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lunedì 24 luglio 2023

OMELIA DOMENICA 30 LUGLIO 2023

 




XVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

1 Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

 

Paolo Cugini

 

È la terza domenica che la liturgia della parola ci propone di ascoltare il capitolo 13 del Vangelo di Matteo, in cui troviamo le parabole di Gesù. C’è un cammino che stiamo compiendo verso la comprensione della proposta di Gesù e della sua predicazione. Ebbene, in questo cammino di comprensione, le parabole hanno un ruolo fondamentale. Non a caso, si trovano proprio in quella sezione dedicata al mistero del Regno dei cieli, che è il centro dell’annuncio che Gesù svolge nel contesto del Vangelo di Matteo. Il Regno dei cieli, è bene ricordarcelo, non è una realtà che è fuori dalla nostra portata, in un improbabile al di là, ma indica la nuova realtà terrena che Gesù è venuto a mostrare con il suo stile di vita. Sant’Agostino ci ricordava che, per comprendere i misteri contenuti nella Parola di Dio, occorre prima di tutto credere in Dio: la fede precede la comprensione. È proprio questo che abbiamo visto nelle domeniche precedenti, quando dicevamo che per comprendere i misteri profondi contenuti nel Vangelo, occorre essere discepoli del Signore, avere fiducia in Lui e nella sua proposta. Del resto, al termine della narrazione di oggi, Gesù chiede ai suoi discepoli: “avete compreso tutte queste cose?”. Mettiamoci, allora, nell’atteggiamento interiori dei discepoli e delle discepole, per fare spazio in noi alla Parola del Signore, in quell’atteggiamento di fiducia che prepara la strada per la comprensione di ciò che ascoltiamo.

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo. Il regno dei cieli è la metafora che Gesù utilizza per descrivere il modo autentico di vivere ad immagine e somiglianza di Dio qui sulla terra. Il Regno dei cieli è lo stesso Gesù, il suo stile di vita, il suo modo di stare al mondo e di proporsi in modo gratuito e disinteressato. Gesù esprime questo stile creando una comunità di discepoli e discepole uguali, svuotando dall’interno la cultura patriarcale, che reggeva le dinamiche relazionali del tempo e le regge tutt’ora. Il vangelo, poi, parla di similitudine, perché il Regno dei cieli non può essere imprigionato da un’equazione di tipo matematico, che dà sicurezza e mette il cuore in pace. La similitudine esige inquietudine, un desiderio di cercare sempre, un costante cammino di comprensione, che non si esaurisce mai, come sono, del resto, tutte le cose che provengono da Dio. Questo stile nuovo di Gesù è simile ad un tesoro nascosto in un campo: cosa significa? In primo luogo, che non è immediato, vale a dire che lo stile proposta da Gesù non viene percepito immediatamente come qualcosa di straordinario, capace di realizzare le potenzialità umane. In secondo luogo, il fatto che sia nascosto significa che per manifestarsi non utilizza l’esteriorità, l’apparenza, la visibilità. Attualizzando il discorso, potremmo dire che il Regno dei cieli non viene pubblicizzato sui social, perché il suo modo di manifestarsi e farsi conoscere non segue il cammino dell’apparenza, ma dell’interiorità, della coscienza. Si accorge della bontà della proposta di Gesù solamente colui e colei che è abituato a riflettere, a farsi delle domande, a cercare l’autenticità della vita.

Un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo (Mt 13, 44). Il fatto che l’uomo trovi il tesoro significa che non è dipeso dai suoi sforzi: è un dono gratuito. Il Regno dei cieli non ce lo meritiamo per le nostre buone azioni, ma è un dono gratuito di Dio. Di nostro ci può essere il senso della ricerca che ci permette d’identificare quella situazione, quella persona come un tesoro: questo è già un passo molto positivo. In ogni modo, la parabola vuole sottolineare la gratuità del Regno. Il fatto che colui che trova il tesoro vende tutti suoi averi per comprare il campo in cui si trova il tesoro, può significare la totalità che il Regno dei cieli dee assumere nella vita di coloro che lo accolgono. D’ora innanzi, ogni pensiero e ogni azione dovranno trovare il loro fondamento nella proposta di Gesù: tutto dev’essere orientato da Lui. Vengono in mente le parole di Paolo nella lettera ai Filippesi, in cui descrive cos’è stato per lui l’incontro con Gesù: Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo (Fil 3,7-8).

