venerdì 2 ottobre 2026

Il mistero di una vita piena

 





Paolo Cugini

 

Chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli (Mt 18,3).

Di notte le cose cambiano misura. Le case sembrano più piccole sotto il cielo, mentre una finestra accesa può diventare immensa. Anche l’esistenza conosce questa oscillazione: grandezza e piccolezza sono le dimensioni segrete con cui misuriamo il nostro cammino. Passiamo anni a cercare una statura davanti agli altri, come se il loro sguardo potesse pronunciare la parola definitiva sulla nostra identità e, soprattutto, sul nostro valore. È una tentazione sottile: misurarci non a partire da ciò che siamo, ma da ciò che gli altri pensano di noi. Cerchiamo conferme, riconoscimenti, applausi; costruiamo immagini capaci di reggere la luce del giorno, mentre nelle ore silenziose affiora la domanda che avevamo evitato: chi sono io quando nessuno mi guarda? Con il passare degli anni questa dinamica può diventare più intensa, perché insieme al tempo cresce talvolta anche il vuoto che portiamo dentro. E quanto più quel vuoto si allarga, tanto più siamo tentati di colmarlo con grandezze visibili.

Trovare un senso capace di orientare l’esistenza e di riempirla di significato non è facile. Spesso ci aggrappiamo alla religione, alle sue parole, ai suoi riti, alle sue promesse. Ma quando la religione rimane soltanto opera degli uomini, abitudine o ricerca di sicurezza, non riesce a saziare la fame di senso che stringe l’anima. Può indicare una soglia, ma non sostituire il passo interiore; può parlare del Mistero, ma non dispensarci dall’incontro con esso.

In questa prospettiva, la vicenda di Gesù procede nella direzione opposta. Pur essendo grande, non cerca il plauso degli uomini. Attraversa le strade polverose della Palestina insieme ai poveri e agli esclusi, si ferma accanto a chi non conta, restituisce voce a chi è rimasto ai margini. La sua identità non dipende dal consenso della folla: per questo non ha bisogno di inseguire una grandezza umana. In lui si avverte una pienezza diversa, una sorgente che non viene da fuori. Quella libertà nasce da una scelta quotidiana. Gesù dedica tempo alla propria anima, custodisce il silenzio, cerca luoghi appartati, rimane nella relazione con il Padre. Non fonda il senso della vita nelle cose esterne o negli appagamenti materiali, ma nelle profondità del proprio essere, là dove la notte non è assenza, bensì ascolto. È in quella interiorità abitata che trova la forza di non mendicare approvazione e di non confondere il proprio valore con la propria visibilità.

È anche ciò che insegna ai discepoli quando pone un bambino in mezzo a loro e li invita a farsi piccoli. Quel gesto rovescia le misure consuete: la piccolezza non è svalutazione, rinuncia o paura; è la libertà di chi non deve occupare tutto lo spazio per sapere di esistere. Solo chi possiede una dimora interiore può rinunciare alle impalcature del prestigio. La ricerca della piccolezza diventa così il segno di una pienezza nascosta, capace di rivelare la vera grandezza di un uomo e di una donna.

Gesù alimenta questa vita segreta con l’amore ricevuto nella relazione costante con il mistero. Per questo non trascorre il tempo a mendicare amore né ad accumulare prove della propria importanza: è già accolto, e da questa certezza nasce il desiderio di condividere. Come una lampada accesa nel cuore della notte, la sua felicità non abbaglia e non pretende; illumina il volto di chi incontra.

Forse il nostro cammino comincia davvero quando smettiamo di domandare al mondo quanto valiamo e impariamo a scendere, senza rumore, nel luogo profondo in cui la vita ci è affidata. Là, nel buio fecondo dell’anima, grandezza e piccolezza cessano di combattersi: scopriamo che essere piccoli davanti al mistero non diminuisce la nostra statura, ma la libera. E comprendiamo che la grandezza più vera non consiste nell’essere guardati, bensì nel diventare, per qualcuno, una presenza che ama.

 

giovedì 1 ottobre 2026

Nella notte dei lupi, la luce dell’Agnello

 



Paolo Cugini

 

ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi (Lc 10,3).

Ci sono verità evangeliche che si comprendono meglio di notte, quando il rumore del giorno si ritira e le ombre restituiscono alle cose il loro profilo più severo. Una di queste è la parola di Gesù che manda i suoi discepoli «come agnelli in mezzo ai lupi». Non è un’immagine consolatoria. Non ci promette sentieri protetti né luoghi immuni dalla violenza. Ci consegna, invece, una lucidità: il mondo conosce la logica dei lupi, la fame del dominio, l’istinto dell’aggressione, la paura che si difende ferendo. E ci chiede di attraversarlo senza assumerne la forma.

