Paolo Cugini
C’è
un’ora della vita in cui tutto sembra farsi silenzioso. Non è ancora l’alba, e
tuttavia la notte non è più soltanto buio: è grembo, attesa, profondità. In
quell’ora l’uomo comprende, forse per la prima volta, che vivere non significa
restare sospesi davanti a tutte le possibilità, come davanti a un cielo pieno
di stelle irraggiungibili, ma accettare che una sola stella diventi
orientamento, direzione, destino.
La
metafora del chicco di grano che muore per dare frutto parla proprio di questa
legge misteriosa dell’esistenza: nulla diventa fecondo se prima non accetta di
perdersi. Il seme, quando viene gettato nella terra, scompare. Non conserva la
propria forma, non difende la propria piccola integrità, non rimane chiuso
nella sicurezza della sua scorza. Entra nel buio, si lascia coprire, si
consegna a una trasformazione che assomiglia alla fine. Eppure, è proprio lì,
in quella perdita silenziosa, che comincia la vita nuova.
Così
avviene anche per ogni persona. Arriva un momento in cui non basta più
custodire sogni, ipotesi, desideri sparsi. Bisogna scegliere. Bisogna
raccogliere le forze disperse, le energie interiori, le intuizioni, le ferite,
le speranze, e farle convergere verso un punto preciso. La scelta definitiva
non nasce dall’improvvisazione: è il frutto segreto di anni in cui l’anima ha
avuto tempo di maturare, di interrogarsi, di leggere, pregare, meditare,
sbagliare, rialzarsi, confrontarsi con esperienze capaci di aprire varchi nella
coscienza.
L’adolescenza
e la giovinezza, allora, non sono soltanto stagioni anagrafiche, ma tempi
interiori di preparazione. Sono la lunga veglia prima della decisione, il
cammino nella notte in cui si impara ad ascoltare ciò che davvero chiama. Chi
non ha mai avuto il tempo di entrare in se stesso, di custodire la propria
anima, di abitare il silenzio e la domanda, difficilmente potrà un giorno
scegliere con profondità. Resterà forse attratto da molte strade, ma incapace
di consegnarsi a una sola.
Scegliere,
per questo, è come morire. Non perché la scelta distrugga la vita, ma perché la
libera dall’indeterminatezza. Ogni decisione autentica porta con sé una
rinuncia: scegliendo un cammino, abbandono per sempre tutti gli altri cammini
possibili. Ciò che poteva essere rimane alle spalle come una costellazione
lontana. Ma solo chi accetta questa perdita può diventare adulto. L’adulto non
è colui che ha smesso di desiderare, bensì colui che ha compreso che il
desiderio, per non consumarsi nel sogno, deve incarnarsi in una direzione.
La
decisione permanente nel tempo non elimina le crisi; anzi, spesso le attraversa
tutte. Ci saranno notti in cui la strada scelta sembrerà troppo stretta, giorni
in cui il peso dei limiti personali, dei fallimenti e delle contraddizioni farà
vacillare il cuore. Ma proprio in quei momenti aggrapparsi alla decisione presa
significa riconoscere che l’esistenza umana non è fatta per disperdersi in
mille possibilità incompiute. È fatta per una vita sola, e soprattutto per
viverla in modo autentico.
L’autenticità
non è una purezza ideale, né la pretesa di non cadere mai. È coerenza con se
stessi, capacità di accettare i propri limiti, di riconoscere le proprie ombre,
di portare dentro la scelta anche ciò che fa male. La scelta autentica non
cancella i fallimenti: li assume, li assimila, li trasfigura. Come la terra non
rifiuta il seme che marcisce, ma lo accoglie perché diventi radice, così la
vita accoglie ciò che in noi sembra perduto e lo rende parte di una fecondità
più grande.
Chi
non decide rimane prigioniero di una giovinezza senza compimento. Crede di
essere libero perché mantiene aperte tutte le possibilità, ma quella libertà,
se non giunge mai a una forma, diventa una stanza chiusa. Il mito di poter
sempre scegliere domani consuma lentamente il presente. Alla fine, chi non
getta il proprio seme nella terra scopre di averlo conservato intatto, sì, ma
sterile. Chi pensa di salvarsi non scegliendo mai, in realtà si perde. Chi non
sceglie, muore senza aver dato frutto.
Siamo
nati per amare, e l’amore è sempre una scelta. Non un’emozione passeggera, non
una luce improvvisa che incanta e poi svanisce, ma una consegna che assolutizza
un volto, una vocazione, una strada, un bene. L’amore prende l’infinito delle
possibilità e lo concentra in un sì. Per questo fa paura: perché chiede di
lasciare il resto. Ma proprio per questo salva: perché impedisce alla vita di
dissolversi nel nulla delle alternative mai vissute.
Anche
la libertà, se vuole essere vera, deve attraversare questa soglia. Non consiste
nel rimanere eternamente disponibili a tutto, ma nel volere davvero qualcosa,
nel legarsi a ciò che si riconosce come bene, nel dire: questa è la mia strada,
questa è la terra in cui accetto di cadere, questo è il luogo in cui desidero
portare frutto. La libertà senza scelta è un cielo senza alba; la libertà che
sceglie, invece, conosce la notte, ma proprio attraverso la notte prepara il
giorno.
Il
chicco di grano, allora, ci insegna che la vita autentica non si possiede
trattenendola, ma donandola. Non si salva restando intatti, ma lasciandosi
trasformare. Ogni scelta definitiva è una piccola morte, e insieme una promessa
di resurrezione: qualcosa finisce, perché qualcosa possa finalmente cominciare.
Nel cuore della notte, sotto la terra, invisibile agli occhi, il seme muore. Ma
è proprio lì che la vita, silenziosamente, prepara il suo frutto.
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