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose (Mt 13, 44). La parabola della perla preziosa è in corrispondenza a quella precedente. Mentre nella prima, come abbiamo visto, l’accento è sulla gratuità di ciò che si trova, qui viene sottolineato lo sforzo personale. Anche qui c’è il valore del dono, che viene sottolineato dal fatto che il cercatore torva la perla preziosa e poteva anche non trovarla. Ciò che, però, viene messo in risalto è lo sforzo personale, la ricerca che viene premiata. Provando ad attualizzare il significato di queste parole. Il Regno dei cieli, che è lo stile di vita di Gesù, lo si acquisisce nella ricerca costante e quotidiana di vivere ciò che ascoltiamo da Lui nel Vangelo. È in questo modo che, grazie all’azione dello Spirito Santo, si viene formando quell’umanità nuova, che rende visibile la presenza del Signore nel mondo. In fin dei conti, il corpo di Cristo è la comunità cristiana che si alimenta e vive del Signore: è questo uno dei temi cari a san Paolo.

Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. (Mt 13, 49). L’ultima delle sette parabole del Regno contenute nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo, conclude l’itinerario mostrando il cammino che dobbiamo compiere, che consiste nel camminare dietro al Signore. L’immagine della fornace e dello stridore di denti hanno un valore pedagogico, per stimolare gli ascoltatori a prendere sul serio le parole di Gesù e vivere do conseguenza.

 

domenica 18 giugno 2023

OMELIA DOMENICA 18 GIUGNO 2023

 




XI DOMENICA

Es 19,2-6a; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

 

 

Paolo Cugini

Nelle domeniche del tempo comune riflettiamo sulle caratteristiche che dovrebbero avere coloro che seguono Gesù. Per compiere tale cammino è necessario la disponibilità al cambiamento, l’umiltà per lasciarsi mettere in discussione dalla Parola del Maestro. È un percorso che non è semplice perché incontriamo dentro di noi le resistenze al cambiamento, la difficoltà di un cammino che richiede un atteggiamento di fiducia nei confronti della Parola di Dio.

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore (Mt 9,36). Il primo atteggiamento interiore necessario per seguire le orme del Maestro consiste nell’imparare a sentire compassione nei confronti di coloro che incontriamo nel nostro cammino. L’annuncio del Vangelo, dello stile nuovo di vita inaugurato da Gesù, non è un insegnamento che si trasmette dalla cattedra ma è, prima di tutto, la comunicazione di vita nuova che sgorga da un atteggiamento di empatia nei confronti dei fratelli e delle sorelle che vengono al nostro incontro. Sentire le sofferenze degli altri con il desiderio di aiutarli a mettersi in cammino verso una vita di pienezza è il pinto di partenza dei discepoli del Maestro che, vedendo le folle, ne sente compassione. Diventiamo cristiani e comunità generative, che sanno stimolare processi di cambiamento, solamente se apriamo il nostro cuore all’amore del Signore, all’azione del suo Spirito, che ci aiuta a vedere gli altri con uno sguardo nuovo, attento a loro, desideroso di comunicare vita.

