Paolo
Cugini
Ma
egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla
prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo» (Mc 12,15).
Ascoltate
questa verità: l'architettura delle vostre certezze vacilla perché è fondata
sull'illusione del già dato. Il pregiudizio non è altro che il rifugio dei
pavidi, un paravento polveroso che erigete per non guardare l'ardore del
presente. Risolvete i drammi dell'esistenza applicando formule preconfezionate,
codici scritti ieri per un mondo che oggi non esiste più. Ma la voce del vero
profeta vi chiama al risveglio: nessuna dottrina ereditata può sostituire il
battito della realtà attuale. Finché vi aggrapperete alle definizioni astratte,
rimarrete ciechi di fronte all'uomo e alla donna che vi stanno davanti. Il dubbio
non si supera accumulando vecchi saperi, ma squarciando il velo
dell'astrazione.
La
salvezza intellettuale e spirituale esige un bagno di realtà. Siamo chiamati a
compiere un atto di audacia: toccare con mano. Scendiamo dai piedistalli delle nostre
teorie e immergiamoci nel fango e nella luce del presente. Andiamo alla fonte
profonda del problema, là dove l'origine della questione sanguina e grida la
sua urgenza.
Toccare
con mano significa rinunciare allo scudo del giudizio preventivo. Significa
esporre la pelle nuda della mente all'impatto con il fatto concreto. Chi si
immerge nell'ora presente non ha più bisogno di idoli ideologici a cui
aggrapparsi; la realtà stessa diventa la roccia su cui poggiare il piede.
Il
principio di realtà è, in questo senso, una disciplina dell’anima. Esso obbliga
a sospendere l’automatismo del già saputo, a diffidare delle conclusioni
affrettate, a non assolutizzare ciò che è stato detto una volta come se dovesse
valere per sempre. La realtà, infatti, non si lascia possedere da categorie
immobili. Chiede presenza, esposizione, ascolto, verifica. Chiede immersione.
Non si comprende davvero una persona rimanendo prigionieri dell’etichetta che
le è stata assegnata; non si affronta una crisi rifugiandosi nelle
interpretazioni di ieri; non si scioglie un nodo umano applicando
meccanicamente una soluzione già pronta. Occorre scendere. Occorre vedere.
Occorre lasciarsi smentire dai fatti. Solo così il dubbio viene purificato e la
mente si libera dalla pigrizia del pregiudizio. Andare
alla fonte del problema significa precisamente questo: non accontentarsi del
riflesso, ma cercare la sorgente. Non trattare gli effetti come se fossero le
cause. Non confondere il rumore con la verità. La nostra epoca è tentata
continuamente dal commento senza esperienza, dal verdetto senza incontro, dalla
sentenza senza ascolto. Ma la verità non si consegna a chi rimane sulla soglia.
La verità domanda un bagno di realtà, un’immersione nel presente, una
disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che accade qui e ora. Perché è nel
presente che le cose mostrano il loro volto; è nel presente che i nodi si
rivelano per quello che sono; è nel presente che cade l’idolo del “si è sempre
saputo così”.
Guardate
a colui che ha sovvertito la storia con la forza dell'evidenza: lo stile di
Gesù è il manifesto supremo di questa rivoluzione del presente. Egli non si è
mai mosso nel perimetro rassicurante delle leggi teoriche dei farisei. Di
fronte all'adultera, al cieco, al lebbroso, non ha consultato il già saputo; ha
guardato, ha toccato, ha vissuto il momento.
In
questo modo, Egli ha mostrato una sicurezza granitica nei propri mezzi. Una
certezza assoluta che non derivava dall'arroganza del potere, ma dalla perfetta
sintonia con ciò che è e che sa. Gesù non difendeva una verità astratta da
laboratorio; mostrava una verità incarnata, che vibrava allo stesso ritmo della
realtà circostante. La sua parola era potente perché era specchio fedele
dell'esistere, mai in contraddizione con il respiro del mondo presente. Il
tempo delle risposte preconfezionate è scaduto. Abbandoniamo i nostri vecchi
schemi e l'abitudine di giudicare prima di aver visto.
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