Paolo Cugini
Di
notte, quando la città abbassa la voce e le finestre illuminate sembrano occhi
sospesi nel buio, appare più chiaro ciò che di giorno resta nascosto sotto il
rumore delle apparenze: non è vero che la ricchezza dia felicità. Lo si vede,
se si ha il coraggio di guardare bene, nel volto di chi possiede molto. C’è
spesso un’inquietudine sottile nei loro sguardi, un tremito che non viene dalla
mancanza, ma dall’eccesso; non dalla povertà, ma da quella fame che cresce
proprio mentre viene nutrita. Il ricco non è necessariamente colui che ha, ma
colui che non riesce più a smettere di volere.
Dall’esterno
la vita dei ricchi può sembrare una costellazione di luci: case grandi, viaggi,
abiti, automobili, stanze piene di oggetti e tavole apparecchiate come
scenografie. Tutto sembra dire abbondanza, sicurezza, vittoria. Ma la notte,
che è maestra di verità, toglie alle cose il loro splendore teatrale e le
restituisce alla loro nudità. Le luci si spengono, i saloni diventano vuoti,
gli specchi non applaudono più. Allora resta l’uomo, resta la donna, resta il
cuore davanti a se stesso. E spesso quel cuore non trova pace.
Perché
la ricchezza, quando diventa assoluta, non sazia: comanda. Entra lentamente
nell’anima, come un’ombra che all’inizio sembra protezione e poi diventa
prigione. Chi si mette sul cammino della volontà di potenza finisce per
identificare il proprio essere con il proprio avere. Non dice più: io sono;
dice, senza accorgersene: io possiedo. Non cerca più il senso, ma il controllo.
Non ascolta più il silenzio, ma il calcolo. E a un certo punto la materia si
mangia la coscienza: la occupa, la riempie, la divora, fino a non lasciare
spazio per domande più profonde, perché il ricco, se lo ascolti bene, parla solo
di soldi.
È
allora che la vita interiore si impoverisce anche in mezzo all’abbondanza. Si
può essere circondati da cose e sentire freddo. Si può dormire su lenzuola
preziose e restare svegli fino all’alba. I ricchi, si dice, non dormono: non
perché manchi loro un letto, ma perché manca loro un riposo. Devono contare,
prevedere, difendere, aumentare. Guadagni, perdite, rendite, investimenti,
poteri: il linguaggio delle loro notti non è fatto di parole, ma di numeri. E i
numeri, quando prendono il posto delle parole, non consolano nessuno.
Così
l’insonnia diventa il simbolo di una schiavitù invisibile. Non ci sono catene
ai polsi, eppure l’anima è legata. Non ci sono muri, eppure la libertà è
lontana. La persona che ragiona solo a partire dall’avere finisce per
consegnarsi alle cose, e le cose non hanno pietà: chiedono attenzione,
manutenzione, difesa, accumulo. Ogni possesso genera il desiderio di un altro
possesso; ogni conquista apre una nuova mancanza. È una fame senza pane, una
sete senza acqua, un inseguimento che consuma le gambe e svuota lo sguardo.
Per
questo, quando ci si avvicina davvero a chi mostra di avere tutto, si può
scoprire una tristezza nascosta dietro l’ordine delle cose. Lo sguardo è fisso,
pensieroso, stanco; il volto porta il peso di ciò che non si riesce a lasciare.
La felicità esibita diventa quasi una maschera necessaria, una vetrina da
tenere accesa perché nessuno sospetti il buio che c’è dentro. Ma la notte
conosce il segreto delle vetrine: dietro il vetro, spesso, non c’è vita, ma
esposizione.
Quando
la materia si mangia la coscienza, la vita si restringe. Non finisce
biologicamente, ma perde respiro, perde altezza, perde mistero. Perché è lo
spirito che dà vita alla vita; è la vita interiore che dà significato a quella
materiale. Le cose hanno bisogno di un posto, e quel posto non può essere il
trono. Devono servire, non governare. Devono accompagnare, non possedere.
L’uomo e la donna diventano davvero liberi solo quando imparano a dominare la
materia, non con disprezzo, ma con ordine; non fuggendo dal mondo, ma impedendo
al mondo di invadere tutto lo spazio dell’anima.
Per
questo il tempo dedicato al silenzio, alla meditazione, alla lettura, alla
preghiera o alla contemplazione non è tempo sottratto alla vita: è il tempo che
la salva. Nel silenzio si impara a distinguere ciò che pesa da ciò che nutre,
ciò che luccica da ciò che illumina. Chi coltiva l’interiorità fin dalla
giovinezza costruisce dentro di sé una dimora che nessuna perdita può
distruggere. Può avere poco e sentirsi ricco; può attraversare la notte senza
esserne inghiottito; può guardare le cose senza inginocchiarsi davanti a esse.
I
tesori più grandi, infatti, non stanno nel potere né nell’accumulo, ma in ciò
che non si può comprare senza perderlo: l’amore autentico di una relazione
vera, la fiducia ricevuta, un sorriso nato dal bene compiuto, la carezza data a
un bambino che piange, la mano tesa a chi non può restituire nulla. Sono
ricchezze che non fanno rumore, non riempiono i conti, non aumentano il
prestigio, eppure aprono il cuore. In esse c’è una felicità umile, notturna,
profonda: una luce che non abbaglia, ma accompagna.
Forse
la vera felicità assomiglia proprio a una lampada accesa nella notte: non
pretende di possedere il cielo, non sfida le stelle, non vuole essere vista da
lontano. Semplicemente rischiara il poco spazio che le è affidato. Chi vive
così non ha bisogno di mostrare la propria abbondanza, perché porta dentro una
pace che non domanda applausi. E mentre altri restano svegli a contare ciò che
ancora manca, l’anima spirituale riposa, perché ha scoperto che il senso della
vita non è avere di più, ma essere di più: più libera, più amante, più vera.
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