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità (Mt 9,37). È impossibile comunicare vita se l’anima è intasata da realtà contrarie e antagoniste all’amore di Dio. È impossibile essere portatori di pace in un contesto malato e contaminato dall’odio. Per annunciare il Vangelo occorre prima di tutto liberare il terreno, creare le condizioni. Lo spirito impuro indica una malattia spirituale tipicamente religiosa. Impuro è l’invenzione della religione per controllare le persone e farle sentire indegne di accostarsi a Dio. I sacrifici, le abluzioni, sono tutti precetti messi in atto dagli uomini del tempio, per sottomettere gli uomini e per ricavarne un profitto. Non a caso, nel tempio c’era il tesoro che raccoglieva i soldi di tutto ciò che gli uomini versavano per poter fare i loro riti e accedere al tempio. Gesù dichiara fallito questo sistema e, di conseguenza, dà potere ai discepoli di liberare gli uomini e le donne da questa schiavitù. Per poter aiutare le persone a liberarsi dei lacci degli uomini del tempio, occorre che prima di tutto il discepolo si sia liberato da questa schiavitù religiosa. E’ questo il potere che Gesù dona a coloro che lo seguono: mostra loro il grande inganno e la grande farsa della religione del tempio, che invece di avvicinare gli uomini e le donne a Dio, li allontana. Gesù mostra con il suo stile di vita, con il suo essere venuto in mezzo a noi spogliandosi di tutto, che Dio è accessibile a tutti e a tutte e non ha bisogno di alcun filtro religioso. Inoltre, di che malattia e di che cure Gesù sta parlando? A questo livello è possibile indicare varie interpretazioni a partire dal contesto in cui ci si trova ad annunciare il Vangelo. Dalle nostre parti, vale a dire in Occidente, le malattie che non permettono al Vangelo di entrare e portare frutto sono l’attaccamento al denaro, lo spirito di antagonismo, la dinamica meritocratica, che stimola l’individualismo e il desiderio di primeggiare sugli altri a qualsiasi costo. Queste malattie vanno curate, perché non permettono al Vangelo di entrare. Anche qui vale quello che dicevamo poco sopra. È impossibile applicare questa cura se prima i discepoli e la discepole non si sono lasciati guarire dal Signore, liberandosi dalle vanità e dalla ricerca ostentata della gloria degli uomini.

Questi sono i Dodici che Gesù inviò (Mt 10,5). Passiamo da una vita anonima ad avere un nome proprio quando rispondiamo all’appello del Signore. La nostra vita viene modellata gradualmente conforme all’immagine del Signore che scopriamo nel nostro cammino e che contempliamo ogni giorno della nostra vita. È questo il grande dono che Lui ci fa: la vita! Vivere significa realizzare noi stessi come persone capaci di amare. Gesù invia delle persone che, durante il cammino di sequela, diventano nomi propri la cui identità giorno dopo giorno diventa sempre di più conforme al Vangelo. Chi si lascia trasformare dall’amore del Signore non rimane più vittima del proprio egoismo, che stimola la ricerca della realizzazione di se stessi, ma diviene disponibile alla vita nuova, alla realtà del Regno di Dio. Questo è il compito della Chiesa, che è tale quando fa di tutto per condividere gratuitamente ciò che ha ricevuto. Gesù ci chiama per inviarci. La comunità ha senso quando diventa strumento generativo di vita, possibilità che il Signore pone nel mondo affinché tutti possano abbeverarsi dell’acqua nuova che sgorga dalla vita nuova della comunità.

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino (Mt 10,7). Il regno si è avvicinato al mondo prima di tutto nella vita di Gesù e poi nella comunità. L’annuncio che la comunità fa di una vita piena, dev’essere visibile nello stile evangelico della comunità, che è chiamata a dimostrare che esiste un pezzetto di umanità nel mondo che non è più dominato dai meccanismi di potere, di egoismo e di antagonismo, ma unicamente dall’amore gratuito ricevuto dallo Spirito del Signore. Quando questo avviene, l’annuncio del Regno di Dio diviene possibilità concreta, perché già visibile in coloro che l’annunciano.

domenica 22 gennaio 2023

III DOMENICA TEMPO ORDINARIO A

 




(Is 8,23b - 9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13. 17; Mt 4,12-23)

Paolo Cugini

Siamo sempre in cammino alla ricerca della comprensione del Mistero. C’è un percorso da compiere che facciamo fatica a realizzare. Il contesto culturale certamente non aiuta in questo cammino. Siamo costantemente sollecitati da messaggi che ci portano a valorizzare l’apparenza e, in questo modo, trascuriamo il cammino interiore, la cura della coscienza. Sarebbe interessante capire se c’è un modo, un punto di partenza privilegiato da cui partire per la comprensione del Mistero che Gesù ha rivelato e che rende possibile la sequela?

si ritirò nella Galilea, lasciò Nazareth e andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali (Mt 4,12).

