martedì 20 ottobre 2026

Quando il cammino si fa notte

 




Paolo Cugini

 

 

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese (Lc 12,35).

Non è facile restare sempre desti davanti al fine che abbiamo scelto e sul quale, talvolta senza neppure accorgercene, abbiamo costruito un’intera vita. All’inizio la meta appare limpida, quasi illuminata da una luna piena: la si vede da lontano e sembra sufficiente a orientare ogni passo. Poi il sentiero si addentra nella notte. Incontriamo deviazioni, richiami improvvisi, circostanze che ci sospingono altrove. Alcune ci aprono strade inattese; altre ci fanno soltanto perdere l’orientamento. E mentre cerchiamo di capire dove siamo, la luce originaria si fa più sottile.

La prova più comune, tuttavia, non è sempre una svolta clamorosa. Spesso è la stanchezza. La routine consuma lentamente la tensione verso la meta, come il buio che attenua i contorni delle cose. Giorno dopo giorno ci invita a rallentare, poi a sederci, infine a sdraiarci e chiudere gli occhi. Non è necessariamente il corpo a cedere. Esiste una stanchezza spirituale e mentale che nasce dalla perdita dell’entusiasmo per ciò che facciamo e, soprattutto, per il modo in cui siamo costretti a farlo. Continuiamo a muoverci, ma dentro di noi qualcosa ha già smesso di camminare.

Accade quando la realtà sbriciola i sogni e le fantasie che avevano accompagnato l’inizio. Il cammino immaginato lineare si rivela accidentato, pieno di imprevisti, porte chiuse e promesse mancate. Ogni ostacolo lascia una piccola ombra sul volto; ogni delusione alimenta un’inquietudine silenziosa. A poco a poco l’inquietudine diventa peso, il passo si appesantisce e il desiderio di arrivare si confonde con quello di fermarsi. Ci sediamo sul bordo della strada, come viandanti sorpresi dalla notte, e per non sentire il dolore cominciamo a pensare ad altro.

Questa stanchezza emotiva e spirituale può durare anni. Non è affatto scontato che passi da sola. Può accadere che non riusciamo più a rialzarci, perché il peso della vita si è accumulato fino a sottrarci le forze e a impedirci di rinnovare le motivazioni. La meta rimane forse la stessa, ma non la riconosciamo più; oppure la riconosciamo e ci sembra troppo lontana. È una notte senza orologio, nella quale non sappiamo se l’alba sia vicina o se abbiamo appena cominciato ad attraversare il buio.

È allora che diventano decisivi gli incontri e, ancora di più, le presenze che abbiamo al nostro fianco. Ci sono persone che, vedendoci stanchi, aumentano il nostro peso: trasformano ogni esitazione in colpa, ogni fragilità in una sentenza, e alimentano una demotivazione progressiva. La loro voce somiglia a un vento freddo che spegne anche l’ultima brace. Altre persone, invece, si avvicinano senza rumore. Non ci trascinano e non fingono che la strada sia facile: ci ricordano chi eravamo quando siamo partiti, quando negli occhi custodivamo ancora il riflesso della meta.

Sono presenze simili a lampade accese nella notte. Non percorrono il cammino al posto nostro, ma rendono visibile il passo successivo. Ci invitano a riposare senza arrenderci, a raccogliere le forze, a rialzarci. Grazie a loro riscopriamo che l’entusiasmo non è l’assenza della fatica, ma la capacità di ritrovare un senso anche dopo la disillusione. E così, lentamente, torniamo in piedi: forse meno ingenui di prima, ma più veri; forse senza l’allegria luminosa degli inizi, ma con una gioia più profonda, capace di attraversare il buio. Il cammino riprende. La notte non è finita, eppure all’orizzonte qualcosa già somiglia all’alba.

 

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