venerdì 9 ottobre 2026

La notte dei sentieri perduti

 






Paolo Cugini 

 

chi non raccoglie con me, disperde (Lc 11,23).

Di notte le strade cambiano carattere. Quelle percorse mille volte sembrano improvvisamente più strette, i muri si fanno incerti, gli incroci trattengono un’ombra in più. Anche il silenzio, che di giorno pare soltanto assenza di rumore, acquista una voce. È forse per questo che lo smarrimento appartiene così intimamente alla notte: quando la luce si ritira, vengono meno i contorni abituali e siamo costretti a domandarci non soltanto dove ci troviamo, ma in quale direzione stiamo davvero andando.

Disperdere fa rima con perdere. Non è soltanto un gioco di suoni: è una parentela profonda. Ci perdiamo spesso perché abbiamo disperso qualcosa lungo il cammino — attenzione, desiderio, tempo, coraggio — oppure perché abbiamo distribuito noi stessi in troppe direzioni, fino a non riconoscere più la strada che chiamavamo nostra. Eppure può accadere anche il contrario: ci disperdiamo proprio mentre inseguiamo con ostinazione un unico tracciato, incapaci di vedere che la vita, intorno, ha già cambiato paesaggio.

Partiamo quasi sempre con una mappa. Pensiamo, calcoliamo, fissiamo tappe e distanze; assegniamo un nome alle mete e una data agli arrivi. È un gesto umano e necessario: progettare significa dare una forma al futuro, renderlo almeno per un momento abitabile. Ma nessuna mappa contiene il vento che si leverà domani, l’incontro che ci tratterrà, la porta che si chiuderà, il richiamo improvviso di una passione. Le varianti esterne — la storia, le crisi, le trasformazioni del mondo — si intrecciano con quelle interne: i sentimenti mutano, i desideri maturano, ciò che un tempo sembrava indispensabile perde intensità. Al momento della partenza non possiamo calcolare la persona che diventeremo lungo la strada.

Per questo è molto più facile perdersi di quanto siamo disposti ad ammettere. Basta uno scarto minimo: una scelta rimandata, una fedeltà protratta oltre il suo tempo, una paura scambiata per prudenza. A volte ci accorgiamo dello smarrimento soltanto anni dopo, quando la notte è già profonda e la strada conosciuta si è dissolta alle nostre spalle. La sofferenza nasce allora non solo dall’incertezza, ma dall’idea che la vita avrebbe dovuto procedere come una linea retta: pulita, coerente, crescente. Ogni deviazione ci appare come una colpa; ogni sosta, come un fallimento.

Ma la linea retta è una delle più persuasive invenzioni con cui tentiamo di addomesticare l’esistenza. La vita reale procede per curve, ritorni, attese, improvvise aperture. Ogni progetto, per quanto accurato, è un’interpretazione: seleziona alcuni elementi, ne esclude altri e costringe il possibile dentro il perimetro del nostro punto di vista. Perdersi incrina questo perimetro. Fa male, perché ci espone; ma proprio nell’esposizione ci restituisce una verità più ampia. Ci mostra che il mondo non coincide con la nostra previsione e che noi stessi siamo più vasti dell’identità con cui eravamo partiti.

Ci sono sentieri che si rivelano soltanto a chi ha sbagliato svolta. Nel buio, lontano dai cartelli familiari, incontriamo capacità che ignoravamo di possedere, domande che avevamo tenuto in silenzio, persone e paesaggi che nessun itinerario avrebbe previsto. Lo smarrimento può diventare così un dono severo: non cancella la fatica, ma la trasforma in conoscenza. Ci insegna che non tutto ciò che interrompe il viaggio lo tradisce e che alcune deviazioni, proprio mentre ci allontanano dalla meta immaginata, ci avvicinano a una vita più vera.

Occorre allora il coraggio di ridisegnare la mappa senza disprezzare quella precedente. Le conquiste nate nei giorni confusi non sono incidenti da rimuovere, ma segni da riportare sul nuovo tracciato. Ridisegnare non significa rinunciare a ogni progetto; significa progettare con umiltà, lasciando margini bianchi per ciò che ancora non conosciamo. Significa accettare che una direzione possa essere autentica anche senza essere definitiva e che cambiare strada non equivalga necessariamente a tradire se stessi.

L’importante è che la perdita non diventi definitiva. Dopo anni di vagare deve restare, da qualche parte, la forza di tornare sui propri passi — non per fingere che nulla sia accaduto, ma per riconoscere il punto in cui il cammino può ricominciare. Si torna affaticati, forse più lenti, certamente diversi. La notte non è finita, eppure l’occhio ha imparato a distinguere forme che prima ignorava. In lontananza, magari, non c’è ancora l’alba; c’è però una luce minima, sufficiente a compiere il passo successivo. Ed è in quel passo, esitante ma consapevole, che lo smarrimento smette di essere soltanto perdita e diventa esperienza, memoria, ricchezza.

 

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