Bisogna partire dalla Galilea. È qui il punto di partenza privilegiato, che apre la mente al mistero. Mentre la Giudea ha una nobile discendenza – il nome infatti, deriva da Giuda, uno dei Patriarchi – la Galilea non ha niente di nobile: tutt’altro. Gli storici ci dicono che era una terra abitata da gente povera, violenta, mal vista dagli altri. È questo luogo che Gesù scegli per iniziare il cammino e per chiamare i primi discepoli. La scelta non è casuale. È possibile comprendere il Mistero che si è manifestato in Gesù scegliendo il punto giusto di partenza. La Galilea, uscendo dalla metafora, indica che per avere delle possibilità di comprendere il Mistero occorre mettersi nelle condizioni di accogliere e, di conseguenza, occorre cercare la povertà evangelica. Abitare nella Galilea, abitare la semplicità evangelica per seguire il Maestro nell’esodo verso la pienezza di vita. Spogliarsi per lasciarsi rivestire da Lui.

Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta.

Per aiutare i lettori a comprendere il senso del cammino da intraprendere, l’evangelista Matteo cita un brano di Isaia al capitolo 8, in cui si parla del contrasto tra luce e tenebra. Di che tenebre si tratta? È un’immagine simbolica per parlare della religione del tempio, che si era instaurata all’epoca del ritorno del popolo dall’esilio in Babilonia e ricostruita attorno al secondo tempio. È una religione che media il rapporto con Dio con una serie di precetti e prescrizioni, con sacrifici cultuali che vedono protagonista non Dio, ma la classe sacerdotale. Le tenebre sono costituite dalla schiavitù causata da questo rapporto malato con Dio, che mantiene gli uomini e le donne in uno stato infantile, sottomessi da una lista immensa di decreti e prescrizioni impossibili da osservare e che, di conseguenza, creano i sensi di colpa e una vita da schiavi. Gesù in mezzo a queste tenebre, porta la luce del Vangelo, un cammino di liberazione dalla religione dei precetti, per impostare un rapporto nuovo con Dio che, d’ora innanzi non è più un tiranno, ma un Padre.

Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino. Per entrare nello spazio dell’umanità nuova dell’amore e della giustizia portato da Gesù occorre un percorso di conversione, un cambiamento di mentalità. È il nuovo Esodo proposto da Gesù, il nuovo Mosè. Per questo il testo dice che Gesù andò a Nazaret sulla riva del mare: è un’indicazione simbolica, che fa riferimento al Mar Rosso, che segnò il momento di passaggio del popolo d’Israele dall’Egitto verso Gerusalemme, dalla schiavitù alla liberazione. Cammino, dunque, non facile, perché come ci ricorda sempre Gesù, il suo vino nuovo del Vangelo non può essere contenuto negli otri vecchi della religione del tempio. Il cammino di libertà proposto da Gesù esige persone disposte a lasciare la vecchia mentalità per assumerne una nuova. La chiamata dei primi discepoli che abbiamo ascoltato nella pagina di Vangelo di oggi, ha questo significato: chiamati per entrare nello spazio dominato dall’amore del Signore, dalla sua giustizia e misericordia.

Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire (1 Cor 1,10).

