Paolo Cugini
chi non raccoglie con me, disperde (Lc 11,23).
Di
notte le strade cambiano carattere. Quelle percorse mille volte sembrano
improvvisamente più strette, i muri si fanno incerti, gli incroci trattengono
un’ombra in più. Anche il silenzio, che di giorno pare soltanto assenza di
rumore, acquista una voce. È forse per questo che lo smarrimento appartiene
così intimamente alla notte: quando la luce si ritira, vengono meno i contorni
abituali e siamo costretti a domandarci non soltanto dove ci troviamo, ma in
quale direzione stiamo davvero andando.
Disperdere
fa rima con perdere. Non è soltanto un gioco di suoni: è una parentela
profonda. Ci perdiamo spesso perché abbiamo disperso qualcosa lungo il cammino
— attenzione, desiderio, tempo, coraggio — oppure perché abbiamo distribuito
noi stessi in troppe direzioni, fino a non riconoscere più la strada che
chiamavamo nostra. Eppure può accadere anche il contrario: ci disperdiamo
proprio mentre inseguiamo con ostinazione un unico tracciato, incapaci di
vedere che la vita, intorno, ha già cambiato paesaggio.
Partiamo
quasi sempre con una mappa. Pensiamo, calcoliamo, fissiamo tappe e distanze;
assegniamo un nome alle mete e una data agli arrivi. È un gesto umano e
necessario: progettare significa dare una forma al futuro, renderlo almeno per
un momento abitabile. Ma nessuna mappa contiene il vento che si leverà domani,
l’incontro che ci tratterrà, la porta che si chiuderà, il richiamo improvviso
di una passione. Le varianti esterne — la storia, le crisi, le trasformazioni
del mondo — si intrecciano con quelle interne: i sentimenti mutano, i desideri
maturano, ciò che un tempo sembrava indispensabile perde intensità. Al momento
della partenza non possiamo calcolare la persona che diventeremo lungo la
strada.
Per
questo è molto più facile perdersi di quanto siamo disposti ad ammettere. Basta
uno scarto minimo: una scelta rimandata, una fedeltà protratta oltre il suo
tempo, una paura scambiata per prudenza. A volte ci accorgiamo dello
smarrimento soltanto anni dopo, quando la notte è già profonda e la strada
conosciuta si è dissolta alle nostre spalle. La sofferenza nasce allora non
solo dall’incertezza, ma dall’idea che la vita avrebbe dovuto procedere come
una linea retta: pulita, coerente, crescente. Ogni deviazione ci appare come
una colpa; ogni sosta, come un fallimento.
Ma
la linea retta è una delle più persuasive invenzioni con cui tentiamo di
addomesticare l’esistenza. La vita reale procede per curve, ritorni, attese,
improvvise aperture. Ogni progetto, per quanto accurato, è un’interpretazione:
seleziona alcuni elementi, ne esclude altri e costringe il possibile dentro il
perimetro del nostro punto di vista. Perdersi incrina questo perimetro. Fa
male, perché ci espone; ma proprio nell’esposizione ci restituisce una verità
più ampia. Ci mostra che il mondo non coincide con la nostra previsione e che
noi stessi siamo più vasti dell’identità con cui eravamo partiti.
Ci
sono sentieri che si rivelano soltanto a chi ha sbagliato svolta. Nel buio,
lontano dai cartelli familiari, incontriamo capacità che ignoravamo di
possedere, domande che avevamo tenuto in silenzio, persone e paesaggi che
nessun itinerario avrebbe previsto. Lo smarrimento può diventare così un dono
severo: non cancella la fatica, ma la trasforma in conoscenza. Ci insegna che
non tutto ciò che interrompe il viaggio lo tradisce e che alcune deviazioni,
proprio mentre ci allontanano dalla meta immaginata, ci avvicinano a una vita
più vera.
Occorre
allora il coraggio di ridisegnare la mappa senza disprezzare quella precedente.
Le conquiste nate nei giorni confusi non sono incidenti da rimuovere, ma segni
da riportare sul nuovo tracciato. Ridisegnare non significa rinunciare a ogni
progetto; significa progettare con umiltà, lasciando margini bianchi per ciò
che ancora non conosciamo. Significa accettare che una direzione possa essere
autentica anche senza essere definitiva e che cambiare strada non equivalga
necessariamente a tradire se stessi.
L’importante
è che la perdita non diventi definitiva. Dopo anni di vagare deve restare, da
qualche parte, la forza di tornare sui propri passi — non per fingere che nulla
sia accaduto, ma per riconoscere il punto in cui il cammino può ricominciare.
Si torna affaticati, forse più lenti, certamente diversi. La notte non è
finita, eppure l’occhio ha imparato a distinguere forme che prima ignorava. In
lontananza, magari, non c’è ancora l’alba; c’è però una luce minima,
sufficiente a compiere il passo successivo. Ed è in quel passo, esitante ma
consapevole, che lo smarrimento smette di essere soltanto perdita e diventa
esperienza, memoria, ricchezza.

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