Per comprendere il Mistero non serve l'arroganza del sapere, ma sono necessari l'umiltà, il silenzio e l'ascolto.
Paolo Cugini
Al
tramonto, quando la luce si ritira lentamente dalle cose e il mondo sembra
trattenere il respiro, comprendiamo che non si entra nel Mistero con passo
rumoroso, come si varcherebbe la soglia di una taverna qualsiasi o di una
spelonca di ladri. Il Mistero non è un luogo da profanare con curiosità
frettolosa, né un oggetto da possedere con parole altisonanti. Chiede
accortezza, attenzione, silenzio; soprattutto, chiede una grande umiltà. Solo
chi accetta di deporre le proprie sicurezze, di lasciare sulla soglia
l’arroganza del sapere e l’illusione del controllo, può cominciare a
intravedere qualcosa della sua presenza discreta.
C’è
infatti un cammino da compiere, fatto non di gesti spettacolari, ma di scelte
quotidiane, spesso piccole e nascoste. È un cammino provocato dal desiderio
intimo di conoscere se stessi, di scendere nelle profondità della vita
interiore, di sottrarsi alla banalità e alla superficie che consumano i giorni
senza rivelarne il senso. Ogni scelta sincera, ogni rinuncia all’apparenza,
ogni atto di ascolto diventa allora una pietra posta sul sentiero. Non si
procede per conquista, ma per fedeltà; non per impazienza, ma per
disponibilità.
Il
Mistero, infatti, si nega all’approccio banale. Si sottrae a chi lo nomina
senza tremore, a chi ne parla senza aver mai attraversato il deserto della
propria anima, a chi lo riduce a tema di conversazione o a ornamento culturale.
Quanta gente parla del Mistero senza che le proprie parole nascano da un
percorso personale, da una ferita visitata, da una domanda custodita nel tempo.
Ma il significato profondo del Mistero non si apprende sui libri di scuola né
soltanto sui banchi di una facoltà: lo si intuisce camminando, scegliendo,
cadendo e rialzandosi, lasciandosi educare dalla vita quando essa diventa
maestra severa e luminosa.
Il
Mistero si dona, non si conquista. È come l’ultima luce del giorno che non
possiamo trattenere tra le mani, ma solo accogliere negli occhi. Tutto ciò che
possiamo fare è lavorare dentro di noi, liberare spazio, sgombrare la stanza
interiore da ciò che la ingombra, affinché, quando il mistero ci visiterà,
possa trovare una dimora accogliente. Prepararsi al mistero significa diventare
ospitali: imparare il silenzio, purificare il desiderio, educare lo sguardo a
riconoscere ciò che non grida e tuttavia sostiene ogni cosa.
Il
rischio, sempre presente, è quello di un incontro mancato. Una vita distratta,
troppo occupata a inseguire ciò che passa, finisce per non accorgersi
dell’essenziale che bussa piano. Ci consumiamo spesso in preoccupazioni
inutili, in ambizioni fragili, in rumori che sembrano riempire il tempo e
invece lo svuotano. E così il Mistero passa accanto a noi come il sole che
scompare dietro l’orizzonte: non perché si sia negato definitivamente, ma
perché i nostri occhi erano altrove. Per questo occorre vegliare, custodire il
cuore, imparare a stare davanti alla vita con rispetto. Solo allora, nel
crepuscolo delle nostre certezze, potremo forse riconoscere che il Mistero non
è lontano: attende soltanto una casa libera, umile e silenziosa in cui poter
abitare.
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