Il cammino che Gesù propone non è individuale, ma comunitario. È nella comunità, infatti, che impariamo a volerci bene, che sperimentiamo il dono del perdono e della misericordia. È sempre nella comunità che comprendiamo che Dio non fa preferenze di persone (At 10,34) e che ci accompagna nello stile accogliente ed inclusivo che è stata la proposta specifica di Gesù. Seguire Gesù significa, in questa prospettiva, essere disposti ad abbandonare la mentalità individualistica del merito, per entrare nella logica della comunione e della condivisione. L’amore gratuito del Signore si può solo accogliere, non ha bisogno di sacrifici speciali, di fioretti per essere conquistato. L’accoglienza dell’amore gratuito del Signore genera comunità accoglienti, disinteressate, disponibili al servizio tra i fratelli e le sorelle, pronte in ogni momento a ricucire le divisioni che l’egoismo umano possono causare. Come lo stesso Gesù dirà nel contesto dell’ultima cena narrata da Giovanni (Gv 13,34-35), la comunione, l’amore reciproco, è il segno visibile della presenza del Signore Gesù, è la carta d’identità dello stile della comunità che si ritrova nel nome del Signore. Rispondiamo, allora, positivamente alla sua chiamata per metterci in cammino dietro di Lui, disponibili ad accogliere il suo amore gratuito, per costruire assieme a Lui quell’umanità nuova che rivela al mondo l’amore infinito del Padre. 

sabato 11 giugno 2022

STRADA FACENDO PREDICATE

 



Paolo Cugini

 

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino (Mt 10,17). Senso di libertà. Non c’è la preoccupazione dell’efficienza, dell’organizzazione dettagliata, ma il desiderio di annunciare qualcosa di bello, di grande, qualcosa che ha toccato il cuore e la vita. E allora si parte, senza dover avvisare nessuno. Si parte perché il cuore è troppo pieno di gioia da aspettare.

C’è da annunciare una vicinanza, che significa liberazione dalla solitudine e come si fa ad aspettare? Si va tutti insieme, o meglio con chi vuole venire, con coloro che hanno già sperimentato un po' di quella gioia che si chiama vicinanza del Regno di Dio, vicinanza della persona di Gesù, della sua parola liberatrice, che avvolge con tenerezza tutti gli affaticati e oppressi della terra. “Venite a me voi tutti e io vi ristorerò”. Si parte, dunque, senza preoccuparsi troppa dei bagagli, delle vivande da portare. Si cammina leggeri, guardando avanti, carichi solo della speranza per l’amore vissuto, la gioia dell’incontro, la forza che viene dalla conoscenza di Lui.

Si parte, anche perché c’è la consapevolezza dell’importanza dell’annuncio e cioè, che il Regno dei cieli e vicino, si è avvicinato, lo si può ormai toccare, ascoltare, sentire. Non si può più rimandare un annuncio di questa portata.

domenica 13 giugno 2021

DOMENICA XI/B

 




Ez17,22-24; Sal 91; 2 Cor 5,6-10; Mc26,34

Paolo Cugini

 

Gesù utilizza spesso un’espressione per indicare il contenuto della sua proposta: il regno dei cieli, oppure il regno di Dio? Di che cosa si tratta? Se il regno del mondo è dominato da logiche egoistiche, che conducono verso relazioni di dominio e di possesso, che creano tensioni disuguaglianze, ben differente è la logica del regno di Dio. Per il fatto, infatti di essere “di Dio”, è caratterizzato dal dinamismo dell’amore, che genera relazioni caratterizzate dalla donazione gratuita di sé, dal fare spazio all’altro affinché incontri libertà per sviluppare le proprie potenzialità. Per descrivere questo stile nuovo di stare al mondo con gli altri, Gesù utilizza delle metafore chiamate parabole, che necessitano, quindi, d’interpretazione per poterle comprendere. Oggi Gesù ne racconta due.

“Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa” (Mc 4, 26-27).

Il seme è Gesù stesso, la sua parola, la sua proposta di vita nuova, di relazioni nuove. Ebbene, la novità di Gesù non dipende dalla nostra progettazione, nel senso che la possibilità di portare frutto nelle persone che la ricevano, dipende esclusivamente dal seme. L’importante, allora, è seminare, perché non spetta a noi sapere se porterà frutto e in che modo. Il brano in questione è collocato verso la fine del capitolo quattro del Vangelo di Marco e, questa collocazione, ci può aiutare nell’interpretazione. Dopo i primi successi, la proposta di Gesù, così com’è narrata dall’evangelista Marco, incontra molte resistenze. Già nelle prime battute del capitolo tre, i farisei, dopo aver assistito ad un miracolo di Gesù in giorno di sabato, decidono di ucciderlo. E’ nel contesto generale di fallimento della proposta che Gesù presenta questa parola, in cui tutto l’accento è sulla bontà della semente, che senza dubbio porterà frutti di amore, pace e giustizia, perché è una semente fatta apposta per il terreno umano, per svilupparlo nella giusta direzione.