Ma sarebbe troppo facile dividere la scena in due parti: da un lato i lupi, sempre fuori di noi; dall’altro gli agnelli, nei quali ci identifichiamo senza esitazione. Il Vangelo spezza questa illusione. Anche noi nasciamo portando dentro dinamiche di difesa e di conquista. Anche in noi dorme un lupo: talvolta silenzioso, talvolta inquieto, pronto a destarsi quando viene provocato, umiliato o minacciato. Basta il contatto con la durezza altrui perché emergano parole taglienti, desideri di rivalsa, gesti che somigliano proprio a ciò che condanniamo.

Per questo il Vangelo non si limita a indicarci i lupi del mondo: ci ricorda che può risvegliarsi il lupo che è in noi. La fede non serve a rivestire di buone maniere la nostra aggressività, né a gettare una pelle d’agnello sopra una natura rimasta intatta. Il rischio più sottile è proprio questo: apparire mansueti, usare parole religiose, frequentare luoghi sacri e custodire, sotto la superficie, la stessa logica del possesso, dell’offesa e della sopraffazione. Una pelle d’agnello non trasforma il cuore. Può soltanto nasconderlo.

La trasformazione della mentalità è lunga, quotidiana e soprattutto non lineare. Ci sono giorni in cui sembra che la parola evangelica abbia raggiunto le radici; altri in cui un’offesa, una frustrazione o una paura fanno riemergere antichi istinti. Non è necessariamente il segno che tutto sia stato inutile. È piuttosto la rivelazione di quanto il cuore sia profondo e di quanta pazienza richieda la sua trasfigurazione. Il Vangelo lavora come una luce discreta nella notte: non cancella immediatamente le ombre, ma consente di riconoscerle, di attraversarle e di non consegnare loro l’ultima parola.

È proprio l’incontro con i lupi a mostrare a che punto siamo. Finché nulla ci contraddice, possiamo credere di essere miti; finché nessuno ci ferisce, possiamo immaginarci capaci di perdono. La prova arriva nel momento dell’urto, quando la violenza dell’altro bussa alla nostra porta e cerca una violenza corrispondente. In quell’istante si vede se la fede è soltanto un linguaggio appreso oppure una forma nuova dell’esistenza. I lupi diventano, senza volerlo, lo specchio nel quale misuriamo il cammino compiuto e quello ancora da percorrere.

Essere agnelli in mezzo ai lupi non è naturale. Non è il risultato di un temperamento docile, di una strategia prudente o di una debolezza incapace di reagire. È il frutto dell’azione dello Spirito Santo, che rende possibile ciò che, affidato alle sole forze umane, resterebbe impraticabile: non restituire il male ricevuto, non permettere alla ferita di dettare la nostra identità, non lasciare che l’aggressore scelga per noi il linguaggio con cui rispondere. Questa è la modalità della Croce. Gesù, l’Agnello, non oppone alla violenza dei lupi una violenza più grande. Non entra nella loro logica per sconfiggerli sul loro stesso terreno. Si lascia raggiungere, ferire, spezzare. La Croce appare così come il luogo del fallimento assoluto, la notte in cui il lupo sembra avere divorato ogni speranza. Eppure, proprio lì si manifesta la forza invincibile e misteriosa dell’amore: una forza che non vince eliminando il nemico, ma rifiutando di diventargli simile. L’Agnello sbranato permette all’amore di penetrare nelle pieghe più oscure del mondo. La violenza cieca si scarica sulla sua mansuetudine e crede di averla annientata; in realtà, proprio attraverso quella ferita, la logica dell’Agnello entra nella storia. Non come un clamore che occupa la scena, ma come una sorgente sotterranea. Da allora ogni gesto di perdono, ogni rinuncia alla vendetta, ogni parola mite pronunciata nel cuore del conflitto rende visibile quella stessa corrente nascosta.

Forse la notte continua a essere popolata di lupi. Forse anche dentro di noi se ne ode ancora il passo. Ma il Vangelo non ci chiede di fingere che quel rumore non esista: ci chiama a vegliare, a riconoscerlo e a lasciare che lo Spirito trasformi, giorno dopo giorno, il nostro istinto in mitezza. L’Agnello non illumina il mondo evitando la notte. La attraversa. E nel punto più buio, là dove l’amore sembra sconfitto, apre silenziosamente un’alba che i lupi non possono divorare.