lunedì 19 ottobre 2026

Quando si fa sera nell'anima

 




Paolo Cugini

 

 

Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede (Lc 12,14).

È notte. La casa finalmente tace. Le luci della strada filtrano dalle persiane e disegnano sul soffitto linee sottili, come pensieri che non riescono a prendere sonno. I conti del mese sono stati fatti, la spesa è sistemata in dispensa, le medicine sono sul comodino, la sveglia è puntata per domani. Tutto ciò che doveva essere fatto è stato fatto. Eppure, proprio adesso, nel momento in cui il corpo si arrende alla stanchezza, qualcosa dentro di noi si sveglia. È una voce sommessa, quasi timida, che il rumore del giorno aveva coperto. Non chiede nulla di urgente. Chiede soltanto: e tu, dove sei?

È difficile, nella vita adulta, mantenere alta l'attenzione sulla vita spirituale. Non per cattiveria, né per superficialità, ma perché la condizione dell'adulto è fatta per lo più di scelte di tipo materiale. Si tratta di sopravvivere, di custodire la salute, di garantire alla propria famiglia un tetto, un pasto, un futuro. Sono scelte necessarie, persino nobili: dietro ogni bolletta pagata e ogni turno di lavoro accettato c'è spesso un atto d'amore silenzioso verso qualcuno. Il problema nasce quando queste scelte prendono il sopravvento e arrivano a occupare la quasi totalità della vita quotidiana. Allora, senza accorgercene, ci lasciamo prendere la mano. Le giornate si riempiono di cose da fare, da comprare, da risolvere, e il pensiero si abitua a muoversi quasi esclusivamente sul piano materiale dell'esistenza. Il giorno diventa un lungo corridoio illuminato al neon, senza finestre: si cammina in fretta, si arriva da qualche parte, ma non si vede mai il cielo.

Ci sono stelle che si vedono solo quando la città spegne le sue luci. Allo stesso modo, ci sono verità su noi stessi che emergono soltanto quando il rumore si placa. Ogni tanto, lungo il cammino della vita, ci si ferma: una malattia, un lutto, un compleanno che pesa più degli altri, una notte insonne. E in quella sosta ci si accorge del vuoto che si è venuto a creare dentro di noi, scavato lentamente dalle situazioni materiali in cui siamo stati coinvolti e nelle quali ci troviamo ancora immersi. Non è un vuoto rumoroso. Non grida. È piuttosto come una stanza della casa in cui non entriamo da anni: sappiamo che c'è, ne conserviamo vagamente la chiave, ma la porta è rimasta chiusa così a lungo che abbiamo quasi dimenticato cosa contenesse.

Molto dipende da ciò che abbiamo ricevuto e scelto negli anni dell'adolescenza e della giovinezza. Se in quel tempo, così fertile e così fragile, non siamo stati incamminati a scoprire il tesoro della vita interiore, se nessuno ci ha insegnato a curare con intensità la nostra coscienza, a coltivare il silenzio, a compiere le nostre scelte a partire dalla dimensione spirituale della vita, allora nell'età adulta è facile che la materia prenda il sopravvento. Come una pianta senza radici profonde, che al primo vento forte si piega dalla parte in cui soffia, così l'anima non allenata si lascia trascinare dalle urgenze del momento. A poco a poco, il livello spirituale della vita viene offuscato quasi totalmente. Non scompare del tutto, perché non può scomparire: rimane come la luna dietro le nuvole, presente ma invisibile, capace di illuminare solo a tratti, quando il cielo interiore si apre per un istante.

Quando questo accade, siamo portati a identificare il valore della nostra vita con ciò che possediamo: la casa, l'automobile, il conto in banca, i titoli appesi alla parete. Ci definiamo attraverso la posizione sociale che occupiamo, il ruolo che ricopriamo, il biglietto da visita che porgiamo. E cerchiamo continuamente il plauso degli altri, come se la nostra esistenza avesse bisogno di essere confermata, ogni giorno, da uno sguardo esterno, da un riconoscimento, da un applauso.

Ma gli applausi, si sa, finiscono quando si spengono le luci del palcoscenico. E quando questo processo di identificazione si è consumato fino in fondo, quando la vita spirituale è stata svuotata di qualsiasi significato, di noi rimane ben poco. Rimane un ruolo senza volto, un nome senza storia, una vita piena di oggetti e povera di senso. È la notte più buia: non quella che arriva fuori dalla finestra, ma quella che si allarga dentro, in silenzio.

Eppure, anche nella notte più fitta, qualcosa continua a vegliare. La coscienza non si rassegna. Durante tutta la nostra esistenza ci manda dei segnali: un'inquietudine che non sappiamo spiegare, una stanchezza che il riposo non guarisce, una nostalgia improvvisa davanti a un tramonto, a una musica, al volto di un bambino. Sono segnali inconfondibili di un'identità personale che sta soffocando nella materia e che chiede aria, chiede spazio, chiede di essere riconosciuta.

Occorre allora imparare ad ascoltarli. Non zittirli con l'ennesimo acquisto, con un nuovo impegno, con il rumore di uno schermo acceso fino a tardi. Questi segnali desiderano aprire uno spiraglio, come la fessura di luce sotto una porta chiusa, per permetterci di reimpostare il cammino della vita: spostarlo dalla quantità alla qualità, dal molto al profondo, dalla dimensione materiale alla dimensione spirituale. Non si tratta di disprezzare il pane quotidiano, ma di ricordare che non di solo pane vive l'uomo.

In definitiva, non si tratta di aggiungere qualcosa alla nostra vita, un'attività in più, un dovere in più. Si tratta di diventare persone diverse. Persone capaci di relazioni nuove, non più fondate sullo scambio e sul tornaconto, ma sulla gratuità e sull'incontro. Persone capaci di uno sguardo diverso sul mondo e verso gli altri: uno sguardo pieno di amore e di considerazione, che non misura, non classifica, non giudica, ma accoglie.

È uno sguardo che apre spazi di creatività e di ascolto. Chi lo impara scopre che il tempo non è soltanto qualcosa da riempire, ma anche qualcosa da abitare; che l'altro non è un concorrente o uno spettatore, ma un mistero da custodire; che la propria vita vale non per ciò che accumula, ma per ciò che dona e per la qualità della presenza che sa offrire.

A questo nuovo sguardo ogni uomo e ogni donna è chiamato. Nessuno escluso, a nessuna età. Non è mai troppo tardi per riaprire quella stanza chiusa, per spolverare il tesoro dimenticato della vita interiore. Forse è proprio questo il dono della notte: costringerci a fermarci, a guardare in alto, a riconoscere nel buio le stelle che il giorno nascondeva. E a prepararci, in silenzio, per un'alba diversa.

 

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