“È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell'orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra” (Mc 4, 31-32).

Il seme del Vangelo non ha bisogno di grandezze umane per manifestarsi o per portare frutto. Non utilizza la logica social dell’apparenza per colpire i sensi, anche perché no gli interessa: desidera radicarsi e trovare spazio nell’anima. Per questo, non colpisce per la sua visibilità immediata, ma per lo spessore qualitativo della vita che produce. Se è vero che dal punto di vista sensibile è quasi invisibile, al punto che è difficile percepirne la presenza, il frutto che produce non solo è visibile, ma diventa spazio di protezione per chi non lo trova nel regno del mondo. Gli “uccelli del cielo”, infatti, sono considerati cosa di poco conto nella cultura semitica. Ebbene, nel regno dei cieli sono proprio loro, quelli che non contano nulla, a trovare spazio e protezione. Interessante il fatto che, mentre l’albero di cedro, narrato nell’immagine di Ezechiele 17 è vistoso ed è piantato sul colle di Sion, il seme di senape è seminato nell’orto di casa, simbolizzando, in questo modo, che la trasformazione che produce il Vangelo non avviene in eventi straordinari, ma coinvolge la quotidianità della vita, le relazioni del vissuto famigliare.

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa (Mc 4,33-34).

Significativo è il passaggio finale del Vangelo, perché mostra un dato che spesso ci sfugge. Gesù parla delle parabole del regno in pubblico, ma solo ai discepoli le spiega in privato: perché? La comprensione dei misteri del regno dei cieli è riservata ai discepoli e alle discepole del signore, vale a dire a coloro che hanno deciso di seguirlo, che hanno fatto delle scelte, ponendo la propria vita nel cammino tracciato dal Signore. Discepolo è colui che dedica tempo a Gesù, all’ascolto della sua Parola, alla comprensione del suo Vangelo e alla costruzione di quella realtà nuova che ha il sapore del cielo.

domenica 26 febbraio 2017

LA VITA ESSENZIALE





Paolo Cugini

-      Non potete servire Dio e la ricchezza
-      Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
-      Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
-      Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
-      Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». (cfr. Mt 6, 24-34).

È impossibile ascoltare queste parole e non sentire un brivido dentro di sé. È il brivido della verità, che entra nella nostra coscienza e la scuote, e le mostra i cammini errati nei quali si è persa. Parole come poesia, la poesia del Vangelo che viene al nostro incontro e ci risvegli dal torpore della nostra vita materiale, sotterrata dalle nostre scelte istintive, travolta da ciò che non avremmo mai voluto fare, ma che invece facciamo.

Matteo 6 viene al nostro incontro come un soffio di vita, delicato, ma allo stesso tempo deciso, provocatorio, ma vero. Ne percepiamo la forza perché quello che Gesù ci dice ci coglie nei nostri gesti quotidiani, nelle nostre scelte, in altre parole nella nostra realtà. E allora, siamo costretti ad ascoltarlo, a confrontarci con la sua proposta.

Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Si parte da qui. È il discorso delle priorità. È questo il problema. Se vuoi metterci dentro tutto nella tua vita non ci sta. C’è sempre qualcosa che rimane fuori. E quando la tua vita non è stata pensata, non è frutto di verifiche, la prima cosa che rimane fuori – puoi starne certo – è Dio. Se non c’è stato il tempo in cui hai deciso che il Regno di Dio era prima di tutto, che veniva prima di tutto, puoi starne certo, amico mio, che è proprio lui il primo a finire fuori dalla tua vita. È difficile, infatti, sistemare la vita quando è in corsa. È difficile non lasciarsi travolgere dalle cose da fare, dalla violenza comunicativa dei mezzi di comunicazione, dalla quantità delle cose, se prima non si è deciso che quello che conta nella propria vita è l’essere e non l’avere, la qualità e non la quantità. Se non siamo noi ad anticipare gli eventi con lo stile che decidiamo d’imprimere, saremo noi ad essere travolti dalla storia, al punto da non capire più che cos’è essenziale e cosa non lo è.   Per vincere la pressione che il mondo con le sue seducenti proposte esercita su di noi, è necessario un passo previo verso la nostra anima, è necessario conoscersi, sono necessarie giornate di riflessione sul senso della vita, su ciò che desideriamo essere, sulla direzione che vogliamo imprimere alla nostra esistenza. Se intendiamo essere persone generative di qualità, di significati, dobbiamo poter abitare il significato, dobbiamo aver scelto la direzione della nostra vita. Ancora. Se non abbiamo posto dei punti di riferimento qualitativi, la nostra libertà sarà pregiudicata dalla quantità che ci sommerge. Se non vogliamo traballare, se non volgiamo essere persone indecise e trasmettere, così, la nostra indecisione, dobbiamo aver deciso verso dove dirigere la nostra esistenza.

Il problema, allora, è capire che cosa significano le parole di Gesù, che cosa intende con il Regno di Dio e la sua giustizia.

Che cos’è il Regno di Dio? È quello spazio in cui è Dio stesso a regnare. È quel pezzo di umanità in cui è Dio che domina la scena. Questo Regno di Dio è ben visibile nella vita di Gesù: tutta la sua umanità è guidata dal Padre. Gesù vive la sua vita come una relazione d’amore costante e quotidiana con il Padre. E allora è chiaro che è Lui il Regno di Dio, è Lui che dobbiamo cercare e imitare.

Che cos’è, poi, la sua giustizia? È la giustizia di Gesù, che è il contrario della giustizia degli uomini. Se infatti, la giustizia degli uomini è meritocratica, allora quella di Gesù è gratuita, nel senso che tutti ne hanno accesso. Siamo giusti quando accogliamo la pace che viene da Dio nel suo Figlio Gesù e viviamo di conseguenza. Siamo giusti quando cerchiamo nella nostra esistenza di fare unicamente la volontà del Padre e la cerchiamo con tutte le nostre forze, proprio come ha fatto Gesù.

C’è un’altra intuizione che è centrale nel discorso di Gesù, ed è la sua concezione del tempo, la sua idea del rapporto tra passato, presente e futuro.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

È nel presente della nostra vita che incontriamo il Signore. È la mentalità del mondo che ci fa spostare la nostra attenzione in avanti, spostandoci dal punto di passaggio del Signore, distraendoci, così, per non permetterci di vederlo e d’incontrarlo. Vivere pianificando il futuro significa non aver fede nel Signore e nella sua provvidenza. Vivere nel presente significa vivere con i piedi per terra, significa vivere nella realtà e affrontare ciò che le situazioni mi pongono dinanzi. Solo la vita reale costruita con il Signore ci permette di sciogliere le illusioni che si formano nella nostra mente per distoglierci dal presente della nostra vita.

Le parole di Gesù sono un chiaro invito a mettere tutte le nostre forze per vivere a pieni polmoni il presente, fuggendo dalle facili e deleterie visioni nostalgiche sul nostro passato, ma anche evitando quelle fughe eccessive in avanti, sintomo di un presente che non ci soddisfa appieno.

giovedì 5 novembre 2015

TUTTO QUANTO AVEVA PER VIVERE



Paolo Cugini
Il Vangelo di oggi presenta un cammino che ogni cristiano dovrebbe compiere, vale a dire il cammino che va da una vita centrata su se stessi, ad una vita per gli altri. Questo cammino è espresso molto bene in alcuni versetti di Paolo che abbiamo ascoltato questa settimana: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore” (Rom 14,7-8).

