Paolo Cugini
Gesù
si è trovato davanti a una classe religiosa che, lentamente, aveva smarrito il
contatto con la realtà. Non si trattava soltanto di una rigidità morale o di un
eccesso di zelo: era accaduto qualcosa di più profondo. La legge, nata come
luce per orientare il cammino del popolo, era stata sottratta al suo respiro
originario. Ciò che Dio aveva donato perché Israele potesse camminare sul
sentiero della vita era diventato, nelle mani degli uomini della religione, un
sistema chiuso, una rete di obblighi capace di imprigionare l’esistenza invece
di custodirla.
Nell’Antico
Testamento i comandamenti non appaiono come un peso arbitrario imposto
dall’alto, ma come una parola di alleanza. Dio indica al suo popolo una via
perché non si perda, perché non consegni la propria libertà agli idoli, perché
impari a vivere nella giustizia, nella memoria, nella fraternità. Il
comandamento è dunque una soglia aperta verso la vita: educa il desiderio,
custodisce il debole, ricorda all’uomo che non è padrone assoluto del mondo, ma
figlio chiamato a ricevere e a condividere.
Con
il passare del tempo, però, quando il comandamento viene separato dalla vita
concreta delle persone, esso rischia di diventare fine a sé stesso. Non rimanda
più al Dio che libera, ma al controllo di chi pretende di possedere Dio. Non
apre più un cammino, ma stabilisce confini invalicabili. Non accompagna l’uomo
nella sua fragilità, ma lo giudica dall’esterno. È qui che avviene il processo
più pericoloso: lo svuotamento del significato. La forma rimane, ma il cuore è
assente; la norma continua a essere pronunciata, ma non porta più dentro di sé
il profumo della misericordia.
Quando
la legge diventa strumento di sopraffazione, significa che ha smesso di servire
la vita. Una legge nata per rendere l’esistenza più umana può trasformarsi, se
manipolata dal potere religioso, in un peso insopportabile. Allora il sabato,
che doveva essere memoria della liberazione e spazio di riposo, diventa
tribunale; il precetto, che doveva proteggere l’uomo dalla schiavitù, diventa
esso stesso una nuova schiavitù. In nome di Dio si finisce per rendere
invivibile la vita che Dio stesso ha amato e benedetto.
Gesù
entra dentro questo inganno e lo smaschera non abolendo il comandamento, ma
restituendogli il suo significato profondo. Egli non disprezza la legge: la
riconduce alla sua sorgente. Mostra che ogni parola di Dio è data perché l’uomo
viva, perché la donna e l’uomo ritrovino dignità, respiro, possibilità di
futuro. Per questo può dire che il Figlio dell’uomo è signore del sabato: non
perché il sabato non abbia valore, ma perché il suo valore sta nel servire la
vita dell’essere umano; come ricorda il Vangelo secondo Marco, «Il sabato è
stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».
In
Gesù il comandamento torna a essere una aurora: non una pietra posta sul petto
dei viventi, ma una luce che sorge per orientare i passi. La vera fedeltà non
consiste nel custodire una norma svuotata del suo cuore, ma nel lasciarsi
condurre dal suo senso più profondo. Il comandamento è dono prezioso quando
indica il cammino della vita e non della morte, quando apre alla libertà e non
alla paura, quando genera misericordia e non condanna. La religione, allora,
non è più una prigione costruita attorno al nome di Dio, ma lo spazio in cui
l’uomo impara nuovamente a respirare, a riconoscersi figlio, a camminare nella
luce.
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