogno che, agli occhi di Dio, è invece pronto a fiorire.

Il nostro sguardo è per natura limitato: vede il seme che marcisce nella terra, ma non la spinta vitale che sta rompendo il guscio. Valutiamo i nostri sogni in base alla velocità dei risultati, ai consensi esterni o all'assenza di ostacoli. Se la strada si fa ripida, concludiamo che abbiamo sbagliato direzione. Ma la logica del Mistero segue ritmi diversi. Per Lui, il tempo dell’attesa non è tempo perso, ma tempo di radicamento. Ciò che noi chiamiamo fallimento spesso è solo la fase della potatura, necessaria perché la fioritura sia rigogliosa e non effimera.

Dichiarare il fallimento di un desiderio profondo significa chiudere una porta che il Mistero sta ancora tenendo aperta. Il semplice errore di sguardo consiste nel guardare solo ciò che manca, dimenticando chi sta conducendo l'opera. Un sogno che nasce dal cuore e che cerca il bene non muore mai per mancanza di risorse, ma solo per mancanza di fiducia. Quando smettiamo di crederci perché non vediamo frutti, stiamo giudicando un libro dalla copertina ancora bianca. Fiorire richiede il coraggio di restare nel terreno anche quando fa freddo. Se oggi senti che il tuo sogno è naufragato, prova a spostare lo sguardo. Non guardare ai rami secchi, ma alla linfa che scorre invisibile.

Forse non è un fallimento; forse è solo quel momento sacro di silenzio che precede l'esplosione della primavera. Agli occhi di Dio, la tua storia è appena iniziata e la bellezza che stai aspettando è già lì, pronta a manifestarsi non appena imparerai a guardare oltre l’apparenza.

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