 Gli scribi sono presi di mira da Gesù per il loro modo di vivere centrati su loro stessi, “per farsi vedere”. C’è tutta una religione che alimenta l’orgoglio personale, che piega Dio al proprio servizio. Gesù condanna apertamente questo tipo di religiosità perché rende l’uomo e la donna arroganti e orgogliosi, attenti ai loro bisogni e indifferenti nei confronti degli altri. E’ la religione dell’apparenza, dell’immagine La vera religione, quella che nasce dall’incontro personale con il Signore produce un movimento di uscita da sé, non calcola perché sgorga dal cuore, dall’amore. E’ la religione della povera vedova che dona tutto quello che ha. Bellissimo il confronto che Gesù propone tra i ricchi che danno tanto e la povera vedova che dà una monetina.

 Per entrare nel Regno di Dio non sono necessari, titoli onorifici né soldi, né possedimenti: basta la fede. E’ infatti la fede nel Signore, che accogliamo gratuitamente da Lui, che ci permette di svuotarci, di fare spazio al suo amore, per vivere di Lui e liberarci, così, dalla schiavitù del nostro orgoglio. E allora, più che sforzarci per diventare amici delle persone ricche e importanti per trarne profitto, il Vangelo di oggi c’insegna ad avvicinarci alle persone povere per accogliere il Vangelo che portano con sé.




domenica 11 ottobre 2015

IL BAMBINO COME MODELLO DEL REGNO DI DIO


Paolo Cugini
Accogliere il Regno di Dio come l’accoglie un bambino significa che si tratta di una realtà che esula dalle logiche dei grandi. Il Regno di Dio è lo stile di vita di Gesù, fatto di semplicità, di relazioni autentiche, di ricerca della giustizia, di uguaglianza, di accoglienza dell’altro, di perdono e di pace. Non è quindi qualcosa che si possa conquistare con il denaro e non è nemmeno una questione di potere: è un modo di essere nel mondo. Questo modo lo si accoglie così com’è, così come Gesù ce l’ha donato. Non ci si pone dinanzi al Regno di Dio con delle esigenze, con delle problematiche, con delle pretese: lo si accoglie così com’è. Il problema, allora, è nostro. Chi meditando il Vangelo, percependo il Signore presente nella storia desidera conoscerlo, inizia un cammino la cui prima conseguenza è lo spogliamento di sé, delle proprie idee, delle proprie spiritualità, del proprio modo di essere e di pensare. Gesù è la pienezza del tempo (MC 1,15) e per poter entrare nella nostra vita deve incontrare spazio. La vita spirituale ha come primo frutto autentico proprio questo: creare spazio a Lui.

E’ questo il nostro principale problema: fare spazio. Abituati a riempirci di cose e di ideali, siamo costantemente alla ricerca di parole e di esperienze che giustifichino il nostro stile di vita. Non vogliamo sentire una parola che c’inchiodi, che metta in discussione quello che noi viviamo e pensiamo e allora cerchiamo costantemente qualcosa o qualcuno che la pensi esattamente come noi. Troviamo sempre qualcuno che ci dice quello che noi vogliamo sentire. La vita di fede inizia quando il Signore ci dona l’incontro con un’esperienza che mostra il vuoto della nostra esistenza. La vita di fede inizia quando ci accorgiamo che stiamo perdendo tempo, inseguendo il nulla.
Il bambino, esistenzialmente e spiritualmente parlando, è vuoto, è uno spazio accogliente perché non c’è nulla in lui che possa ostacolare l’accoglienza della novità. Per questo il cammino di fede nasce da questo punto di partenza: il Regno di Dio lo si accoglie come l’accoglie un bambino. Ciò significa che nel Regno di Dio non c’è spazio per i palloni gonfiati, per le persone presuntuose e arroganti che sanno sempre tutto e non sono mai disposte a mettersi in discussione.


La vita di comunità, la chiesa dovrebbe essere questo spazio di persone che, incontrando il Signore si mettono in cammino, disposte a lasciarsi svuotare delle proprie idee, delle proprie spiritualità, dei propri modi di pensare per giungere al punto in cui era arrivato san Paolo che diceva ai suoi fratelli e sorelle: “noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16).