Paolo Cugini
Fate attenzione e tenetevi lontani
da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non
dipende da ciò che egli possiede (Lc
12,14).
È
notte. La casa finalmente tace. Le luci della strada filtrano dalle persiane e
disegnano sul soffitto linee sottili, come pensieri che non riescono a prendere
sonno. I conti del mese sono stati fatti, la spesa è sistemata in dispensa, le
medicine sono sul comodino, la sveglia è puntata per domani. Tutto ciò che
doveva essere fatto è stato fatto. Eppure, proprio adesso, nel momento in cui
il corpo si arrende alla stanchezza, qualcosa dentro di noi si sveglia. È una
voce sommessa, quasi timida, che il rumore del giorno aveva coperto. Non chiede
nulla di urgente. Chiede soltanto: e tu, dove sei?
È
difficile, nella vita adulta, mantenere alta l'attenzione sulla vita
spirituale. Non per cattiveria, né per superficialità, ma perché la condizione
dell'adulto è fatta per lo più di scelte di tipo materiale. Si tratta di
sopravvivere, di custodire la salute, di garantire alla propria famiglia un
tetto, un pasto, un futuro. Sono scelte necessarie, persino nobili: dietro ogni
bolletta pagata e ogni turno di lavoro accettato c'è spesso un atto d'amore
silenzioso verso qualcuno. Il problema nasce quando queste scelte prendono il
sopravvento e arrivano a occupare la quasi totalità della vita quotidiana.
Allora, senza accorgercene, ci lasciamo prendere la mano. Le giornate si
riempiono di cose da fare, da comprare, da risolvere, e il pensiero si abitua a
muoversi quasi esclusivamente sul piano materiale dell'esistenza. Il giorno
diventa un lungo corridoio illuminato al neon, senza finestre: si cammina in
fretta, si arriva da qualche parte, ma non si vede mai il cielo.
Ci
sono stelle che si vedono solo quando la città spegne le sue luci. Allo stesso
modo, ci sono verità su noi stessi che emergono soltanto quando il rumore si
placa. Ogni tanto, lungo il cammino della vita, ci si ferma: una malattia, un
lutto, un compleanno che pesa più degli altri, una notte insonne. E in quella
sosta ci si accorge del vuoto che si è venuto a creare dentro di noi, scavato
lentamente dalle situazioni materiali in cui siamo stati coinvolti e nelle
quali ci troviamo ancora immersi. Non è un vuoto rumoroso. Non grida. È
piuttosto come una stanza della casa in cui non entriamo da anni: sappiamo che
c'è, ne conserviamo vagamente la chiave, ma la porta è rimasta chiusa così a
lungo che abbiamo quasi dimenticato cosa contenesse.
Molto
dipende da ciò che abbiamo ricevuto e scelto negli anni dell'adolescenza e
della giovinezza. Se in quel tempo, così fertile e così fragile, non siamo
stati incamminati a scoprire il tesoro della vita interiore, se nessuno ci ha
insegnato a curare con intensità la nostra coscienza, a coltivare il silenzio,
a compiere le nostre scelte a partire dalla dimensione spirituale della vita,
allora nell'età adulta è facile che la materia prenda il sopravvento. Come una
pianta senza radici profonde, che al primo vento forte si piega dalla parte in
cui soffia, così l'anima non allenata si lascia trascinare dalle urgenze del
momento. A poco a poco, il livello spirituale della vita viene offuscato quasi
totalmente. Non scompare del tutto, perché non può scomparire: rimane come la
luna dietro le nuvole, presente ma invisibile, capace di illuminare solo a
tratti, quando il cielo interiore si apre per un istante.
Quando
questo accade, siamo portati a identificare il valore della nostra vita con ciò
che possediamo: la casa, l'automobile, il conto in banca, i titoli appesi alla
parete. Ci definiamo attraverso la posizione sociale che occupiamo, il ruolo
che ricopriamo, il biglietto da visita che porgiamo. E cerchiamo continuamente
il plauso degli altri, come se la nostra esistenza avesse bisogno di essere
confermata, ogni giorno, da uno sguardo esterno, da un riconoscimento, da un
applauso.
Ma
gli applausi, si sa, finiscono quando si spengono le luci del palcoscenico. E
quando questo processo di identificazione si è consumato fino in fondo, quando
la vita spirituale è stata svuotata di qualsiasi significato, di noi rimane ben
poco. Rimane un ruolo senza volto, un nome senza storia, una vita piena di
oggetti e povera di senso. È la notte più buia: non quella che arriva fuori
dalla finestra, ma quella che si allarga dentro, in silenzio.
Eppure,
anche nella notte più fitta, qualcosa continua a vegliare. La coscienza non si
rassegna. Durante tutta la nostra esistenza ci manda dei segnali:
un'inquietudine che non sappiamo spiegare, una stanchezza che il riposo non
guarisce, una nostalgia improvvisa davanti a un tramonto, a una musica, al
volto di un bambino. Sono segnali inconfondibili di un'identità personale che
sta soffocando nella materia e che chiede aria, chiede spazio, chiede di essere
riconosciuta.
Occorre
allora imparare ad ascoltarli. Non zittirli con l'ennesimo acquisto, con un
nuovo impegno, con il rumore di uno schermo acceso fino a tardi. Questi segnali
desiderano aprire uno spiraglio, come la fessura di luce sotto una porta
chiusa, per permetterci di reimpostare il cammino della vita: spostarlo dalla
quantità alla qualità, dal molto al profondo, dalla dimensione materiale alla
dimensione spirituale. Non si tratta di disprezzare il pane quotidiano, ma di
ricordare che non di solo pane vive l'uomo.
In
definitiva, non si tratta di aggiungere qualcosa alla nostra vita, un'attività
in più, un dovere in più. Si tratta di diventare persone diverse. Persone
capaci di relazioni nuove, non più fondate sullo scambio e sul tornaconto, ma
sulla gratuità e sull'incontro. Persone capaci di uno sguardo diverso sul mondo
e verso gli altri: uno sguardo pieno di amore e di considerazione, che non
misura, non classifica, non giudica, ma accoglie.
È
uno sguardo che apre spazi di creatività e di ascolto. Chi lo impara scopre che
il tempo non è soltanto qualcosa da riempire, ma anche qualcosa da abitare; che
l'altro non è un concorrente o uno spettatore, ma un mistero da custodire; che
la propria vita vale non per ciò che accumula, ma per ciò che dona e per la
qualità della presenza che sa offrire.
A
questo nuovo sguardo ogni uomo e ogni donna è chiamato. Nessuno escluso, a
nessuna età. Non è mai troppo tardi per riaprire quella stanza chiusa, per
spolverare il tesoro dimenticato della vita interiore. Forse è proprio questo
il dono della notte: costringerci a fermarci, a guardare in alto, a riconoscere
nel buio le stelle che il giorno nascondeva. E a prepararci, in silenzio, per
un'alba diversa.

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