Paolo Cugini
È
nella notte che certe parole acquistano peso. Quando il rumore del giorno si
ritira e le cose sembrano tornare alla loro verità più nuda, allora anche il
cuore dei discepoli e delle discepole può riconoscere ciò che è accaduto. Non
si tratta di un entusiasmo leggero, nato da un’emozione passeggera, ma di una
gioia profonda, quasi silenziosa, che brucia dentro come una lampada accesa nel
buio. Hanno incontrato il Risorto. E da quell’incontro non possono più tornare
indietro.
Il
Vangelo ci consegna un dato decisivo: dopo la risurrezione Gesù si manifesta ai
discepoli e alle discepole. Non appare come uno spettacolo offerto
indistintamente a tutti, non si impone come evidenza clamorosa davanti al
mondo. Si lascia incontrare da coloro che hanno accettato di seguirlo, da chi
ha camminato con lui, da chi ha ascoltato la sua parola, da chi ha lasciato che
quella parola scavasse lentamente dentro la vita. Il Risorto non è riconosciuto
da uno sguardo qualsiasi, ma da uno sguardo educato dalla sequela.
Solo
chi si è messo in cammino può accorgersi della presenza di colui che cammina
ancora. Solo chi ha rinunciato ad altre voci, ad altre promesse, ad altre
seduzioni, può distinguere nella notte la voce del Signore. Il discepolato è
questa lunga educazione dell’orecchio e del cuore: imparare ad ascoltare,
interiorizzare, custodire, vivere. Non basta aver udito una parola; occorre
lasciarsi abitare da essa. Non basta aver seguito Gesù per un tratto; occorre
permettere che il suo modo di amare diventi criterio, respiro, forma
dell’esistenza.
Per
questo il Risorto si manifesta dentro una storia di relazione. Egli non è
un’idea che consola, né il ricordo commosso di un maestro scomparso. È il
Vivente che si fa riconoscere da chi ha imparato ad amarlo. La fede pasquale
nasce così: non come possesso, ma come riconoscimento; non come conquista, ma
come dono che sorprende chi già si era lasciato condurre. Nel volto del Risorto
i discepoli ritrovano la verità di tutto ciò che avevano ascoltato, ma ora
quella verità risplende con una luce nuova, più forte della paura, più profonda
della morte.
Dietro
l’espressione semplice e immensa: “Abbiamo visto il Signore!”, c’è tutta la
gioia di chi ha attraversato la notte e ha scoperto che la notte non ha avuto
l’ultima parola. C’è lo stupore di chi porta ancora addosso la memoria della
perdita, della fuga, della fragilità, ma ora sente aprirsi una ferita luminosa
nel buio. La risurrezione non cancella la storia vissuta, non rimuove le paure,
non dimentica le lacrime; le attraversa e le trasfigura. È proprio da lì, da
quella zona ferita dell’esistenza, che nasce una testimonianza vera.
La
gioia dei discepoli e delle discepole non è euforia superficiale. È la gioia
austera e ardente di chi ha fatto esperienza del Mistero rivelato in Gesù. È
una gioia che non ha bisogno di gridare per essere forte, perché nasce dalla
verità di un incontro. Proprio per questo diventa annuncio. Chi ha visto il
Signore non può custodire per sé quella luce. La testimonianza non nasce da un
dovere esterno, ma da una pienezza che cerca comunione, da una vita che ha
ricevuto senso e desidera condividerlo.
Un
altro tratto prezioso emerge in questa scena: l’annuncio della gioia avviene
dentro relazioni di amicizia. Sono discepoli e discepole che si cercano, si
parlano, si raccontano ciò che hanno vissuto. Prima ancora di diventare
predicazione pubblica, il Vangelo passa attraverso la confidenza di volti
conosciuti, attraverso la fiducia di chi condivide lo stesso cammino. C’è un
primo annuncio che nasce tra amici e amiche, nel grembo discreto di relazioni
segnate dall’ascolto, dalla memoria comune, dalla speranza custodita insieme.
In
questa condivisione la fede prende vigore. La gioia dell’uno sostiene la
debolezza dell’altro; la parola ricevuta da una discepola riaccende l’attesa di
un discepolo; l’esperienza narrata da un amico impedisce alla notte di
chiudersi definitivamente. Così il Vangelo ricomincia a circolare non come
teoria, ma come vita che passa di cuore in cuore. L’annuncio pasquale rafforza
le scelte fatte, conferma la strada intrapresa, restituisce senso alla sequela
che poteva sembrare smentita dalla croce.
Forse
è proprio questo il segreto della notte pasquale: nel buio non tutto è perduto.
Ci sono parole che attendono di essere comprese, promesse che sembravano
sepolte e invece respirano ancora, amicizie che diventano luogo di rivelazione.
Il Risorto continua a manifestarsi a chi rimane discepolo, a chi non smette di
ascoltare, a chi accetta di lasciarsi convertire dalla parola del Signore. E
allora anche noi, nella notte delle nostre incertezze, possiamo imparare a
riconoscere la sua presenza e a dire, con gioia umile e vera: abbiamo visto il
Signore.

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