mercoledì 30 settembre 2026

La forza di andare avanti e il coraggio di fermarsi

 




Paolo Cugini

 

Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio (Lc 9,62).

Esiste un momento, nella vita, in cui il cammino intrapreso smette di essere soltanto una direzione e diventa una domanda. Abbiamo scelto una strada, spesso negli anni ardenti della giovinezza, quando il futuro sembrava vasto e la volontà era capace di trasformare ogni ostacolo in una promessa. Da allora abbiamo continuato a procedere, persuasi che la fedeltà a noi stessi consistesse nel non voltarci mai indietro. Eppure, andare avanti non significa correre senza tregua. La vera perseveranza non è cieca ostinazione: è la capacità di custodire la meta, interrogando di tanto in tanto il senso dei propri passi.

Fermarsi, allora, non è un tradimento del viaggio. È un gesto di lucidità. Nel silenzio di una pausa possiamo fare il punto della situazione, raccogliere le forze disperse, riconoscere la stanchezza e rigenerare ciò che dentro di noi si è consumato. Possiamo chiederci che cosa stiamo facendo, per quale ragione lavoriamo, che cosa stiamo realmente cercando e quale fuoco continua ad accenderci. Sono domande semplici solo in apparenza: se accolte con sincerità, separano ciò che è essenziale da ciò che è diventato abitudine, paura o aspettativa altrui. È questo uno dei significati più profondi della spiritualità: creare uno spazio interiore nel quale la vita possa essere guardata con maggiore verità. La spiritualità non sottrae alle responsabilità e non elimina le difficoltà; offre piuttosto una luce con cui attraversarle. Quando il sentiero si fa incerto, aiuta a distinguere la voce della coscienza dal rumore delle pressioni esterne, il desiderio autentico dall’impulso del momento, la prudenza dalla paura. Non consegna mappe infallibili, ma rende più vigile lo sguardo di chi cammina.

Lungo la strada incontriamo anche persone capaci di confondere, scoraggiare o ferire. Alcune entrano nella nostra vita portando inquietudine, alimentando dubbi, creando ostacoli là dove cercavamo sostegno. Non sempre possiamo evitarle, e non sempre comprendiamo subito l’effetto della loro presenza. Possiamo però imparare a riconoscere ciò che ci impoverisce, a porre confini, a non consegnare ad altri il timone delle nostre decisioni. La spiritualità insegna anche questo: non rispondere all’oscurità con altra oscurità, ma proteggere la propria direzione senza perdere umanità.

Il cammino è lungo e, a volte, ci si perde. Accade perché cambiano le circostanze, perché mutiamo noi, o perché nasce il desiderio di sperimentare percorsi alternativi. Una deviazione può rivelarsi un errore, ma può anche mostrare un paesaggio che la via principale non avrebbe permesso di conoscere. Non tutto ciò che interrompe la linearità della nostra storia è tempo sprecato. Persino lo smarrimento, se attraversato con consapevolezza, può diventare un luogo di apprendimento: ci obbliga a riconsiderare le coordinate, a capire quali segnali abbiamo ignorato e quali parti di noi chiedono finalmente ascolto. Fermarsi significa anche concedersi il tempo di curare le ferite lasciate dalle scelte sbagliate. Non per indulgere nel rimpianto, ma per comprendere. Ogni errore porta con sé una responsabilità e, insieme, una possibilità: quella di conoscere meglio i nostri limiti, le illusioni che ci hanno guidato e i bisogni che non abbiamo saputo nominare. Le ferite non vanno negate né esibite come condanne definitive. Vanno ascoltate, perché possono trasformarsi in sapienza, misura e compassione.

Rialzarsi, dopo una caduta, non vuol dire tornare identici al punto di partenza. Vuol dire riprendere il viaggio con uno sguardo più profondo. Si procede portando con sé ciò che si è imparato, lasciando che gli errori affinino il discernimento invece di spegnere il desiderio. La determinazione, allora, non nasce dall’illusione di non sbagliare più, ma dalla fiducia di poter scegliere meglio, correggere la rotta e restare fedeli al bene riconosciuto.

Così il cammino continua. Non come una fuga dal passato, ma come un movimento consapevole verso ciò che ancora può nascere. Ogni sosta diventa un’alba: un tempo in cui la luce ritorna lentamente, ridisegna i contorni delle cose e restituisce alla strada il suo orizzonte. Guardare avanti, allora, non significa dimenticare ciò che è stato. Significa portarlo con sé in una forma nuova, più libera e più vera, e ripartire sapendo che anche il passo più piccolo, quando è orientato dal senso, può condurre lontano.

 

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